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Ricordi di un medioevo perduto

La strumentalizzazione delle architetture medievali a fini, prima ideologici e poi politici, è frutto di un atteggiamento culturale diffusosi, in Europa, nella seconda metà del XIX secolo. La causa di questo atteggiamento è da ricercare nella riscoperta di quella architettura che da Giorgio Vasari[1], venne definita “Gotica”. Più tardi, nel 1687 Féliben, divideva il periodo gotico in due parti: Gothique modern e Gothique ancien. Il Gothique ancien, comprendeva quel periodo che va dall’antichità all’inizio del XIII secolo. La creazione di un appellativo specifico per quel periodo avvenne solo tra il 1810-1820, con l’utilizzo della parola “Romanico”. La nascita di questo termine va di pari passo con la presa di coscienza dell’importanza di un periodo storico, fino ad allora in parte ignorato e poco studiato. La riscoperta delle opere artistiche e architettoniche prodotte tra la fine dell’impero romano e le grandi cattedrali del duecento, portò una classificazione delle stesse al fine di permetterne uno studio più approfondito.

Fig. 1_Interno di una delle sale Cité de l’architecture et du patrimoine della Fonte: https://www.citedelarchitecture.fr/fr/article/du-moyen-age-au-xixe-siecle

Sul piano politico negli stessi in anni in Europa si assisteva alla formazione e al consolidamento delle identità europee, le quali contribuirono nel processo di conoscenza, catalogazione e successivo restauro del patrimonio medievale perduto e sconosciuto, ritrovando nello stesso un senso di identità nazionale. In questo senso si può parlare, infatti, di strumentalizzazione del medioevo a fini politici. I restauri fatti tra la fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, sulla scia di quelli fatti in Francia dal giovane Eugène-Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879), furono principalmente stilistici, mossi da un desidero di completare in stile un patrimonio architettonico che era in rovina. Nonostante la discutibilità di questo tipo di intervento, che non è necessario affrontare in questa sede, è necessario ricordare che studi come quelli di Viollet-le-Duc hanno permesso oggi la conoscenza di opere medievali salvandole dall’oblio. La creazione dei calchi in occasione dell’esposizione universale di Parigi del 1878, di alcuni monumenti del patrimonio medievale francese, oggi conservati in parte presso il museo della Cité de l’architecture et du patrimoine (fig.1), è un esempio importante di come questi studi possano facilitare oggi lo studioso moderno nella comprensione delle architetture medievali. In Italia la figura di Camillo Boito è essenziale nella scoperta dell’architettura romanica lombarda vista come esempio di riferimento per un’architettura nazionale in cui i cittadini dovevano riconoscersi.

Importante in questo discorso è la scoperta delle identità locali che va di pari passo con la definizione di “scuole regionali”, diffuso nella poetica, anche, di grandi studiosi quali Camille Enlart, Auguste Choisy, Émile Mâle; un atteggiamento critico che, nonostante il superamento teorico, tende ad essere ancora oggi in parte utilizzato. La lettura odierna dei monumenti medievali è frutto di un atteggiamento critico nato a metà del XIX secolo e diffusosi anche nella cultura popolare. Difatti la nascita di un sentimento patriottico è connessa alla scoperta delle radici culturali. Pertanto, la volontà di rivendicare il valore di una determinata area rispetto alle altre viene effettuata scoprendo il valore artistico legato unicamente ad un determinato territorio. Questo è il caso, in Italia, per esempio dell’area pugliese in cui il riconoscimento del valore dell’arte e architettura romanica porta alla scoperta dei monumenti, in primis, di studiosi esteri come Schultz alla metà dell’Ottocento, e successivamente di studiosi locali, appoggiati dalla creazione di organismi di tutela per il riconoscimento e alla salvaguardia dei monumenti.

I monumenti del periodo di maggiore crescita della Puglia tra XI e XII secolo, vagavano nell’oblio, ricoperti dalla polvere, dalle stratificazioni e devastati dalla forza della natura, erano parte dell’immaginario comune incapace di riconoscerne il valore. Le trasformazioni settecentesche, periodo corrispondente al secondo momento di splendore della regione, avevano utilizzato i grandi edifici esistenti sul territorio, senza distruggerli del tutto, ma semplicemente ricoprendoli di stucchi e volte incannucciate, decorate, andando quindi a celare la loro origine, spinti dall’esigenza di adeguamento ai gusti contemporanei. Il momento storico compreso tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento è il periodo in cui si iniziano a riscoprire questi segni sul territorio (fig.2). Il riconoscimento del valore di questi a livello europeo e nazionale crea negli storici locali la nascita di quello che oggi di potrebbe definire “campanilismo”. La volontà di riscatto delle regioni del sud Italia, e in questo caso della Puglia, si connette con la scoperta di un patrimonio dimenticato che assume un valore, non solo a livello italiano, ma anche soprattutto a livello europeo. Il cosiddetto stile romanico pugliese prende forma nella sua accezione contemporanea, le opere di scoperta tutela e salvaguardia prendono avvio nei primi anni del Novecento. I primi veri studi a tappeto sul patrimonio romanico vengono effettuati dalla Prof.ssa Pina Belli D’Elia (Milano 1934 – Bari 2018) in occasione della mostra curata Michele D’Elia (Grumo Appula (BA) 1928 – Bari 2012) nel 1975 dal titolo “Puglia XI secolo. Alle sorgenti del Romanico pugliese”, le cui scoperte confluirono nel 2003 nel volume edito per Jaka Books dal titolo “Puglia romanica”. Questo lavoro a quasi cento anni dalle prime pubblicazioni sul romanico pugliese, mostra come ancora in quegli anni, nonostante l’orami riconosciuto valore dell’architettura romanica in Puglia, vi era ancora molta da fare per l’interpretazione del patrimonio architettonico. Attualmente i restauri effettuatisi negli ultimi cento anni, consegnano agli occhi del fruitore i centri storici di Barletta, Trani, Molfetta, Giovinazzo, Polignano e Monopoli, un’idea di romanico perduta.  Le ricostruzioni e rimaneggiamenti di questi centri, quasi tutti di formazione medievale (XI-XII secolo), hanno in parte modificato la loro facies originaria.

Fig. 2_Cattedrale di San Sabino Bari, inizi ‘900. Foto archivio dell’Istituto centrale per il Catalogo e la Documentazione

 

I giganti di pietra, le cattedrali romaniche costiere, che dominano questi centri, rappresentano l’identità di una regione e di un popolo che ha saputo trasformare la pietra locale in alte e poetiche espressioni di architettura e scultura. La pietra calcarea locale, posta in opera negli edifici romanici e accatastata senza malta nei muretti a secco, che caratterizzano la regione, rappresenta i pugliesi quanto il loro mare: è parte dell’immaginario comune e espressione di ogni singola abitante. Nella ricerca di questa identità perduta sono stati eseguiti degli interventi molto invasivi, ne sono dimostrazione i capitelli della cattedrale di Trani. Difatti i capitelli delle colonne binate del Duomo di Trani, riconosciuta come la più alta espressione di romanico pugliese, sono ridotti oggi a semplici elementi troncoconici sbozzati di pietra calcarea, l’asportazione degli stucchi barocchi non ha permesso il recupero della veste medievale, ma solo il raggiungimento dello strato più profondo di superficie. La ricerca del medioevo perduto, in conclusione, ha avuto il duplice compito di consegnare oggi ai fruitori e agli studiosi un’immagine in parte romanica che non sarebbe stata visibile se ancora coperta dalla pelle settecentesca, ma che ha in parte deteriorato i monumenti fornendo al fruitore contemporaneo dei semplici lacerti di questi, come nel caso dei capitelli del Duomo di Trani.

Bibliografia essenziale

C. Boito, “Architettura del Medio Evo in Italia”, Milano 1880.

C. Tosco, voce “Romanico”, in Enciclopedia dell’arte medievale, X, Roma 1999, pp. 171-191.

X. Barral I Altet, “Contro l’arte romanica?: saggio su un passato reinventato”, Milano  2009, pp.7-43.

L. Belli D’Elia (a cura di), “Puglia Romanica”, Milano 2003

[1] “così si fece al tempo dei Gothi, il lavoro tedesco”. G. VASARI, “Le vite de’ più eccellenti Architetti, Pittori et Scultori Italiani, 1550 .

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