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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

PanamaPapers – Il futuro rubato all’Africa

L’Africa è tanto ricca da rendere poveri materialmente tutti i suoi figli, poiché della sua ricchezza ne mangiano i frutti a occidente. Nonostante ciò, la classe dirigente nazionale e occidentale si presta a campagne per aiutare la lotta alla fame e alle malattie nel continente nero. In tal modo, dietro a ONG, comunità religiose e giornalisti spesso si cela la longa manus degli sfruttatori dell’Africa. A delineare e chiarificare il quadro della situazione è da poco arrivato il Rapporto dell’International Consortium of Investive Journalist.

Tutto è nato dall’ingente mole di file segreti decriptati e ribattezzati Panama Papers. Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, abbiano nascondano i loro soldi dal controllo statale. L’International Consortium of Investive Journalist ha identificato oltre millequattrocento società offshore collegate direttamente alle ricchezze dell’Africa.

I DIAMANTI – Una famosa pubblicità recita che “un diamante è per sempre”. Quel che unisce le vetrine di Via Monte Napoleone alla Sierra Leone è molto probabilmente una delle pietre che vengono elegantemente confezionate sugli anelli e collane di quasi tutte le donne occidentali. E’ dalla città di Koidu, dove ha sede la Koidu Limited, uno dei clienti di spicco dello studio legale Fonseca, protagonista dei Panama Papers che parte la nostra storia. Analizzando un vortice di collegamenti delle offshore si è arrivati a comprendere come senza tassazioni aggiunte e con molteplici stratagemmi tributari quel che è venduto a caro prezzo in Europa al lavoratore africano frutta meno di un dollaro al giorno. La zona di produzione nella Sierra Leone è stata oggetto di sanguinose proteste del 2007 e del 2012, ma su queste è sempre calato il velo della censura.

GLI AFFARI DEGLI ITALIANI – Andando su GoogleMaps si scopre che dalle vetrine di Via Monte Napoleone al Bulgari Hotel ci sono 550 metri da percorrere. Ora la società italofrancese Bulgari non c’entra in alcun modo nulla con lo scandalo Panama Papers, ma suo malgrado il suo Hotel è al centro di una serie di inchieste internazionali che vedono al centro tangenti per l’ottenimento di pozzi di petrolio. Nello specifico, le Procure d’Italia Gran Bretagna e Algeria stanno indagando sui 198 milioni di euro di tangenti di cui Farid Bedjaoui discuteva con i rappresentanti del governo algerino e i manager di Saipem. Il caso Saipem-Sonatrach, come modello, è emblematico in Africa e in altre regioni in via di sviluppo, dove i paesi maggiormente dotati di ricchezze naturali spesso ne vengono spogliati, per lo più per colpa del sistema offshore. Tra il 2004 e il 2013 l’Algeria, il secondo paese con le più grosse riserve di petrolio in Africa, ha perso in media un miliardo e mezzo di dollari ogni anno, a causa di evasione fiscale, corruzione e criminalità finanziaria, secondo quanto ha denunciato uno studio del gruppo di ricerca Global Financial Integrity. Secondo una stima dell’Onu, in tutto il continente almeno 50 miliardi all’anno vengono inghiottiti da flussi finanziari illeciti.

NIGERIA, NON DOVEVAMO VEDERCI PIU’? – Che sia per la presenza dell’organizzazione terroristica e alleata dell’Islamic State Boko Haram o per il petrolio, purtroppo la terra di Ken Saro-Wiwa è sempre al centro di malaffare e sangue. Anche in in questo scandalo spicca la Nigeria che vede coinvolti tre ex ministri del petrolio clienti di Mossack Fonseca. Secondo le indagini, i tre ex ministri hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Tra i primi nomi coinvolti nell’inchiesta c’è quello di Kolawole Aluko, proprietario di un gigantesco yacht, il Galactica Star, affittato anche alla popstar Beyoncé e suo marito Jay-Z a 900mila dollari per una settimana al largo di Capri. Aluko, imprenditore del petrolio e dell’aviazione, è accusato, insieme ad altre quattro persone, di aver sottratto alla Nigeria quasi un miliardo e 800 milioni di dollari, dovuti al governo per vendite di petrolio. Si tratta del 12% de Pil nigeriano, che ogni anno è perduto in flussi finanziari illeciti.

QUALE FUTURO RUBATO? – «Quest’ultimo filone dello scandalo si concentra sulle risorse economiche che l’Africa perde ogni anno per il massiccio ricorso a società di comodo e a pratiche di abuso fiscale, come reso noto dal grande lavoro svolto dall’ICIJ», spiega Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, «I paradisi fiscali, cui fanno ricorso privati e aziende, procurano danni enormi alle comunità più povere del mondo. È un saccheggio che deve finire perché sottrae risorse essenziali per istruzione, sanità e lavoro. In Africa 1 bambino su 12 muore prima dei 5 anni di età, 34 milioni non vanno a scuola e 40 milioni di giovani sono senza lavoro».

Una situazione che sta ampliando sempre di più la forbice tra ricchi e poveri in Africa, privando i governi di risorse essenziali per garantire i servizi di base alla popolazione. Secondo le stime di Gabriel Zucman circa un terzo del patrimonio degli africani più ricchi, ossia 500 miliardi di dollari sono depositati in paradisi fiscali. Nel frattempo il numero dei miliardari è pressoché raddoppiato dal 2010, fino al punto in cui le 10 persone più ricche del continente hanno accumulato una ricchezza personale equivalente al Pil di un paese come il Kenya. Una situazione che genera una perdita di 14 miliardi di tasse l’anno in mancate entrate fiscali (da singoli individui): quanto sufficiente a salvare la vita di 4 milioni di bambini e 200 mila madri, permettendo ad ogni ragazzo africano di andare a scuola.

Ora sia chiaro non tutte le persone coinvolte, anche ingenuamente, nei Panama Papers hanno sfruttato l’Africa e rubato il futuro e un’esistenza dignitosa ai suoi figli. Però il tema dei Paradisi Fiscali dovrebbe essere al centro dell’agenda-setting dei leader mondiali affinchè non si parli di tutto il sistema come di un immenso circo. Un circo che vede condannate persone a vendere immobili per una multa non pagata a Equitalia ed evasori milionari riaccolti con presunti scudi dal Paese. Gli stessi che quando passeranno accanto a voi un ” vu cumpra” prima gli daranno 5 euro e poi vi giudicheranno con il loro sguardo al vostro diniego. Con la differenza che il loro sguardo riflesso nello specchio non riuscirebbero mai a sostenerlo.

Quanta Cina c’è in Africa?

Per comprendere le ragioni dello stretto rapporto che lega il “Dragone Asiatico” e il Continente nero si deve necessariamente far riferimento alla “Conferenza Afroasiatica di Bandung” del 1955 in Indonesia. La Conferenza rappresenta uno dei momenti cruciali della storia contemporanea, nonostante sia per lo più sconosciuta. È durante tale occasione che entra nel lessico collettivo mondiale il termine “Terzo Mondo”. Sebbene tale termine susciti nell’immaginario un riferimento esplicito ai paesi più poveri del pianeta, esso fu usato per primo dall’economista francese Alfred Sauvy agli inizi degli anni cinquanta per riferirsi ai paesi “non allineati”. Per “Paesi non allineati” s’intendevano quegli Stati che non aderivano ne’ al blocco Sovietico ne’ alla NATO.

Economicamente il termine fu utilizzato per distinguere i Paesi in via di sviluppo dai Paesi ad economia di mercato e da quelli a economia centralizzata, ad eccezione della Cina e dell’allora Federazione Jugoslava. Il tutto si muove nella lotta al colonialismo e alla voglia di rimarcare le proprie differenze rispetto Usa e Urss, Stati satelliti inclusi. Si noti che tale partnership si incanala in un periodo storico che vide l’Algeria vittoriosa sulla Francia, la lotta nell’America Latina di stampo social rivoluzionario e infine l’affermarsi  del mito di una “ Rivoluzione culturale internazionale” sull’ esempio di quanto fatto da Mao Zedong in Cina. Cina che diverrà guida dei “paesi non allineati “ per oltre quarant’anni.

Naturalmente, con il susseguirsi dei cambiamenti geopolitici globali, anche il rapporto tra Cina e continente africano è mutato, in special modo sotto il profilo economico. Anche qui vi è un avvenimento storico di alto profilo tale da rendere chiare le politiche economiche che si sono susseguite. Parliamo del XI Congresso del Partito comunista cinese del 1977, il primo dopo la morte di Mao Zedong, dove cambiarono radicalmente le priorità interne ed internazionali della Cina. All’ideologia marxista, di stampo cinese, si sostituise il desiderio di sviluppo economico basato sua una commistione tra l’economia di mercato e quella pianificata. Primo elemento di rottura della precedente politica pianificata fu l’apertura di un accesso al credito privilegiato e guidato direttamente dal governo centrale per le imprese statali. Da allora l’Africa divenne il primo destinatario degli investimenti esteri cinesi. Ma è a fine del XX secolo che il governo di Pechino ha formalmente istituzionalizzato il suo impegno in Africa.

La data da ricordare è il 2000 con la creazione del Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac) attraverso il quale Pechino avvia un periodo di definizione degli obiettivi politici comuni discussi su base bilaterale. Nel 2006 la Cina compie un ulteriore passo con la pubblicazione del Libro bianco sull’Africa con il quale rafforza e consolida la strategicità delle relazioni con i paesi africani. Per fare un parallelo, l’attuale assetto dell’Unione Europea, nasce dal Libro Bianco e dall’Atto Unico Europeo degli anni ottanta. Questo permetterebbe di comprendere come la Cina guardi assieme al partner russo a una forte espansione afroasiatica che parta dai deserti per arrivare ai mari glaciati. La domanda cinese di risorse naturali e la necessità dell’Africa di dotarsi di infrastrutture permettono relazioni privilegiate.

In una decade gli scambi commerciali si sono decuplicati passando dai 20 miliardi del 2003 ai 200 miliardi del 2012. Lo scorso anno le importazioni cinesi dall’Africa hanno superato i 200 miliardi di dollari, mentre quelle africane dalla Cina a 93 miliardi di dollari. Se Pechino considera ancora modesto il valore degli scambi, il continente nero vede invece il 16,1% dei suoi prodotti  esportarti nella sola Cina. In questo quadro si inserisce una caratterizzazione  settoriale. Tant’è che le importazioni cinesi dall’Africa consistono in petrolio (64%), minerali (22%) e manufatti (8%), evidenziando il forte interesse di Pechino allo sfruttamento delle risorse naturali. L’Africa è al centro della programmazione economica cinese per lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime, in cambio della realizzazione di infrastrutture, ma il campo di azione si è allargato a sanità all’istruzione, alla cultura all’agricoltura. Come a suggellare quanto fatto sessant’anni fa, la Cina offre rispetto alle antiche potenze scambi commerciali e non solo una sudditanza.

Per sancire in maniera forte la sua presenza in Africa,  dal 2001 si assiste a un forte coinvolgimento cinese nelle operazioni di peace-keeping.  L’impegno è rapidamente cresciuto, passando dai 27 militari del 2001 a 1800 tra militari e civili del 2012. Attualmente la Cina è il membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  con il numero maggiore di truppe impiegate in Africa. I contingenti sono concentrati nel Sud Sudan, in Liberia e nella Repubblica Democratica del Congo, non a caso alcuni dei suoi principali fornitori di risorse naturali. Nel giugno 2013, la Cina ha accettato di impegnare truppe nell’operazione di pace in Mali. Per la prima volta nella sua storia, la Cina ha incluso truppe di combattimento all’interno del contingente, che insieme a forze di polizia, personale medico e reparti del genio costituiscono un’unità completa per le operazioni di mantenimento della pace in un contesto internazionale.

Questi dati dimostrano come un progetto terzo, nato a Bandung nel 1955, è divenuto un elemento di mercato globale.  La partnership tra Africa e Cina è sempre più solida sia nelle idee che nella pratica economica. Ma, si badi, che la Cina è il leader, assieme alla Russia di Putin, di quel mondo che non vuol parlare necessariamente inglese e avere i cosiddetti valori occidentali ormai ridotti al “politically correct ” come perno.

L’Africa, la finanza e il colonialismo 2.0

E’ il continente secondo gli antropologi che ha dato i natali al genere umano. È un continente dalle mille sfaccettature, differenze e, soprattutto, guerre. Inoltre, è il continente più povero del mondo. Probabilmente quando si dice Africa come sinonimo si pensa immediatamente alla parola povertà. Eppure, se lo si considerasse per la sua ricchezza specifica in quanto a forza lavoro, risorse petrolifere e minerarie, tale continente lo si dovrebbe legare ed associare alla parola ” ricchezza “. Nonostante i proclami del Nord del Mondo, l’Africa è stata e continuerà ad essere in futuro una terra ricchissima che molti degli stessi che fanno proclami continueranno a sfruttare.  Ciò non per cattiveria o avidità, ma bensì e non me ne vogliano i molti profeti del ” tutto per tutti”, l’economia per la sopravvivenza degli altri continenti lo deve fare poichė si fonda sullo sfruttamento delle risorse scarse. Questo a meno che la ricerca e lo sviluppo degli OGM non progredisca in modo tale da poter rendere la più grande di tutte le disuguaglianze ossia la ” fame ” un problema marginale, per quando nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i dieci miliardi.
Sicuramente parlare di Africa alle porte del 2015 è assai più difficile e differente rispetto a un lustro fa. Innanzitutto, dopo le cosiddette  ” Primavere Arabe “, nel settentrione non esiste più una potenza capace di influenzare l’intera area come ai tempi dell’Egitto di Mubarak. Ciò, invece, non accade per il meridione del continente poiché il Sud Africa, orfano di Mandela e membro dei BRICS, è sempre più leader dell’intera culla del genere umano e dello sviluppo economico, geopolitico e finanziario.

Africa connection
Come riportato poc’anzi su questo sito da Matteo Mancini in un editoriale circa i rapporti tra ” Cina ed Africa “, una forma di neocolonialismo, non più attaccabile nel diritto internazionale poiché attento ad esplicarsi nella regulations della globalizzazione è in atto da due decenni nel continente nero. Eppure, da quello che era il colonialismo dei nonni delle potenze occidentali, il nuovo colonialismo si sta sviluppando attraverso lo sviluppo di settori lavorativi, ove logicamente vi è un grande guadagno marginale, oltre a servizi finanziari. Sono per l’appunto i servizi finanziari, gli stock e le quotazioni sui mercati azionari di aziende Africane in mercati esteri a sconvolgere i non addetti ai lavori. L’Africa 2.0 si presenta al mondo nella veste non più di semplice luogo ricco di risorse e poverissimo, bensì, sembra rappresentare l’Asia in sviluppo degli ultimi venticinque anni, copiandone anche il modello di non redistribuzione delle ricchezze. E così, come nel caso del passato e sopracitato Colonialismo, a guidare il processo di attrazione di compagnie all’interno della propria struttura finanziaria e sede borsistica è Londra.

Secondo Ibukun Adebayo, uno dei responsabili della Divisione dei Mercati Emergenti del London Exchange Stock, ha affermato al Financial Times che “C’è una forte spinta verso l’Africa e soprattutto un forte interesse nella creazione di alleanze con Borse locali. Stiamo cercando di aumentare la collaborazione con i mercati locali”.

A dar man forte alle parole di Ibukun Adebayo ci sono i dati che negli ultimi cinque anni hanno visto fare a cinquantacinque società africane il loro debutto nel listino di Londra, contro le trentatre del lustro precedente. Bisogna sempre rammentare che la Borsa di Milano da anni si è fusa con il London Stock Exchange.

 

Rimangono al momento forti dubbi circa la Governance Policy interna alle società africane, ma il dado è tratto.
L’Africa è arrivata a farsi spazio nei mercati e nell’economia, ma purtroppo non nella lotta alle diseguaglianze e alla fame.

La presenza cinese in Africa: aspetti positivi e perplessità

Sono rimasto piuttosto colpito quest’estate quando, attraversando Dakar, ho notato che le insegne informative di un cantiere fossero in cinese. Incuriosito, ho dunque iniziato a guardarmi attorno più attentamente. Chiedendo informazioni ad Adama, il nostro conducente, riguardo la presenza cinese a Dakar ho scoperto che il Grande Teatro Nazionale, struttura di grandi dimensioni e pregevole fattura, è stato finanziato e costruito dal governo cinese. Molte altre sono le infrastrutture figlie della cooperazione con la Cina.La Cina ha vastissimi interessi nel continente africano: sia attraverso progetti infrastrutturali sia in virtù di accordi energetici di lungo termine.Si stima che più di un milione di cinesi risieda al momento in Africa (nei primi anni 2000 erano circa 100.000), che più di 2000 siano le società cinesi operanti sul territorio e che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del continente africano.

La massiccia presenza cinese in Africa, dunque, è ormai un dato di fatto e rientra nella politica di espansione commerciale da parte del governo di Pechino nei paesi meno sviluppati del globo.I primi moderni investimenti cinesi nel continente risalgono a una cinquantina di anni fa, ma è negli ultimi anni che si è registrato un aumento drastico dell’influenza di Pechino in Africa. La Cina costruisce infrastrutture in quasi tutti i paesi africani in cambio di materie prime e sbocchi commerciali. Ma, con gli anni, gli investimenti cinesi si sono ampliati e diversificati  arrivando a interessare anche i settori del turismo e  dell’agricoltura. Inoltre, la Cina investe nel trasferimento di know-how finanziando borse di studio e organizzando corsi e laboratori per la formazione professionale di migliaia di giovani africani.I rapporti sino-africani soddisfano interessi di entrambe le parti: la Cina ha necessità di espandere le sue zone di influenza economico-commerciale per piazzare i prodotti a basso costo che produce e per approvvigionarsi di materie prime, mentre i paesi africani vedono di buon occhio la possibilità di svincolarsi dalle storiche influenze statunitensi ed europee dal momento che gli affari con il gigante asiatico sono molto più proficui.Tra l’altro, in virtù del principio di non-ingerenza nella politica interna adottato da Pechino, i governi africani non sono tenuti a render conto e a mettere in discussione le loro politiche in materia di diritti e libertà.

  Cina e Africa

La Cina ha guadagnato sempre maggiore terreno e potere nel continente africano a scapito di Stati Uniti ed Europa innescando ben presto uno scontro dialettico fra le parti. L’occidente accusa la potenza asiatica di perpetrare un progetto neo-coloniale e ne biasima i rapporti e gli affari fatti con i vari dittatori che governano diversi paesi africani. Da parte sua la Cina si difende sostenendo di non avere finalità politiche dietro i suoi affari e rispedisce al mittente le accuse. Lo stesso Xi Jinping, in occasione del viaggio ufficiale nel continente africano nel marzo 2013, ha dichiarato:  “La Cina continuerà ad offrire, come sempre, l’assistenza necessaria all’Africa senza nessuna finalità politica correlata”.L’economia africana intanto cresce, anche grazie ai rapporti con la Cina. Detto ciò, la capillare presenza cinese nasconde anche molte ombre; perplessità vengono espresse inoltre dagli osservatori occidentali mentre critiche iniziano a levarsi anche tra gli africani.Lì dove le condizioni economiche sono migliorate abbastanza da far nascere una classe imprenditoriale locale, la potente concorrenza delle aziende e dei prodotti cinesi crea disappunto. Spesso le aziende cinesi impiegano mano d’opera cinese, sfavorendo così l’occupazione dei lavoratori africani e intensificando i flussi migratori dall’Asia verso l’Africa. Infine, la scarsa qualità dei prodotti cinesi così come la poca trasparenza in merito al rispetto delle norme sul lavoro hanno scatenato una reazione da parte di imprenditori africani che chiedono nuovi accordi su nuove basi e condizioni.

In conclusione: il ruolo della Cina in tutto il mondo in via di sviluppo, ma soprattutto nel continente africano, sta diventando sempre più importante, favorendo di fatto  una crescita economica che difficilmente alcuni paesi potrebbero raggiungere autonomamente in tempi così rapidi. Ma allo stesso tempo i diretti beneficiari dovrebbero avere la capacità di tutelare i propri interessi in un’ottica di lungo periodo, evitando di sacrificare sull’altare della crescita economica diritti e risorse che rappresentano i veri elementi sui quali basare il proprio sviluppo futuro.

La "sostenibilità" nella migliore delle sue accezioni


Vi è mai capitato di concentrarvi tanto sulla respirazione da avere la sensazione che questa non sia un processo naturale, che richieda il vostro costante controllo?  La prima volta che ho visto, in fotografia, gli edifici di Fabrizio Carola ho avuto una sensazione analoga: quelle cupole, emanazione diretta del terreno sottostante, erano il respiro di un architettura dal fiato lungo, che non si intoppa mai. Per la prima volta mi era chiaro come costruire fosse qualcosa di naturale e necessario, connaturato nell’umanità e al tempo stesso sfuggente nel momento in cui si vuole intellettualizzare il processo.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Carola non è esattamente un astro nascente dell’architettura: nato nel 1931 a Napoli, nel 1956 si laurea in architettura a l’École nationale supérieure d’architecture La Cambre di Bruxelles, dal 1961 lavora in Africa come architetto-costruttore. La prima esperienza è quella della ricostruzione dell’ospedale di Agadir, in Marocco, distrutto da un terremoto; poi il Kaedi Regional Hospital, in Mauritania, e infine i numerosi edifici realizzati in Mali, in cui passerà buona parte della sua vita dal 1971. Uno dei fattori che ha certamente influenzato di più la sua idea di architettura è la formazione nell’istituto fondato da Van de Velde che, forte dell’eredità del Bauhaus, insegnava architettura come atto concreto del costruire, azione progettuale fondata sulla materia. Ma nessuna formazione sarebbe sufficiente se Carola, prima di essere architetto, non fosse un cercatore, un uomo capace di mettere in dubbio (ed in pratica) ciò che sa e crede: quando nel 1978 gli viene commissionato il Kaedi Regional Hospital lavora per due anni al progetto, ma, appena arrivato in Mauritania, si rende conto dell’inadeguatezza di ciò aveva prodotto sino ad allora e stravolge totalmente il progetto iniziale. 

Le sue architetture sono composte dalle forme della tradizione: cupole di derivazione nubiana realizzate tramite il compasso ligneo (già ripreso e reso celebre dall’architetto egiziano Hassan Fathy), costruite con i materiali della tradizione, la terra, sia cruda che cotta. Molte delle sue cupole sono realizzate con una doppia calotta, in modo da rispondere anche alle esigenze di isolamento termico, particolarmente importanti quando si progetta in ambienti come l’Africa. Durante la messa in opera le strutture sono autoportanti, eliminando la necessità di centine lignee o metalliche; la guida del compasso ligneo rende l’operazione accessibile anche ad operai non specializzati.

È la ‘sostenibilità’ nella migliore della sua accezioni: i materiali vengono estratti in situ, il loro utilizzo non impoverisce l’ambiente, il costo è ridotto, la manodopera è quella locale formata per il singolo progetto, per il 75% i costi della realizzazione vengono reinvestiti sul territorio. Nella visione di Carola le forme dell’architettura devono rispondere al contesto in maniera quasi causale (“ho guardato attentamente il luogo e osservato meticolosamente la cultura dell’abitare prima di costruire. Si badi: il luogo nella sua fisica evidenza, e non il suo ‘genius’ ineffabile”, dice lui stesso), la materia non è solo lo strumento del costruire, ma il suo fondamento concettuale, premessa logica. I suoi impianti planimetrici hanno poco a che vedere con l’architettura come siamo abituata a pensarla comunemente: sistemi polari con aggregazioni ‘cluster‘ che costituiscono non solo nuclei compositivi, ma gruppi significanti  che occupano il territorio con armonia, rispondendo alle logiche abitative del luogo. Certo le limitazioni culturali e legali in Africa sono diverse e lo stesso Carola osserva come “lì è tutto più semplice, una realtà meno strutturata, nei villaggi e nei paesi c’è più libertà, valida finché c’è il rispetto che impedisce di abusarne”.

Ma ogni volta che osservo un edificio dell’architetto napoletano c’è una domanda che non mi permette di goderne con naturalezza: come ha fatto, come è riuscito, seguendo criteri di efficienza e di logica ad ottenere un risultato così organico, poetico, forte? Carola dice di non seguire un’idea architettonica, ma un processo logico del progetto: è il rapporto tra materiale, tecnologia, forma e funzione a  determinare la qualità delle sue architetture, la coerenza e l’assenza di un rifiuto o di un’accettazione, preconcetti di forme o materiali. Le sue architetture africane sono costruzioni, ovvero prodotti diretti dell’azione del costruire, conseguenza dell’esigenza, caratteristica innata dell’uomo, di abitare. È veramente semplice come respirare, mi dico, ma mi accorgo che lo faccio da sempre e mi pare di non esserne più capace.  
Matteo Baldissara – PoliLinea