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La ‘girandola’ romana all’epoca di Carlo Fontana

Con l’arrivo della bella stagione, la ‘girandola’ di Castel Sant’Angelo si presenta come un momento allegro e di festività che richiama a raccolta tanto i turisti quanto i romani. E se oggi manifestazioni come questa appaiono circoscritte e limitate ad alcune puntuali occasioni, così non era all’epoca di Carlo Fontana. Infatti, giochi pirotecnici impostati su apparati effimeri erano a Roma da sempre una costante, giacché assumevano un significato non soltanto simbolico ma anche politico, soprattutto allorché i potentati europei erano andati definendosi effettivamente come Stati nazionali.

D’altra parte, la Capitale dello Stato della Chiesa rappresentava un centro cosmopolita di rilevanza internazionale: una realtà alla cui quotidianità prendevano parte tutte le ambascerie dei regni. Di conseguenza, forme di scontro culturale erano all’ordine del giorno, poiché la stretta vicinanza costituiva spesso motivo di competizione. Così, celebrare con ogni fasto un evento di importanza nazionale – come ad esempio la nascita del primogenito erede al trono – equivaleva ad affermare il proprio primato sulla scena internazionale in un contesto delle cui mutazioni venivano costantemente informate tutte le corti.

1.A. Specchi, Il tempio della Vittoria, dis. di A. Specchi, inc. di G. B. Sintes, 1723.

Per questo motivo venivano ingaggiati i più grandi artisti. Da Michelangelo Buonarroti (1475-1564) a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680), molteplici furono i professionisti che si cimentarono in queste elaborazioni, non ultimo Carlo Fontana (1638-1714). Certamente, non si trattava di opere di architettura di eterna memoria capaci di consacrare alla storia l’attività di questi operatori. Ciò nondimeno, costituivano un momento di creatività libero da vincoli in cui l’immaginario si poteva aprire a sequenze inaspettate che, se da una parte portavano a una lievitazione dei costi, dall’altra incontravano tuttavia il favore della committenza, il che ne sosteneva l’inflazione.

E anche l’amministrazione papale non badava a spese. Ad esempio, il «Conto delle spese e fatture fatti fare le girandole per la festa de Santi Pietro e Paolo nel presenti Anno 1711 d’ordine dell’Ill.mo Mons.r d’Asti Castellano da Stefano Baldi»[1] ammontava a 54:40 scudi, mentre il «Conto delle Spese, e fatture fatte in fare le girandole per l’Incoronazione di N.ro Sig.re Papa Clemente XI nel presente anno 1708 da Stefano Baldi»[2] era stato di 59:60 scudi. Dunque, non erano investimenti di poco conto, soprattutto se considerata la matrice umoristica e l’idea di svago sottesa, ben lontana dai precetti di severa austerità propri della Chiesa riformata.

Perciò, i conti dovevano essere controllati attentamente, onde evitare possibili disguidi poi facilmente sfociabili in «liti». A fianco dei progettisti, ecco quindi che apparivano in qualità di revisori altri specialisti. Fontana, Giovan Battista Contini (1642-1723) e Antonio Bufalini svolsero spesso questo incarico, anche nei casi prima citati.

In questi termini, il settore andò proliferando e – in breve tempo – le più semplici e immediate immagini della cultura del ‘fuoco’ delle epoche precedenti divennero articolate strutturazioni, ricche di metafore e allegorie che si risolvevano nell’incanto dell’incendio. Il Vesuvio, l’incendio di Troia, Giove con i fulmini, le fiamme dell’Inferno si tramutarono in complessi intrecci dai rimandi oscuri seppure, nel complesso, non venisse però mai smentito il messaggio di fondo di glorificazione del Re (o del Papa), mecenate dell’opera nonché difensore e benefattore del popolo. Onore, virtù e salutis populi completavano questo manifesto programmatico che, specificato all’occorrenza e in relazione alle esigenze, solennizzava il soggetto conferendoli magnificienza e nobiltà.

2. P. Posi, Una Galleria con un banchetto notturno, dis. di G. Palazzi inc. di G. Vasi, 1764.

Le fasi di costruzione delle macchine iniziavano in situ col montaggio del ‘castello’ principale sul quale venivano successivamente installate le parti ornamentali e saldate con chiodi e cordame. L’ornato veniva poi coperto ed esibito solo nel giorno della festa. Il succeso dipendeva dall’aderenza o meno alla realtà. Pertanto, la policromia ricopriva un ruolo importante tanto quanto l’introduzione di espedienti di tipo teatrale che mimetizzassero la finzione. La traforatura e la minuzia intensificavano questa sensazione e il legno ben si prestava a queste necessità non soltanto per la facilità di lavorazione ma anche, soprattutto, per la comodità di trasporto e il poco costo, importante se relazionato alla breve vita di questo genere di manufatti.

L’intorno partecipava a questo svolgimento e vi si uniformava con arredi mobili di vario genere che si ripercuotevano in tutta l’area soggetta alla medesima influenza. Del resto, non era un mistero che le comunità straniere si raccogliessero a Roma in specifici ambiti urbani. Questi perimetravano unità consolidate a volte anche chiaramente riconoscibili, come potevano essere gli spagnoli intorno alla loro ambasciata – non a caso – sulla piazza ‘di Spagna’.

Dunque, festeggiare non era solamente uno spettacolo offerto alla cittadinanza; tratteggiava il potere e le sue sfaccettature, le sue ambizioni e le sue intenzioni: in definitiva, un omaggio tutt’altro che disinteressato.

Bibliografia essenziale

M. Gori Sassoli, Apparati architettonici per fuochi d’artificio a Roma nel Settecento, Charta, Milano 1994.

[1] Archivio di Stato di Roma [ASR], Camerale I, Giustificazioni di Tesoreria, b. 365/6, 1711, Spese per festeggiamenti.

[2] ASR, Camerale I, Giustificazioni di Tesoreria, b. 333/5, 1708, Spese per festeggiamenti.

About Iacopo Benincampi

Iacopo Benincampi
Sono un architetto e dottore di ricerca in storia dell'architettura moderna con la passione per il Barocco. Attualmente, aiuto a coordinare Polinice, collaboro con l'Open House di Roma e faccio ricerca d'archivio. Qui rifletto su qualche questione ed esprimo un'opinione, senza pretese.

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