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Tag Archives: architettura contemporanea

One Shot, 24 ore a New York

“Ove una volta vi era terra incolta… s’innalzano verso il cielo un migliaio di torri scintillanti e di minareti, eleganti, grandiosi e imponenti. Il sole del mattino li osserva dall’alto come si trattasse del sogno magicamente realizzato di un poeta o di un pittore. Di notte, lo splendore di milioni di luci elettriche che brillano in ogni punto e sui profili diritti e curvi di questa città spettacolare illuminano il cielo e danno il benvenuto, fino a trenta miglia dalla costa, al marinaio che sta tornando a casa.”

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Questa citazione è tratta da Delirious New York, testo tanto visionario quanto efficace, capace di raccontare la genesi di una delle città più sorprendenti al mondo. La prontezza dell’autore Remment Koolhaas, già scrittore navigato prima di approdare a Londra e diventare architetto, si nota proprio in un esordio da prestigiatore. Infatti la descrizione fa fede ad un testo di  Linsday Denison – The Biggest Playground in the World tratto dal Munsey’s Magazine, agosto 1905 – dove viene descritta Coney Island e non Manhattan. Koolhaas vuole qui dimostrare come a distanza di mezzo secolo si possano tranquillamente intercambiare i due possibili soggetti, senza per questo dover modificare la descrizione di Denison. Se Manhattan ha avuto un modello, questo è stato per forza di cose l’isola dei conigli (konijnen in olandese), Coney Island per l’appunto.

Dopo Koolhaas, esattamente un anno dopo, nel 1979, è Woody Allen con il suo Manhattan ad offrire un esordio forse ancora più efficace nella descrizione di NY. Il suo reiterato “Chapter 1” è passato alla storia come uno degli affreschi più raffinati e originali al contempo, il migliore in bianco e nero, della Grande Mela. Ed è ancora sul grande schermo che troviamo il primo impattante flash postundicisettembre di NY. Spike Lee con la 25ora ci regala una pellicola cruda, perciò nitida, di una città ancora convalescente.

Ciò che caratterizza questi tre descrizioni è un personalissimo punto di vista nella narrazione. Come se non fosse possibile offrire una oggettiva, logica, razionale chiave di lettura per una città così viva e paradossale. Eccomi quindi, ispirato da questi illustri predecessori, ad offrire uno spunto, una cartolina, per una possibile giornata newyorkese.

–    Partiamo da Brooklyn, il più popoloso dei cinque borough di New York. Per l’esattezza nel Wythe Hotel di Williamsburg, opera dell’architetto Morris Adjmi. L’edificio, di origine industriale, è stato completamente rinnovato. Giocando magistralmente con alcuni elementi superstiti della struttura ed addizionando un semplicissimo volume in copertura, Adjmi ha saputo toccare felicemente due tra le note più importanti della storia dell’architettura newyorkese: la sua anima industriale e la sua vocazione per un linguaggio semplice ma comunicante. E’ qui che si potrebbe riservare la camera per una notte.

–    Dopo l’allievo, il maestro. In mattinata ci spostiamo a Manhattan. Partendo da sud e proseguendo il giro in senso orario, abbiamo una tappa obbligata: il quartier generale della Scholastic, casa editrice per bambini. L’edificio porta la firma di Aldo Rossi e dello stesso Adjmi. Sarà il felice connubio tra l’alfabeto rossiano ed il tema dell’infanzia, sarà il perfetto dialogo con il contesto sia su Brooklyn sia su Mercer Street, che ritengo sia questo uno degli edifici più riusciti in tutta l’opera di Rossi. E’ qui che possiamo trovare le tracce dell’unico architetto italiano più conosciuto di Renzo Piano!

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–    Spostandoci a Nord Ovest arriviamo fino al Greenwich Village dove possiamo ammirare tre pregevoli torri residenziali firmate Richard Meier. L’algida poetica dell’architetto americano raggiunge in questo progetto un equilibrio invidiabile. Uno dei più riusciti interventi di fronte l’Hudson. Interessante come Meier sia riuscito a non intaccare minimamente il primo progetto, il Perry Street Condominium realizzato nel 1999-2002, ma semmai ad equilibrarlo, con la successiva realizzazione della terza torre su Charles Street tra il 2003 ed il 2006. E’ qui che possiamo conoscere uno dei più longevi ed illustri signori della scena architettonica newyorkese. Rigorosamente in bianco.

–    Dopo aver bighellonato per i vicoli del Meatpacking District e trafficato per le gallerie di Chelsea possiamo cenare da Morimoto. Rinomato ristorante giapponese progettato da Tadao Ando. Qui il rigore dell’architetto nipponico, profeta del cemento armato a vista, si sposa perfettamente con la cucina proposta. Un connubio che conquisterà anche i palati più esigenti, sia per gli architetti che per gli amanti del sushi. Ed è qui che ci renderemo conto di quanto costi mangiar bene a NYC!

–    Infine eccoci risalire verso Nord, tra Columbus Circle ed il Lincoln Center. Faremo tappa in un altro albergo. Questa volta incontriamo il lavoro di uno dei designer più rinomati e prolifici al mondo. Entrare nell’Hudson Hotel è come accompagnare Alice in Wonderland e trovare Philippe Starck invece del Cappellaio Matto. Una serie di intuizioni tanto geniali quanto grottesche caratterizzano l’ennesimo ricco progetto di Starck. Ma è proprio in uno degli spazi più evocativi e surreali dell’albergo, il Library Bar, che possiamo trovare un attimo di pace a New York.

 “Quel che interessa maggiormente alla folla di Coney Island è ciò che sta più lontano dalla ragione, ciò che irride più sonoramente le leggi di gravità…”

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“Certe città vanno ancora seriamente discutendo degli equivoci degli architetti (per esempio della loro proposta di creare reti pedonali sopraelevate con tentacoli che conducano da un palazzo all’altro come soluzione alla congestione) ma la Città Generica semplicemente gode i benefici delle loro invenzioni: terrazze, ponti, gallerie, autostrade, imponente proliferazione degli accessori del collegamento, spesso bardati di felci e fiori come per tenere lontano il peccato originale, creando una congestione vegetale più appariscente di un film di fantascienza degli anni ’50. Le strade sono destinate esclusivamente alle auto. La gente (i pedoni) viene instradata su percorsi (come nei lunapark), su “passeggiate” che la sollevano da terra, poi la assoggettano a un repertorio di condizioni esasperate (vento, caldo, inclinazione, freddo, interno, esterno, odori, fumi) in una sequenza che è la grottesca caricatura della vita nella città storica.”
Un capoverso scritto da Koolhaas conserva sempre un’ importante percentuale di interesse sennonché di ambiguità. Ma forse è proprio quello che ci serviva per affrontare una tematica un po’ spinosa. I nuovi ponti di Roma.
Già la dicitura nuovi stona evidentemente, poiché i ponti da poco realizzati nella Capitale appaiono tutti vecchi. In particolar modo due di questi proprio non mi convincono.
Il primo è per forza di cose il tanto discusso Ponte della Musica. In realtà non sono mai stato un detrattore di quel ponte, anzi a livello urbanistico la ritengo un’operazione di completamento e di definizione di un piano importante che, trovando in Via Guido Reni l’asse principale di collegamento tra il Parco della Musica ed il Foro Italico, dota la città di un nuovo core culturale. E’ invece l’aspetto architettonico – ingegneristico che proprio non comprendo. Può lo studio Kit Powell – Williams Architects aver avuto come suggestione guida quella della copertura (corona di spine) dello stadio Olimpico? L’unico elemento insieme alla sede del Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina ad aver completamente falsato e sovvertito le logiche compositive del Foro Italico. Può non aver minimante inteso il rapporto con il vicino ponte di Fasolo? Capolavoro inarrivabile. E ancora, perché negare una prospettiva di grande interesse, quella appunto da Via Guido Reni al Foro e viceversa, piegando fortemente l’impalcato e ostruendo così la vista tra le due sponde, problema che naturalmente deriva da una scelta tecnologica infelice, quella del ponte ad archi ribassati , priva di senso in quel determinato contesto. In definitiva, senza considerare l’indecisione riguardo il traffico carrabile che tuttora tormenta quest’opera e l’inadeguatezza della porzione di città prospiciente la riva ovest del ponte, problemi che esulano dalle competenze dei progettisti, questo “oggetto” risulta discutibile di suo.
L’altra opera che suscita in me un forte disagio è il Ponte Cavalcaferrovia Ostiense, una via di collegamento tra Via Ostiense e la Circonvallazione Ostiense, sovra passante le linee ferroviarie della metro B e della ferrovia Roma – Ostia Lido. Giorni fa un aitante studente di ingegneria, a cui offrirò la penna per controbattere (considerando che ho un grande rispetto per i bravi ingegneri, ma ahimè ce ne saranno anche di stupidi), si rallegrava di come questo ponte fosse la perfetta rappresentazione del diagramma del momento. Da ottuso studente di architettura mi sono recentemente approssimato all’opera e la cosa che più mi ha sbalordito è la gratuità con cui questo ponte si esibisce, ovvero è un perfetto fuori scala totalmente arbitrario, che visto da Via Ostiense sembra soverchiare gli edifici limitrofi, incurante di quel disegno urbano sempre più in via d’estinzione. Trovo quindi discutibile anche questo lavoro, opera di Francesco del Tosto.
Prima di chiudere, lasciando a voi il giudizio sul Ponte della Scienza, di APsT ARCHITETTURA, situato sul lungotevere Gassman, a pochi passi dai meravigliosi gazometri, vorrei segnalare una piccola opera degna di nota, che risale a una decina di anni fa. Sto parlando della passerella pedonale in Via degli Annibaldi, frutto di un concorso bandito dal Comune di Roma e vinto da Insula con Cellini e Brancaleoni che prevedeva la realizzazione di tre passerelle pedonali lungo gli itinerari archeologici. Questa delle tre è l’unica ad essere stata realizzata ed è diventata con il tempo e nella sua apparente inutilità un piccolo punto di riferimento per i cittadini. Non lo considero un capolavoro, la considero buona architettura e penso che sia già qualcosa di molto, molto raro.
“Le stazioni si dispiegano come farfalle d’acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde spesso trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un’arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava.”

Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet 2006, p.41 e p.42.
Ivi, p.95.