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Process di Sampha, l’album dell’anno

Vi sono album capaci di far successo e altri destinati a condizionare il mondo della produzione musicale a lungo. Quest’ultimo è il caso di Process composto da Sampha che ci ha regalato l’album più curioso, composito di armonie e studiato del 2017. Sebbene l’orda di rinnovamento, misto a faraonici progetti di real estate, abbia visto protagonista l’east London, il miglior talento d’Oltremanica proviene da South. A South ci si va normalmente per la nuova ambasciata statunitense, a seguire il Millwall F.C. e per i rave. E’ proprio da quella porzione di Londra a sud del Tamigi che proviene Sampha.

Sampha Sisay da qualche anno ha suscitato l’interesse della critica, e non solo, grazie alla collaborazione con artisti del calibro di Drake, Kanye West e SBTRKT. Inizialmente si è fatto conoscere per le sue doti di autore, quasi sempre a favore di star, e successivamente per aver prestato la sua delicata e distinguibile voce a hit planetarie.

Process Sample Vinyl

https://open.spotify.com/user/its_smurph_time/playlist/7jJWjSn1mLraoxeClJ48ee

Prima del rilascio del suo primo album “Process” Sampha aveva inciso due LP “Sundanza” e “Dual” capaci di impressionare tanta critica e quella porzione di mercato musicale che alla rpima occasione si riversa nei concerti e vive la musica come una religione. Ciò ha creato dunque intorno a “Process” grandi aspettative giustificate dalla bellezza dei singoli rilasciati: “Blood On Me”, “Timmy’s Prayer” e “(No One Knows Me) Like The Piano”.  Quest’ultimo singolo prova e suggerisce la comprensione per l’attesa, durata oltre tre anni nel rilasciare il suo primo album.

In questi tre anni devastanti interiormente per Sampha, che ironia della sorte lo hanno innalzato a colonna del futuro musicale, è evoluta notevolmente la musica grazie a lui. La scrittura di Process si è rivelata una pratica finemente articolata e devastante per la perdita della madre a causa di un cancro, così come lo sconvolgimento interiore che lo ha riguardato. Process il titolo dell’album si riferisce tanto al lutto quanto alla musica.

“(No One Knows Me) Like The Piano” è un’eulogia della madre, dell’aver saputo vivere un lutto e una malattia come il cancro.  Blood on me è un brano tanto forte da esser divenuto immediatamente un hit, tanto intriso di una poetica rara che lo hanno posto a esser un leitmotiv della generazione della crisi. La crisi perpetua che accompagna la modernità e, soprattutto la contemporaneità degli under 35, per intenderla come George Simmel. Un manifesto che ricorda l’imposizione di Unfinisched Melody dei Massive Attack. Blood of Me è un modo di comunicare le proprie insicurezze, creando un contrasto con quel tono di voce di Sampha tanto riflessivo quanto tranquillizzante.

Process s’impone come un album tenace, tra soul e hip-hop, con il piano protagonista e gli isterismi lontani. Un viaggio nell’intimità uggiosa di Sampha, il quale non cerca facili riscatti con la vita, ma che travolge con la sua eccellente malinconia musicale. Il miglior album del 2017.

Benvenuto Spirit: il ritorno dei Depeche Mode

37 anni di carriera, 14 album ed oltre 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. La band creata a Basildon nel 1980 dal carismatico leader e cantante Dave Gahan, da Martin Lee Gore, chitarra e tastiere, e da Andrew Fletcher, tastiere e basso, nel corso del tempo ha abbracciato e sperimentato i più svariati generi musicali, dal synth pop, al pop rock, sino alla new wave. Uno degli aspetti più affascinanti dei Depeche Mode riguarda la loro evoluzione sonora e stilistica, di cui ci si accorge ascoltando la discografia in ordine cronologico, a partire dal primo album del 1981. All’inizio della loro carriera si sono dedicati ad album leggeri e ballabili. Una delle hit, Just Can’t Get Enough, adottata come coro dalla curva dei tifosi scozzesi del Celtic FC di Glasgow, è inclusa in Speak and Spell, il primo album in studio del gruppo musicale britannico, pubblicato il 5 ottobre 1981. Oppure si pensi anche a Dreaming of Me, il primo singolo in assoluto dei Depeche Mode, pubblicato sul mercato del Regno Unito il 20 febbraio 1981. Entrambi i brani –  sebbene ormai molto datati – sono ancora oggi tra i più amati e richiesti dai fans durante i concerti, proprio perché estremamente attuali dal punto di vista dei suoni, allegri, travolgenti ed in grado di trasformare il Live in una vera e propria festa.

I Depeche Mode sono poi approdati ad un repertorio più tenebroso e cupo. Già alcune tracce dell’album Some Great Reward del 1984 resero chiaro come il gruppo fosse approdato ad una nuova fase. La solarità dei primi anni stava scomparendo, per lasciare posto al buio e a un umore più malinconico. Il prodotto di questo nuovo sentire è Black Celebration del 1986, disco dai toni più cupi, gothic e dark, che caratterizzeranno tutta la produzione seguente. Enorme è stata l’influenza esercitata dai Depeche Mode sulla scena techno dei nostri giorni, ed il remix di The sinner in me per mano del dj cileno Ricardo Villalobos ne è l’esempio calzante. Gli anni Novanta rappresentano per la band di Basildon il momento di maggiore successo a livello mondiale. Nel 1990 viene pubblicato Violator, uno dei dischi più apprezzati, specie per la presenza di due tra i brani più famosi del gruppo, Enjoy the Silence e Personal Jesus. Furono anni di continue esibizioni dal vivo per i Depeche Mode, anche se parallelamente iniziarono a deteriorarsi i rapporti tra di loro. La massima fase di crisi si verificò subito dopo l’uscita dal gruppo del tastierista Alan Wilder. Infatti il 28 maggio 1996 un’overdose di speedball, mix letale di cocaina ed eroina, conduce Dave Gahan alla morte clinica per tre minuti, per poi esser miracolosamente rianimato e salvato. Con la fine dei problemi di droga di Gahan e con l’inizio del nuovo secolo si assiste ad una rinascita dei Depeche Mode, con ben 4 album pubblicati tra il 2001 ed il 2013. Concerto – manifesto di questa nuova era è il Live del novembre 2013 durante il Delta Machine Tour, in cui Gahan, Gore e Fletcher hanno deliziato l’intera arena O2 World di Berlino, mostrando la vitalità e l’energia dei tempi migliori.

Proprio in questi giorni – 17 marzo 2017 – è uscito il loro ultimo disco intitolato Spirit e pubblicato dalla Columbia Records. L’album può già essere ascoltato nella sua versione Deluxe su Spotify ed è costituito da 12 tracce, tra cui troviamo il singolo Where’s the Revolution, ormai nelle radio da diverse settimane. I Depeche Mode rapiscono ancora una volta l’ascoltatore con quei suoni sintetici che li hanno resi celebri, con melodie pensate quasi appositamente per mitigare la durezza dei testi. Spirit sarà promosso con un tour mondiale, Global Spirit Tour, il diciottesimo della band, che avrà inizio il 5 maggio 2017 a Stoccolma. Dopo la trance europea, nell’estate 2017 le esibizioni proseguiranno con date in Nord e Sud America e si concluderanno il 28 ottobre 2017 a Edmonton. Fortunatamente per noi i Depeche Mode passeranno anche in Italia: il 25 giugno a Roma, Stadio Olimpico; il 27 giugno a Milano, Stadio San Siro; il 29 giugno a Bologna, Stadio Dall’Ara. Suoneranno dal vivo vecchi e nuovi brani…Enjoy the Silence, anzi no…Enjoy the Concert!

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più incalliti è la generale tendenza di questi ultimi a considerare l’album come unità di misura basilare del prodotto musica, laddove il pubblico generalista spesso si concentra più che altro sulle singole tracce.

Negli ultimi anni si è sviluppata una tendenza in certa stampa musicale che vuole, se non ribaltare questa tradizione, quantomeno ridimensionarla e annacquarla. Pitchfork è stata una testa di ponte in questo senso (almeno per il sottoscritto), e non posso negare che l’approccio mi abbia portato ad avere una mentalità più liberale, soprattutto per quanto riguarda il pop da classifica, ma in questi ultimi mesi, e dopo anni, sono riuscito a riportare il mio livello di attenzione in fatto di musica a livelli accettabili, e devo dire che non posso fare a meno di pensare che la perdita del LP come alimento base della mia dieta musicale sarebbe devastante.

A livello di industria il vecchio 45 giri non sta ancora andando da nessuna parte: nonostante tutto il parlare che si fa dei nuovi mezzi di diffusione, la carriera della stragrande maggioranza degli artisti in qualsiasi genere è scandita dall’uscita dei full-length. Ipotizzando che i dirigenti delle etichette non siano in sincro con le abitudini dei loro clienti però, non sarebbe poi troppo sorprendente se la situazione cambiasse nel lungo periodo.

Questa sarebbe una perdita in più di un senso: darebbe la botta definitiva alla produzione di supporti fisici per la musica, incoraggerebbe una creatività sregolata e impulsiva, e penalizzerebbe qualsiasi genere in cui la traccia da 2-6 minuti non sia il formato principe.

Ci sono forse buone ragioni per accogliere il cambiamento, ed è certamente vero che quella di cui mi preoccupo è in primis la sopravvivenza delle mie abitudini (che, diciamolo, non sono davvero minacciate); ma per quanto in altri ambiti tendo a screditare gli al lupo, al lupo dei vegliardi inadatti a fronteggiare la fluidità della società e dei media moderni, in questo segmento, così importante per la mia educazione e la mia identità, non posso fare a meno di guardare con una certa apprensione alla venuta dei barbari. É ancora presto per tirare le somme degli effetti di questi processi, ma per una volta mi sento di spezzare una lancia in favore dell’ancien régime.

L’album: una specie in via d’estinzione?

Venendo da un campo album-centrico come il metal, ho per lungo tempo trascurato il valore dei singoli. Non che anche all’epoca non avessi le mie preferenze tra le varie canzoni di un disco, ma l’attenzione era invariabilmente sul tutto, e sul mio iPod non avreste mai e poi mai trovato pezzi spaiati.
Man mano che i miei gusti sono andati poppizzandosi questo integralismo è scemato. Non c’è stato nemmeno bisogno di arrivare a Beyonce o Rihanna: molti filoni più tradizionalmente “rispettabili” come punk e new wave pongono storicamente una certa enfasi sul mezzo del singolo, e sono stati innanzitutto gruppi come gli Smiths e i Cure ad educarmi in questo senso ben prima di giungere ai livelli di “corruzione” attuale.

Per imparare davvero la lezione c’è però sicuramente stato bisogno di familiarizzarsi con l’infinita distesa del pop più terra terra, che è un campo, come qualsiasi altro, che va saputo coltivare. Un po’ perchè si rivolge ad un pubblico dalla spanna di attenzione non vastissima, un po’ perchè il formato album nell’industria è a questo punto abbastanza superato, è raro che una star pop di primo piano pubblichi album degni di nota nella loro interezza. Anche nel caso in cui le singole canzoni siano tutte o quasi di pregevole fattura spesso l’album completo risulta inferiore alla somma delle sue parti per il semplice fatto che pochi si pongono il problema della coabitazione tra le traccie. Per fare un esempio l’anno scorso ho ascoltato un po’ il disco di Ariana Grande visto che mi piacevano i singoli e aveva ricevuto buone recensioni, ma la schizofrenia del passare dal pezzo su quanto si stia meglio da soli a quello sull’amore disperato nel giro di trenta secondi è più di quanto posso sostenere, e ho lasciato perdere.
L’insegnamento che ho tratto dalle mie esplorazioni è che nessuno fa tutto al meglio e diversi approcci possono portare a risultati ottimi per ragioni diverse. Scartare intere aree di ricerca non è quasi mai una buona idea anche nei molto pratici termini della volontà di massimizzare il rapporto tra godimento ottenuto e tempo sprecato.

Dopo attenta riflessione sono però anche tornato all’ovile sulla questione dei reciproci rapporti tra singoli e album. Chiariamoci, tuttora non sarei disposto a rinunciare ai primi, ma penso che non assegnare una priorità più o meno corposa ai secondi sia indice di scarso interesse per la materia.
Potrei essere disposto a farmi convincere che in effetti ci sia in qualche modo una soluzione di continuità tra i due formati, ma al netto di una visione del genere, e posto che per un certo tipo di prodotti quello del singolo resta il medium principe, non credo che l’ADHD collettivo di cui siamo preda abbia bisogno di ulteriore carburante, in campo musicale come altrove, e spero che il prendere piede del buffet dei servizi di streaming non riesca, alla lunga, a scardinare la sacralità di quello che resta ancora oggi un pilastro dell’esperienza degli appassionati di musica.
É chiaro, è chiaro, il fatto che io percepisca il formato dell’album come la fondamentale unità di misura della forma d’arte “musica” è dovuto principalmente al mio debito nei confronti delle istituzioni dell’intrattenimento occidentale della seconda metà del ventesimo secolo, e alla stessa maniera in cui la fruizione musicale cent’anni fa era diversa da quella odierna, non c’è motivo di pensare che col tempo i nostri canoni non sembreranno altrettanto obsoleti.
Diciamo quindi che quella a cui voglio dar voce oggi è la speranza che come il formato romanzo prima di lui, il formato album riesca a imporsi come un sempreverde regolatore dell’attività artistica nel suo campo di riferimento. Francamente la speranza è fievole, ma visto che oggi siamo in vena di opinioni di mezza età, diciamo anche che è l’ultima a morire.