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La conta dell’immigrazione e le implicazioni tra gli Stati UE. Italia vs Francia?

Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato

con queste parole Einstein ci pone davanti ad un quesito apicale. I numeri sono sempre dirimenti nel nostro processo decisionale? Oppure sono solo un palliativo che ci distoglie da una gestione strategica e più a lungo termine che implica il fattore rischio?

Il crescente flusso migratorio che sta attraversando il continente europeo negli ultimi anni non può esimerci queste riflessioni profonde. I risultati delle elezioni politiche in molti paesi europei come Ungheria, Italia, Svizzera ci segnalano che i numeri dell’immigrazione contano davvero a scapito della gestione strategica, dell’investimento sostenuto da una visione. Ma anche qui sentiamo parlare molto ma vediamo fare poco in termini pratici, tutto permane fluttuante di fronte ad un fenomenoche necessita un costante adattamento gestionale. La teoria della scelta pubblica di Buchanan e Tullock mi supporta affermando che i politici ottengono molto più con la visibilità in televisione che non con le decisioni prese nelle commissioni o in parlamento.

Si crea dunque uno stato di confusione totale dove il corpus politico prende il sopravvento direzionando azioni statali non ancora supportate da una base legislativa solida, uscendo de facto dal perimetro di legittimità (si vedano i respingimenti dell’Ungheria in paesi terzi non sicuri, il blocco delle partenze derivato dall’accordo tra Italia e Libia).

Posto dunque che l’andamento generale europeo è quello di gestire i flussi migratori facendo la conta della figlia del dottore, ancora a monte dobbiamo districarci dentro una ragnatela (mi sembra anche calyante la non voluta metafora) chiamata Europa. In questa gestione chi conta chi? Chi conta cosa? Ma soprattutto chi fa cosa, come e dove?

E’ noto che l’immigrazione -in quanto legata al tema della difesa, identitaria come delle frontiere- è una competenza esclusiva degli Stati membri che viene tuttavia fatta rientrare in un sottile perimetro comunitario attraverso regolamenti e limiti comunitari, tra i più noti il Regolamento di Dublino, il TFUE, la direttiva procedure e qualifiche, oltre che altri strumenti.

In questo groviglio complesso diventa ancor più complicato coniugare i propri interessi con quelli europei, ma soprattutto individuare le singole competenze. Ciò è essenziale se si considera che la gestione dei flussi di un paese –o di un blocco di paesi- influisce incredibilmente con la gestione di quelli limitrofi fino ad inficiarne la regolamentazione strategica oltre che l’umore politico. Va da sé dunque che la difficoltà di individuazione delle competenze rende difficile anche l’individuazione di un colpevole e la confusione, si sa, è il concime prediletto di rabbia e litigi.

Quanto può influire dunque il fattore immigrazione in termini di relazioni bilaterali tra i singoli stati membri? In un contesto dove l’adolescente Unione europea sta cercando di trovare la sua strada e come ogni adolescente lo fa con piagnistei, capricci, perdendosi i pezzi, la questione delle relazioni “familiari” è la chiave di volta per permetterle di crescere e diventare adulta senza implodere. Se dunque l’immigrazione diventa la causa dirompente delle frizioni tra gli stati membri è chiaro che la riflessione che l’Unione europea deve fare non sarà più solo identitaria ma ancor prima sull’operatività della sua struttura.

Due eventi del mese scorso, che hanno coinvolto Italia e Francia, possono farci comprendere come il gestire un fenomeno -di per sé transnazionale- secondo logiche nazionali e poco comunitarie possa mettere in discussione le ben più complesse relazioni diplomatiche ed estere tra i singoli stati, minando la nostra pace europea.

I FATTI DELLA BARDONECCHIA 

Cosa è successo

La Bardonecchia, si trova al confine tra Italia e Francia, e dal 2015 si registrano insediamenti informali di migranti che hanno l’obiettivo di oltrepassare le Alpi per arrivare in Francia. Facendo ciò violano il tanto dibattuto principio di “primo paese di approdo” sancito dal Regolamento di Dublino, ovvero quello che predispone che sia il paese di primo arrivo quello che deve prendere in carico la procedura dei singoli richiedenti asilo.

Considerando che la gran parte dei migranti viene in Italia via mare, a seguito della chiusura della rotta balcanica nel marzo del 2016, senza avere nessuna intenzione di rimanerci va da sé che l’atteggiamento delle forze dell’ordine italiane sia quello di chiudere un occhio e viceversa quello degli omologhi francesi sia quello di fare controlli a tappeto.

Venerdì 30 marzo, intorno alle 19, i douaniers francesi sono però andati un po’ oltre le proprie competenze facendo irruzione nella stazione della Bardonecchia dove, dall’inizio dell’inverno i volontari della Ong torinese Rainbow4Africa hanno predisposto un ambulatorio di soccorso per i migranti che decidono di oltrepassare le Alpi. In questo contesto operano operatori sanitari, mediatori e operatori legali dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione).

 

Durante i controlli, che la polizia francese fa regolarmente nella tratta ferroviaria Milano Parigi, hanno prelevato un ragazzo nigeriano appena arrivato in stazione dalla Francia. Si trattava di un ragazzo con regolare permesso di soggiorno in Italia, che viaggiava con biglietto, ma che secondo le autorità francesi era sospettato di avere in corpo sostanze stupefacenti (non meglio definito se per uso personale o per secondo quanto dichiarato, è stato portato nella sala per sospetto uso di stupefacenti.

Per questa ragione con le armi puntate sono entrati nella sala di Rainbow for Africa e hanno costretto il ragazzo ad andare in bagno per svolgere i relativi test, gettando per terra i suoi oggetti personali. Nonostante il personale di Rainbow for Africa abbia sollecitato l’illegittimità dell’irruzione la polizia ha proceduto con test, mentre nel frattempo sono state chiamate le forze dell’ordine locali.

LE REAZIONE DELLA FARNESINA E IL BATTIBECCO DIPLOMATICO

La questione è meno semplice e molto più delicata di quel che può apparire.

Innanzitutto l’irruzione armata senza preavviso in un presidio sanitario, per eccellenza luogo neutro, per giunta di un altro paese è certamente inaccettabile. Soprattutto se si aggiunge che non si trattava di una situazione di grave pericolo per la sicurezza pubblica di nessuno dei due stati.

Vanno fatte tuttavia delle opportune considerazioni legali del caso.

Secondo gli accordi di Chambery, firmato nel 1997, è possibile svolgere il presidio delle frontiere, (a scapito degli accordi di Shengen), per accertarsi della regolarità dei migranti provenienti dai rispettivi paesi.Inoltre esiste anche un accordo firmato nel 1990 dai due paesi che regola i controlli transfrontalieri e che mette a disposizione della polizia doganale francese, lo spazio in questione.

È proprio su questi punti che si sono sviluppate le interlocuzioni diplomatiche tra i due paesi. Gérald Darmanin, ministro francese dei Conti pubblici, a cui fa capo la Polizia di dogana, infatti ha fatto riferimento proprio al suddetto trattato a cui hanno fatto fede le autorità francesi.

La Farnesina però è stata ben più severa e in un pubblico comunicato ha dichiarato l’evento «del tutto al di fuori della cornice della collaborazione tra Stati frontalieri». Alla mancata risposta di spiegazione da parte delle autorità francesi la Farnesina ha convocato l’Ambasciatore francese in Italia, Christian  Masset per un colloquio durante il quale sono state mostrate le comunicazioni di FS alle autorità francesi, da cui emerge chiaramente come queste fossero a conoscenza dell’impossibilità di occupare lo spazio in oggetto per la presenza della Ong.

La Farnesina conclude affermando che “quanto avvenuto mette oggettivamente in discussione, con conseguenti e immediati effetti operativi, il concreto funzionamento della sinora eccellente collaborazione frontaliera”.

Proprio qualche giorno fa, in seguito ad ulteriori accertamenti legislativi  il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, intervenuto in una conferenza stampa annunciando di avere emesso un “ordine di investigazione europeo” per gli agenti in questione (spariti dopo il misfatto).

È stato inoltre chiesto alle autorità transalpine di identificare gli agenti e di interrogarli, alla loro presenza e con un avvocato difensore, per i reati di concorso in violazione di domicilio e perquisizione illegale.

 

LA DENUNCIA DEI RESPINGIMENTI SULLA GESTIONE DEI MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI, LA LETTERA ALLA COMMISSIONE EUROPEA

Con tutte le accortezze del caso, che non minerà in modo inequivocabile le relazioni diplomatiche, risulta essenziale comprendere il potere dirompente che ruota intorno al fenomeno migratorio, in termini di diplomazia e di politica estera. L’immigrazione non è quindi un mero fenomeno “sociale”.

Il fatto di Bardonecchia poi è un pretesto che da sfogo a mesi di tensioni provocate dal gioco dello specchio riflesso di competenze in materia di accoglienza di migranti. Ad aggiungere suspance il 9 aprile è stato l’invio di una lettera da parte di denuncia e condanna nei confronti dei respingimenti di minori stranieri non accompagnati in Italia, effettuati dalle autorità francesi alla frontiera di Ventimiglia. I firmatari della lettera sono ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), INTERSOS, Terres des Hommes Italia, Oxfam Italia, Caritas Diocesana di Ventimiglia – Sanremo e Diaconia Valdese.

La Francia disattende dunque il diritto internazionale che sui MSNA non applica la clausola di primo approdo. Ma sembra andare ancora oltre con le osservazioni del Tribunale di Nizza delle “pratiche di identificazione come maggiorenni di persone che si dichiarano minorenni e che erano state precedentemente identificate come minorenni in Italia”.

Anche l’Italia non viene risparmiata dalle condanne ma la domanda rimane: come si evolveranno le relazioni tra i due paesi?  questi eventi inficeranno altre questioni di politica estera?

Forse abbiamo sbagliato qualcosa. 6-3 può fare 6.

About ana sbutega

Laureata in Lingue e poi in relazioni internazionali, sempre mille lavoretti qua e là, da hostess, baby sitter a ONG, Nazioni Unite e ora il mondo delle costruzioni in affari internazionali. Nata in Montenegro, fuggita dal conflitto in Italia poi dalla noia a Madrid, Mosca, un po’ Buenos Aires, Los Angeles, Serbia, poi di nuovo Roma e poi chi vivrà vedrà. Ho una mamma ortodossa, un papà cattolico, un cognato israeliano ed ebreo, una cognata coreana e tre cittadinanze. Se mi chiedi “di dove sei”? Non so rispondere, inizio a sudare e mi viene la stramaledetta fronte lucida. Anche per questo mi occupo di questioni di geopolitica internazionale, analisi di politiche identitarie e immigrazione.

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