Home / Tag Archives: Anni Sessanta

Tag Archives: Anni Sessanta

Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo

Ad accogliermi nel suo studio di via Zanardelli 1 a Roma, in un palazzo d’epoca di quelli che quando ci passi davanti pensi “chissà chi ci vive” è la voce calda di Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo che ha immortalato personaggi straordinari, Dalì, la regina Elisabetta, Willem De Kooning l’uomo dalle amicizie storiche e preziose, Mario Praz, Piero Dorazio, Peggy Guggenheim, Toti Scialoja, Robert Motherwell. Nato a New York nel 1918, si è trasferito a Roma nel 1949 e non l’ha più lasciata.

Fotografo di nascita e non di mestiere, due lauree alla Columbia University, assistente di Meyer Shapiro, volontario in Cina con l’esercito americano per seguire il rimpatrio dei giapponesi alla fine della guerra, una borsa di studio in urbanistica che lo ha portato a Roma, stretto collaboratore di Adriano Olivetti, corrispondente di ArtNews e Art in America, storico e critico d’arte, giornalista ma soprattutto un uomo di passioni. L’arte non è stata solo materia da studiare, ma essenza della sua stessa vita.

Nella sua stretta di mano ho sentito tutta la forza di un uomo che porta con sé storia, esperienze incredibili, incontri; nei suoi occhi, la luce di chi ha visto tutto, tra due secoli, senza perdere la curiosità per il domani. Prima di sederci, mi fa fare un giro dello studio, ogni parete un puzzle di quadri, senza cornice perché “è così che sono arrivati”, i libri non si possono contare così come gli oggetti che colleziona, o meglio accumula, ognuno protagonista di un aneddoto. L’appartamento dai soffitti affrescati apparteneva al conte Giuseppe Primoli, pronipote di Napoleone e confina con la fondazione Primoli alla quale Milton ha donato 72.000 negativi e 10.000 volumi della sua biblioteca.

Sulla scrivania un uovo di struzzo, un regalo proveniente dall’Etiopia e una palla di cannone datata 1870, “ha preso parte alla Presa di Roma”.

Lei è un giornalista, scrittore, critico d’arte, due lauree, una in chimica e biologia l’altra in arte e archeologia, una borsa di studio in urbanistica, quando ha capito che sarebbe diventato un fotografo?

Negli anni Settanta. Ho sempre scattato, da quando avevo 14-15 anni, sempre. Ma è stato negli anni Settanta, seconda metà, quando la mia amica Carla Panicali che aveva una galleria in via Gregoriana, un giorno mi disse che era furibonda perché “Motherwell ci impone la moglie che è fotografa e sono costretta a fare la mostra alla moglie di Motherwell e sono indignata!”. Poi si illuminò e mi disse: “Io preferisco fare una mostra delle tue foto!” e così ho avuto la mia prima mostra alla Galleria Marlborough.

La prima foto che ha scattato?

Non ricordo esattamente ma è sicuramente una fotografia degli anni a New York, quella alla tomba del generale Grant, una cosa monumentale in stile greco romano.

“Esita quando gli domando quale foto lo rappresenta meglio… <<non una singola, c’è da scegliere… non saprei>> dice chiamando in aiuto il nipote Bartolomeo, che lavora con lui e lo segue nei progetti della Fondazione. <<A te quale piace? Che ne pensi?>>

<<A me piacciono le foto scattate in Sicilia negli anni Cinquanta, ma più di tutte quella che hai scattato  alla tua ombra sull’Appia Antica, un antenato dei selfie di oggi>> risponde il ragazzo”.

A proposito dei selfie, che è quasi una mania, la possiamo considerare fotografia? La tecnologia  poi aiuta, ci sono corsi di ogni tipo, tantissimi filtri, i social dedicati solo alla fotografia, tutti si improvvisano fotografi, ma si può imparare ad essere fotografo?

Tutti siamo fotografi, anche grazie al telefonino. Si può imparare la parte tecnica ma l’occhio devi averlo, come tecnico della foto puoi diventare qualsiasi cosa ma solo l’occhio fa delle foto particolari. C’è anche la fortuna, è come un gioco di numeri, scatta scatta scatta… qualcosa deve uscire!

Lei fotografa in bianco e nero. Il colore non determina la vita?  Qual è il suo colore preferito?

Lo so che c’è una sorta di pregiudizio, di snobismo riguardo al bianco e nero, ma per me non è così, è gusto. Si possono fare foto magnifiche a colori, una buona sorpresa è di guardare le foto della fine dell’ Ottocento fatte a colori che sono stupende, i colori sono saturi. Io preferisco lo spettro dei colori, la gamma, gli insiemi delle tonalità, le declinazioni del grigio.

È ancora interessante fotografare l’uomo?

Sempre, sì, siamo umani più o meno. In primo piano. Anche in posa. La posa è anche mobilità, fotografare una persona che salta, è comunque una posa. Negli anni Venti andava di moda fotografare le donne, le belle donne, con gli occhi chiusi, come se sognassero.

Può una fotografia cambiare il mondo? Penso a Hiroshima o alle Torri Gemelle…Nella civiltà dell’immagine, si possono scuotere le coscienze con un’immagine o di immagini siamo saturi?

Una foto vale dieci discorsi, sì e come!

Arte vuol dire anche essere moderni, oggi nell’era della tecnologia, c’è ancora qualcosa da scoprire, o si è visto tutto?

Si può ancora digerire quello che è stato scoperto, soprattutto grazie alle fotografie che hanno intensificato la possibilità di ricordi del passato. Il campo degli artisti che lavoravano con le mani.

Oggi è difficile vedere un artigiano, un artista che lavora con le mani, in quasi tutti i campi dell’arte la tecnologia ci ha messo lo zampino, ma questo toglie anima all’opera?

Si può arrivare alla pittura senza dipingere, ad esempio Niki de Saint Phalle ha improntato la sua carriera di pittrice sparando i colori da una specie di pistola. Poi c’è Jackson Pollock che metteva la tela per terra e ci versava i colori.

Lei è un testimone del tempo, come è cambiata l’Italia?

La grande trasformazione è stata economica, negli anni Cinquanta questo paese usciva da una disfatta militare ma soprattutto politica. La miseria era evidente, molto visiva, nel meridione ma anche a Genova. Ricordo le rovine dopo i combattimenti, gli attacchi aerei. Quando sono arrivato alla fine del 1949, sbarcai con la nave a Napoli e da lì risalimmo in macchina fino a Roma e strada facendo era un susseguirsi di ruderi. Poi a Roma quello che colpiva tanto era che non c’erano né cani né gatti, le famiglie non potevano permettersi altre bocche da sfamare. Le macchine erano pochissime e io mi sentivo molto privilegiato perché acquistai un’automobile, una Fiat Balilla del ’37 e così sono diventato molto popolare tra gli artisti.

Chissà quanti passaggi…

Sì, per andare al mare! L’amico Lucio Manisco, faceva parte di “Forma1” il gruppo di Perilli, Dorazio ed inventò un quotidiano che si chiamava “Domenica Sera” ed era gratis, grazie alla pubblicità. Tutti gli amici lo aiutavano nella distribuzione che veniva fatta con la mia Balilla color blu mezzanotte. Mettevamo questi pacchi di “Domenica sera” nella mia auto e si andava a Piazza Colonna, offrivamo questi giornali gratis ma la gente era diffidente- ride- tanti correvano via..

Di cosa trattava la “Domenica Sera” e lei ci ha mai scritto?

Il quotidiano si occupava di tutto, arte, società, politica, spettacolo, personaggi famosi…Mi ricordo di un servizio su Tamara Lees, era molto molto bella…Io non ho mai scritto per la “Domenica Sera”, ancora non scrivevo in italiano

È stato difficile imparare l’italiano?

No, Io poi, all’inizio mi lanciavo in francese che sapevo parlare, lo avevo imparato al liceo a New York, man mano ho acquisito un modo di parlare e mi facevo capire. Ero già stato in Italia, nel ’39. 10 giorni da Venezia a Napoli, il Grand Tour. Volevo vedere tutto quello che potevo prima del cataclisma della guerra. Ad Atene, non avevo più soldi  e allora sono andato all’Ambasciata americana, sbandierando i nomi dei miei professori della Columbia. Mi hanno dato dei soldi e mi hanno chiesto quali fossero i miei progetti. Io risposi di voler visitare Istanbul e loro mi dissero di dimenticarmela perché eravamo sull’orlo della guerra. Sulla costa francese, per non parlare di Parigi, le strade erano deserte, per fortuna rimediai una bici per trasportare la mia valigia.

Una mattina mi svegliai, era il 1 settembre 1939 e una voce agitatissima gridava che la guerra era cominciata. Quello fu un momento molto triste per la mia generazione. La Francia era il centro del mondo, l’impatto di vedere al cinema Hitler sotto l’arco di trionfo che faceva dei piccoli passi di danza per celebrare la vittoria…terribile.

In America la guerra non ha toccato il paese

Il paese era diviso in due, chi diceva che bisognava prenderne parte e chi diceva America First! Un eroe nazionale come Charles Lindbergh che compì la prima trasvolata atlantica, era contrario alla guerra, andò perfino da Hitler e accettò una decorazione. Poi la Chiesa cattolica era contraria perché tanti nella Chiesa erano legati al fascismo in quel periodo. C’era un prete, Father Coughlin che parlava alla radio da Chicago e incitava il pubblico dicendo “non è la nostra guerra”. Senza l’attacco dei giapponesi saremmo rimasti fuori.

Lei ha conosciuto uomini e donne straordinari, Peggy Guggenheim, la regina Elisabetta, Dalì…Quale persona che ha fotografato l’ha colpita di più?

Non ho mai fatto una foto dell’uomo che ho più ammirato in Italia, Adriano Olivetti, non me ne rammarico perché sarebbe inutile ma mi rendo conto che era una persona che ammiravo veramente, totalmente e non l’ho fotografato. La mia foto mancata è decisamente quella ad Adriano Olivetti.

Collezionista di quadri, molti li ha venduti. Un’opera che si è pentito di aver venduto e una dalla quale non è stato in grado di separarsi?

Mi piaceva molto Porta Portese o via del Governo Vecchio dove c’era un mercante dal quale compravo, Peretti, molto simpatico. Non mi sono pentito perché ho venduto solo i quadri che o non mi piacevano tanto o erano troppo grandi. In genere non vado per i pentimenti.

Il suo libro preferito?

Una biblioteca!

Lei ama vivere in mezzo alle cose, è la necessità del ricordo?

Sì, quella bandiera per esempio, per me è un ricordo della guerra.

“Con l’accento americano che non ha perso, Milton mi racconta di quando con i suoi compagni del gruppo ingegneria combattente sbarcò a Formosa, poco prima che la guerra finisse e poco prima dello scoppio della maledetta bomba. In Cina aveva avuto il compito di seguire e scrivere sul rimpatrio dei Giapponesi, << era un movimento di massa, abbiamo forzato il rimpatrio di tre milioni di giapponesi, pensa che quasi due generazioni di giapponesi a Formosa, il Giappone non lo avevano neanche mai visto >>. Più o meno per caso venne coinvolto nella missione per arrestare il Governatore di Formosa. << Siamo andati al palazzo per arrestarlo e durante l’operazione ho preso quella bandiera per ricordo, firmata dai suoi collaboratori. L’ingresso era sbarrato, un soldato si è arrampicato e ci ha aperto da dentro. Abbiamo attraversato il giardino per arrivare alla casa, nella quale siamo entrati tramite una porta finestra. In un vasto ambiente che sembrava la hall un albergo con poltrone e divani coperti di stoffa floreale, un mare…non c’era nessuno finché una figura si è alzata da una poltrona, la testa e poi il corpo. Era il Governatore, si è alzato ci ha guardato…eravamo io, un amico, un generale cinese, un colonnello inglese e un colonnello americano… poi ha detto in inglese “Gentlemen i’ve been expecting you” >>. Mi parla anche di un ventaglio e di una spada…Mi dice che in una disfatta tutto può succedere, anche che si porti a casa un ricordo, o due, o tre”.

C’è una scena di miseria che l’ha colpita più delle altre?

Il crack economico del ’29 negli Stati Uniti. La crisi era molto evidente a New York e mi colpì molto. Mio padre aveva un’auto di lusso e mi vergognavo ad andare per le strade, vedere file di persone che aspettavano per una scodella di zuppa. Central Park all’epoca era piena di tuguri, di baracche, persone che non avevano più nulla, non avevano più la casa e si erano accampati lì. Anche lungo il fiume Hudson, la parte di Riverside Drive, tuguri anche lì. La crisi era molto visiva e rispetto alla crisi di oggi non c’è paragone. C’era un clima di disperazione tangibile, le cose poi sono cambiate con l’elezione di Roosevelt. Democratico e molto amato, forse perché  Hoover era un Repubblicano. Quando durante l’addestramento diedero la notizia della morte di Roosvelt, tutti vicino a me si misero a piangere.

Qual è il periodo a cui è più legato della sua vita a Roma? Negli anni Sessanta la piazza e i caffè davano intimità e contribuivano al confronto, allo scambio di idee tra artisti di rami diversi, cinema, letteratura, pittura, luogo di ritrovo più degli studi di via Margutta. Oggi che viviamo nell’era dei social e della connessione sembra che questi mondi non comunichino più…

É difficile isolarne uno, tutto è stato molto interessante. Ricordo che se andavi alle sei o sette da Canova a Piazza del popolo potevi trovare il mondo romano dell’arte. Quando non c’è un flusso di soldi, gli artisti si aggregano e nel momento in cui c’è il flusso di soldi allora l’artista sta per conto suo. Gli artisti sono molto coinvolti in loro stessi, in genere sono “ego-maniaci” e nel momento in cui si liberano dalla necessità del denaro allora stanno per conto loro.

Era un latin lover? 

Non sono latino…

All’epoca, avere la passione per la storia dell’arte in America che di storia ne ha poca, poteva essere considerato un limite?

In un certo senso sì, ma c’erano dei professionisti. Tanti furono gli artisti che negli anni Trenta giunsero in America dall’Europa per fuggire da Hitler e vennero accolti dalle Università, a beneficio degli Stati Uniti e tanto peggio per la Germania!

Che effetto le ha fatto incontrare la regina Elisabetta, la famiglia reale e trascorrere del tempo con loro?

L’idea di persona reale era lontana per me ma dato il legame tra la mia ex moglie e  la principessa Margaret ho conosciuto tutta la famiglia reale e sorpresa! è una famiglia che funziona come una famiglia! Elisabeth, con una grande passione per gli animali, curava i suoi cani corgi e i cavalli, potevi incontrarla con la sella sotto braccio. Era una donna forte ed una guidatrice eccelsa, davvero straordinaria, era stata istruita nell’esercito. La sorella invece era di un altro stampo, molto più emotiva, avventurosa, suonava il pianoforte, cantava, era alla mano, non aveva gli obblighi pubblici che spettavano a Elisabeth.

Ormai sono due ore che parliamo, prima di salutarci, Milton mi fa fare un ultimo giro dell’appartamento, mi mostra una foto della madre ritratta con gli occhi chiusi, una di quelle che andavano di moda negli anni Venti, il letto che aveva nella sua casa sull’Isola Tiberina dove Antonioni girò “L’avventura” nel 1960, i quadri di Dorazio, Perilli, Manisco e Scialoja, mi mostra orgoglioso la tesi di laurea del nipote. E poi, prima di salutarmi, mi fa firmare il libro degli ospiti.