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Tra archeologia classica e industriale a Tivoli: il Santuario di Ercole Vincitore

 La caduta di questo torrente fa un rumore che rimbomba nei dintorni; riempie l’aria di un vapore che dà lo spettacolo dell’arcobaleno tutte le volte che si ha il sole dietro le spalle”. “La grande cascata è costretta tra le rocce che la circondano, non ha più di trenta piedi di ampiezza, ma l’altezza della sua caduta perpendicolare di quaranta o cinquanta piedi, il suo volume d’acqua che è considerevole, e l’eco stessa delle rocce, raddoppiano in qualche modo il rumore che fa nel cadere […]. Le cartiere, le ferriere e gli altri opifici dei dintorni i cui magli battono continuamente, fanno una sorta di accompagnamento maestoso al suono della cascata, che aggiunge singolarità a questo spettacolo.

Gli appunti dei viaggiatori settecenteschi sulle celebri cascate di Tivoli ben descrivono la singolare atmosfera che fin dal XVII secolo doveva caratterizzare anche il Santuario di Ercole Vincitore. Il complesso archeologico, sorto a ridosso del fiume Aniene e delle cascatelle, fin dalla sua origine ha sfruttato la presenza dell’acqua, la quale ha accompagnato, segnandole, tutte le sue fasi storiche (fig. 1- copertina).

La strategica posizione geografica e la particolare composizione del sito hanno garantito al complesso archeologico un utilizzo duraturo nel tempo pur con notevoli stravolgimenti e cambi di destinazione d’uso. Situato all’estremità nord-occidentale della città di Tivoli, appena fuori il centro abitato, il santuario si impone sulla valle tiburtina, annunciandosi a quanti provengono da Roma.

fig.2 – Ricostruzione assonometrica del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli.
fig. 3 – Rappresentazione della via tecta; L. Rossini, “La creduta villa di Mecenate ma foro coi suoi edifici annessi”, incisione 1826.

I resti attualmente visibili, per lungo tempo erroneamente attribuiti alla villa di Mecenate, riferiscono di una costruzione ellenistica extraurbana sorta tra la metà del II sec. e il I sec. a. C. su una precedente area sacra dedicata al culto di Ercole, ricomprendente un mercato e uno stazionamento temporaneo di pastori transumanti. Alla semplicità della soluzione planimetrica più strettamente legata alla funzione cultuale – un piazzale rettangolare sottolineato su tre lati da portici a due piani, un grande tempio su alto podio e, in asse con quest’ultimo, la cavea theatralis (fig. 2) – si contrappone la complessità dell’ossatura muraria sostruttiva, necessaria per superare il marcato dislivello orografico (circa 50 m) che ingloba un tratto della via Tiburtina Valeria coperta da una monumentale galleria: la via tecta (fig. 3).

La prima vocazione industriale del complesso si manifesta agli inizi del ‘600, quando è attestata l’installazione di un’armeria pontificia, composta da una ferriera e da una polveriera; tuttavia, è nella seconda metà del XIX sec. che è lecito supporre sostanziali modifiche alle strutture antiche del santuario. La Società Forze Idrauliche per gli usi civili ed industriali, proprietaria del complesso, infatti destina l’area a usi diversi: parte diviene officina per la produzione di energia elettrica (all’interno del santuario viene fatto passare il canale Canevari, un collettore necessario a convogliare le acque dell’Aniene e ad alimentare la vicina centrale elettrica dell’Acquoria), e parte diviene stabilimento per la lavorazione e produzione della carta. Questo conosce un momento di forte espansione dal 1905, sotto la direzione di Giuseppe Segrè, imprenditore mantovano che rileva gli impianti della Cartiera Mecenate creando dapprima la “Segrè G.& C.” e poi la “Società anonima Cartiere Tiburtine”. Il passaggio, in questi anni, dalla produzione artigianale di carta a quella industriale porta alla necessità di disporre di ampi spazi per il trattamento delle materie prime e per la trasformazione dei prodotti semilavorati. La zona coinvolta è quella a monte del tempio, demarcata su due fronti dal criptoportico inferiore (fig.4), caratterizzato da semicolonne di ordine dorico inquadranti archi a tutto sesto (per la maggior parte di sostituzione e/o reintegrazione). Vengono costruiti ampi capannoni, all’interno dei quali sono posizionate le vasche olandesi e i macchinari per il trattamento di paglia, legno e stracci. Due di questi ambienti presentano coperture a capriate Polonceau che poggiano in parte sulle strutture in elevato del portico e in parte su murature miste in laterizi e tufo costruite ex novo (fig. 5). L’ampia documentazione fotografica e iconografica d’archivio risalente agli anni 1880-1920 conferma la datazione di questi edifici industriali. In relazione al tipo di lavorazione, oggi è possibile riconoscere le destinazioni d’uso e le funzioni originarie di alcuni dei vani: la sala riservata alla macchina continua a piano, la sala per la lavatura, la sala per la calandratura. Gli altri spazi risultano adattati alle esigenze di produzione successive agli anni ’30, quando si rendono necessari lavori ulteriori e aggiunte funzionali all’incremento della nuova produzione di carta. La notevole e costante attività di progettazione e di realizzazione degli edifici industriali è affidata da Segrè all’amico ingegnere Emo Salvati. Gli interventi si collocano tra la fine degli anni ’20 e la metà degli anni ’50, con una interruzione negli anni del secondo conflitto mondiale e possono essere così sintetizzati: sistemazione dell’area di ingresso a monte con costruzione dell’alloggio del custode e del capannone attualmente destinato a deposito; inserimento, nell’area prospiciente la grande piazza porticata del santuario e nel piazzale adiacente la “torretta Canevari” di diversi capannoni in c.a. e di passerelle; sostituzione delle sovrastrutture ottocentesche sul corpo longitudinale del complesso con una “piattaforma” con struttura a pilastri e copertura piana in c.a.

fig. 4 – Porzione del criptoportico inferiore con i residui degli ambienti della cartiera; foto dell’autrice.
fig. 5 – Ambienti della cartiera Segrè coperti con volte a “Polonceau”; foto dell’autrice.

Negli anni Trenta i Segré figurano tra gli industriali più importanti del settore cartario italiano: Giuseppe aveva lavorato presso la Ceramica Richard dal 1874 al 1878 e, dopo aver seguito i corsi liberi di chimica e tecnologia all’Università popolare industriale di Milano, aveva diretto le fabbriche Albani a Urbania e a Fabriano e le fabbriche di ceramica Palme a Pisa (poi Richard Ginori); il figlio Marco è membro del consiglio direttivo della Federazione nazionale industriali della carta e allarga la società acquistando altre cartiere a Tivoli.

La cartiera Segrè dispone inizialmente di 20 operai su una superficie complessiva di circa 450 mq, impiegati nella produzione di cellulosa di paglia e carta, ma già nel 1933 alla cartiera sono attestati 219 operai (dei quali 54 sono donne) e gli impianti si distinguono per l’introduzione in Italia della fabbricazione delle carte monolucide. Nel tempo gli stabilimenti vengono ampliati, la produzione cresce e si diversifica. A metà degli anni Trenta le categorie di carte prodotte sono nove: impacchi andanti, bustami, carta per giornale, paste biancastre forti e mezze cellulose, sealing avana, impacchi sottili, kraft, pelle aglio e pergamine, sottili bianche e mezzefini. I bombardamenti del 1943 colpiscono gravemente la cartiera, che registra ingenti danni ed è costretta ad arrestare la propria attività. È solo agli inizi degli anni ’50 che viene riattivata la produzione a pieno regime, terminata poi definitivamente nel 1956.

Il complesso del Santuario di Ercole Vincitore, dunque, attraverso una stratificazione plurisecolare racconta due millenni di evoluzione dell’attività umana, della cultura e della vita sociale; rappresenta un complesso monumentale dalle caratteristiche architettoniche eccezionali, che costituisce un unicum nel panorama dei siti archeologici (fig. 6). Il più grande dei santuari tardo-repubblicani del Lazio offre uno spaccato poco noto di archeologia industriale di primo livello di inizio Novecento.

Attualmente l’accesso all’area archeologica è limitata ad alcune zone e a occasioni sporadiche. Sarebbe invece auspicabile la rivitalizzazione dell’intero complesso e la sua restituzione alla piena fruibilità, predisponendo un intervento di conservazione che si rivolga anche all’area industriale, in modo da offrire ai visitatori un percorso completo che riesca ad abbracciare tutte le fasi storiche, l’antico e il moderno, l’archeologia classica e quella industriale.

Dr. Giorgia Aureli

fig. 6 – Il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, foto aerea.

 

Bibliografia essenziale

  • Tivoli. Il santuario di Ercole Vincitore, a cura di A. M. REGGIANI, Milano 1998.
  • C. F. GIULIANI, Tivoli. Il santuario di Ercole Vincitore, Tivoli 2004.
  • M. PICCARRETA, La centrale idroelettrica nel Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, in “Monumenti di Roma. Quaderni della Soprintendenza per i beni architettonici ed il paesaggio e per il patrimonio storico-artistico e demoetnoantropologico di Roma”, 3, 2006, 1-2, pp. 77-85.
  • L. VALDARNINI, La fase industriale del complesso monumentale del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli. Relazione storico-critica, Roma 2008.
  • Il santuario di Ercole Vincitore a Tivoli. Guida, a cura di M. G. FIORE, Milano 2011.
  • F. ANGELUCCI, La moderna vocazione industriale del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli. Le matrici delle trasformazioni da organismo archeologico ad opificio novecentesco, in “Storia dell’urbanistica”, 5, 2013, pp. 195-211.

 

Il Recupero della Bellezza – Franca Pisani al MACRO Testaccio

Del museo MACRO Testaccio mi è sempre piaciuta quella sensazione di vivere l’arte contemporanea calpestando suoli che hanno avuto una vita, una storia, un passato completamente diversi. Mi piace l’idea di recupero e riqualificazione di uno spazio pubblico, questo sicuramente, ma ancora di più mi piace il fatto che la memoria dell’ex-mattatoio non sia un qualche concetto polveroso, ma sia invece la vita stessa di un luogo in continua evoluzione.
Ospita sempre esposizioni interessanti, stimolanti, ma questa volta forse più che altre trovo un collegamento concettuale tra il luogo e la mostra in corso “Franca Pisani – Codice Archeologico. Il recupero della bellezza.”
Innanzitutto Franca Pisani recupera un antico supporto, il telero: un’enorme tela di lino priva del supporto ligneo e poggiata direttamente alla parete. Dieci teleri in tutto ci portano alla riscoperta di quattro siti archeologici fondamentali nella storia della civiltà: Hatra, Nimrud, Bamiyan e Palmira.


Hatra, a sud di Mosul è stata recuperata lo scorso aprile dalle forze irachene dopo tre anni di occupazione dello Stato Islamico, che ha raso al suolo alcune aree del sito archeologico. Stessa sorte era toccata a Nimrud, sul Tigri, liberata nel novembre del 2016 e alla Sposa del Deserto, Palmira in Siria.
Bamiyan invece, in Afghanistan, vide i suoi antichissimi Buddha scolpiti nelle montagne e risalenti a più di milleottocento anni fa distrutti dalla cieca furia dei talebani nel 2001.
Lungo tutto l’iter espositivo, l’artista ha scelto di costruire un filo conduttore di bellezza che si traduce in un percorso di archeologia contemporanea scandito da un migliaio di pezzi marmorei provenienti dalle cave del Monte Altissimo di Pietrasanta, le stesse utilizzate cinquecento anni fa da Michelangelo Buonarroti per la facciata della Basilica di San Lorenzo a Firenze, poi rimasta incompiuta. Su una sorta di pavimento di polvere di marmo, sono sistemati numerosi pezzi dalle forme più strane, che erano destinati al restauro o alla costruzione di famose moschee e minareti, ma anche di chiese e biblioteche.


Questo percorso conduce il visitatore direttamente all’interno di un gruppo di figure installate in fondo al padiglione. L’opera d’arte così concepita mostra un impianto corale, in cui queste strane sculture sono dei “Nomadi”, una sorta di mummie viandanti, che indicano la via in un’oscillazione continua tra passato e futuro, tra memoria archeologia e speranza futura di rinascita.
Un’esposizione forse concettualmente complessa e non intuitiva, ma il percorso è talmente carico di pathos e memoria, di dolore per la bellezza distrutta e di speranza che la bellezza stessa infonde, che il messaggio arriva comunque potente e diretto a toccare le corde di chi guarda le tele e grazie ad esse vede imponenti davanti a sé quelle meraviglie archeologiche e che solo la memoria può ormai custodire in tutto il loro splendore.
C’è tempo fino al 26 novembre per vivere questa esperienza tra i padiglioni del MACRO Testaccio, ma ciò che di più grande può derivare da una mostra come questa e da un’artista come Franca Pisani è la scintilla della curiosità, l’interruttore dei riflettori e dell’attenzione su luoghi lontani e troppo poco conosciuti. Fondamenta della civiltà, della cultura, dell’arte che spesso sono diventati tristemente noi ai più solo quando era troppo tardi per ammirarli. Ma non sarà mai troppo tardi per conoscerli e ricordarli, speriamo.
Il recupero della bellezza del passato, per dare una nuova luce al futuro.

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. La mostra al museo dell’Ara Pacis

Primo secolo a.C., la Repubblica romana è nel periodo di maggiore espansione della sua storia e Spartaco è uno dei suoi protagonisti. Originario della Tracia, soldato dell’esercito romano in Macedonia, poi ridotto in schiavitù perché disertore, fuggì nel 73 a.C. e nell’arco di pochissimo tempo riuscì a raccogliere attorno a sé migliaia di schiavi fuggitivi. Nello stesso anno fu a capo della rivolta contro Roma diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori.

La mostra allestita al Museo dell’Ara Pacis dal 31 marzo al 17 settembre, porta il nome del condottiero e il racconto si articola partendo proprio dalla grande rivolta da lui guidata tra il 73 e il 71 a.C.

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma realizzata da un team di archeologi, scenografi, registi e architetti, con la curatela scientifica di Claudio Parise Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e la regia visiva e sonora di Roberto Andò, è un vero e proprio viaggio, reperto dopo reperto, circa 250, più una selezione di fotografie e installazioni audio e video, in cui lo spettatore viene accompagnato, alla riscoperta del più grande sistema schiavistico della storia. Le opere sono inserite in un racconto che si snoda attraverso 11 sezioni che riportano, una dopo l’altra, in vita suoni, voci e ambientazioni del contesto storico. Un’intera economia quella della Roma antica basata sullo sfruttamento di una “merce” cara e redditizia quanto deperibile: l’essere umano. La società, l’economia e l’organizzazione dell’antica Roma non avrebbero potuto raggiungere traguardi tanto avanzati senza lo sfruttamento pianificato delle capacità e della forza lavoro di milioni di individui privi di libertà, diritti e proprietà. Basti pensare che stime recenti hanno calcolato la presenza tra i 6 e i 10 milioni di schiavi su una popolazione di 50/60 milioni di individui.

Il percorso si chiude con il contributo fornito dalla ILO, International Labour Organization, Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite nei temi del lavoro e della politica sociale, impegnata nell’eliminazione del lavoro forzato e altre forme di schiavitù legate al mondo del lavoro.

Le sezioni

– Vincitori e vinti, in cui si racconta l’età delle conquiste e la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di vinti in ogni campagna militare;

Il sangue di Spartaco, ossia la sconfitta a opera delle legioni di Crasso dei circa 70.000 ribelli guidati, appunto, da Spartaco;

Mercato degli schiavi, fiorente in tutto il Mediterraneo e presente nella stessa Roma;

Schiavi domestici evidenzia il privilegio, rispetto agli addetti ai lavori pesanti, di chi condivideva quotidianamente la vita negli spazi domestici;

Schiavi nei campi, si tratta dell’agricoltura, contesto sicuramente più svantaggiato, per la fatica quotidiana, la presenza di un sorvegliante plenipotenziario e a volte per l’uso delle catene nei campi;

Schiavitù femminile e sfruttamento sessuale, per le quali la prostituzione era così frequente da renderne necessaria la proibizione per legge;

Mestieri da schiavi  alcuni dei quali conferivano ulteriore marchio di infamia, come le prostitute, i gladiatori, gli aurighi e gli attori;

Schiavi bambini, del cui impiego nell’economia domestica padronale restano molte testimonianze archeologiche;

– Schiavi nelle cave e miniere, descrive la condizione di lavoro e di vita cui erano costretti coloro che rifornivano di marmi e metalli preziosi la capitale e gli altri centri dell’impero;

Una strada verso la libertà, dedicata alla manumissio, vera e propria occasione offerta dal diritto romano agli schiavi più meritevoli e a quelli che erano riusciti, arricchendosi, a comprare la propria libertà;

Schiavitù e religione, esplora il rapporto della schiavitù con alcuni aspetti del culto ufficiale romano.

Curatore/i

Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini con Lucia Spagnuolo

Catalogo

De Luca Editore

Tipologia

Archeologia

 

INFO

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma

Museo dell’Ara Pacis. Lungotevere in Augusta, Roma

31 marzo – 17 settembre 2017

Tutti i giorni dalle ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Twitter: @museiincomune

Biglietto “solo mostra”: intero € 11, ridotto € 9; speciale scuola ad alunno € 4 (ingresso gratuito a un docente accompagnatore ogni 10 alunni); speciale Famiglie € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per non residenti a Roma: intero € 17, ridotto € 13

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per residenti a Roma: intero € 16, ridotto € 12