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Song of the Sea: misteri d’Irlanda

Cartoon Saloon è il nome di uno studio di animazione irlandese fondato ormai più di 15 anni fa ma “salito alla ribalta” solo di recente grazie ad un’accoppiata di lungometraggi, entrambi molto ben accolti e candidati all’oscar di categoria.
Il primo, The Secret of Kells, era ispirato al folklore irlandese medioevale, mentre il secondo, di cui parliamo oggi, è ambientato nel mondo contemporaneo. I due lavori condividono uno stile di animazione molto peculiare ed estremamente bidimensionale, pressochè “schiacciato”, in forte contrasto con il dilagare dell’animazione tridimensionale americana. Soprattutto con l’ultimo Song of the Sea lo studio capitanato dal regista Tomm Moore sembra rifarsi più alla tradizione nipponica, e sono chiare le influenze dello studio Ghibli su questi film. In particolar modo il sotterraneo filtrare del soprannaturale nel nostro mondo è un elemento che Song of the Sea propone in maniera molto simile a quello che Miyazaki aveva fatto in capolavori come La città incantata o Il mio vicino Totoro: i film irlandesi non sono ancora a quei livelli, ma fa piacere avvertire in occidente l’influenza di quel colosso che è lo zio Hayao, ormai pensionato.
Song of the Sea è la storia di Ben e Saoirse, fratello e sorella la cui madre è scomparsa in circostanze misteriose anni addietro, e che vivono col padre su un’isola. Quando Saoirse viene rapita da una strega, Ben deve investigare il mondo fatato cui le donne della sua famiglia sembrano indissolubilmente legate per recuperare la sorella e sciogliere il nodo che la lega al nebuloso destino di sua madre.
Pur non immergendo completamente lo spettatore in un mondo di favola come il suo predecessore, questo ultimo lavoro prende comunque grosse fette di ispirazione dal folklore irlandese cui alla Cartoon Saloon sembrano molto legati, e il contrasto tra il mondo fatato sotterraneo e quello moderno di cui parlavamo sopra è sicuramente il tratto di maggior fascino dell’ambientazione di Song of the Sea. Lo stile grafico molto stilizzato aiuta la resa straniante di entrambi, e l’impatto visivo nel complesso risulta quasi astratto, e rappresenta probabilmente la maggior barriera per l’apprezzamento della pellicola da parte di un pubblico di giovanissimi. È però anche il principale motivo di interesse di un film che risulta un po’ contorto e a tratti goffo da un punto di vista narrativo. Non che questi difetti arrivino mai ad appesantire esageratamente lo scorrimento degli eventi o a confondere, ma la leggiadria quasi innaturale con cui, per esempio, la Pixar è in grado di mettere in moto trame anche molto elaborate non è un’abilità che Moore e soci sembrano aver padroneggiato per ora.
Nel complesso si tratta di un film e di uno studio ancora immaturi, ma che, specie per quanto riguarda il tratto grafico, mostrano potenzialità di tutto rispetto, e che spero riescano a sbocciare con i prossimi lavori.

Si alza il vento, cala il sipario

Qualche mese fa repubblica.it andò molto vicino a causarmi un arresto cardiaco con la geniale idea di usare il titolo “Addio a Miyazaki” per la notizia del pensionamento del maestro giapponese che aveva appena annunciato il suo ritiro dalle scene. Venivo a sapere in questa maniera traumatica che Si alza il vento sarebbe stato l’ultimo film di uno dei miei registi preferiti, ed è stato dunque con una certa titubanza che mi sono finalmente deciso a guardare questo capitolo conclusivo della grandissima carriera, fortunatamente e sorprendentemente riconosciuta come tale, del timoniere dello studio Ghibli.

Si alza il vento è il primo film di Miyazaki ambientato nel mondo reale, con riferimenti a luoghi ed eventi storici ben precisi (il grande terremoto del Kanto, la seconda guerra mondiale), e ripercorre in maniera romanzata la vita di un ingegnere e designer di aeroplani realmente vissuto. Pur conservando molti dei toni e dei temi della classica produzione Ghibli, questo ultimo lavoro assume una dimensione quasi politica, sottolineata dalle dichiarazioni di Miyazaki stesso che a ridosso dell’uscita del film ha apertamente criticato il primo ministro nipponico per i suoi intenti di riforma all’articolo pacifista della costituzione giapponese, nonchè per la sua reticenza a fare i conti con gli atroci crimini di guerra perpetrati dall’esercito dell’imperatore nell’ultimo conflitto mondiale, beccandosi in tutta risposta dell’anti-patriota o giù di lì. La cosa è particolarmente paradossale perchè in realtà il film esalta la determinazione di Jiro, il protagonista, a portare a termine il proprio lavoro nonostante la consapevolezza dell’uso militare a cui le sue creazioni verranno destinate, tanto è vero che all’altro estremo dello spettro ho letto commenti di parte americana un po’ perplessi davanti all’esaltazione romantica del creatore di macchine la cui applicazione rimasta più celebre furono gli attacchi kamikaze. Nel film c’è spazio anche per un tributo letterario alla Montagna magica di Thomas Mann, apertamente menzionata, alle cui vicende si ispirano alcuni snodi della trama, tributo che ulteriormente allontana Si alza il vento dagli altri lavori del maestro, da sempre caratterizzati da una sensazione di straniamento e alterità, specialmente per quanto riguarda i mondi in cui sono ambientati.

In questo senso il film è di gran lunga il più adulto dell’intera produzione Ghibli, ma non per questo il più maturo, anzi. A rischio di passare per tradizionalista ammetterò di non aver apprezzato la svolta, che sacrifica l’incantevole innocenza di Totoro e Kiki, senza per questo raggiungere l’afflato e la potenza di Nausicaa e Mononoke. La sbalorditiva tecnica di animazione infatti non riesce a dissipare la sensazione che una storia del genere si sarebbe potuta rendere con immagini fotografiche senza che la cosa ne stravolgesse lo spirito, il che assolutamente non si sarebbe potuto dire di nessuno dei suoi predecessori, dai capolavori alle opere minori. Non dirò che mi sento tradito o amenità simili, anche solo per il fatto che il credito accumulato non sarebbe esauribile nemmeno da multiple collaborazioni con Panariello e Umberto Smaila, ma è con una piacevole sensazione di grata completezza che mi appresto ad archiviare la cartella Miyazaki, sperando che un domani il vuoto da lui lasciato possa essere colmato da qualche baldo giovine volenteroso.

Brave girls run (In my family). Parte seconda

[Continua da qui] Il secondo aspetto molto rilevante di Brave, è, come abbiamo detto, la forte impronta femminile, frutto probabilmente del fatto che la co-sceneggiatrice e co-regista è una donna. A onor del vero Brenda Chapman ha abbandonato la produzione a metà dell’opera, ma visto il risultato finale non è forse troppo azzardato supporre che per quell’epoca il suo marchio sul film lo avesse già abbondantemente lasciato.

Chiariamo subito: come abbiamo visto la settimana scorsa, ad aspettare messaggi sovvertitori o prese di posizione radicali da parte della Pixar ci si può tranquillamente fare vecchi e nel loro ultimo film non assistiamo a nessun particolare sconvolgimento dei gender roles o ad alcuna riflessione critica a riguardo. In un mondo come quello dell’intrattenimento pop però, che alle donne più o meno giovani riserva un trattamento nella maggior parte dei casi oscillante tra indifferenza e condiscendenza, un film che proponga dei valori alternativi, lontani sia da quelli patriarcali, sia dal grottesco rovesciamento che di questi è stato fatto dalla società consumistica, rappresenta un’eccezione da rimarcare nel solito mare di brave ragazze acqua e sapone, tettone esperte di kick-boxing, e upper-east-siders patite di shopping.

La strada percorsa dal film per emanciparsi da questi stereotipi è quella di un equilibrio tra i vari impulsi che se seguiti fino alle estreme conseguenze finiscono col distorcere i personaggi nei clichè di cui sopra, e visto il contesto fiabesco Brave non disdegna la forma della cautionary tale per portare a casa il punto.
Ecco dunque che lo strappo, metaforico e letterale, da cui nascerà la discordia tra Merida e la madre, è causato da un atto di violenza che la principessa commette verso i sui pretendenti. Si tratta di violenza psicologica e non fisica, ma nel momento in cui Merida decide di umiliare i rampolli degli altri tre clan sconfiggendoli in una competizione con le armi, involontariamente accetta le regole del patriarcato che la opprime, e che assurdamente collegano all’abilità guerresca il diritto al potere: se non è giusto che il migliore arciere abbia in sposa la principessa ed erediti il regno, alla stessa maniera la scarsa abilità dei tre rampolli non può essere il motivo del rifiuto di Merida. La regina, pur essendo petulante e inquadrata nel sistema patriarcale, comprende questo fatto e rimprovera sua figlia, che però, accecata dal risentimento, non comprende le motivazioni della madre e decide di prendere iniziative che si riveleranno poi decisamente controproducenti.

Questa contrapposizione tra la saggezza asservita della regina Elinor e l’istintiva ribellione della principessa Merida ricorda un po’ il confronto tra Jane Austen e Charlotte Bronte che Virginia Woolf fa in Una stanza tutta per sé. Se, usando le parole della scrittrice, “forse era nella natura di Jane Austen non desiderare ciò che non aveva” e se al contrario la Bronte “è in guerra con il proprio destino. Come potrebbe non morire giovane, contratta e frustrata?”, in Brave, che è pur sempre un esercizio nella nobile arte del lieto fine, il compromesso tra le due nature viene raggiunto e il talento irrequieto di Merida/Charlotte viene temperato dal paziente amor fati di Elinor/Jane. La positiva risoluzione giunge al termine di un percorso segnatamente intrapreso e portato a fruttuosa conclusione senza alcun intervento o aiuto da parte dei personaggi maschili, incluso il re che pure viene dipinto come un uomo di buon cuore, e con la trascurabile eccezione dei fratellini che sono troppo piccoli anche solo per parlare e agiscono comunque per pur buffo tornaconto personale.
La maniera classicamente machista di risolvere i problemi, ossia la caccia in branco a un mostro che non esiste o non è quello che sembra, viene ridicolizzata, e per far fronte alla benintenzionata foga del padre che per proteggerla l’aveva confinata nel castello, Merida è costretta a rispolverare la sua abilità con le armi, questa volta in funzione di difesa anziché offesa, dimostrando che una strada diversa esiste, è percorribile, e che a mostrarla al mondo potrebbe/dovrebbe essere una categoria di persone, le donne, che nella storia ha sempre guardato “dagli spalti” il tragico naufragare degli spicci metodi maschili. Una visione, mi rendo conto, fin troppo ottimista, che potrebbe arrivare addirittura a far sostenere una differenza radicale tra le “nature” maschile e femminile. Personalmente non credo in questa differenza, ma sono abbastanza convinto che le donne, più degli uomini, abbiano la possibilità di non fare per scelta tutta una serie di cose che in passato non hanno potuto fare per costrizione, e che da questa capacità di non lasciare che l’emancipazione consumi la sua vendetta nei confronti della discriminazione dipenda una certa fetta del futuro dell’umanità.

Per vostra fortuna sono finalmente giunto alla conclusione di questo prolisso doppio post. Non ho fatto in tempo a dire che l’animazione di Brave è un qualcosa di fuori dal mondo, né che il movimento dei capelli di Merida, marchio di fabbrica del film fin dalle primissime battute, ha un che di trascendente, e nemmeno, più in generale, che la Pixar si conferma anni luce avanti al resto del mondo nel mischiare arte e tecnologia, ma non fa niente.
Il fatto che su di un episodio tutto sommato minore nell’opera dello studio io mi sia così dilungato probabilmente dice di più della mia adorazione che non della qualità del film, ma anche provando a fare una tara al mio entusiasmo credo che il giorno in cui un film Pixar non meriterà queste ed altre attenzioni sia molto lontano, e che vi fareste un grosso torto a non dedicargliele voi stessi.