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Hokusai. Sulle orme del maestro all’Ara Pacis

Dal 12 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018 al Museo dell’Ara Pacis di Roma sarà esposta “Hokusai. Sulle orme del Maestro” che intende dar conto dell’opera e dell’eredità del grande maestro.

Attraverso circa 200 opere (100 per ogni rotazione della mostra per motivi conservativi legati alla fragilità delle silografie policrome) la mostra racconta e confronta la produzione del Maestro con quella di alcuni tra gli artisti che hanno seguito le sue orme dando vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore all’interno dei classici filoni dell’ukiyoe.

La mostra si compone di cinque sezioni che toccheranno i temi più alla moda e maggiormente richiesti dal mercato dell’epoca:
1- MEISHŌ: mete da non perdere
2- Beltà alla moda
3- Fortuna e buon augurio
4- Catturare l’essenza della natura
5- Manga e manuali per imparare

 

Ulteriori Info sul sito della mostra ➤ http://bit.ly/HokusaiRoma

Com’è l’Ara Com’era

Tutti i giorni fino all’8 Gennaio, e solo nei Venerdì e i Sabato dei mesi successivi, sarà possibile sperimentare un’insolita visita multimediale dell’Ara Pacis.

Non è la prima volta che l’Ara Pacis si presta a questo tipo di esperienze: già nel 2009 l’allestimento de “I colori dell’Ara” proponeva in occasione delle celebrazioni del bimillenario della morte di Augusto, l’apertura serale del sito con tanto di proiezione di luci sul monumento, riproducendo gli effetti di quelli che sarebbero i suoi colori originali. Proprio a partire dagli studi realizzati per quelle ricostruzioni, basate su analisi di laboratorio, confronti con pittura romana e ricerche cromatiche su architetture e sculture antiche, è stata organizzato il racconto multimediale de “L’Ara Com’era”, affidato a ETT Spa, industria digitale e creativa che già in passato ha collaborato con Musei ed Istituzioni, proponendo la fusione fra i contenuti virtuali e il patrimonio culturale.

Così, quest’anno, l’esperienza visiva si arricchisce di profondità spaziale, grazie all’impiego di occhiali 3d, e di voci narranti che, in nove diverse postazioni intorno all’Ara, arricchiscono la visita di quell’altare che Augusto volle per celebrare la pace e la prosperità all’interno dell’impero Romano. Partendo dal plastico del Campo Marzio, vengono illustrate le trasformazioni dell’Ara Pacis e dell’area circostante, quindi il culto ed i riti legati all’Ara e le decorazioni del recinto dell’altare. L’impiego degli occhiali 3d e il sopraffollamento delle postazioni, rendono indispensabile l’acquisto del biglietto online, nel tentativo di rendere l’esperienza ottimale per tutti i visitatori.

Sebbene gli esiti dell’esperimento non siano ancora esattamente perfetti – non sarebbe inopportuno qualche accorgimento in merito agli occhiali e all’esclusività dell’esperienza della realtà aumentata solo all’interno delle nove postazioni prescelte – l’impiego della tecnologia virtuale sul monumento segna un nuovo tentativo di dialogo fra la Storia e il Contemporaneo. Dialogo che appare però ancora molto difficile non appena si esce dal Museo dell’Ara Pacis e, solo dopo attente ricerche, fra la vegetazione, si riesce a scorgere la forma del Mausoleo di Augusto; solo qualche mese fa son ripartiti i lavori di restauro e riqualificazione di Piazza Augusto Imperatore, ad appena 10 anni di distanza dall’annuncio del progetto vincitore della gara.

Elisa Russo

Urbs et Civitas



“La forma di una città è sempre la forma di un tempo della città” [1]

Aldo Rossi

Spesso si discute di come Roma sia diventata, nel corso degli anni, la sperimentazione di un grande museo all’aperto. Di un’operazione del genere se ne sono criticate le intenzioni elitarie e speculative, oltre alla indiscutibile insostenibilità sociale. Eppure bisognerebbe riconoscere come, nonostante tutto, la realtà sia sensibilmente lontana dalla teoria accademica. Un museo, di qualsiasi natura e tipologia esso sia, presuppone un intimo sentimento di rispetto nei confronti degli oggetti che custodisce, tale da legittimarne la propria esistenza, giustificandola e rendendola così necessaria.

A Roma tutto questo non è sempre successo, nonostante i vari tentativi incastonati nel suo tessuto urbano e che, però, non riescono ancora a creare un vero sistema di rilettura contemporanea del suo assetto urbanistico.

Piazza Augusto Imperatore ne è per molti aspetti uno degli episodi più significativi e sintetici. Tanto per iniziare, la piazza non è una piazza per come siamo soliti immaginare. Il volume cilindrico del mausoleo la occupa nella sua interezza e lo spazio rimanente è occupato in parte da parcheggi di fortuna e da un cantiere che, ormai da anni, restituisce un senso di disagio a chi prova ad attraversarlo. Anzi, non potendolo attraversare, lo si supera con lo sguardo, attraverso i cipressi che nascondono i grandi muri in mattoni coperti da una zona d’ombra abbastanza uniforme. 

Ci si guarda intorno, cercando di costruire con gli elementi circostanti un campionario di storia dell’architettura che abbraccia svariati secoli: da Pietro da Cortona a Richard Meyer, gli esempi abbondano. Tutti gli architetti che nel tempo ne hanno circondato il perimetro hanno costruito però architetture-spettatrici, affacciate sul problema che rimane ancora irrisolto. Ognuno di loro si è presentato con i propri obiettivi, ciascuno ha dato risposte personali alle difficoltà che i tempi storici  imponevano.

Ma non sono riusciti a riprendere il dialogo, evidentemente conflittuale, tra limite e contenuto. Il centro della piazza è rimasto sfuggente, sommerso da quella vegetazione prorompente che cancellandone la struttura ne restituisce una forma incerta, come di una rovina gigantesca difficile da comprendere. Sicuramente, per gli architetti del passato, il tema del rapporto con il contesto non è stato sempre fondamentale. Per la contemporaneità esso sintetizza il punto di scontro tra la memoria del luogo che vogliamo conservare ed il significato che l’attualità deve necessariamente dare al luogo stesso.

Le facciate che oggi circondano il mausoleo imperiale, sono allora il segno ancora vivo della disinvoltura con la quale sino a pochi decenni fa ci si occupava della costruzione del nuovo, ma esprimono anche la difficoltà concreta trovata nel dialogo tra una presenza così eminente e la necessità della ricerca del nuovo. Il monumento però è rimasto tale, la riverenza provata dai moderni ha tentato di risolvere il problema trasformando la sua sagoma in un evento urbano, isolandolo. La Storia che l’aveva voluto doveva essere rappresentata dalla  forma cristallizzata (e quindi mitica) di un’eredità da conservare.

Il difficile compito di riqualificazione spetta ora al gruppo diretto dall’architetto Francesco Cellini. La proposta di superare la dicotomica questione tra contestualizzazione e isolamento del mausoleo, ha portato all’ideazione di una grande cordonata che attraversa il lato meridionale della piazza e riconnette la gradinata del Museo dell’Ara Pacis con l’abside della chiesa di San Carlo. In questo modo, il baricentro della scena resta assegnato al grande cilindro, mentre il contorno viene ripulito e riadattato ai nuovi percorsi pedonali che ne permetteranno anche una migliore lettura. L’intervento proposto è quindi una sottrazione, non un’aggiunta. Non si creeranno nuovi volumi, ma si toglierà materiale dalla confusione di oggi, che è proprio ciò che rende impossibile una giusta fruizione di questa parte di centro storico.

Probabilmente il progetto finale sarà, ancora una volta, lontano dalle aspettative iniziali. Le sovrintendenze che dovranno esprimersi sono diverse tra loro e differente è il modo che ciascuna ha di intendere la progettazione del contemporaneo al fianco di un monumento. Ma l’idea resterà pressoché invariata: l’architettura storica è una presenza imprescindibile con la quale bisogna avere la capacità di confrontarsi. Il linguaggio da usare per creare una buona architettura è quello del rispetto per il luogo in cui si interviene e per ciò che rappresenta. Non è la soluzione dell’edificio-evento, della mostra celebrativa della propria personalità a discapito del vicino. Si tratta del dialogo paziente e rispettoso con la presenza storica, non solo con la forza del mausoleo di Augusto: il tentativo è infatti quello di unificare in un gesto conclusivo, uno scenario che appare incompleto e indefinito.

Perché se museo dev’essere, che almeno non sia un museo incentrato sulle opere di un solo artista. Perché rischierebbe di essere monotono. 
Alessio Agresta – PoliLinea 



[1] Aldo Rossi, L’Architettura della città. Clup, Milano 1978