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Luoghi dell’antichità: Palazzo Massimo alle terme

Ho una passione per i luoghi. Soprattutto per quelli poco frequentati, un po’ nascosti, in cui ti accorgi proprio che si respira un’altra aria nel momento stesso in cui ne varchi la soglia. Vi sfido a prendere una metro affollata, scendere esasperati in una caotica Stazione Termini, cercare un modo per attraversare la strada incolumi ed entrare nel Palazzo Massimo alle Terme.

Si tratta di uno dei quattro poli del Museo Nazionale Romano (gli altri sono Palazzo Altemps, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano visitabili tutti con un unico biglietto, che non guasta affatto).

Quattro piani di storia pura: un’immersione nella realtà spazio-temporale della Roma antica lungo corridoi che espongono monete, ritratti, affreschi.
Al piano seminterrato una collezione numismatica affiancata da meravigliosi monili ed elementi di oreficeria recuperati da ricchi corredi funerari fanno sognare sugli usi e costumi dei Romani.
Al piano terra e al primo piano una carrellata di ritratti, ma anche una serie di opere scultoree di una bellezza mozzafiato, capolavori che popolavano le residenze imperiali e tantissime riproduzioni di celeberrime opere greche che diventano così facilmente accessibili anche per noi.
Infine al secondo piano si può sognare tra gli affreschi, gli stucchi e i mosaici che documentano il fasto delle prestigiose residenze romane. Un suggestivo allestimento ricompone gli ambienti della Villa di Livia a Prima Porta e della Villa della Farnesina nelle loro dimensioni originali.

Simbolo stesso del Palazzo Massimo, la bellezza della statua bronzea di un Pugile. La statua, rinvenuta a Roma sulle pendici occidentali del Quirinale, ritrae un pugile in riposo al termine di un incontro. Questo capolavoro è stato prevalentemente attribuito a uno scultore della tarda età ellenistica (II-I sec. a.C.) ispiratosi allo stile di Lisippo (IV sec. a.C.).
L’atleta, spossato, siede su una roccia con le gambe appena divaricate e il torso piegato in avanti; indossa ancora i pesanti guantoni in cuoio con inserti metallici e pellicciotto. Sul volto sono riconoscibili i segni dell’ultimo combattimento: le ferite sotto l’occhio destro e sul naso sanguinano copiosamente, le orecchie sono gonfie e tumefatte.

Impossibile poi non perdersi in un labirinto di fantasticherie alla vista degli affreschi provenienti dalla Villa della Farnesina e dalla Villa di Livia.

I primi, inconfondibili per l’uso del rosso pompeiano, provengono dalla  splendida residenza che fu scoperta in via della Lungara a Roma nel 1879 durante i lavori per la costruzione degli argini del Tevere. I resti della villa, che si affacciava scenograficamente sul Tevere, furono esplorati solo in parte e distrutti, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi, mosaici e stucchi, da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.
Nell’allestimento museale a Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie. Si è cercato di ricreare, per quanto possibile, la sequenza delle percezioni visive che si potevano avere in antico, percorrendo la lunga galleria del criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.


I secondi invece sono un esempio di  decorazione di tardo Secondo Stile pompeiano, il quale riproduce in modo sorprendentemente naturalistico una grande varietà di piante (tra cui l’alloro, il pino domestico, la quercia, l’abete rosso, la palma da datteri, il mirto, l’oleandro, il cipresso, alberi da frutta come il melograno e il melo cotogno) e di uccelli (tra cui merli, colombe, passeri, cardellini, rondini, usignoli, ghiandaie, capinere).
La visione idilliaca trasmette un messaggio di serenità e pace perfettamente in tema con quella che era l’ideologia augustea.

Il fascino della collezione è però accresciuto enormemente dal luogo stesso che la ospita.
Il palazzo fu infatti realizzato nel corso dell’ultimo ventennio dell’Ottocento in un sobrio stile neorinascimentale, in perfetto accordo con  lo stile dell’Ordine dei Gesuiti che l’aveva commissionato per realizzarvi un collegio (e collegio rimase fino al 1960).

Una passeggiata nel chiostro interno, tra le grandi statue che lo popolano, è un’esperienza da regalarsi. Nel silenzio che vige e nella calma che infonde, se non fosse per l’affaccio sui più antichi edifici della “Suburra” romana difficilmente ci si ricorderebbe di essere nel cuore caotico e pulsante di Roma.

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martina coppola
Nella vita mi occupo di altro, perciò guardo all'Arte con la fiducia di chi spera che il mondo sarà salvato dalla Bellezza.

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