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Tag Archives: alessandro vii

Ahì Maria, da te tornerò!

Potrebbe apparire curioso prendere a prestito le parole di una canzone per parlare di vicende storico-religiose lontane nel tempo sebbene, in fin dei conti, non troppo nello spazio. Eppure in questo caso, forse, converrà fare un’eccezione. Nella Roma del XVII secolo, infatti, numerose erano le immagini sacre della Madonna, responsabili in genere di miracoli, più o meno consistenti, più o meno probabili, a cui i fedeli tornavano sempre a votarsi in cambio di una benedizione. Ad alcune di esse si attribuivano capacità sovrannaturali come la risoluzione delle sorti di una battaglia, magari contro gli eretici protestanti (Santa Maria della Vittoria); altre volte, invece, si assegnavano alla sacra icona comportamenti fisici miracolosi come il pianto (Madonna della Vallicella). Ciò rendeva queste figure oggetto di venerazione per i pellegrini e, di conseguenza, indegna era giudicata la loro collocazione in piccole ed anguste chiesine quando, altresì, avrebbero potuto trovare posto al centro di grandi ed importanti templi, opere di altrettanto considerevoli mecenati.

Questo fu il caso della sacra icona di Santa Maria in Campitelli, anticamente in Santa Maria in Portico, la cui storia di fede e miracoli permise a Carlo Rainaldi di erigere una delle più belle chiese della città di Roma. È il 1656 e nella capitale della cristianità infuria la peste. Il popolo romano, allora, non sapendo più come sfuggire alla terribile sciagura si affida alla sacra immagine della Vergine, che la tradizione voleva essere protettrice della comunità. L’antica chiesa medievale, però, per via della sua posizione nei pressi del lazzaretto era chiusa, ma questo non fermò le folle di cittadini imploranti che, incuranti delle restrittive misure sanitarie continuarono a radunarsi nelle strade adiacenti mentre le stampe della Vergine cominciavano ad essere assurte, nella percezione popolare, a simbolo di perfetta salute.

Micco Spadaro - Rendimento di Grazie dopo la peste
M. Spadaro, Rendimento di Grazie dopo la peste, 1657

Non c’era altro da fare: l’8 dicembre i rappresentanti tutti del popolo romano si recarono alla chiesa e pronunciarono un voto solenne di trovare alla sacra immagine una più degna collocazione qualora la peste avesse cessato. E così effettivamente avvenne. Già infatti l’anno successivo la quarantena era revocata e la nuova chiesa andava dunque edificata. Un’occasione d’oro per il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, che subito colse le potenzialità di questa operazione conscio del fatto che la promozione della nuova edificazione avrebbe potuto evocare nel rione Campitelli ciò che i filippini e Borromini erano stati capaci di determinare con il complesso oratoriano poco distante: la riqualificazione di un’intera fetta della città attraverso un edificio simbolo che innescasse un circuito virtuoso di rigenerazione dei tessuti edilizi come di quelli sociali, esaltando altresì, in maniera velata ma neppure troppo, la lungimiranza del pontefice, protettore e custode dei bravi cristiani che nella città Santa risiedevano.

Un’operazione ambiziosa dunque, ma difficile da realizzarsi senza appoggi nella nobiltà patrizia romana giacché a sfavore del Santo Padre militavano undici secoli di devozione dell’icona presso l’antica sede nonché una serie di importanti miracoli, non ultimo la recente liberazione della piaga bubbonica. Fu allora che nacque una nuova alleanza, la cui risonanza ancora oggi è possibile percepire nel perfetto inquadramento che si ha della nuova chiesa dal portone di palazzo Albertoni. Il piano era vantaggioso per tutti. Il papa avrebbe patrocinato una splendida chiesa, presumibilmente in grado di rivaleggiare con i monumenti votivi più importanti della penisola italiana, come la veneziana Santa Maria della Salute, anch’essa risultato di un ex voto simile[1].

Gli Albertoni invece, essendo allora una famiglia in ascesa sulla scena politica romana, avrebbero con questo gesto affermato la loro presenza in città, nel cuore di un’area tra le più vecchie della capitale e sede di antiche e prestigiose famiglie. Infine i rappresentanti del popolo avrebbero finalmente avuto una loro chiesa di riferimento in cui radunarsi e che, di nuovo non troppo implicitamente, avrebbe riaffermato la superiorità della Chiesa al potere dei legati del popolo, almeno a Roma.

interno Santa Maria in Campitelli
interno Santa Maria in Campitelli

Tutto era quindi pronto ma non tutti erano d’accordo. In primis i sacerdoti custodi fino ad allora della sacra immagine, contrari al cambio di location imposto dall’alto. Ma anche politici locali e non, come l’ambasciatore di Spagna. Contrattempi inaspettati che tardarono i progetti papali e costrinsero il pontefice ad istituire addirittura una congregazione ad hoc che, tuttavia, non poté opporsi al volere del suo sovrano che così già aveva deciso. La nuova chiesa, ad impianto inizialmente centrale e poi trasformata nella giustapposizione di due quadrati (destinati uno alla chiesa ed uno alla sacello votivo della sacra icona), sorse così tra contrasti e dissidi, lontana da quel desiderio primitivo di assolvere ad un voto sacro.

Le famiglie nel frattempo sorgevano e tramontavano. I pontefici, altresì, andavano e venivano, ma il capitolo finale di questa vicenda fu scritto dalla Congregazione della Madre di Dio, responsabile del complesso, la quale, priva dei fondi necessari e della volontà di portare a termine il grandioso progetto di Rainaldi, non realizzò entrambe le ali che avrebbero dovuto fiancheggiare la solenne facciata. Moriva così quella suggestione berniniana oramai affermatasi di un sistema a trittico, di una logica di contrapposti per cui un elemento centrale diverso dai due laterali si esaltava in ragione della sua ineguaglianza e definiva l’intero contesto. Moriva quell’idea di integrazione con l’intorno urbano e di dialogo con il resto della città. Moriva quell’ambizioso progetto di un tempio sacro cuore di un sistema simmetrico di ali conventuali che Carlo Fontana tanto cercherà di replicare in Spagna a Loyola.

Il risultato finale non sarebbe potuto essere più distante dallo spirito che mosse Alessandro VII seppure in fin dei conti non tutto fu vanificato giacché con la nuova chiesa, effettivamente, si tornò a venerare la figura di Maria.

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piazza Capitelli in una rappresentazione di G.B. Falda

 

[1] Per un resoconto completo della vicenda qui schematizzato vedi J. Connors, Alleanze e inimicizie. L’urbanistica di Roma barocca, Editori Laterza, Bari 2005, pp.51-74.

Le terza gemella di Piazza del Popolo

Di certo, passeggiando nei pressi della romana piazza del Popolo, vi sarà capitato di dare un occhio alla strana coppia di chiese gemelle che vi si affacciano. Si tratta di Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, due edifici sacri la cui vicenda storico-costruttiva, che a prima vista potrà apparirvi banale, cela invece curiosità tutt’altro che scontate.

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Marcello Avenali-Piazza del Popolo, Olio su tela

Tutto comincia nel 1655 con l’arrivo in città della regina Cristina di Svezia la quale, unica reale convertitasi al cattolicesimo in mezzo ad un’eresia dilagante, decise di trasferirsi a Roma per occuparsi della difesa della cristianità assieme al papa. Ovviamente, venendo da nord, la regale dama sarebbe dovuta entrare per la porta settentrionale della città e di qui passare per la piazza del Popolo. Un grande corteo avrebbe poi dovuto accoglierla e accompagnarla e, a tal proposito, fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che senza troppi complimenti abbellì la vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, riqualificò l’antico accesso nelle mura romane con le enormi effigi papali (tutt’oggi visibili) e allestì una serie di strutture mobili che celebrassero il felice ingresso. Frattanto che accedeva tutto questo però, il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, si accorse che le testate edilizie della spina del tridente romano erano non solo irrisolte ma ormai indegne di rappresentare l’accesso nord della città, sempre molto frequentato dai numerosi pellegrini che da sempre vi giungevano per la via Flaminia. Così il pontefice commissionò a Carlo Rainaldi, architetto influenzato dalle nuove esperienze barocche ma sempre molto autonomo nelle sue scelte, di costruire due chiese che degnamente onorassero coloro che giungevano a Roma, sia che si trattasse di regali ospiti come di comuni viandanti.

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Carlo Rainaldi – Progetto per le chiese gemelle di Piazza del Popolo, 1661 circa

Al principio Rainaldi immaginò due chiese a croce greca, il che gli avrebbe consentito di realizzare due edifici uguali senza dover tener conto della posizione, tagliando, come si dice, la testa al toro. Questa soluzione però, forse troppo sbrigativa e semplicistica, fu ben presto scartata anche perché di tal maniera, le cupole avrebbero avuto una dimensione eccessivamente ridotta. Così decise di costruire una delle due chiese circolare (Santa Maria dei Miracoli) e l’altra ovale (Santa Maria di Monte Santo); in tal modo, infatti, le cupole avrebbero potuto avere una maggiore dimensione e, sfruttando il punto di vista privilegiato della porta del Popolo non perfettamente in asse con via Lata (via del Corso), si sarebbe potuto ingannare lo sguardo e lasciar intendere allo spettatore che entrava in città che i due edifici sacri fossero uguali.

E non si è parlato del valore simbolico della scelta. Se infatti la porta del popolo rappresentava l’accesso fisico alla città santa, centro e roccaforte della cristianità cattolica, le due chiese della piazza avrebbero rappresentato l’ingresso ideale, sacro, spirituale alla nuova Gerusalemme.

Alcune malelingue sostengono che dietro questo trucchetto ci sia stato lo zampino di Bernini e che il povero Rainaldi non abbia quindi fatto tutto da solo. Al di là di questi pettegolezzi certo è che nei due cantieri furono coinvolti sia Bernini che il suo allievo prediletto, Carlo Fontana, un architetto che di lì a poco diverrà la figura egemone della sua epoca. Ed effettivamente sul piano tecnico la scelta di collocare antistante entrambe le chiese un pronao libero è molto simile alla soluzione che Bernini aveva portato avanti nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Ariccia.

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confronto fra i progetti delle chiese gemelle e la chiesa di Francesco da Volterra

La storia tuttavia non si conclude qui. C’è infatti una chiesa, non molto distante sulla via Lata che presenta, rispetto queste chiese, incredibili somiglianze. Si tratta di San Giacomo degli incurabili, una chiesa progettata e realizzata da Francesco da Volterra, che, come le chiese gemelle di piazza del Popolo, presenta un unico ambiente centrale (ovale nella fattispecie) coronato da cappelle laterali e completato da una profonda abside. Ma non basta. Anche la trabeazione segue il medesimo criterio in tutti e tre i sacri edifici, continuando in corrispondenza del presbiterio.

Le due chiese gemelle, quindi, dipendono direttamente da questo precedente storico che, sebbene spesso dimenticato, ebbe in realtà un grandissimo successo giacché fu il primo progetto religioso capace di coniugare le istanze di longitudinalità, imposte dalla nuova chiesa controriformata, con la pianta centrale umanista.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere come mai ci si sia ispirati ad una chiesa tardo cinquecentesca. La risposta è doppia. Innanzitutto perché il barocco non si definisce in contrapposizione al passato; se infatti il Rinascimento aborriva il mondo medievale e il neoclassicismo rifiuterà categoricamente la deriva rococò che lo precede, il barocco, per suo conto, si pone in continuità con il passato, accettando le sue soluzioni e facendole proprie. In secondo luogo è necessario notare che il gusto dominante, già verso la fine della vita dei grandi maestri barocchi, stava mutando. Bernini, come anche Borromini e Cortona, difatti, agivano in piena libertà perseguendo ogni volta obiettivi specifici e giungendo a risultati unici. Per questo non utilizzavano linguaggi consolidati ma, altresì, si confrontavano volta per volta con la situazione del luogo ricercandone i punti di forza da sfruttare. Dunque la loro architettura era difficilmente imitabile e ben presto si cominciò a sentire la necessità di razionalizzare il problema, di normalizzare e chiarificare il barocco, al fine di renderlo trasmissibile. E, proprio nel tentativo di perseguire questo complesso obiettivo, Carlo Rainaldi, come altri, ripropose nei suoi progetti modelli cinquecenteschi consolidati e sicuri, come San Giacomo degli Incurabili, su cui poi innestare specifiche soluzione ed accorgimenti.

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Gaspar Van Wittel – Piazza del Popolo, olio su tela, 1718

Così, svelato l’arcano, le due chiese gemelle di piazza del Popolo possono finalmente ricongiungersi alla loro sorella maggiore per costituire insieme un unico magnifico esempio della ricerca architettonica cinque-seicentesca.