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Old Jack: la nuova politica audio di Apple

Come è ormai arcinoto Apple ha deciso di rimuovere il jack delle cuffie dal nuovo modello di iPhone che è stato messo sul mercato in questi giorni.

La mossa è stata molto discussa, principalmente in termini negativi, ma le possibilità che influenzi al ribasso le vendite del dispositivo non sembrano particolarmente elevate (al netto ovviamente della generale tendenza calante del mercato degli smartphone, ormai vicino alla saturazione).

Non ho mai posseduto un iPhone e faccio fatica a pensare che potrò mai giustificare l’investimento richiesto viste le ottime alternative sul mercato, ma ho sempre trovato i telefoni di Cupertino belli da vedere e, per quel poco di esperienza che ne ho fatto, piacevoli da utilizzare. In termini di funzionalità penso che la percentuale di clienti per cui acquistare uno smartphone di fascia alta abbia senso sia pressoché inesistente, ma non mi sento di portare rancore verso Apple per quei 100 euro in più che scuce ai suoi acquirenti rispetto alla concorrenza: se Samsung potesse fare altrettanto (o anche solo pensasse di poterlo fare), lo farebbe, e c’è un qualcosa di poetico nell’arroganza con la quale l’azienda di Steve Jobs ha sempre preteso di sapere cosa sia bene per i propri clienti meglio dei clienti stessi.

La rimozione di questo elemento, che da parecchio tempo diamo per scontato in qualsiasi tipo di dispositivo mobile, appare a prima vista come un atto di tirannia gratuita, specialmente vista l’inconsistenza delle giustificazioni fornite da Apple. Non mi piace la dietrologia a tutti i costi, ma nè l’economia di spazio, nè la resistenza all’acqua (certificazione ottenuta da altre aziende senza questo sacrificio) mi sembrano questioni di un’importanza sufficiente a giustificare l’incomodo che Apple si è sentita di poter appioppare ai suoi clienti.

Sinceramente non so fornire una spiegazione più sofisticata, e a meno di ulteriori rivelazioni sul piano industriale di Cupertino mi sembra difficile ipotizzare che lo stimolo alla vendita di cuffie wireless possa essere una motivazione sufficiente a giustificare questo polverone.

L’unica ipotesi che mi sento di avanzare è che la strategia di marketing messa in atto sia quella di suscitare controversie di questo tipo con lo scopo di conservare l’immagine di azienda avanguardista su cui Apple ha costruito il suo impero, e che negli ultimi anni trova meno riscontro nelle scelte della società. Ci sono ottime probabilità che semplicemente gli ingegneri della mela sappiano tutta una serie di cose che io non so, ma trovo fascinosa l’idea che il nuovo iPhone sia stato reso deliberatamente peggiore di quello precedente (come è stato ipotizzato da una parodia), tanto per fornire un argomento di discussione ai polemisti del web.

Chiaramente le migliorie del nuovo modello rispetto a quello dello scorso anno saranno state concentrate in altre aree, ma è difficile pensare che l’aumentata gamma di colori dello schermo, o il pulsante home che non è più un pulsante ma una superficie touch con un motore di vibrazione, siano features che renderanno felici più persone di quante soddisfaceva, nella sua banalità, il vecchio jack audio.

In questo senso, insieme al MacBook con una sola porta I/O, questo nuovo iPhone potrebbe rappresentare una fase di hubris ancora più esasperata nella storia di un’azienda che non ha mai fatto dell’umiltà il tratto caratteristico della sua immagine. Non posso dire che Tim Cook e compagnia abbiano fatto alcun passo avanti verso il mio portafoglio, ma se presa come una specie di happening situazionista, o più banalmente come una trollata con un secondo fine, questa strategia promozionale potrebbe essere una delle cose più creative ad essere state designed in California e made in China negli ultimi anni.

Smartwatch: il gadget del futuro?

Ogni volta che un nuovo gadget tecnologico si affaccia sul mercato di massa non tardano a sbucare dalle loro tane schiere di Savonarola, pronti a fare il salto logico dall’adozione dell’ammennicolo in questione al declino della cultura occidentale. Dal Gameboy che avrebbe reso cieca e alienata un’intera generazione, al Kindle che mette a rischio la nobile arte della deforestazione, è raro che gli afflati luddisti di larghe fette della popolazione non vengano stuzzicati da questi profeti della domenica, e per quanto la lista di falsi allarmi sia ormai lunga chilometri non siamo ancora molto vicini al momento in cui queste resistenze saranno un fatto del passato.

Trovandomi solitamente dall’altra parte della barricata è però possibile che io sia occasionalmente incline ai facili entusiasmi, e quindi quest’oggi, per fare esercizio di pensiero critico, voglio spiegare i motivi per cui credo che l’ultima tendenza in fatto di gadget tecnologici sia destinata ad un oblio abbastanza rapido.
Mi riferisco ovviamente agli smartwatch, un prodotto che è stato per un certo periodo relegato alla nicchia dei nerd più incalliti, ma che con l’ingresso di Apple sul mercato sembra destinato a compiere il balzo nel mainstream.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando, gli smartwatch sono degli orologi da polso pensati per fare da complemento agli ormai diffusissimi telefoni multimediali, e che permettono di gestire le notifiche e utilizzare comandi vocali o un certo numero di applicazioni specifiche, spesso legate ai sensori biometrici di cui molti modelli dispongono.
Molte delle tecnologie su cui questi arnesi si basano sono in una fase non ancora matura, e da qui nasce ovviamente la potenziale trappola in cui si rischia di cadere quando si prevede il fallimento di una tecnologia: l’attuale incarnazione di questi oggetti potrebbe essere molto distante da quelle che avremo a disposizione tra nemmeno moltissimo tempo, e la probabilità che un giudizio dato ora si riveli frettoloso è dunque alta.

In questo caso mi sento però in vena di sbilanciarmi perchè trovo ci sia una lacuna fondamentale nella concezione degli smartwatch, che non mi sembra particolarmente vicina ad essere colmata. Il problema, per come la vedo io, è che l’aggiunta dello smartwatch al carico di aggeggi che quotidianamente ci portiamo appresso non risponde a nessun bisogno particolarmente fondamentale. Ovviamente la definizione di “bisogno fondamentale” è relativa, ma al di là di tutto credo si possa essere d’accordo che quello di comunicare con gli altri e di essere informati su quello che accade intorno a noi sia un istinto piuttosto naturale. Ovviamente si potrebbe argomentare che la soddisfazione di questo “bisogno” che abbiamo nella società occidentale contemporanea sfoci nella sovrabbondanza e nell’eccesso, ma è fuor di dubbio che l’oggetto “telefono portatile” nelle varie forme in cui si è manifestato risponda ad un’esigenza condivisa dai più.
Lo smartwatch al contrario è pensato come un complemento ai device che già possediamo e, più che aprirci nuove possibilità, la sua funzione è quella di permetterci un accesso più immediato alle funzionalità offerte dagli strumenti che già ci portiamo in giro, in primis gli smartphone.

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La cosa di per sè non è priva di meriti, ma ad una convenienza che mi sembra per ora più su carta che altro, corrispondono una serie di costi estremamente concreti che mi fanno propendere per lo scetticismo. Non parlo solo dei costi economici, che sono evidenti ma che la prima generazione di qualsiasi prodotto mette più in risalto di quelle successive, quanto di costi in termini di praticità. L’orologio da polso è nel 2015 un oggetto puramente decorativo, che continua a essere indossato da una percentuale sempre più ristretta di persone per motivi che di pratico hanno poco e niente. Convincere il consumatore medio a riavvicinarsi ad un prodotto da cui si era allontanato, evidentemente perchè ritenuto superfluo e scomodo, è un’impresa che richiederà molto più che la promessa di poter leggere le notifiche con mezzo secondo di anticipo. A questo si aggiunga che lo smartwatch va ad allungare la già troppo lunga lista di arnesi del cui livello di carica siamo quotidianamente costretti a preoccuparci, e si otterrà un quadro quantomeno problematico.

La prima ondata, forte dell’effetto novità, sarà probabilmente cospicua, ma credo che per conservare l’interesse del pubblico le aziende dovranno fare più che affinare le attuali potenzialità dei loro prodotti. Ovviamente sviluppi in questo senso non sono impensabili, ma, più che una serie di incrementi quantitativi, ci vorrà un cambiamento di paradigma come quello che ci ha portato dai vecchi cellulari agli odierni smartphone per rendere questi orologi di nuova concezione dei veri e propri must-have per una fetta sufficientemente larga di consumatori.

GoPro – Un fotogramma di successo e controtendenza

Ogni estate regala mode in fatto di mete di villeggiatura, abiti e cocktail. Negli anni dieci ciò accade anche per la tecnologia. Si è passati rapidamente dall’Iphone Apple al sistema Android s Samsung, con intervalli di bracciali per l’equilibrio alla spasmodica moda delle reflex. A segnare il mercato e porre sulla via tracciata da RedBull una distinzione composta nell’utilizzatore dell’oggetto o bevanda vi è la GoPro. GoPro è un marchio di proprietà della società californiana Woodman Labs che dal 2004 rappresenta videocamere/fotocamere “indossabili”  resistenti all’acqua e ad urti, considerate parte della fotografia d’avventura. Grazie al binomio avventura e sport estremi, uniti alla saggezza della programmazione tecnica, si è imposta nei mercati reali ed ha collezzionato appassionati anche tra i migliori creativi mondiali. L’azienda mantiene un elemento che l’accomuna alla maggior parte degli altri grandi che si sono imposti sul mercato mondiale nel ventunesimo secolo ossia l’essere californiana, precisamente di San Mateo.

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Fino a qualche tempo fa Nicholas Woodman era il signor nessun, ma a trentanove anni sta vedendo il frutto della sua intuizione e scommessa imprenditoriale. Laddove Apple e Kodak hanno fallito, Nicholas Woodman ha trovato la sua eldorado, poichè GoPro è figlia della tecnologia QuickTake 100, la prima fotocamera digitale di massa, sbarcata sul mercato nel 1994 la cui potenza d’incisione nei mercati è stata gettata alle ortiche da Apple e, soprattutto, Kodak. Quel che pone in rislato al momento il successo GoPro in questa analisi, non sono le sconvolgenti vendite o il dato tecnico, ma la sua entrata nel mercato azionario del Nasdaq. Nasdaq e IPO che equivalgono alla pratica di uno sport estremo.

Per IPO  (initial public offering)s’intende l’offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Le offerte pubbliche iniziali sono promosse generalmente da un’impresa il cui capitale è posseduto da uno o più imprenditori, o da un ristretto gruppo di azionisti, i quali decidono di aprirsi ad un pubblico di investitori più ampio contestualmente alla quotazione in Borsa e al valore che viene dato alle singole azioni. Era dalla quotazione di Duracell nel 1991 che non si vedeva un record di adesioni all’IPO di questo tipo. Rispetto agli obiettivi iniziali la società di San Mateo sembra aver preso, parafrando il linguaggio del Surf, l’onda giusta.  Tant’è che cavalcando l’onda del mercato azionario, nell’indice tecnologico più importante al mondo, il titolo ha aperto a 28,65 dollari per azione, in rialzo superiore al 20% rispetto al prezzo di collocamento, fissato a 24 dollari per azione. Ventiquattro dollari che rappresentano il valore più alto della forchetta prevista tra 21 e 24 dollari. E non solo poichè le quotazioni sono aumentate fino a toccare il prezzo di ben 32 dollari per azione, per poi ridiscendere a quota 30. Complessivamente  la società californiana appartenuta a quel che un tempo era il signor nussuno ossia Nicholas Woodman, ha venduto 17,8 milioni di azioni GoPro, con una raccolta pari a 427 milioni di dollari ma sopratutto una valutazione iniziale della società nell’ordine dei 3 miliardi di dollari che, secondo alcuni fondi d’investimento, arriverà a 3,6 miliardi di dollari. Il tutto all’interno di un solido attivo societario, in controtendenza agli altri grandi che vedono perdite colossali.

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La borsa sarà uno sport estremo, ma il signor nessuno Nicholas Woodman pare avercela fata. D’altronde non serve seguire i trend del momento per ottenere successo e serenità. La GoPro è la storia che nel momento di massima inflessione delle telecamere digitali, con un mercato che ha accantonato una tecnologia gettata quale la QuickTake 100 che si decide di utilizzare, nella specificazione di un segmento di fotografia preciso si trova la chiave del successo. Insomma, a esser “bastiancontrari” si vince. GoPro, un fotogramma di successo e controtendenza. 

Lui, lei e l’Apple

Spike Jonze è sicuramente un regista di talento, ma non sono forse l’unico a pensare che il suo potenziale si sia realizzato molto sporadicamente durante la sua carriera, e più che altro nell’ambito che l’ha lanciato, ossia quello dei clip musicali. Questa mia opinione ha subito un po’ un colpo da quando ho visto Her, che mi è sembrato di gran lunga il suo film migliore e un’opera che se da sola non basta a proiettarlo nell’Olimpo del cinema contemporaneo, sicuramente mi farà attendere con molta più premura i suoi nuovi lavori.

La trama è ormai nota: uno scrittore di lettere conto terzi installa sul proprio computer un sistema operativo di nuova concezione gestito da un’intelligenza artificiale sofisticatissima, in grado di apprendere dall’esperienza e sviluppare sentimenti umani. Tra Theodore -il protagonista- e Samantha -il sistema operativo- nasce ben presto una relazione sentimentale i cui alti e bassi riempiono la gran parte del film.

Il tono della pellicola è a tratti molto patetico e la storia d’amore è memorabile se non altro per la particolarità della situazione, ma il lato che ho trovato più interessante di Her è la sua visione fantascientifica del futuro prossimo. I cieli della città in cui Theodore si muove non sono percorsi da navicelle volanti e non ci sono ologrammi che fungono da interfacce per dispositivi vari, ma la caratterizzazione della maniera in cui la tecnologia potenzialmente influenzerà il nostro stile di vita è una delle più interessanti a memoria recente, nonchè una delle più plausibili.

Certo, l’intelligenza artificiale perfetta che il film descrive non è proprio dietro l’angolo, ma Samantha può essere presa come un’iperbolizzazione dell’indirizzo che alcuni grossi nomi dell’industria informatica sembrano voler dare ai propri prodotti. Molti dei set del film e degli oggetti che passano per le mani dei personaggi sembrano progettati dai designer della Apple, e l’approccio generale al computer come scatola nera sembra proprio quello della casa di Cupertino, che storicamente dedica ai metodi di interfaccia e al lato esteriore delle proprie macchine un’attenzione maniacale che ha come presupposto l’assunto che l’utente non sia interessato a quello che accade sotto il cofano, ma solo alle possibilità di migliorare la propria produttività o il proprio intrattenimento che la macchina offre.

Il film dà per buona questa mentalità ed esplora alcune possibili ramificazioni con uno sguardo che non vuole essere allarmista ma che sicuramente non ci restituisce una visione rosea delle prospettive future. Da studente di informatica sono per forza di cose dell’altro partito, quello che vuole assolutamente sapere cosa c’è sotto il cofano, e pur non antagonizzando aprioristicamente l’approccio alla computazione della Mela trovo vagamente deprimente un futuro in cui l’utente di una macchina diventi sempre più una componente esterna del processo computativo, fino al per ora impensabile estremo in cui il computer assume pressochè pari dignità rispetto al suo manovratore.

Il finale del film anche è alquanto iperbolico e sfocia in una dimensione che va al di là di queste discussioni sulla tecnologia, ma noi che ai computer vogliamo bene anche quando non hanno la voce di Scarlett Johansson possiamo leggerlo come un appello per un altro tipo di etichetta nei rapporti uomo-macchina, che sia più rispettosa delle prerogative di entrambi.

Apple torna a casa

E’ inverno e la casa del mio amico Jacopo si trasforma in un dolce quanto squinternato club per ragazzi il cui unico obiettivo è infilare la 8 o la 15 prima dell’avversario. Così nello scorrere di sponde e palle finalmente andate in buca, lo stesso Jacopo prendendo il suo iPhone per rispondere al centounesimo messaggio di chat, ci informa della notizia che Apple a breve sarebbe tornata negli USA.

La scelta di Cupertino passa direttamente dalle parole del chief executive Tim Cook ed è uno di quegli annunci capaci di far restare il pubblico dei consumatori sorpresi. Sì, apparentemente la scelta della Apple di tornare in patria, in un’epoca in cui il dogma dell’industria è delocalizzare, può sembrare quantomeno poco redditizia e per alcuni aspetti anacronistica. Eppure, anche nell’Italia in cui il Gruppo Fiat fugge, multinazionali del calibro di Luxottica sono tornate a produrre nel luogo della propria sede legale. Dietro la scelta di Tim Cook e dell’Apple vi sono analisi economiche e geopolitiche ben più grandi delle parabole dei professori da talk-show alla Ballarò.

Un annuncio capace di far rimanere almeno parzialmente nell’ombra il calo del titolo Apple in borsa da oltre un semestre. Se dalla crisi gli Stati Uniti d’America stanno imparando qualcosa è che dal manifatturiero si possono avere grandi margini di profitto. Nel rapporto “Made in America, again” del Boston Consulting Group è stato analizzato come oltre tre quarti delle grandi industrie che operano nel campo manifatturiero abbiano piani di rientro negli Stati Uniti a breve.

Ora non bisogna cadere nel tranello di un nuovo grande senso patriottico negli affari da parte dei giganti dell’industria stelle e strisce. Innanzitutto, bisogna tener presente che i capostipite della delocalizzazione sono stati gli stessi, e che ogni singola scelta delle multinazionali si basa su un attenta analisi dei dati macroeconomici. Dall’inizio della crisi del 2008 ad oggi gli Stati Uniti d’America si trovano in una posizione diametralmente opposta. Da un lato le politiche democratiche e gli aiuti di Stato all’industria dell’automobile (cosa vietata dall’Unione Europea) hanno spostato, anche se di ben poco, l’attenzione dell’opinione pubblica sull’importanza di una finanza che miri alla crescita delle imprese e non dei singoli capitali. Dall’altro la crescente diminuzione dei costi dell’energia hanno reso possibile un livello di adeguamento tra i prezzi della stessa nel Nord America ed in Asia.

Per comprendere meglio il cambiamento nel costo dell’energia e le nuove tecniche d’estrazione degli Idrocarburi non convenzionali, basta tenere in considerazione le parole di Edward Luce, che dalle colonne del Financial Times affermava che se all’inizio del primo mandato del presidente Barack Obama “il paese progettava di dover importare gas da posti come il Qatar. Di colpo gli Stati Uniti si sono accorti di essere seduti sulla fornitura di gas del secolo”.

A questo dato interno le aziende statunitensi legano il crescente costo della logistica mondiale e l’innalzamento di tensioni geopolitiche che minacciano i rifornitori, il che suggerisce uno spostamento da alcune zone dell’Asia. A ciò va aggiunto l’innalzamento dei salari dei lavoratori cinesi, il voluto indebolimento del dollaro ed i nuovi piani aziendali, soprattutto, nel campo del hi-tech.

Certo, se si pensa ai miliardi di dollari investiti da Cupertino in Asia, il centinaio di milioni sembra ben poca cosa, eppure sembra essere l’inizio di un nuovo trend. Il tutto non dimenticando l’importanza del settore Marketing per aziende come l’Apple. E’ del Council of supply Chain Management Professional il sondaggio che rivela come la metà delle imprese crede che il trend del trasferimento della produzione negli Stati Uniti continuerà. Inoltre, bisogna tener presente come la forte crisi e disoccupazione hanno reso indispensabile per le aziende rendere i consumatori capaci di vedere una ridistribuzione della ricchezza sul territorio.

Tant’è che durante l’annuncio di una produzione di una linea di Mac in patria, lo stesso Tim Cook abbia tenuto a rimarcare come Apple “abbia contribuito ad oggi alla creazione di 600 mila posti di lavoro”, dalla ricerca al retailing fino alle società che sviluppano programmi. Il tutto avviene nel momento di maggior calo da quattro anni in borsa, come a dire che se iniziano i problemi allora vuol dire che è giunta l’ora di tornare a casa.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Apple: tra Asia e nuove strategie passando per l’iPhone 5

Giornata uggiosa a Roma con un caldo ed umidità stile India. Stesso trantran settimanale con la Biblioteca del Senato a farmi da seconda casa ed il solito panino come pasto. La cornice del Pantheon invece è da far invidia a chiunque. C’è Emiliano accanto a me e mentre il mio sguardo si perde sulla ragazza ventenne o poco più che dalla festa NoBrain dello scorso venerdì non riesco a scordare, si fa ora di rientrare a studiare. Riavviandoci verso Piazza della Minerva Emiliano mi chiede – Anto, ma a te quanto ti dura la batteria? – Da lì è un susseguirsi di considerazioni sugli smartphone e sui possibili risultati trimestrali di Apple, Samsung e Nokia. Ad ogni modo capisco che per la terza volta avrò da scrivere della protagonista della settimana: l’Apple.

Purtroppo e senza alcuna remora nell’affermarlo a tenere banco su tutti i media, nelle discussioni sul web e anche in quelle da bar (a Roma se la gioca con la S giunta Polverini) c’è l’Apple. Sostengo ciò, concordando a pieno con le parole espresse sul New York Times dal premio Nobel Paul Krugman – Un altro modo per evitare di parlarci o di guardarci negli occhi – e a mio modo di vedere di focalizzarci sulle reali problematiche e su prossimi scenari dell’economia reale e finanziaria. Tant’è che comunque la corazzata di Cupertino ha presentato al mondo il nuovo Iphone 5 con gli appassionati e nerd del mondo delusi dalle poche innovazioni rispetto al predecessore, ma con analisti finanziari ed economici concentrati sulla nuova tipologia d’investimento lanciata da Apple.

La nuova strategia messa in campo da Apple, non si basa più sulla sola ricerca tecnologica, ma tanto più nel potenziamento della capacità produttiva e nell’organizzazione delle spedizioni. In poche parole il contrario di quel che fa Fiat. Da una personale analisi del report di bilancio di Apple lo scorso anno, più della metà degli gli oltre 7 miliardi di Usd d’investimenti in conto capitale sono stati dedicati allo sviluppo delle tecniche di sviluppo gestionale dell’azienda. Di fatto, grazie a questa strategia, l’azienda che da sola ha un valore di oltre 200miliardi di dollari, superiore all’intera capitalizzazione della Borsa di Milano, è riuscita il primo giorno ad immettere l’Iphone 5 in quasi il doppio dei paesi rispetto al precedente lancio dell’Iphone 4 ed entro la fine dell’anno saranno 100 i paesi ove sarà possibile acquisire il cosiddetto “melafonino”. Per quel che concerne il lato tecnologico il nuovo dispositivo ha un peso del 20% inferiore al 4S ed è più sottile per un 18%, anche se la vera novità è rappresentata dal LTE (ribattezzato 4G). LTE (Long Term Evolution) è l’ultimo standard di riferimento per la trasmissione dati sulla rete mobile, con prestazioni che a pieno regime possono superare di ben venti volte la velocità dell’Adsl.

Se le competenze tecniche non riguardano questa rubrica, gli scenari che dall’immissione di un prodotto così annunciato possono scaturire nell’economia globale sì. Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il fatto che non solo i prodotti ormai sono usufruibili e commercializzati in tutto il mondo, ma che anche la fase produttiva riguarda in vasta scala il globo nelle fasi di inventiva e assemblaggio di ogni singolo oggetto. Quel che molti non leggono (poiché scritto in ogni custodia Apple) è che il design è sviluppato in California, mentre la produzione è in Cina. Il paese che un tempo viveva dei precetti di Mao Tse Tung ora è il fulcro della produzione di tutti i prodotti della corazzata stelle e strisce ove le recenti rivolte avvenute nella Foxcoon (che gestisce l’appalto della produzione) rispecchiano la fragilità nella diffusione dei diritti dei lavoratori da parte del sistema capitalista ormai globalizzato. L’azienda di Cupertino ancora paga i danni d’immagine provocati dal report giornalistico di un inviato in incognito dell’agenzia Shangai Evening ove si dimostravano le pessime condizioni lavorative dei dipendenti della sopracitata Foxcoon. Oltre a rappresentare il luogo prediletto dalle multinazionali per produrre, la Cina rappresenta anche il più vasto mercato al mondo, il che è facilmente intuibile visto che essa rappresenta il 20% della popolazione del mondo .

Per l’analisi finora condotta, il lancio dell’Iphone 5 può essere considerato il più importante della storia di Apple, infatti l’azienda californiana si appresta ad invadere l’Asia. Se fino a ieri la Samsung ha liberamente introdotto i propri prodotti nel paese e continente dell’acerrima rivale (e dell’alleata Google-Android), l’Apple era impossibilitata da una serie di fattori, tra cui la gestione della produzione e distribuzione dei prodotti, e lo sviluppo del mercato in gran parte dell’oriente. Per questo motivo ci si appresta ad osservare quali saranno i margini di crescita dell’Apple e quelli della Samsung, con la seconda che ha citato in molteplici tribunali mondiali l’azienda che fu di Steve Jobs per violazione dei brevetti che riguardano l’applicabilità della tecnologia LTE agli smartphone.

Tornando alla Cina, secondo il Financial Times potrebbe scavalcare gli Stati Uniti come il più grande mercato mondiale per gli smartphone. Resta lo scoglio per l’azienda californiana dovuto al fatto che i programmatori dell’Apple ancora non hanno sviluppato un dispositivo che si adatti alla rete dati 3G della China Mobile, ma viste le recenti applicazioni agli Iphone della LTE presto da Cupertino si potrebbe giungere ad invadere la Cina con i melafonini californiani.

Se vi chiedete a che punto dello scontro siamo, dovete sapere che la partita è a metà del primo tempo nella lotta tra Apple e concorrenti, con Samsung che continua a rimanere il primo produttore al mondo in tandem con Android, e con molti analisti (come anticipato da questa rubrica) che scommettono sulle proiezioni che danno Microsoft/Nokia nel prossimo biennio ad un +15%. Detto ciò resta il fatto che Apple non produce semplici apparecchiature, ma veri e propri status symbol, capaci di creare isterie collettive. Mentre noi giorno dopo giorno ci guardiamo sempre meno negli occhi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Google scende in campo

Quando Google Inc. entra in campo tutti iniziano a tremare. Qualche mese prima di morire Steve Jobs, in questo risiede la sua grandezza, volle incontrare i fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin per discutere di quel che sarebbe stato dopo di lui il futuro della tecnologia ed in parte del mondo. Ad ogni modo i convenuti andarono entrambi nella direzione più congeniali alle rispettive società. Per mesi la Jobsmania ha oscurato le mosse dei rivali Apple, ma nel mercato ed in special modo in quello tecnologico nessuno aspetta il tuo momento di gloria senza minarlo.

Se nel campo della telefonia mobile grazie al sistema Android e la partnership con Samsung, basandosi su un sistema open source e kernel Linux, Google Inc. in pochissimo tempo è divenuta leader nella diffusione di sistemi operativi per smartphone, quanto al trend lanciato nella categoria dei tablet da Apple con l’Ipad per anni pochi sono stati al passo con la società di Cupertino. Tra questi pochi vi è stata l’Asus che da tempo dalla sede centrale di Taipei (Taiwan) ha lanciato la sfida ad Apple, mettendosi in luce con l’uscita del primo tablet al mondo con porta USB e prestazioni rilevanti, ma mancava ancora qualcosa alla società asiatica per entrare al centro dell’attenzione di mercati e consumatori ovvero un partner riconosciuto come affidabile e conosciuto: Google.

E così al Moscone Center di San Francisco, nella città californiana capitale della tecnologia, laddove Steve Jobs per anni incantava con presentazioni di prodotti elettronici folle di giornalisti e semplici appassionati, Google Inc. con il suo Responsabile Visione Prodotti Hugo Barra scopriva al mondo “Nexus 7” e gettava il guanto di sfida nei confronti di Apple, Microsoft e Amazon in collaborazione con la già citata Asus.

Il tablet presentato dal duo Asus-Google è stato progettato e concepito in maniera tale da essere competitivo sia dal punto di vista del prezzo, che del sistema operativo e per le nuove funzioni inserite in questa nuova “tavoletta”. In primo luogo il prezzo, che oscilla tra i 199 ed i 249 U$D, è proiettato a render dura la vita ad Amazon e al suo Kindel Fire (venduto esclusivamente negli Stati Uniti d’America) e a vanificare gli sforzi Microsoft/Nokia che recentemente ha presentato il proprio tablet con proprietà tecniche migliori della società produttrice dell’Ipad ad un prezzo più vantaggioso.

In secondo luogo l’estrema velocità del processore Tegra-3 assieme al nuovo software Android Jelly Beal capace di trasformare discorsi in testi rendono “Nexus 7” tecnica al vertice dei tablet presenti sul mercato o di prossima immissione. Questo nuovo tablet è creato esclusivamente, come affermato dal Responsabile Visione Prodotti Hugo Barra, per Google Play – il nuovo store di Google offre all’acquisto contenuti precaricati che vanno dal film “Transformers- Dark of the Moon” agli album musicali di Coldplay e Rolling Stones, oltre ad un credito di 25U$D da utilizzarsi in un tempo limitato.

Fosse esclusivamente l’immissione di un nuovo tablet sul mercato direte sarebbe un fatto interessante ma non cruciale per il futuro dell’economia tecnologica, quella per dirla in termini finanziari quotata presso il Nasdaq. Eppure non è così perché Mountain View ha sbaragliato le carte in tavola annunciando nella stessa presentazione l’uscita sul mercato di “Nexus Q”. Il nome preparatevi o rassegnatevi diventerà il brand di riferimento nei prossimi cinque anni. Questo nuovo prodotto costituisce in sé una rivoluzione, infatti Nexus Q è un jukebox in cloud che collegato alla televisione permette di utilizzare lo streaming tramite il wifi e grazie al collegamento diretto con il già citato GooglePlay ed in particolar modo con il sito Youtube (sempre di proprietà Google Inc.) per la condivisione di video musicali e show o serie televisive.

E se pensavate che la società californiana si sentisse appagata dalla presentazione di Nexus 7 e Nexus Q vi sbagliate perché direttamente da un film di James Bond il co-fondatore di Google Sergey Brin ha presentato gli occhiali a realtà aumentata. Benissimo so già che il mio amico Marco Fabio sarà sull’indicizzazione delle ricerche per acquistarli, ma manca ancora del tempo a tale data, poiché sono state svelate solo le proprietà base. Queste funzioni base consistono in una telecamera integrata all’interno degli occhiali che consentirà al portatore di interagire con il mondo circostante attraverso le applicazioni presenti oggi sugli smartphone direttamente sulle lenti.

I prodotti presentati al mercato e messi in campo sono quelli sopracitati e di sicuro rivoluzioneranno molta della nostra economia e degli stili sociali. Una cosa è certa e consiste nel fatto che la guerra è iniziata da lungo tempo e se la mettiamo come su un campo di Risiko, Google è quel giocatore a cui manca solo l’Oceania per conquistare il mondo, ma si sa che chi arriva a quel punto deve combattere a lungo prima di far capitolare gli ultimi concorrenti. Sempre che ci riesca.

Apple: chi ci guadagna e chi ci perde (di sicuro te)

L’insegnante del Ginnasio per aiutarci a comprendere la tecnica delle traduzioni dal greco/latino per un biennio insistette nel ripeterci che un testo lo si capisce dal titolo. Ecco, ora leggendo il titolo starete guardando il vostro iPhone oppure la tastiera del vostro MacBook riflettendo se la tecnica del vostro apparecchio sia competitiva e all’avanguardia. Qualsiasi sia il vostro pensiero avete comunque perso! Sì, perché a guadagnarci con l’azienda di Cupertino sono stati coloro che hanno comprato azioni Apple e, a meno che non siate tra di essi, il vostro investimento (seppur vi ha aiutato a migliorare la pianificazione della vostra vita) è andato male. La risposta risiede nel fatto che il 19 marzo 2012 l’ad Tim Cook ha annunciato che sarebbero stati ridistribuiti agli azionisti di Apple ben 45 miliardi di dollari. La rivista economica Financial Times ha di recente pubblicato un grafico nel quale si dimostra che se al posto di spendere 399$ nel 2001 per il primo iPod li si fosse investiti in borsa il guadagno derivato da essi oggi sarebbe pari a 26.000$. E’ il classico, ma imprevedibile, schema della finanza: c’è chi ne è vittima e chi ne è carnefice. La morte di Steve Jobs lo scorso ottobre aveva elettrizzato la stampa finanziaria su quali sarebbero potuti essere gli scenari futuri per la Apple.

La risposta è stata data dalla continua crescita delle vendite di prodotti Apple e dall’incredibile incremento del valore dei titoli pari al 60%. Un valore del genere corrisponde al doppio della capitalizzazione dell’indice Ftse Mib, ovvero i primi 40 titoli italiani valgono meno della metà di Apple, confermando il trend che ha portato dal 2009 ad oggi a sestuplicare il valore dell’azienda che fu di Steve Jobs. Di fatto torniamo al discorso vincitori/perdenti, carnefici/vittime del mercato dove i primi hanno visto un incremento delle proprie finanze e patrimonio, oltre ad un anticipo dei dividendi, grazie a coloro che hanno acquisito prodotti Apple nei primi mesi del 2012.

Il titolo Apple quotato nel listino Nasdaq ha per la prima volta toccato nel martedì dopo Pasqua una capitalizzazione pari a 600 miliardi di dollari, a dimostrazione di un successo che per ora non conosce intoppi. Intoppi che analisti e consumatori non vedono a breve in quanto l’azienda di Cupertino continua ad investire nella ricerca e sfrutta il proprio bacino di consumatori come egli fosse un rappresentante della stessa presso gli altri. La maggior parte dei timori per Apple oggi derivano dal mercato reale e non da quello finanziario poiché la Samsung l’ha recentemente superata nei volumi di vendita di tablet e smartphone, e Android di Google inizia a contendere il trono di sistema operativo più utilizzato al mondo. Segnali che a Cupertino sembrano nuvole nere, nonostante gli analisti preannuncino prossime capitalizzazione da 1.000 mld di $. Se un tempo c’era Microsoft come regina, il domani è sempre incerto.

D’altro canto gli analisti e molti trader sono presi dalla nuova entrata in borsa di Facebook, che seppur accolta da un valore di partenza di 100 mld di $, con l’acquisizione di una società di 13 dipendenti quale Instangram per 1mld di $, ha scatenato la sindrome di una nuova bolla finanziaria dovuta al mercato tecnologico. Ad ogni modo sembrano lontani i tempi della filosofia “Think Different”, quando a toccare capitalizzazioni da 600 mld di $ era la Microsoft. Ora la massa di clienti della mela è conformista e nella maggior parte dei casi non conosce la differenza tra hardware e software. Di certo la stessa massa si sente gratificata dal sistema che la porta a comprare prodotti che la rendono vanamente felice e convinta di aver raggiunto un obiettivo, mentre nella realtà arricchisce solo ed esclusivamente la finanza.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli