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Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.

L’Europa muore al Brennero

Il confine tra Italia e Austria che attraversa il valico alpino del Brennero è diventato quasi indistinguibile negli ultimi vent’anni, da quando l’Europa ha eliminato i confini formali, scrive il  Guardian.  Dalla fine della Seconda Guerra mondiale il confine austroitalico non ha più posto alcun problema e l’aquis di Schengen è stato il simbolo dell’integrazione europea e della proiezione di sé sui suoi pilastri.

Ma, ora da entrambi i lati della frontiera si sta preparando al riemergere di una frontiera vecchio stile – forse anche i controlli dei passaporti – in questa regione storicamente sensibile, dopo che l’Austria ha annunciato di voler iniziare un nuovo piano di “gestione delle frontiere” il primo aprile.

LE RAGIONI DELL’ AUSTRIA –  Al primo anno di qualsiasi corso di Scienze Politiche e di  Relazioni Internazionali, seguendo la scia della tradizione nata dalla stessa facoltà presso la Sapienza di Roma, viene insegnata la materia di statistica. Utilizzando i numeri ci si può accorgere facilmente di quanto l’opinione pubblica italiana sia condizionata da soggetti che non conoscono o che coscientemente celano i veri numeri del fenomeno che sta condizionando e attraversando l’Europa.

C’è da segnalare come Vienna a fronte di una popolazione complessiva di 8.488.511 persone, lo scorso anno abbia accolto 90.000 immigrati. Per comprendere la terra che un tempo imperava su metà Europa è utile partire dal Rapporto  pubblicato lo scorso settembre per iniziativa del ministro Sebastian Kurz (il ventisettenne membro del governo austriaco, responsabile degli Esteri, ma anche dell’Integrazione) e del rettore dell’Università di Vienna, Heinz Faßmann.

 

Il rapporto Kurz-Faßmann rivela che oltre un milione di persone residenti in Austria (su una popolazione di 8 milioni e mezzo), con o senza cittadinanza austriaca, sono nate all’estero. Assieme ai nati in Austria, ma con uno o entrambi i genitori stranieri, raggiungono il 20% della popolazione. Un rapporto molto elevato, doppio rispetto a quello italiano, con picchi soprattutto a Vienna e nel Vorarlberg, dove non a caso si possono avere classi elementari composte esclusivamente da alunni stranieri. Dalle 119 pagine della pubblicazione si apprende che nel 2013 si sono stabiliti in Austria 151.280 stranieri, mentre se ne sono andati 96.552. Il saldo di 50 mila uomini è il più elevato dal 2005.

Inoltre, l’Austria ha ricevuto 85.500 domande di asilo nel 2015, il terzo più alto numero di domande in Europa dopo Ungheria e Svezia. Un dato su cui riflettere indubbiamente poichè la decisione di Vienna rischia di trasformare questa regione, una volta simbolo di coesione pacifica dell’Europa, in qualcosa di molto diverso: l’emblema della disgregazione del continente.

 

LE BUGIE DELLA MERKEL –  Se un interessante libro dell’economista Veronica De Romanis ha tracciato i successi economici e una biografia trionfante del fenomeno Merkel, meno si sa e si è detto sulla farsa che a causa dei proclami devono subire i migranti in Germania. Infatti, secondo i dati ufficiali diramati dal governo tedesco questa settimana, il numero di deportazioni dei profughi dalla Germania ai Paesi d’origine è cresciuto del 60% dal 2014 al 2015.

Se nell’anno appena concluso i migranti rimpatriati forzatamente sono stati 22.369, nei dodici mesi precedenti le deportazioni erano state “appena” 13.851. Se spostiamo l’attenzione ai primi due mesi dell’anno in corso, possiamo notare come già 4500 persone siano state rimpatriate a gennaio e febbraio – quasi il doppio del primo bimestre del 2015.

Inoltre è aumentato esponenzialmente anche il numero dei profughi che hanno abbandonato volontariamente il Paese, dai 13.573 del 2014 ai 37.200 del 2015. Al primo di aprile, a lasciare di propria volontà il Paese nel corso di quest’anno sono già stati oltre quattordicimila. Un’immagine questa veritiera, e non prodotta dai media del mainstream, che sbiadisce di molto le immagine nella Stazione di Monaco di Baviera.

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UNA CRISI PREVEDIBILE – L’opinione pubblica è da sempre abituata a considerare le migrazioni degli ultimi anni come un’emergenza. Nulla di tutto ciò è più sbagliato. Infatti, l’argine dell’acqua salata, concetto tanto caro e poi perdente ai Borbone di Napoli, non è in grado di sopperire alle distanze macropolitiche di mancata gestione dei flussi, ampiamente prevedibili. Basti pensare che l’Italia nei prossimi 35 anni dovrà abituarsi a ricevere (e ad accogliere) oltre 100mila immigrati l’anno. A dirlo è l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite in merito alla crescita della popolazione mondiale e flussi migratori, il quale recita che “Tra il 2015 e il 2050 gli stati che riceveranno più migranti a livello internazionale (ovvero più di 100mila l’anno) saranno Stati Uniti, Canada, Regno Unito – si legge sul report – ma anche Australia, Germania, Russia e Italia”.

 

Dal Rapporto delle Nazioni Unite si evince come tali dati, frutti di studi pubblici e in possesso di tutte le nazioni, possano aiutare a comprendere come la questione ” migranti ” e ” rifugiati ” sia stata e sarà di facile programmazione. O quantomeno lo sarebbe potuta essere se solo qualche tecnico lo avesse letto e posto adeguate misure. Inoltre, e da questo elemento nascono le prerogative dei movimenti euroscettici, alla povertà legata alla non redistribuzione minima della ricchezza si legano anche le ulteriori colpe occidentali nell’aver sostenuto e fomentato movimenti che di ” ribellione ” avevano bene poco.

 

COMMISSIONE EUROPEA DOVE SEI? – Vuole il sapere popolare che il “silenzio, sia più rumoroso delle urla”, ciò vale anche per la Commissione Europea. L’organismo collegiale, che detiene maggiore sovranità e diritto d’iniziativa di ogni altro organismo in Europa, sulla disgregazione dell’acquis di Schengen e sui migranti tace. Tace nonostante ogni paese stai apportando una politica differente, spesso schizzo frenica, sul tema frontiere e migrazioni. Tace nonostante sia stato appena siglato un accordo miliardario con la Turchia e a Idomeni l’esercito macedone sconfini sparando ad altezza bambino. Tace, mentre il governo socialista francese utilizza le ruspe per sgombere Calais. Tace, mentre il pilastro sulla libera circolazione di persone e merci si stia smaterializzando. Forse, non le merci, a quelle a Bruxelles si tiene particolarmente di più se si nota la disparità di provvedimenti in confronto a quello sulle persone.

Ora, tacciano tutti innanzi al dramma dei profughi, di cui la condizione di ultimi del mondo è stata dipesa molto dalla nostra dottrina internazionale. Tacciano i giornalisti che nessun dato veritiero pongono e il dramma sfruttano a loro piacimento. Tacciano i giovani che, come ricordato dal Presidente Draghi, hanno visto scomparire la loro generazione nel loro più completo oblio. Taccia questa Europa, troppo attenta alle merci e troppo poco alle persone. E la colpa non è dell’Austria sola, ma di un’intera classe dirigente. D’altronde l’Europa è morta al Brennero.

La Grecia di Tsipras dice “NO”. Vincono la democrazia e il coraggio.

Con il 61,3% dei voti, il “NO” ha trionfato al referendum in Grecia.

Se il Paese avra’ un futuro all’interno dell’Unione Europea, e quale esso sara’, e’ ancora da stabilirsi. Ma Alexis Tsipras, Primo Ministro ellenico, ha certamente dimostrato all’Europa che la Grecia e’ forte e unita, dando al Paese una nuova forza per intraprendere nuove negoziazioni.

Il Primo Ministro ha espresso la gioia per i risultati del referendum su Twitter. “Oggi celebriamo la vittoria della democrazia. Domani, continueremo i nostri sforzi per raggiungere un accordo,” ha scritto sul social network Tsipras che, in un tweet successivo, ha aggiunto: “Procederemo con il supporto dei cittadini greci e con la democrazia e la giustizia dalla nostra parte.”

Nonostante la forte opposizione del Presidente del Parlamento Martin Schulz e della Cancelliera tedesca Angela Merkel, Tsipras ha ricevuto il supporto di illustri economisti e politici.

Che la vittoria del “NO” non sia la vittoria personale di Alexis Tsipras, ma la vittoria della democrazia, e’ infatti stato riconosciuto non soltanto da vari movimenti politici della sinistra europea, come L’altra Europa per Tsipras, ma anche da leader d’oltreoceano del calibro di Fidel Castro.

Il Líder máximo ha indirizzato una lettera al Primo Ministro Greco per esprimere supporto e ammirazione. “Il suo Paese, soprattutto il suo coraggio in questo frangente, suscita ammirazione tra i popoli dell’America Latina e dei Caraibi di questo emisfero nel vedere come la Grecia, contro le aggressioni esterne, difende la propria identità e cultura,” ha scritto Castro.

Il coraggio con cui Tsipras si e’ opposto all’austerita’ che ha devastato le sorti della Grecia e di molti altri Paesi europei per cinque anni dimostra, come scrive Marco Travaglio “la serieta’ e la dignita’ dei nuovi politici di Atene.”

 

A opporsi all’auterita’ in fovore della Grec ia e’, tra gli altri, il noto economista americano Paul Krugman, che accusa le politiche di austerita’ dell’UE di essere responsabili per la crisi dell’economia greca. “Le misure di austerita’ hanno dimostrato di essere fallimentari e continueranno a esserlo,” scrive Krugman sul The New York Times, definendo la creazione dell’euro come errore principale.

Oltre a Krugman, anche l’economista premio Nobel Joseph Stiglitz e il Professor Piketty si sono schierati a favore della Grecia. Insieme ad altri esperti e politici, tra i quali Massimo D’Alema, i due hanno usato il Financial Times per rivolgere un appello ai leader europei. “We call on European leaders to avoid creating bad history!,” ha esordito il gruppo nella lettera di appello, criticando in seguito le misure di austerita’ imposte alla Grecia ed evidenziando la volonta’ dei politici di Atene di attuare riforme.

Per Romano Prodi, ex Presidente della Commissione Europea, il vero problema giace nella mancanza di una vera autorita’ europea. Intervistato da La Repubblica, Prodi ha asserito che l’assenza di una forte autorita’ federale abbia permesso alla Grecia di entrare nell’Euro pur non avendo i requisiti per farlo.

 

Il fulcro della questione, nel caso della Grecia, non e’ economico. Anche nell’ipotesi di un’improbabile Grexit, l’UE non risentirebbe economicamente dei danni, ma la sua credibilita’ politica fallirebbe. Gli ideali d’integrazione e solidarieta’ sui quali l’UE si dovrebbe basare sarebbero irrimediabilmente minati. Mentre la Grecia, nonostante il falliento economico a breve termine, ne uscirebbe vincitrice, come il primo Stato in grado di sfidare apertamente l’austerity di Angela Merkel. Il primo Stato della moderna Europa in cui coraggio politico e democrazia sono prevalsi.

 

 

 

Germania vs Argentina: le donne, gli armadi e gli amori

Domenica al Maracanà i ricchi e virtuosi tedeschi sfideranno i poveri e indebitati argentini. Il rigore dei conti di Angela Merkel – presente allo stadio – e la locomotiva d’Europa da una parte; dall’altra un Paese a rischio di nuovo default e la più ‘interventista’ Cristina Kirchner, che non è dato sapere se sarà in tribuna. Germania-Argentina è anche lo specchio di un particolare momento storico. Due Paesi guidati entrambi da due donne, anche se l’inflessibile Fattore Merkel è distante anni luce dal “modello K”.

La ‘presidenta’ dell’Argentina, Cristina Fernandez Kirchner è una persona che non lascia indifferenti.”Complessa, agguerrita, ribelle, femminile, acida, materna”, dice la sua biografa Sandra Russo, con tratti “di freddezza, distanza e razionalità”, aggiunge.

I giornali argentini l’assediano dilettando l’opinione pubblica sui tailleur, i gioielli e gli immancabili tacchi a spillo. Ogni volta che lascia Buenos Aires per un viaggio all’estero – scrivono – le serve un Airbus intero per portarsi dietro tutti i cambi d’abito e riportare a casa tutto quello che compra nei negozi di gran lusso delle capitali europee o americane.

I bene informati hanno fatto anche i calcoli. Cristina Fernandez de Kirchner spende fra i 250mila e i 400mila euro all’anno solo per vestirsi. Nella residenza presidenziale di Olivos, alla periferia della capitale, il suo guardaroba occupa già 100mq (come un appartamento di quattro stanze) e, al ritmo attuale, avrà bisogno di almeno 400mq di giacche, gonne, pantaloni e scarpe prima della fine del mandato, fra tre anni.
Dalle accuse Cristina si difende attaccando: “Sono tutti misogini”, dice e poi, senza modestia, aggiunge che la maggior parte delle cose che indossa sono di produzione nazionale argentina. Creazioni di stilisti locali che lei pubblicizza nel mondo. Ma l’assedio continua. Già famosa per essere la donna che non mette mai due volte lo stesso vestito, ora le rimproverano anche i gioielli. “Ogni sera che esce si porta addosso almeno 50mila dollari tra orecchini, anelli, collane e altri accessori” scelti sempre con molta cura da Bulgari, Hermes e Vuitton, scriveva qualche settimana fa Noticias. Non solo: “le piacciono il cuoio, la seta, tessuti brillanti e costosi”.

La morte del marito e predecessore, Nestor Kirchner (2003-2007) il 27 ottobre 2007 ha segnato a fuoco la sua vita e la sua presidenza. Senza passare per le primarie interne del partito Frente para la Victoria, Nestor Kirchner decise che sarebbe stata la moglie a succedergli e la sua decisione venne poi avallata dal voto. Secondo la Russo, “il suo matrimonio ha significato molto più che un semplice accasarsi, è stato la nascita di un patto politico basato sulla lealtà e durato oltre tre decenni”. Per questo aggiunge la biografa, “Cristina non ha vissuto mai il suo essere moglie come una sottomissione, ma come un senso di appartenenza”.

D’altra parte Joachim Sauer, ossia Mr. Merkel, è considerato il marito-compagno più invisibile della politica tedesca. Difficile spiccare quando si è accanto a quella che per il quarto anno consecutivo è stata eletta donna più potente del mondo dalla rivista Americana Forbes. Chimico e docente universitario: in un panorama internazionale dominato da presidenti uomini e mogli che fanno le-mogli-dei-presidenti, una notevole eccezione.

Durante un’intervita alla Reuters, alla domanda su quali fossero sate le più grandi fortune della sua vita, diede due risposte abbastanza memorabili: «Aver visto crollare il Muro di Berlino». E la seconda? «Andare al festival di Bayreuth». Nessun riferimento, come allora notarono i maligni, ad Angela. Ma questo per il riservatissimo Joachim Sauer probabilmente era il logico e inviolabile rispetto del loro mutuo patto di riserbo.

C’è però un piccolo rituale che tiene insieme la famiglia Sauer: la colazione. Ogni mattina, prima di controllare gli indici economici europei e le dichiarazioni dei suoi avversari, Angela Merkel fa colazione con calma insieme al marito, un rituale a cui non rinuncia mai. L’inflessibile “Godmother” ha in realtà un’anima tenera. Avreste mai pensato che, ad esempio, il suo piatto preferito è la zuppa di patate, si estasia ascoltando Wagner e che è stata cameriera e occupy del palazzo numero 24 della via Marienstrasse nella Berlino comunista? Appassionata di calcio, il suo sogno sarebbe cenare con l’allenatore spagnolo Vicente del Bosque.

I suoi stilisti di fiducia sono Anna Von Griesheim e Bettina Schoenbach, ma il tempo in trucchi, parrucchiere e vestiti non lo perde. Gli squali (europei) con la cravatta sono pronti all’attacco.

Gran Bretagna ed Unione Europea: In or Out!

Gatwick Airport of London: atterri e ti dirigi verso il terminal del treno che porta alla Stazione Victoria. Prendi il treno e in mancanza di musica sintonizzi la radio del lettore mp3 sulla BBC1 e ascolti il seguente messaggio: “Il primo ministro David Cameron ha annunciato di voler concedere un Referendum per far scegliere ai cittadini se la Gran Bretagna resterà nell’Unione Europea”. Così, neanche atterrato, mi ritrovo a pensare che forse la vincitrice del premio Nobel per la Pace, ovvero l’Unione Europea, non è vista con diffidenza esclusivamente dai paesi latini e di derivazione culturale cattolica.

Ad analizzare alcuni degli aspetti maggiormente importanti di una tale decisione, anticipando come sempre su questo blog i tempi dei media convenzionali, fu Giulio Sansone nell’agosto dello scorso anno nell’articolo “Brexit”. La questione “In or Out” non è da affrontare in modo emotivo ed ideologico, né tantomeno la si può affrontare esclusivamente dal punto di vista economico o giuridico. L’impegno preso dal Premier inglese verso i propri cittadini è quello di ridare a loro il potere di decidere democraticamente. Infatti, chiunque abbia solamente sfogliato una decina di pagine del Diritto dell’Unione Europea può facilmente rendersi conto di come l’Europa unita sia un immenso paradosso. Nessun cittadino può scegliere chi viene messo al vertice decisionale dell’Unione, le cui direttive sono vincolanti. E, ciliegina della “non democrazia rappresentativa”, l’organo per eccellenza al centro del concetto e dell’architettura dell’ordinamento democratico, ovvero il Parlamento Europeo, vota quel che producono le Commissioni. Se Berlino e Parigi finora erano pronte a contrastare le inutili richieste dei governi di Roma e Madrid, oltre che della depredata Atene, adesso si ritrovano di fronte Londra. I britannici non hanno il concetto di “ce lo chiede l’Europa”, né tantomeno sono disposti a cedere quote di “sovranità”.

Il punto centrale è questo: nessuno tra i maggiori partiti britannici vuole realmente uscire dall’Unione Europea, ma la Gran Bretagna vuole che l’UE lasci ai singoli parlamenti nazionali specifiche politiche (capitolo sociale, immigrazione, sovranità alimentare). Qualora Bruxelles o meglio il direttorio franco-tedesco non concederà tali prerogative a Londra essa si rifiuterà di firmare i Trattati che richiedono il consenso equanime. Cinque sono i punti attualmente delineati da David Cameron per evitare il pur difficile referendum. Al primo punto vi è la richiesta di un “mercato unico” privo di sovrastrutture e burocrazia. Al secondo punto, il più importante, e per il quale neanche i più convinti unionisti tacciono le critiche, è il sopracitato “deficit democratico” espresso nelle parole del leader dei Conservatori così: “Non esiste un demos europeo, i poteri vanno nuovamente concentrati nei parlamenti nazionali” (fonte: Sole24 ore). Sicuramente molti hanno visto nell’annuncio di David Cameron un appiglio elettorale e dall’elezione del 2015 dipenderà l’indizione o meno del referendum “In or Out”. In caso di vittoria i Laburisti si sono detti contrari al voto sulla permanenza nell’Unione Europea.

Quel che resta da osservare è di come alcuni paesi, per convenienza o storia, non sono disposti a svendere la propria sovranità monetaria, la propria sovranità alimentare e le proprie politiche sociali. Berlino e Parigi sono avvertite, la partita sul futuro d’Europa e Gran Bretagna è all’inizio e nessuno accuserà mai di “populismo” gli inglesi. Una partita che interesserà il prossimo lustro e nella quale Angela Merkel sa che neanche la Luftwaffe è riuscita a piegare Londra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli