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Passare dal sussidio all’inclusione: lo strumento dei buoni di solidarietà territoriale

Un progetto per permettere l’effettiva inclusione delle persone più svantaggiate in attività di cura dei beni comuni, sostenendo contemporaneamente l’imprenditoria locale mediante una combinazione tra le dimensioni sociale, economica ed ambientale: può esser riassunto così il progetto dei buoni di solidarietà territoriale portato avanti dal comune di San Martino in Rio, una piccola realtà di circa 8000 abitanti in provincia di Reggio Emilia in Emilia-Romagna.

I Buoni di solidarietà territoriale si presentano come uno strumento innovativo, che propone un nuovo approccio verso il sostegno delle persone che si trovano in una situazione, più o meno pregnante e permanente, di disagio economico-sociale, garantito non mediante la mera elargizione di una somma di denaro secondo la classica logica assistenzialistico, ma attraverso il loro effettivo coinvolgimento in attività che da un lato migliorano l’ambiente circostante, dall’altro permettono al beneficiario di acquistare nuove skills, utili per un successivo inserimento nel mondo lavorativo, mediante un percorso di tirocinio che consente agli stessi di ricevere un’indennità, con la quale potersi sostenere economicamente autonomamente.

Cercando di evitare tecnicismi economico-giuridici, tale strumento prevede l’inclusione di determinati soggetti preventivamente individuati e bisognosi di sostegno in attività di rilievo civico-sociale mediante un apposito percorso di tirocinio e per il cui espletamento riceveranno un indennizzo sotto forma di buoni di solidarietà territoriale, ossia dei buoni di pagamento che possono esser utilizzati solamente presso le realtà commerciali locali per l’acquisto di determinati beni, principalmente di prima necessità. Prima di tale utilizzo, i c.d. BST non sono convertibili in euro e pertanto non è possibile eludere il loro fine primario; saranno gli esercenti i soli abilitati a ottenerne la conversione (fatta salva la possibilità di un loro successivo utilizzo con le medesime modalità) nel corrispettivo in euro, prestabilito al momento dell’emanazione degli stessi Buoni di solidarietà territoriale.

Da tali peculiarità si evince come si tratti di un istituto particolarmente innovativo, differenziandosi dagli ulteriori strumenti similari ad oggi esistenti nel panorama italiano, quali le c.d monete locali complementari, rispetto alle quali il neonato istituto introduce un obbligo di incorvertibilità da parte del privato beneficiario della misura, così come appaiono ontologicamente differenti dalle rinomate criptovalute, le quali, oltre a non prevedere alcun limite in tema di conversione delle stesse in denaro, non presentano un valore di cambio prestabilito, essendo esso rimesso alle peculiari fluttuazioni di mercato.

A monte di tale istituto vi è la volontà del Comune emiliano (non a caso facente parte della Regione da sempre tra le più attive nella promozione di forme innovative di cura dei beni comuni, scenario dell’approvazione del primo Regolamento dell’amministrazione condivisa), impegnatosi a stanziare le somme necessarie per la prima fase del progetto nonché a sostenere le successive evoluzioni dello stesso, ancorché mediante la costituzione di apposite forme giuridiche, e la collaborazione dei commercianti, che hanno aderito a tale progetto decidendo di accettare i buoni di solidarietà territoriale come forme alternative di pagamento. Il tutto coadiuvato dal coinvolgimento di alcuni degli economisti più illustri nel panorama italiano e dalla partecipazione di esperti legali, interpellati sulla fattibilità del progetto e sugli strumenti giuridici più idonei.

Un approccio che non solo appare particolarmente innovativo dal punto di vista economico- politico, ma altresì idoneo a superare la costante diffidenza che accompagna parte dell’opinione politica riguardo le forme di sostegno verso persone che si trovano in condizioni di svantaggio, soprattutto se di diversa nazionalità.

Una misura di sostegno economica bilaterale e valvola di sfogo delle tensioni sociali che appare segnare il definitivo passaggio dalla logica meramente assistenzialistico ad una, finalmente, effettiva misura di inclusione sociale.

Il progetto, candidato per il “Premio PA sostenibile”, è consultabile all’apposita pagina del concorso.

Labsus: il laboratorio per la sussidiarietà orizzontale

Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà, ha un obiettivo ben preciso, fondato su una certezza. La certezza è che le persone sono portatrici non solo di bisogni ma anche di capacità e che è possibile che queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale.

Così inizia la propria descrizione Labsus sul suo sito (www.labsus.org), e lo fa partendo dalla premessa essenziale che è alla base del progetto associativo: in Italia ci sono tantissimi cittadini che voglio prendersi cura dell’ambiente circostante cercando di migliorarne la tutela e la fruizione.  In molti casi non sanno però come fare, come attivarsi concretamente e come relazionarsi con l’amministrazione. Infatti gli ordinari strumenti amministrativi non appaiono, nella maggior parte dei casi, idonei a regolamentare le attività di privati che, per solo amore “comune” dei beni circostanti, vogliono partecipare attivamente per curarli, magari manutenendo un’area verde o eliminando adesivi, manifesti abusivi e tag che imbrattano una superficie. Si tratta di attività volte a curare quei beni comunemente definiti come “comuni”: beni cioè che possono esser usufruiti da tutti, la cui esistenza beneficia ed avvantaggia l’intera comunità mentre, corrispettivamente, la loro frustrazione si ripercuote su tutta la popolazione. È un gruppo eterogeneo di beni, che vanno dal verde urbano alle scuole, dagli spazi pubblici ai beni culturali, la cui essenza non risiede nella proprietà dello stesso, secondo la classica dicotomia tassonomica pubblico-privato, ma altresì sulla base della loro fruizione per il benessere dell’intera collettività.

A tal fine Labsus si è fatto promotore di un progetto innovativo ed unico nel suo genere: proporre un nuovo strumento giuridico che riconosca la possibilità dei cittadini attivi di partecipare alla cura dei beni comuni attraverso una nuova modalità collaborativa.

È nato così il Regolamento per l’amministrazione condivisa, il cui proposito è quello di dare una nuova veste giuridica al rapporto tra pubblico e privato, tra cittadini ed Amministrazione, tra amministrati ed amministranti.

Viene pertanto proposto un nuovo tipo di amministrazione, che non viene più dall’altro, relegando il cittadino a mero destinatario dei servizi erogati dall’Amministrazione, ma vi partecipa attivamente, avviando un progetto di cogestione e condivisione delle scelte; cittadino e amministrazione vengono così posti su un piano paritario, di rispettivo rispetto e collaborazione.

Un pieno ed effettivo riconoscimento della valenza dei cittadini e del loro operato sociale, attraverso la creazione di una struttura aperta a chiunque sia interessato, non solo sotto forma associativa ma anche individualmente.

L’attività dei privati, prevista e individuata nelle linee guida dal Regolamento per l’amministrazione condivisa, viene poi realizzata attraverso dei “patti di collaborazione”, ossia i singoli accordi con i quali i cittadini dichiarano di volersi prendere cura di un bene comune, indicano le concrete modalità di intervento così come l’assunzione dei rischi e delle responsabilità connesse, mentre l’amministrazione si impegna a collaborare fornendo una serie di competenze o sostegni.

Se quindi il Regolamento è la struttura necessaria per permettere la creazione di un’amministrazione condivisa, la sua vera essenza e realizzazione risiede nei patti di collaborazione, la cui declinazione potrà esser la più varia in correlazione alle peculiarità del territorio ed alle necessità locali. Ugualmente differenziati saranno gli impegni delle parti del patto: a seconda del bene comune oggetto dell’intervento nonché delle necessità e degli scopi dello stesso vengono puntualmente indicate le concrete modalità di intervento così come l’assunzione dei rischi e delle responsabilità connesse, con contestuale impegno dell’amministrazione a collaborare alla realizzazione dello scopo comune, fornendo le competenze e le forme di sostegno ritenute più idonee.

Sono iniziative che non sono solo idonee, nel concreto, a recuperare dei beni comuni a tutti, ma altresì capaci di creare nuove connessioni, superare diffidente e divisioni, mettere in moto un’energia che altrimenti andrebbe sprecata, superando il solo disprezzo per il degrado in un’azione attiva al miglioramento della situazione effettiva, creando una “società della cura”.

Dal primo prototipo di Regolamento, concretizzatosi con la prima approvazione a Bologna nel lontano 2014, la sua diffusione, dapprima capillare e limitata alle realtà dove sia la sensibilità sociale che l’apertura amministrativa avevano preparato il terreno per tale strumento, è cresciuta esponenzialmente. Ad oggi infatti una versione di Regolamento per l’amministrazione condivisa, anch’essa adattata alle necessità locali, è stato approvata in ben 141 Comuni italiani, tra cui alcuni delle principali città d’Italia quali Torino e Napoli, mentre altre 69 realtà comunali hanno avviato il suo iter di approvazione; tra i Comuni in procinto di concludere tale processo di approvazione c’è Milano, dove l’iter si trova a una fase particolarmente avanzata, alla luce della crescente attenzione che la città milanese sta manifestando per tale nuova prospettiva amministrativa.

Discorso a parte merita Roma, dove l’approvazione, arrivata all’ultimo step durante la pregressa amministrazione, ha subito una battuta d’arresto con la caduta della Giunta Marino, durante il cui governo tutte le forze politiche si erano mostrate aperte a una sua approvazione, portando ognuna in Consiglio Comunale una propria versione del Regolamento.

Ad oggi, sebbene non siano mancati incontri e manifestazioni d’interesse, il Regolamento sembra(va) esser finito su un binario morto. Alla luce di tale stallo alcune delle realtà associative romane più attive e sensibili alla cura dei beni comuni hanno deciso di creare lo scorso 12 gennaio

una Coalizione per i beni comuni, una rete informale che ha come proposito quello di portare in Consiglio comunale una delibera di iniziativa popolare per adottare il Regolamento per la gestione condivisa dei beni comuni.

Come detto, la Coalizione rappresenta una rete informale di diverse associazioni, eterogenee per scopi associativi e matrice, il cui numero cresce esponenzialmente di giorno in giorno, contando ad oggi oltre 110 adesioni.

Per poter presentare la delibera di iniziativa popolare devono esser raccolte almeno 5mila firme entro 3 mesi, ossia entro fine aprile prossimo. Per ciò la Coalizione ha realizzato e programmato vari punti di raccolta firme che sono consultabili sul sito di Labsus e soprattutto tramite la pagina Facebook della Coalizione.

Accanto al progetto “madre” della promozione del Regolamento per l’amministrazione condivisa, Labsus si impegna a raccontare sul suo sito le più importanti manifestazioni sussidiarie e di cura e valorizzazione dei beni comuni in tutta Italia, guardando anche alle esperienze fuori dallo Stivale, conscio della centralità dell’aspetto narrativo e comunicativo della sperata rivoluzione amministrativa.

Un progetto che mira quindi a permettere di sprigionare l’enorme energia che hanno i cittadini interessati a prendersi cura dell’ambiente circostante, superando gli inadeguati strumenti odierni e le varie situazioni al limite (spesso superato) della legalità. Il tutto instaurando un nuovo tipo di rapporto tra cittadini ed Amministrazione, che spesso si vedono con diffidenza o addirittura inimicizia, lamentando la reciproca inefficienza ed assenza di comprensione, lasciando tale ruolo avversativo per una nuova consapevolezza del ruolo essenziale di entrambi gli agenti per una corretta amministrazione pubblica e della necessitò di una loro collaborazione virtuosa, incentrata sul nuovo ruolo del cittadino che, posto su un piano parallelo rispetto all’Amministrazione, ne riconosce la valenza e l’importanza, accrescerà la propria fiducia nell’agente pubblico. Un circolo virtuoso anche dal punto di vista dei soggetti che beneficeranno di tale impianto: accanto ai “primi destinatari”, ossia i cittadini che potranno attivarsi per rendere migliori l’ambiente circostante, sentendosi anche più felici in virtù della consapevolezza di aver partecipato a migliorare il territorio, ed alle amministrazioni, che avranno proprio nei cittadini un nuovo alleato nell’attuazione del proprio fine istituzionale, beneficeranno di tale innovazione anche gli altri cittadini che, vedendo come i cittadini coinvolti svolgano la propria attività di recupero e cura di beni che migliorano il benessere di tutti, collettivamente e felicemente, creando anche nuove sinergie e rapporti interpersonali, potranno esser spinti ad aderire anche essi a questa innovazione. Infine anche i cittadini che rimarranno estranei all’attività concreta beneficeranno delle migliorie dell’ambiente circostante, reso maggiormente fruibile ed accessibile a tutti.

Un progetto che ha quindi una peculiarità giuridica ma radici e ramificazioni marcatamente sociali, mirando a far emergere il sottobosco del volontariato, vero motore della società spesso dimenticato o relegato a ruolo secondario (o meglio terziario), destinandogli il palcoscenico che si merita.

 

Sul sito di Labsus è possibile visionare tutti i Regolamenti per l’amministrazione condivisa approvati ad oggi con l’elenco dei relativi Comuni approvanti e di quelli che stanno in fase di adozione, nonché le notizie più rilevanti di esperienze volte alla cura e valorizzazione dei beni comuni, anche attraverso l’analisi delle sentenze e dei provvedimenti più rilevanti ed attinenti.

http://www.labsus.org/

 

Per info e contatti sulla Coalizione dei beni comuni di Roma

coalizioneperibenicomuni@gmail.com389 5826326 – 338 6587 734

I fondatori della Colazione dei beni comuni di Roma in data 11 gennaio 2018

Comitato Parco Giovannipoli, Labsus, CdQ Grotta Perfetta, Comitato Amici di Villa Sciarra, CSOA La Strada, Comitato Parchi Colombo, Comitato Verde Ferratella, Gruppo Archeologico Romano, Associazione Forum Ambientalista, CdQ Montagnola, Legambiente Lazio, Comitato Acquafredda, Parco di Montespaccato e Aurelio, Associazione Attivamontesacro, Associazione culturale Monteverde Attiva, Agire Sostenibile, Villetta Social Lab, Orti Urbani Tre Fontane, Comitato di Quartiere San Lorenzo, A.EDUC.A. Città Vivibile, Movi Lazio: Ai.Bi. – Amici Dei Bambini, Antea Associazione Onlus, A.C.SE.MA., Approdo Paulus, Casato Filo Della Rosa, Ass.Ne Camminare Insieme Onlus, A.M.S.O. – Assistenza Morale E Sociale negli Istituti Oncologici, Ass.Ne “Carlo Favilli”, Cantieri Dei Giovani Italo Marocchini, Eidos In Rete, Fondazione Don Cosimo Fronzuto – Onlus, Insieme Oltre Il Muro, Primavera ’86 . Onlus, Arpa, S.O.S. Razzismo, Rete Emergenze, Associazione Rowni-Roma Women, Hippo Pet Therapy, Ass.Ne Amici Di Claudio, Tamburi Di Pace, Aifo Roma, Anfe, Avis Formia, Informare Onlus, Televita, Comitato Di Quartiere Monteverdenuovo, Ass.Ne Invalidità Civile Roma, Associazione Casamica Onlus, Il Girotondo Della Parole, Ass.Ne Er Core De Roma, La Casa sull’Albero, Restoinpiedi, Io No, Ass.Ne Protezione Civile Solidarietà Italiana, Arap, Assoepilessia, Solidabile Onlus, Dress For Success, Zero Waste Lazio, Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare, Non Sono Rifiuti, Aisa, Ylenia E Gli Amici Speciali, Accademia Kronos, Associazione Guardie Zoofile, CdQ Tor Carbone Fotografia, Testaccio in piazza, Associazione Zappata Romana, Associazione Abitanti Prato della Signora e Zone Collegate, Retake Roma, Touring Club Italiano, Arci Roma