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Il Michelangelo di Pietro da Cortona

Sebbene sia Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) sia Francesco Castelli detto il ‘Borromini’ (1599-1667) si professassero allievi di Michelangelo (1475-1564), in realtà solo Pietro Berrettini da Cortona (1596-1669) – toscano – ebbe effettivamente modo di osservare gli esiti della ricerca del Maestro tanto a Firenze quanto a Roma. E la chiesa dei SS. Luca e Martina (dal 1634) ne dà piena testimonianza.

Dedicata inizialmente solo a San Luca – l’evangelista da cui prendeva il nome l’omonima Accademia a cui era stata affidata la cura della fabbrica – il cantiere subì in verità importanti mutazioni in itinere, imposte dalla scoperta dei resti della santa martire nel corso degli scavi di sbancamento del terreno. Ciò determinò la mutazione del progetto e la predisposizione dell’attuale impianto.

fig. 1 – P. Cortona, primo progetto, pianta (1634ca)

Il primo disegno si contraddistingueva per una pianta centrale in cui il giro delle colonne che delimitava il ritmo dell’aula unica scandiva la distribuzione spaziale della croce greca separando l’ambiente fondamentale da quelli accessori secondo un’intenzione simile a quell’idea che l’architetto fiorentino aveva proposto per San Giovanni dei Fiorentini. Faceva eco a questa soluzione la compenetrazione tra le figure del cerchio e del quadrato: un’attitudine tesa a un simbolismo di origine rinascimentale e apprezzato per il chiaro rimando al concetto di Dio. Tuttavia, l’elemento più vistosamente tratto dal repertorio michelangiolesco appare in questo frangente l’inserimento di setti rientranti a segnalare gli assi obliqui dell’edificio sacro emergenti all’esterno come sporti murari in cui restavano incassate delle colonne: contrafforti dal sapore militare coniugati in senso civile secondo una mediazione riconducibile al celebre exemplum della Cappella Sforza (1561ca) e che bene si sarebbero integrati nel programma edilizio generale del professionista seicentesco il quale – sembra intendersi – dal conterraneo estrapolò anche la suggestione del triplice aggetto, idea avanzata per la ridefinizione dell’assetto della Basilica di San Pietro (1546-62).

Si potrebbe pensare quasi a una overdose di michelangiolismo ma così non sarebbe stato. Infatti, piuttosto che portare a un eclettismo, la riflessione di Cortona sembrava dirigersi verso un razionale equilibrio delle parti, suggellato da alcune finezze come il collocamento delle aperture accanto ai setti radiali.

fig. 2 – P. Cortona, secondo progetto, pianta (1634)

Ciò nondimeno, il ritrovamento archeologico rivoluzionò le opere in esecuzione moltiplicando le offerte per la costruzione del tempio: una iniezione di fondi che favorì una rielaborazione nel segno della magnificenza che si concretizzò in una croce greca longitudinalizzata. D’altra parte, il modello prestabilito si era ormai consolidato nei suoi caratteri e, quindi, piuttosto che abbandonarlo, Cortona lo valorizzò nei suoi aspetti qualitativi, usufruendo della luce per ingannare la percezione e abolendo la continuità muraria in favore di una parete piena, ossia costituita da membrature vibranti e capaci di configurare un ritmo e tratteggiare un fraseggio dalla forte espressività comunicativa. La cupola, basata su un sistema di lacunari mistilinei e nervature poi ripreso dai suoi colleghi nelle loro chiese successive, completava il discorso nel suo slancio per l’alto che bilanciava la profondità dell’asse principale in una nobile antinomia.

Invece, la facciata si poneva in autonomia rispetto all’interno, preferendo all’ordine gigante del fiorentino una frammentazione fondata su una logica di contrappunti: una dicotomia volontaria in cui alle colonne del primo livello si sostituivano sopra delle paraste e viceversa. In definitiva, è quindi la scomposizione a connotare il processo ideativo, in continuità con un modus operandi proprio dei decoratori; non a caso proprio la professione prediletta da Cortona. Chiara appare pertanto la logica alla base dell’azione del Cortona, il quale si rapporta con contesto non tanto con l’obiettivo di polarizzarlo quanto, piuttosto, con la speranza di entrarne a far parte.

fig. 3 – P. Cortona, SS. Luca e Martina, Roma, facciata, foto storica.

E questo fine sembra guidare anche l’ottimizzazione del prospetto della chiesa di Santa Maria della Pace nei pressi di piazza Navona (dal 1656): un incarico che vide il toscano confrontarsi non solo con il tema del dialogo con l’intorno ma, anche, con la difficoltà di restituire omogeneità alla mancata simmetria derivata dallo spezzamento particellare. Occorreva una sistemazione amplia e complessiva. Bisognava lasciar emergere la chiesa. Era assolutamente necessario riuscire a creare uno spiazzo sufficientemente largo da consentire il giro alle carrozze che conducevano alla messa i nobili residenti nelle vicinanze. Questi erano i vincoli: una serie di obblighi che costrinsero l’architetto ad affidarsi a vari accorgimenti in maniera tale da ottenere una unitarietà altresì precaria e costruita sulla finzione. Così, l’eccezionalità dell’inganno di Borromini nel complesso dei filippini (dal 1637) diventa qui seriale strumento di parificazione che, ribadito dall’equipollenza fra parasta e colonna, produce uno spazio visivamente controllato, immagine della stessa teatralità barocca: una scena con quinte e corpi sporgenti pensato per l’osservatore. La città ideale rinascimentale viveva per sé stessa nella sua perfetta organizzazione e definizione ideale; invece, la città barocca si nutre della complessità della realtà che la circonda e la modella a suo piacimento secondo una libertà che solo Michelangelo aveva osato portare alle sue estreme conseguenze; al punto di compenetrare i frontespizi come a Porta Pia (dal 1561): un’audacia non per nulla presente anche nella chiesa «alla Pace».

Bibliografia essenziale

K. Noehles, La Chiesa dei SS. Luca e Martina nell’opera di Pietro da Cortona, Bozzi, Roma 1969.

About Iacopo Benincampi

Sono un architetto e dottore di ricerca in storia dell'architettura moderna con la passione per il Barocco. Attualmente, aiuto a coordinare Polinice, collaboro con l'Open House di Roma e faccio ricerca d'archivio. Qui rifletto su qualche questione ed esprimo un'opinione, senza pretese.

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