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Aiutarci tutti a casa loro. Educazione, impresa e innovazione. L’idea di E4impact

Oggi presentiamo E4IMPACT che, con un mix di innovazione, impresa e educazione, è stata in grado di comprendere l’impatto nel lungo termine  dell’educazione imprenditoriale in Africa, non solo per lo sviluppo sostenibile locale ma, anche, come strumento di stabilizzazione economica e come facilitatore con le nostre imprese italiane, ormai sempre più “costrette” dalla crisi a internazionalizzarsi.

Tentando di non lasciarmi trascinare dalla forza magnetica del giudizio più indignato e affranto rispetto al “cosismo” panico, eppure così dilettante, che attraversa il marionettare politico italiano e internazionale sul fenomeno delle migrazioni, cerchiamo di comprendere perché la famigerata locuzione “aiutiamoli a casa loro” potrebbe essere più diligentemente sostituita dall’ “aiutiamoci a casa loro”.

Nonostante il fenomeno migratorio possa essere considerato un assestamento demografico naturale e quanto mai positivo, considerando che l’incremento demografico in Africa raggiungerà nel 2050 quota 2,4 miliardi e che l’ultimo Rapporto ISTAT sulla situazione demografica in Italia 2018 dichiara che il nostro paese è il secondo paese più vecchio al mondo (con buone probabilità di diventare il primo), molto spesso nel dibattitto pubblico più feroce sentiamo parlare della distinzione tra rifugiati politici e migranti economici, e questi no non ci servono.

Una distinzione che, a quanto pare, fa tutta la differenza e plasma strategie, decisioni e dialettiche tutt’altro che razionali. Mettendo da parte l’evidente necessità demografica e l’opportunità in termini fiscali che possono rappresentare per noi questi “migranti economici”  cerchiamo di capire quali potrebbero essere delle alternative sostenibili e plausibili in grado di incrociare il crescente malcontento popolare in “occidente” sui migranti e la necessità di questi di colmare un vuoto economico, sociale e infrastrutturale ineguagliabile in Africa. In questi ultimi due anni abbiamo assistito ad un crescente ventaglio di proposte europee (e non solo) di investimenti in Africa in grado di colmare quel gap che è il push factor che spinge molti migranti a partire. Quanti di noi giovani 28enni stanno vivendo la disillusione del nostro paese, che non ci dà spazio, indipendenza e strumenti per essere quello che potremmo essere? Quanti di noi andrebbero in Germania? Io subito. Ecco proprio questo sentimento di frustrazione non è tanto dall’altra parte del mediterraneo, in un continente che ha da lamentare molto più.

La questione adesso si snoda nella modalità di creare qualcosa in Africa come contenitore dei flussi. I rischi sono tutt’altro che indifferenti, troppe volte i nostri investimenti sono stati una celata forma di imperialismo cannibale, tante volte investimenti non strategici e filtrati dai governi e dalle comunità locali hanno giocato la contro carta di acuire diseguaglianze, abbattendo crescita e sostenibilità.

Una risposta più strutturata nel lungo termine l’ha voluta dare invece un progetto che definire una best practice, si tratta  della Fondazione E4Impact presieduta da Letizia Moratti.

L’idea progettuale di E4Impact, nasce nel 2010 da un’iniziativa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in Kenya e nel 2015 confluisce in una Fondazione senza scopo di lucro che raggruppa diverse entità, tra cui un privato visionario come Securfin, Mapei, Salini-Impregilo, ENI, Bracco oltre che direttamente la famiglia Moratti.

Il progetto nasce dalla consapevolezza che non sarà mai abbastanza sufficiente fornire investimenti e strutture senza trasferire competenze e accompagnare la creatività d’impresa locale, in grado stimolare dall’interno lo sviluppo economico. Stimolando e supportando la creatività d’impresa locale si innesteranno sistemi d’impresa innovativi che più sono adatti alla struttura sociale del paese africani più efficiente dell’esportazione di modelli che nascono, crescono e (a volte) muoiono in un occidente diametralmente opposto e non per questo più giusto.

Partendo dal presupposto che nel 2050 i 2,4 miliardi saranno per il 60 % sotto 35 anni è risultato fin da subito necessario puntare tutto sui giovani.

E4Impact attiva collaborazioni con diverse università africane nella creazione di un Master chiamato Global MBA in Impact Enterpreneurship. La selezione viene fatta sulla base di una Business Competition in cui vincono le idee progettuali considerate più interessanti, il Master poi consiste proprio nello sviluppo dell’idea progettuale in tutte le sue fasi (Business model, ricerca del finanziamento, registrazione amministrative etc.) con l’obiettivo di creare un’impresa autosufficiente a tutti gli effetti, al termine del Master.  Il costo del Master è molto ridotto per evitare di formare solo l’élite, perpetrando il dislivello sociale. Il progetto è attivo già in 7 paesi africani ma, visti i successi, si progetta di ampliarlo ulteriormente. Ad oggi sono stati formati 500 giovani imprenditori che, con lo sviluppo delle proprie imprese, hanno creato 180 mila posti di lavoro nelle comunità locale, di cui circa il 35% sono donne. Parole chiave: green economy, digitalizzazione e innovazione.

Se pensiamo inoltre che, solo nell’ambito delle costruzioni, l’internazionalizzazione delle imprese italiane è cresciuto dal 2004 al 2016 di oltre il 40% possiamo renderci conto quanto un link con imprenditori e personale locale possa essere quella risorsa essenziale in termini di cultural management e gestione delle branch. Si pensi poi al fenomeno del REVERSE INNOVATION, la sempre più frequente riproducibilità nei paesi sviluppati delle soluzioni sostenibili ed innovative ideate per mercati complessi (si pensi al micro-credito e i pagamenti digitali, pensati per l’Africa ma esportati in Occidente).

Per questa ragione E4impact ha pensato di rafforzare ulteriormente questo naturale ponte con la

  1. La creazione di un incubatore e acceleratore in Africa in grado di collegare le Start Up africane con le imprese italiane e viceversa;
  2. First Step Africa: Training di personale locale in collaborazione con aziende italiane per gestire branch delle imprese italiane;
  3. Ad hoc Projects: sviluppo di iniziative nell’ambito di progetti di cooperazione attraverso il contatto tra le controparti, lo sviluppo del business model e la formazione del personale in loco

La sfida maggiore ora rimane quella di coinvolgere il mondo privato e la cooperazione europea secondo un modello PPP, Public Private Partnership.

Se volessimo misurare gli effetti in termini di migrazione poi possiamo a buona ragione dire che, con un tasso di crescita del 6% la migrazione “economica” si ridurrebbe notevolmente e le nostre imprese potrebbero certamente respirare meglio.

Io i migranti economici, non senza una  visione strategica di inserimento alla tedesca, li accoglierei volentieri perché ne vedo una risorsa che ora non possiamo permetterci di respingere ma volendoci coprire con un velo di Maya, più che aiutiamoli a casa loro direi più onestamente aiutiamoci a casa loro.

About ana sbutega

Laureata in Lingue e poi in relazioni internazionali, sempre mille lavoretti qua e là, da hostess, baby sitter a ONG, Nazioni Unite e ora il mondo delle costruzioni in affari internazionali. Nata in Montenegro, fuggita dal conflitto in Italia poi dalla noia a Madrid, Mosca, un po’ Buenos Aires, Los Angeles, Serbia, poi di nuovo Roma e poi chi vivrà vedrà. Ho una mamma ortodossa, un papà cattolico, un cognato israeliano ed ebreo, una cognata coreana e tre cittadinanze. Se mi chiedi “di dove sei”? Non so rispondere, inizio a sudare e mi viene la stramaledetta fronte lucida. Anche per questo mi occupo di questioni di geopolitica internazionale, analisi di politiche identitarie e immigrazione.

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