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Che cos'è la musica indie

Di cosa parliamo quando parliamo di musica Indie

All’inizio fu un concetto, più che un genere musicale. La musica indipendente (familiarmente indie), nacque dall’atto di ribellione di alcuni musicisti inglesi. Considerati inadatti al grande pubblico dalle major(le grandi etichette) discografiche, decisero di auto produrre la propria musica.

Ebbe così origine la musica indipendente. Poi però, accadde qualcosa che in pochi si aspettavano: la musica indipendente diventò di moda. Ed un vero e proprio genere, a cui facciamo riferimento quando adesso parliamo di musica indie.

Ma questo è il punto di arrivo. Vediamo da dove è iniziato il viaggio, e come questo genere è arrivato fino a noi.

Il 31 Marzo, sulla BBC uscirà un documentario in tre partisulla storia del fenomeno indie, il cui primo episodio si chiamerà “The DIY Movement” (il movimento fai da te). Sono gli anni 70, ed il Regno Unito è pieno di band che sognano di essere pubblicate.

È il gruppo punk dei Buzzcocks, non il primo a creare un’etichetta indipendente, ma a il primo a crearla senza avere esperienza. Nasce così la New Hormones, la prima di una lunga serie di etichette, compilation e classifiche di musica indipendente (l’Indie Chart, la C86). Finalmente, anche gli artisti che non sono supportati da una grande etichetta possono suonare come vogliono, senza compromessi; la musica è nelle mani di chi la fa.

In breve tempo, gli artisti indipendenti diventano così famosi che le major attingono alle classifiche indie per trovare nuovi talenti. Vengono siglati molti accordi tra grandi e piccole etichette musicali, e molte major inglesi lanciano delle sottoetichette (come la Hut, totalmente di proprietà della Virgin) che gli permettano di avere accesso a questo mercato.

Negli anni successivi il fenomeno contagia il resto del mondo, e negli anni 90 in UK si comincia a parlare di brit pop e di indie rock bands, come Oasis, The Libertines, Franz Ferdinand. Il The Guardian definisce gli artisti indie cantanti bianchi pallidi appartenenti alla classe media.

E in Italia? Come racconta Sky Arte nei documentari Rotte Indipendenti, tra gli anni 80 e 90 ci sono numerosi focolai di musica indipendente. In Piemonte viene fondata la Mescal Music. Uno dei due soci fondatori dell’etichetta è Ligabue, e l’intento è quello di dare voce ad artisti che non venivano considerati “vendibili” dalle major.

Non è la prima etichetta indipendente italiana, anzi nel documentario dedicato a Torino viene definita unetichetta indipendente forte con una forte propensione industriale, ma la svolta è che l’identità degli artisti scritturati (Subsonica, tra tutti, ma anche Afterhours e Modena City Ramblers) non è condizionata da logiche commerciali.

Gli anni 2000 segnano poi una nuova ondata di artisti indipendenti: Tre allegri ragazzi morti, Baustelle, Le Luci della centrale elettrica. Nascono altre etichette discografiche indipendenti, tra cui la 42 records, la prima a pubblicare i Cani, pseudonimo del ragazzo romano Niccolò Contessa.

Ci pensa lui, nel 2010, dare un’ulteriore scossa alla scena: pubblica su Soundcloud e Youtube due brani che diventano presto virali. Vuole fare testi in cui si capisca di cosa parla,su basi orecchiabili realizzate principalmente da lui. I pariolini di 18 anni, parla delle compravendite di cocaina e dell’odio verso le guardie infami da parte dei ragazzi della Roma bene. Temi forse non fruibili da tutti ma certamente vicini ai suoi coetanei romani.

Nel 2015 Bomba Dischi, l’etichetta che produce anche Carl Brave x Franco 126 e PopX, fa uscire “Mainstream”, il secondo album di Calcutta, il cui stile sgangherato è quanto di più indipendente possiamo immaginare. La strategia dell’etichetta è quella di mantenerlo esattamente com’era, promuovendo il disco con un “bangla tour”, perché Edoardo alla Feltrinelli non ci andava mai, invece dal bangla tutte le sere.

Ci sarebbero tanti altri artisti da citare, per raccontare come la musica indie sia diventata, nel suo lungo viaggio dal Regno Unito fino a noi, un genere, più che un modo di fare musica, conoscendo negli ultimi anni un’enorme popolarità. Basti pensare aLo Stato Sociale che si classifica secondo al festival di Sanremo nel 2018.

In tanti, artisti e non, si sono scagliati contro i gruppi indie italiani di oggi, accusandoli di essere un po’ troppo mainstream.  Dobbiamo riconoscere però, almeno due cose.

La prima è che questi artisti collaborano sì con grandi etichette e fanno tour che finiscono sold out, ma fanno anche musica melodica, scrivono testi che parlano di ciò che accade intorno a loro tutti i giorni, usando il linguaggio usati dai loro coetanei.  Si vestono come i loro fan. Parlano come i loro fan e suonavano nei locali dei loro quartieri. E questo ci dovrebbe ricordare i vecchi gruppi indie.

La seconda è: nel momento di nascita del movimento, non si era parlato di non dare etichette?

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