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Turchia Kurdistan

La minaccia turca incombe sui curdi

La Mesopotamia ancora al centro degli interessi geopolitici mondiali

Con la nuova operazione militare in Siria, Erdoğan intende realizzare una zona cuscinetto sul confine meridionale della Turchia. Colpire in quelle zone le milizie curde significa arginare la minaccia all’integrità territoriale della Turchia nonché far convergere l’asse Mosca-Teheran-Ankara sul comune obiettivo di ridefinire, a proprio vantaggio, lo scacchiere nel nord-ovest della Siria.

Il Nawrūz è una festa tradizionale persiana molto sentita anche dai curdi. I festeggiamenti celebrano l’arrivo del nuovo anno che, di fatto, viene sempre a coincidere con il primo giorno di primavera. Le persone escono dalle proprie abitazioni per danzare e cantare canzoni popolari e, durante, la notte vengono accesi numerosi fuochi nelle campagne. Tuttavia, tale festività, poiché  considerata un momento di unità nazionale, in Turchia è stata vietata fino al 2000. Da allora, ogni anno, il Nawrūz è celebrato anche a Diyarbakır, da molti considerata il cuore, se non addirittura la capitale, del Kurdistan turco. Che festa è stata quest’anno quella dei curdi? Quanto si sentono a Diyarbakır le tensioni generate dalla questione curda che giungono dalla Siria e dall’Iraq? Al fine di comprendere meglio tale contesto politico e culturale è necessario precisare alcuni concetti. Com’è noto, la questione curda turba la stabilità geopolitica dell’area settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia sin dalla caduta dell’Impero ottomano. Il termine Kurdistan indica una regione geografica, abitata prevalentemente da curdi, oggi politicamente divisa fra TurchiaIran, IraqSiriae Armenia. Le differenti comunità curde, in ciascuno dei cinque paesi, rivendicano la creazione di una nazione comune. Per contro, a livello locale, queste sono percepite come una minaccia all’integrità territoriale degli Stati che le ospitano.

Il 20 gennaio di quest’anno, l’esercito turco e i suoi alleati (Esercito siriano libero e Legione Sham) hanno dato vita ad un’operazione militare nel cantone a maggioranza curda di Afrin, nel nord della Siria. Ciò con l’intento di contrastare la recente ascesa del Partito dell’Unione Democratica a guida curda nonché la milizia di Unità di Protezione Popolare (comunemente conosciuta con l’acronimo di YPG). Con tale offensiva, denominata “Ramoscello d’ulivo”, la Turchia aspira a realizzare una zona cuscinetto sul confine meridionale della Turchia. Oltre a ciò, alla luce degli stretti legami tra lo YPG e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) – con cui da più di due anni è ripreso un brutale conflitto nelle province del sud della Turchia – Ankara punta ad arginare quello che viene avvertito come un pericolo per la sicurezza nazionale. Questo intervento militare si inserisce nell’ampio scenario dei tentativi turchi di sabotare l’allargamento dei curdi a ovest dell’Eufrate e di interrompere la continuità territoriale curda. Infatti, l’operazione militare avviata nell’agosto del 2016 dalla Turchia nei confronti della fascia curda a ridosso delle proprie frontiere, fu denominata proprio “Scudo dell’Eufrate”. Pertanto, il principale timore di Erdoğan è che si venga a creare uno Stato indipendente curdo al confine meridionale con la Turchia che possa poi stimolare le aspirazioni indipendentiste dei curdi turchi.Per di più, il presidente turco, sempre nell’ottica di ostacolare la genesi di uno stato curdo in grado di minacciare l’integrità territoriale della Turchia, ha recentemente spostato la sua attenzione sull’Iraq.

Più precisamente, il 24 marzo scorso, ha minacciato i curdi iracheni della cittadina di Sinjar con un avvertimento rivolto al governo di Baghdad: “l’Iraq deve ripulire Sinjar di tutti gli elementi del PKK, altrimenti ci penserà la Turchia!”. Sinjar è una piccola città situata nell’Iraq nord-occidentale, vicina al confine siriano ed è anche la terra degli Yazidi: una minoranza religiosa diffusa in questa regione da prima della comparsa dell’Islam. In sostanza, una minoranza nella minoranza, un gruppo di persone esposto fino a pochi mesi fa alla violenza genocida dei jihadisti di Daesh, che ora è minacciato da Ankara. In Iraq, il PKK è presente sia a Sinjar sia tra le montagne del Qandil. In quest’area la sua presenza risale approssimativamente ai primi anni del 2000, mentre a Sinjar, il PKK è comparso nel 2014, quando subentrò ai peshmerga curdi in difesa della comunità yazida dopo che la città piombò sotto il controllo del Califfato. Da quel momento il Sinjar è diventata la terra di tutti e, al contempo, la terra di nessuno. Una terra contesa in cui sono presenti diverse fazioni politiche e differenti gruppi militari.

Per meglio comprendere l’attacco turco ad Afrin e la successiva minaccia a Baghdad è opportuno allargare l’analisi e prendere in esame i giochi di potere internazionali. Se sul piano regionale il desiderio della Turchia di evitare la cristallizzazione del contesto attuale continua ad essere il principale freno alle aspirazioni curde, sul piano internazionale questa offensiva è stata possibile anche grazie ad una condotta quasi acquiescente da parte del regime di Assad. Alla base di tale operazione, infatti, si possono collocare le rinnovate relazioni tra la Russia e la Turchia e, in via indiretta, quelle tra la Turchia e il regime siriano. Una simile offensiva si immetterebbe quindi in un contesto in cui gli interessi di Mosca, Ankara, Teheran e Damasco si incontrano nella comune volontà di ridefinire, a proprio vantaggio, lo scacchiere nel nord-ovest della Siria.

 

In aggiunta, l’operazione turca andrebbe interpretata congiuntamente alla contemporanea operazione del regime siriano a Idlib, diretta ad eliminare la presenza dei jihadisti di Tahrir al-Sham (ex al-Nusra). Un esito positivo dell’operazione ad Afrin permetterebbe di conseguenza la ridistribuzione – sotto la vigilanza diretta di Ankara – delle truppe rivoluzionarie “moderate” – attive attualmente ad Idlib – verso Afrin stessa, laddove Tahrir al-Sham rimarrebbe relegata entro i confini di Idlib. Malgrado ciò, i giochi tra Russia, Turchia e Iran e, secondariamente, il regime di Assad, appaiono ancora aperti e potrebbero serbare nuovi colpi di scena. In questo gioco di potere si inseriscono a pieno titolo anche gli Stati Uniti. Tanto è vero che Washington, in forte contrasto con Mosca, ha fatto leva proprio sulla popolazione curda per ostacolare Bashar al-Assad nel suo tentativo di riconquista della totalità del territorio siriano. In tal modo gli statunitensi vorrebbero evitare che i russi – sull’onda di una vittoria totale in Siria – consolidino la loro presenza in Medio Oriente e, soprattutto, che gli iraniani proseguano la loro avanzata nella regione (la cosiddetta “mezzaluna sciita”) a scapito dei paesi sunniti e di Israele, stretti alleati di Washington. Per gli Stati Uniti questi sono obiettivi fondamentali a cui non sono disposti a rinunciare, tanto più che ora la Turchia, col suo inserimento nell’asse Mosca-Teheran-Ankara, sta mettendo a dura prova la pazienza di Whashington. Un altro aspetto da non sottovalutare è legato all’accordo, risalente al 2016, tra Russia e Turchia riguardante la realizzazione del TurkStream. Tale gasdotto consentirà al metano russo di arrivare in Turchia attraverso il Mar Nero, aprendo così poi una rotta verso l’Europa. In ogni caso, sebbene allontanatasi dal Patto Atlantico, la Turchia resta pur sempre un Paese Nato e ciò, verosimilmente, consentirà anche agli americani di restare in Siria,  dando così vita ad un cinico doppio gioco tra i turchi e i curdi.

Con riferimento all’analisi fin qui condotta, occorre domandarsi se il ràis turco si stia muovendo in questa direzione per colmare un suo apparente deficit di consenso – interno e nelle relazioni internazionali – oppure se dietro la recente offensiva militare si celi in realtà una posta in gioco molto più alta. Secondo alcuni analisti di relazioni internazionali, Erdoğan, dopo aver fallito il tentativo di convincere Germania e Francia a far entrare la Turchia nell’Unione europea, avrebbe visto compromessa – a seguito degli sviluppi delle primavere arabe – anche la sua ambizione di costituire un’area di influenza turca in Medio Oriente. In seguito, allineatosi con Russia e Iran – al fine di scongiurare la nascita di uno stato curdo sui suoi confini meridionali – il presidente turco potrebbe assistere alla nascita di un Kurdistan siriano proprio grazie al contributo degli USA. Un ulteriore fallimento di politica estera dunque. Stando a questa interpretazione, effettivamente, Erdoğan avrebbe perso tutte le sue scommesse e, di conseguenza, starebbe danneggiando il suo paese, oramai senza più orizzonti chiari. Al contrario, secondo altri commentatori e a parere di chi scrive, quello in Siria sarebbe un conflitto che ha come vero scopo la ripartizione delle influenze in Medio Oriente. Gli attori principali, USA e Russia, avrebbero al loro fianco ambiziose potenze regionali: rispettivamente Turchia e Iran. Per cui i curdi, dal canto loro, sarebbero così stati traditi due volte. Prima da Washington – che dopo aver collaborato con i curdi nell’assedio di Raqqa, ora volta loro le spalle di fronte alle aggressioni della Turchia – poi da Mosca – che storicamente ha sempre sostenuto i curdi, nello specifico il partito marxista-leninista del PKK. In breve, tutti oggi desidererebbero conquistare un brandello della martoriata Siria. La spartizione, dopo la sconfitta di Daesh, sarebbe iniziata e i primi a farne le spese sarebbe proprio il popolo curdo. Nulla di nuovo insomma nella storia contemporanea del Medio Oriente. Ciò che è certo è che, allo stato attuale, l’evoluzione della questione curda continua ad essere condizionata da elementi sia esterni sia interni alle stesse aree curde, che sono portatori di interessi spesso in grande contraddizione tra loro.

 

Non c’è dubbio che la guerra in Siria e il successo politico dei curdi nel nord del paese hanno fornito alle forze autonomiste l’occasione favorevole per dare una continuità territoriale alle aree sotto il loro controllo. Al momento, dunque, in quell’area del mondo, la situazione – politica e non solo – resta in continuo divenire.

About Riccardo Di Marco

Laureato in giurisprudenza a La Sapienza di Roma. Studente presso il master dell'istituto studi diplomatici. Viaggiare, conoscere ed immergermi in differenti culture è ciò che più amo fare. Ecco perchè scrivo di politica internazionale.

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