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La soluzione immagina ma non eccede


“L’architettura non controlla pienamente ciò che organizza.
La vita fa dell’architettura un pò quello che vuole”.
baukuh

Nel suo saggio di introduzione alla mostra “Roma interrotta”, intitolato Il Genius Loci di Roma, Christian Norberg-Schulz descrive Roma come una sintesi idilliaca di una componente ctonia ed una classica. Ambedue vengono individuate e prefigurate chiaramente dall’ambiente che circonda la città: l’Etruria, ricca di roccia tufacea, predisposta naturalmente a divenire teatro di paesaggi antropizzati, con le sue forre ed i suoi antri, archetipi del costruire, ed i colli Albani, non incerti ed introversi, ma saldi e ben leggibili, ideali per una pianificazione classica dei tracciati di fondazione e degli elementi imprescindibili per l’urbe romana, come il tempio, il foro, l’anfiteatro.
Entrambe le forze, ctonia e classica, dionisiaca ed apollinea, affermarono la propria dignità d’essere ascoltando il paesaggio circostante, il cosiddetto genius loci. 
La nostra proposta si delinea a partire da un attento ascolto del luogo e da un successivo dialogo con gli elementi che contraddistinguono l’area di progetto. 
Nel caos urbano e nell’indeterminatezza di piazza dell’Emporio abbiamo riscontrato l’esigenza di un elemento nuovamente rappresentativo, carico di una simbolicità non secondaria. Varcando questa nuova soglia si scenderà, come nelle forre d’Etruria, attraversando uno scavo lungo millenni, che condurrà il fruitore all’interno di uno spazio protetto dal traffico, intimo, quasi ancestrale.


Ed è proprio da questa forra che ci si potrà dirigere, correndo sotto il traffico carrabile, verso la luce apollinea del nostro elemento classico, un nuovo affaccio sul Tevere, una loggia ricavata nella sezione dei muraglioni che arginano il flusso del fiume. E’ questa riappropriazione di una vista privilegiata sul suo fiume, il dono più profondo che questo progetto vuole lasciare alla città.

Varcare la soglia, addentrarsi nelle viscere di Roma. Ritrovare la luce di un tempo.
Un tempo che non ci ha mai lasciato.


WAR

Edilizia sociale: l’architettura che deve adattarsi all’uomo


Restituire identità all’architettura, ma in primo luogo all’uomo che la vive.

Questo è l’obiettivo che dobbiamo porci oggi di fronte ai grandi interventi di edilizia sociale italiana, le case popolari per intenderci.
Nel nostro paese il 4,4 % della superficie totale edificata è rappresentato da alloggi sociali in affitto. Una quantità che, pur essendo esigua se confrontata con quella di Francia (16%), Olanda (36%!) e Svezia (60%!!), non passa di certo inosservata all’occhio anche disattento di chi si lascia alle spalle il centro della città.

Penso in particolare a quelle macrostrutture, grands ensembles le chiamerebbero in Francia, la cui fabbrica ha visto la luce a partire dagli anni 70’ e i cui nomi (Laurentino38, Tor Bella Monaca, Corviale per fare alcuni esempi romani) dovrebbero essere noti a molti, anche solo per sentito dire. Chi di voi ha letto o visto Gomorra sa per esempio cosa intendo per Vele di Scampia di Napoli. Consideratele un esempio calzante per farvi capire il fallimento di un’utopia modernista visionaria, di un’amministrazione inesistente o dannosa, e di un progetto architettonico che fa acqua da tutte le parti, o quasi. 

La tipologia unica e le tecniche di prefabbricazione poco sofisticate e a cattivo comportamento energetico contribuiscono all’identità negativa di queste “occasioni perdute”; gli interventi di riqualificazione sono pressoché nulli, si agisce solo in caso di emergenza o per interessi politici.

Alla manutenzione l’Italia preferisce l’inaugurazione”, diceva Leo Longanesi.

Mi viene in mente un episodio di qualche anno fa relativo all’abbattimento di 3 dei “ponti” del sopra citato L38. Questi 11 fabbricati, sopraelevati rispetto al livello stradale e destinati nell’utopia del progettista Barucci ad accogliere negozi e servizi di prima necessità, erano da tempo occupati illegalmente da chi legalmente una casa non riusciva ad ottenerla, focolai di malavita di quartiere (si racconta addirittura di sparatorie da un ponte all’altro). Il loro abbattimento è stato voluto dalla giunta Veltroni, o meglio: voluto dagli abitanti esasperati, promesso dal candidato sindaco in campagna elettorale e promosso dal comune seguente. Il vero peccato è che alla rapida eliminazione del problema è subentrato poco o niente. Ad eccezione di conferenze e workshop universitari prolifici, non ho ancora sentito parlare di una vera proposta d’intervento che colmi il vuoto lasciato dall’abbattimento ad effetto dei 3 “ponti”.

Restituire identità all’uomo che vive l’architettura, dicevo.

Il concetto è espresso bene da un brutto neologismo inglese: customizzazione, da custom, utente.

A riguardo, Giancarlo De Carlo sosteneva che “l’architettura deve adattarsi agli uomini e non il contrario”. Questa frase vuole contrapporsi al concetto che per anni è stato considerato legge, a cui i progetti sopra citati facevano riferimento, ovvero quello de “la casa come macchina dell’abitare”. Il ben noto pensiero modernista, dell’uomo standardizzato, omologato, misurato con un “modulor” universale, ridotto ad entità meccanica è ormai superato; non più un’unica soluzione perfetta per tutti, sempre identica e ripetuta ossessivamente dall’esterno. Non più un uomo privato degli aspetti emotivi, della sua necessità di essere individuo.

De Carlo, tra i fondatori del Team X, prima vera rottura con il Movimento Moderno, nel Villaggio Matteotti di Terni progettò ad esempio, e non senza il diretto contributo dei futuri abitanti tramite mostre e riunioni, un quartiere variegato in tipologia e qualità spaziale.

                 Le Corbusier 1942. piano regolatore di Algeri

Dunque per stare dalla parte dell’abitante, è sulla differenziazioneche bisogna puntare.

Le graduatorie di assegnazione dell’ATER (Azienda Territoriale Edilizia Residenziale), si basano sul principio del bisogno come categoria prevalente. In sostanza, più sei “in difficoltà” e più hai diritto a una casa. Questo approccio risponde a esigenze di giustizia sociale come è giusto che sia ma induce anche a una serie di critiche; la concentrazione di persone in condizioni di forte disagio alimenta l’effetto ghetto già enfatizzato dall’inaccessibilità e lontananza del quartiere. Per fare un esempio, i primi insediamenti del L38, inaccessibile oggi figuriamoci nel 75’, furono conseguenza dello sfollamento di un palazzo occupato illegalmente in via Cavour; il disagio non fu risolto ma fu spostato in periferia, lontano da tutti, ma vicino a quelle 35 mila persone che di lì a poco avrebbero ottenuto la loro agognata casa ai “ponti”.

La società di oggi si fa sempre più variegata (single, anziani con badanti, studenti, artisti, giovani coppie, extracomunitari), come può non esserlo anche la casa che verrà loro assegnata?

Insomma, il mix sociale o differenziazione che dir si voglia è il mezzo grazie al quale si combatte la segregazione, figlia di quell’autosufficienza di quartiere, auspicata dai progettisti e mai raggiunta.

A tal proposito è utile parlare di coefficiente di affollamento, ovvero il rapporto tra il flusso di entrata e quello di uscita del quartiere. In molti casi questo rapporto è minore di 1, con il risultato di un “quartiere dormitorio”, che si vede ogni mattina abbandonato da chi lavora e studia lontano.

Per accogliere nuova utenza dall’esterno dobbiamo in primis ripensare gli edifici esistenti, contraddistinti da copertura piana e in molti casi dal piano pilotis. Quest’ultimo andrebbe convertito e destinato ad alloggi per anziani o disabili, ad attività commerciali, uffici o a luoghi comunitari nei quali gli abitanti si riconoscano. La copertura inoltre potrebbe essere sopraelevata con nuove strutture leggere (optoppen in danese), e assegnata a un’utenza giovane che non fatichi a fare un piano di scale in più senza ascensore.

Capire insomma quale architettura si adatti meglio a un determinato tipo di utenza.

Una parte del Villaggio Olimpico di Monaco di Baviera ad esempio è oggi uno studentato; quello di Roma, di tutt’altra tipologia, dopo esser stato destinato per 50 anni ad alloggi sociali, si sta purtroppo vendendo poco a poco ai privati.

Gli edifici esistenti che ho descritto acquistano identità anche grazie alla nuova architettura che dovrà confrontarsi con essi e inserirsi in quegli spazi trascurati, quegli interstizi estesissimi che caratterizzano il vecchio tessuto. Ancora una volta la parola magica è differenziazione:

Come prima cosa favorendo la compresenza tipologica. Chi ha detto che palazzine residenziali a corte non possano convivere con case a schiera a un piano o con villini monofamiliari a due piani? Le soluzioni adottate negli anni 70’ miravano a costruire più rapidamente possibile per far fronte all’emergenza-casa dovuta all’incremento demografico e al dilagare della periferia informale (tanto crudamente descritta da Pasolini). I nuovi interventi devono perimetrare, consolidare, densificare con nuove tipologie a bassa densità abitativa. L’intervento di qualche anno fa di S. Cordeschi a Tor Bella Monaca ne è un esempio.

Di non meno importanza è l’alterazione tipologica. Ci tengo a citare due casi interessanti, “stranamente” non italiani: L. Kroll in Belgio e S. Forster in Germania. Entrambi partono da un edificio esistente e ne stravolgono la tipologia in linea, entrambi con operazioni di sottrazione e poi addizione. Il primo modella la sommità dell’edificio passando da un tetto piano a coperture a falda. Il secondo demolisce i corpi scala dispari e aggiunge nuovi balconi tramite tiranti. Basta guardare le foto del prima/dopo per capire dov’è l’alterazione.

     
S. Forster 1999-03. Physiker Quartier

L. Kroll 1990-94. 60 dwellings Montbélird-Béthoncourt
E’ dunque da quel 4,4 % di alloggi sociali che dobbiamo ripartire. Ottenere da quello che altri hanno costruito prima di noi degli organismi edilizi, differenziati in utenza e tipologia, portatori di un’identità individuale propria.

Un’identità, e qui cito ancora il mio amato De Carlo, contestato nell’ultimo CIAM per le finestre ovali e per il tetto a falda di alcuni suoi progetti, basata sullo studio di nuove forme dell’abitare, senza abbandonare il rapporto con il contesto e con la storia, ma al contrario imparando da questi.

Assia Carpano

 

 

Un comunista a Copacabana


Nel 2008, a Maasdriel, nella provincia di Gelderland, in Olanda, le nascite hanno subito un’impennata del 44% a nove mesi da un guasto che per tre giorni e tre notti aveva mandato in tilt l’intera rete elettrica. Nacquero ben 26 bambini, quasi una volta e mezza quanti ne vengono alla luce mediamente.

Penso che se tra nove mesi, o giù di lì, si facesse un’indagine in giro per il globo, noteremmo come molti progetti di architettura godrebbero di un’insolita parentela con l’immaginario di Oscar Niemeyer. Il web è stato letteralmente colonizzato, parola mal digerita dal maestro, da una serie infinita di dispacci, articoli, articoletti, menzioni, epitaffi etc. recanti la notizia che O.N. è morto. Naturalmente anche la nostra redazione aveva in serbo il suo coccodrillo bello e buono, ma come quando la pioggia inizia a battere sull’asfalto di un circuito di F1 e dal muretto si stravolgono le strategie in corsa, anche noi, causa un calendario beffardo, ci siamo rimessi in pista armati di gomme da bagnato, penna e calamaio, per approfondire i lati meno indagati da questo mare di tributi al miele.

Il Bernini carioca ha accompagnato, orientandolo quando necessario, il passaggio architettonico dal Modern al Postmodern, avvicendamento di certo non indolore per una moltitudine di architetti sparsi tra i cinque continenti. Meno per il Nostro, il quale già custodiva in nuce una poetica talmente autoreferenziale e spettacolarizzante, da calarsi perfettamente nel nuovo palcoscenico in divenire.

Se da una parte non si è mai riuscito a liberare di una certa retorica comunista, accompagnata da un lessico modernista decisamente sui generis (parlava spesso delle analogie  tra le curve delle donne e le sue architetture avvolgenti), Niemeyer ha costantemente adeguato l’impatto di questi ideali ingombranti alle evenienze ed al portafoglio dei committenti. Per quanto la sua caratura etica sia sempre stata sbandierata animatamente, con la sede del partito comunista parigino a suggellare il binomio “Niemeyer-compagno”, in realtà andando a rovistare tra i numerosissimissimimissimi lavori eseguiti, una coerente scrematura rispetto a “chi” stesse chiedendo “cosa” non è mai avvenuta.

Niemeyer si è affermato, quasi in solitaria, come architetto principe di un continente in via di sviluppo. Pochi al mondo possono vantare un impatto così decisivo nel figurare un linguaggio architettonico strettamente legato ad una nazione, in questo caso al Brasile. Ma il suo percorso non si è limitato all’America Latina. Compiendo il tragitto contrario del collega e maestro Le Corbusier, il quale non disdegnava affatto amicizie poco consigliabili e platee culturali decisamente arretrate (ma di certo meno conservatrici ed in fondo anche meno ambite) di cui il Sud America era ricco, per gettare i semi della sua Nuova Architettura, O.N. viceversa ha lavorato anche nel vecchio continente. Sempre e comunque, o meglio sempre ed ovunque, imponendo la sua griffe bianca e sinuosa. Dimostrazione di come la caratura culturale del personaggio fosse in grado di confrontarsi a qualsiasi livello. Capacità che lo porterà nel 1988 a vincere il Pritzker Price.

“As a student in the early 1960s, I looked to Niemeyer’s work for stimulation; poring over the drawings of each new project. Fifty years later his work still has the power to startle us. His contemporary Art Museum at Niteroi is exemplary in this regard. Standing on its rocky promontory like some exotic plant form, it shatters convention by juxtaposing art with a panoramic view of Rio harbour. It is as if − in his mind − he had dashed the conventional gallery box on the rocks below, and challenged us to view art and nature as equals. I have walked the Museum’s ramps. They are almost like a dance in space, inviting you to see the building from many different viewpoints before you actually enter. I found it absolutely magic.”

E se Norman Foster ci ha raccontato quanto gli piace il Museo a Niterói (non ne avevamo dubbi), che ritengo personalmente il peggior edificio in assoluto di Niemeyer, responsabile tra l’altro di un proliferare incontrastato di edifici bianchi e vetrati dalle forme più assurde situati in posizioni privilegiate, vedi la casa di Iron Man .. , vorrei invece suggerire uno sguardo particolare al progetto abitativo nel centro di São Paulo, l’edificio Copan.

São Paulo vista dal Copan. L’edificio Italia a destra.
Un esempio di edilizia residenziale sorprendente, che andrebbe approfondito per le soluzioni tecnologiche adottate nel disegno della facciata, la quale caratterizza fortemente il manufatto. 
Un Niemeyer qui più urbano e meno assoluto rispetto ai suoi lavori per Brasilia, più architetto e meno funambolo rispetto alla gran parte degli edifici realizzati successivamente.  

Jacopo Costanzo

Lo spazio ultimo


La rappresentazione di uno spazio adibito allo studio, alla ricerca, all’approfondimento, sintetizza un esercizio considerevole, che consiste nel tradurre l’idea metafisica di un sapere supremo in misure e forme chiaramente intellegibili. Ad oggi, se dovessi individuare alcuni esempi a riguardo, traccerei un sentiero che partendo da un affresco presente nelle “Stanze Vaticane” condurrebbe fino a Robin Williams, lo strepitoso istrione hollywoodiano.  
Raffaello Sanzio, intorno al 1410 affresca con i suoi allievi la Stanza della Segnatura. Qui viene rappresentata una delle più straordinarie scene della Storia dell’Arte mai immaginate, la Scuola di Atene. Un dibattito, un confronto, un duello, una lezione tenuta dai più grandi filosofi e sapienti della storia. Ma in che spazio vengono inseriti i suddetti contendenti? Sopra una pavimentazione marmorea bicroma, caratterizzata da motivi geometrici euclidei, quattro gradoni anticipano uno spazio centrale, cuore della contesa. Tutt’attorno viene scandita chiaramente un’architettura classica e rinascimentale. Un tempio della filosofia, una chiesa del sapere, circonda i presenti, custodendoli dall’indefinito cielo che si staglia in lontananza. La rappresentazione architettonica è necessaria perché preserva la scena dall’assoluto, contiene i presenti offrendogli un campo ideale per la resa dei conti. 
Ebbene il tutto si ripropone, con i distinguo necessari, per mano dell’architetto illuminista Étienne-Louis Boullée, il quale progettando il nuovo salone per la Biblioteca Nazionale di Francia, intorno al 1780, disegna una prospettiva che passerà alla storia. Possiamo serenamente constatare come l’architetto francese superi in audacia l’Urbinate, immaginando uno spazio sublime. Una maestosa volta a botte cassettonata, sorretta tramite un colonnato ionico trabeato, copre l’intero salone. Lo squarcio longitudinale della volta, accompagnando la composizione del disegno che si sviluppa in profondità, ne esalta l’anelito visionario.
E’ inoltre l’entrata in scena dei libri a risultare ancor più prorompente e scenografica (sebbene nello stesso affresco di Raffaello vengano impugnati, consultati ed appuntati, rappresentando un protagonista silenzioso dell’opera). Tre livelli di un ideale stadio del sapere, colmi di librerie colme di libri, corrono lungo tutto il perimetro del salone, generando un effetto capace di mozzare il fiato al solo pensiero di poter abitare uno spazio simile.
Ed ecco che nel 1998, grazie all’uscita di un film a mio modo di vedere notevolissimo (ma rimandiamo al team di Lorenzo Peri per un giudizio tecnico adeguato) il pensiero si realizza ed il sopracitato Salone prende vita. What Dreams May Come, distribuito in Italia come Al di là dei sogni, diretto da Vincent Ward, ripropone, citandolo esplicitamente, l’ambiente solo disegnato e mai realizzato dal nostro Boullée. Risulta interessante come le scene girate all’interno di questa ricostruzione digitale non scalfiscano minimamente la rappresentazione originaria, declinandola se possibile verso atmosfere ancor più oniriche, grazie ad uno specchio d’acqua in sostituzione del pavimento e ad un cielo al tramonto in lontananza.
Tutti esempi di spazi immaginati per contenere un sapere universale, che potremmo definire ultimo. Per questo motivo il vero comun denominatore all’interno delle tre rappresentazioni citate è proprio lo spazio fuori dalla scena. E’ come se l’architettura svolgesse un compito sporco, come se si realizzasse perfettamente scomparendo o interrompendosi, lasciando spazio allo spazio. Lasciando intuire, mediante gli sfondati prospettici, un’infinitezza ultima che la materia potrebbe solo ostacolare.
Jacopo Costanzo 

ABC Architettura Biennale Chipperfield


Alla festa non mancava nessuno. David Chipperfield, intraprendendo la strada diplomaticamente meno rischiosa, esce da questa Biennale “politicamente illeso”. Si perché, se vi è mai capitato di organizzare una festa, saprete benissimo che il bilancio è in partenza condizionato dalla lista degli invitati e di conseguenza da quella degli esclusi. Avremo feste di soli amici, feste all’insegna delle pubbliche relazioni e poi avremo feste, come la Biennale 2012, che non rinunciano né alla prima né alla seconda strategia: 
“Calm and thoughtful versus glamorous baubles – Chipperfield seems to want to have both”[1].
Te ne rendi conto in particolar modo quando nel mezzo del cammin dell’Arsenale incontri prima una “personale” sulla carriera di Hans Kollhoff, apprezzo qui l’onesta intellettuale di Chipperfield nel chiamare un collega stimato da sempre offrendogli uno spazio personalissimo che possiamo ritenere del tutto svincolato dal main theme 2012 “Common Ground”, poi qualche sala più in là trovi i soliti H&dM, Hadid e Piano a fare da specchietti per le allodole e per il grande pubblico accorso da ogni dove, d’altronde oggi come sempre l’architettura è uno strumento economico prima di tutto.
Insomma delle due strategie salverei solo la prima, coerente, onesta e meno supina alle leggi del mercato, ma devo riconoscere che i premi di questa Biennale sono stati ineccepibili, ed allora sono pronto a scommettere che è proprio lì che aveva previsto di lasciare lo zampino David Chipperfield, curatore 2012, uno dei più validi architetti dell’odierna scena internazionale. 
Infatti li sottoscriverei tutti, questi ambiti leoncini d’oro e d’argento: Leone d’oro 2012 va a Urban-Think Thank e Justin McGuirk per il progetto Gran Horizonte, ricerca sull’occupazione della Torre David di Caracas;  Leone d’argento, per lo studio più promettente, assegnato a Shelley McNamara e Yvonne Farrel di Grafton Architects(curioso definirle ancora promettenti .. );  lo straordinario Giappone, guidato e curato da Toyo Ito, miglior partecipazione nazionale; tre menzioni speciali a Polonia, Russia (su queste due ho le mie perplessità) e Stati Uniti, a mio modo di vedere veramente eccezionali; riceve una menzione speciale anche Cino Zucchi, probabilmente individuato come esempio guida per l’architetto italiano medio di oggi, pensate come ci siamo ridotti; ed infine il Leone d’oro alla carriera ad Álvaro Joaquim de Melo Siza Vieira, meglio noto come Álvaro Siza, portoghese classe 33, maestro sempiterno della nostra architettura.
Quindi se per gli invitati la festa poteva sembrare veramente glamour, i premi hanno dimostrato che un segnale chiaro Chipperfield & Co. l’hanno voluto lasciare, come ha scritto Raymund Ryan in riferimento al vincitore del Leone d’oro: “This informal or ad-hoc project epitomises a pervasive feeling at Venice that the stararchitect moment has passed”[2].
Dopo aver fatto i conti con i premi ufficiali (che qui di seguito non tratterò nuovamente), è ora di dare voce alla base e di lasciare in ordine sparso alcune suggestioni recepite durante il tour de forcein laguna:
Di grande impatto le foto di Thomas Struth che accompagnano il visitatore lungo tutto il percorso in Arsenale; doveroso e commovente nella sua semplice immediatezza l’omaggio a Luigi Snozzi (non è morto ma è ancora troppo poco conosciuto); felice l’installazione di Anupama Kundoo e la sua casa indiana; impeccabile Valerio Olgiati, e come allestimento e come contenuto; incoraggiante il lavoro di 13178 Moran Street su di una casa in stato di abbandono a Detroit; sempre in Arsenale promosse tra le partecipazioni nazionali Perù e Argentina, i primi con le loro unità d’abitazione in argilla, esposte per mezzo di modelli autentici pregevolissimi, sono stati i miei vincitori assoluti, i secondi prima vanno sul sicuro con un allestimento di Clorindo Testa, poi sorprendono in chiusura con una rivendicazione architettonica e quindi culturale delle islas Malvinas. Peccato per il Padiglione italiano ancora una volta non all’altezza (si salva solo il lavoro di OSA in apertura), e costretto a tornare su temi arcinoti come Olivetti e l’Olivettismo.
Padiglione brasiliano, Lucio Costa, Riposatevi, 1964 & 2012
Ai Giardini promossi i padiglioni nazionali di Belgio, Finlandia, Danimarca, Brasile, Serbia ed Austria (gli ultimi due dimostrano come la qualità estetica, anche in assenza di contenuti determinanti, rappresenti in architettura un aspetto imprescindibile). Convincenti nel Padiglione Centrale i lavori di Eisenman & Co. sul Campo Marzio, il coraggioso studio esegetico sul proprio operato di Toshiko Mori, Crimson Architectural Historians sulla mutazione d’intenti delle città di nuova fondazione dal secondo dopo guerra ad oggi, ed infine Steve Parnell sull’importanza delle riviste d’architettura. 

La Biennale si conferma occasione preziosa per raccogliere provocazioni e punti di vista alternativi alla nostra quotidianità, Chipperfield sul suo fertile Common Ground ha ben seminato, a noi ora l’ardua mietitura.

Jacopo Costanzo [3]



[1]  Raymund Ryan, “EMPIRICAL AFFINITIES”, AR, 1388, (October 2012), pp.102 e 103.
[2]  Ivi. pp.102 e 103
[3]  Uno speciale ringraziamento a Luca e Paolo

After the Games #2


[Continua da qui]
Mutatis mutandis, oggi la Guerra austro-turca non sembra essersi interrotta, solo trasformata in una ridicola battaglia a colpi di vignette satiriche ed attentati kamikaze. Ma di certo questa non si può ritenere la causa della nuova strategia improntata sull’austerity in tema di stadi. Infatti il grande nemico di oggi -mi chiedo se un domani non lo benediremo come quando si esce da una salubre doccia gelida- è la CRISI. Come si può pensare di investire in un complesso di infrastrutture sportive con i tempi che corrono .. esatto! Avete capito bene, punto primo non pensate di collocare i vostri soldini nel vecchio stivale, o quantomeno NO nella città di Roma. Bastano pochi esempi presi in ordine sparso: l’orribile ampliamento del “centrale del tennis” (non dimenticando MAI lo stato in cui versa la vicina Casa della Scherma), la “Città dello sport” di Tor Vergata, opera di Santiago Calatrava, progettata per i mondiali di nuoto del 2009 ed ancora ferma allo stato di cantiere, cantiere per altro bloccato e che continua a gravare sul bilancio per la sua messa in sicurezza e per il deterioramento dei materiali. Le infelici vicende del meraviglioso Flaminio, ad oggi uno degli stadi più belli d’Europa, completamente dimenticato dalle grandi società sportive romane. Per non parlare della balbettante quanto ridicola candidatura per l’Olimpiade 2020, dove, rendiamoci conto, la suddetta cittadella di Tor Vergata, progetto 2005 amministrazione Veltroni, sarebbe dovuta rientrare in gioco per un evento previsto quindici anni dopo.
Evidentemente l’Europa avanza su altri binari mentre il nostro carrozzone segue a stento nelle retrovie. Ed ecco che la lezione arriva proprio da quel paese che in Europa ci ha messo sempre e solo un piede. Londra 2012 è stata per l’intero Regno Unito un’esibizione di qualità, efficienza ed organizzazione che oggi pochi stati al mondo potrebbero eguagliare. Passata la sbornia olimpica e le numerose congratulazioni nei confronti del governo di “Sua Maestà” possiamo limitarci ad una breve analisi delle infrastrutture.  Il primo elogio, e qui chi mi conosce apprezzerà lo sforzo, è per lo studio di Zaha Hadid, capace di impacchettare dignitosamente il nuovo Aquatics Centre con delle tribune laterali provvisorie montate per l’intera durata dei giochi. Certo lo studio co-diretto da Patrick Schumacher avrà visto frustrata la propria fluida poetica, metaforicamente ideale per uno stadio del nuoto (pregevolissimo il complesso di trampolini), con le due tribune aggiuntive così rigorose e fuori scala, ma credo che sia stato proprio questo rigore imposto che ha dato all’opera una certa severità, fin d’ora sconosciuta nei lavori dell’architetto anglo-irachena. Con il velodromo, lo studio Hopkins Architects ha risposto concependo un’opera impeccabile capace di attirare gli onori dalla critica: “Style and styling quickly dates. But the understated product of synthesis trascends fashion and satisfies in the long term”[1].
Ma a mio modo di vedere il vero capolavoro di Londra 2012, fiore all’occhiello anche dal punto di vista strategico di questi “austerity Games”, è stato l’Olympic Stadium by Populous. In tema di stadi ed impianti sportivi per presentare questo studio si farebbe prima ad elencare i bandi che non ha vinto, soprattutto nella sua storia recente. Egemone assoluto della scena mondiale, Populous ha eseguito, tra gli altri, i lavori per Wembley (2007), la Soccer City di Johannesburg (2009) per i passati mondiali di calcio, e si appresta ad eseguire lo stadio per le Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014 e la Arenas das Dunas, presso Natal in Brasile, per la prossima Coppa del mondo FIFA 2014. Il mio interesse nei loro confronti nasce nel 2011 quando ebbi la fortuna di assistere alla finale di Europa League tra Porto e Braga nell’ Aviva Stadium di Dublino appena ultimato da Populous. Probabilmente lo stadio più interessante degli ultimi dieci anni.
Per Londra non potevano che confermare tutto questo con una performance di un’intelligenza rara. Una struttura capace di ottenere una capienza pari a 80.000 posti a sedere durante i Giochi e di ridursi a manifestazione ultimata in un impianto di 25.000 posti. Una sostenibilità made in Britain, resa manifesta con pragmaticità ed eleganza.
Senza fronzoli e campanilismi, speriamo che Roma impari da Londra come si pianifica un’ Olimpiade .. visto che nel 60, in fondo non troppi anni fa, la storia la scrivevamo noi. 
Jacopo Costanzo


[1] Peter Buchanan, “STYLE VS SYNTHESIS”, AR, 1386, (August 2012), pp.49.

Ponteponentepontepi

“Certe città vanno ancora seriamente discutendo degli equivoci degli architetti (per esempio della loro proposta di creare reti pedonali sopraelevate con tentacoli che conducano da un palazzo all’altro come soluzione alla congestione) ma la Città Generica semplicemente gode i benefici delle loro invenzioni: terrazze, ponti, gallerie, autostrade, imponente proliferazione degli accessori del collegamento, spesso bardati di felci e fiori come per tenere lontano il peccato originale, creando una congestione vegetale più appariscente di un film di fantascienza degli anni ’50. Le strade sono destinate esclusivamente alle auto. La gente (i pedoni) viene instradata su percorsi (come nei lunapark), su “passeggiate” che la sollevano da terra, poi la assoggettano a un repertorio di condizioni esasperate (vento, caldo, inclinazione, freddo, interno, esterno, odori, fumi) in una sequenza che è la grottesca caricatura della vita nella città storica.”
Un capoverso scritto da Koolhaas conserva sempre un’ importante percentuale di interesse sennonché di ambiguità. Ma forse è proprio quello che ci serviva per affrontare una tematica un po’ spinosa. I nuovi ponti di Roma.
Già la dicitura nuovi stona evidentemente, poiché i ponti da poco realizzati nella Capitale appaiono tutti vecchi. In particolar modo due di questi proprio non mi convincono.
Il primo è per forza di cose il tanto discusso Ponte della Musica. In realtà non sono mai stato un detrattore di quel ponte, anzi a livello urbanistico la ritengo un’operazione di completamento e di definizione di un piano importante che, trovando in Via Guido Reni l’asse principale di collegamento tra il Parco della Musica ed il Foro Italico, dota la città di un nuovo core culturale. E’ invece l’aspetto architettonico – ingegneristico che proprio non comprendo. Può lo studio Kit Powell – Williams Architects aver avuto come suggestione guida quella della copertura (corona di spine) dello stadio Olimpico? L’unico elemento insieme alla sede del Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina ad aver completamente falsato e sovvertito le logiche compositive del Foro Italico. Può non aver minimante inteso il rapporto con il vicino ponte di Fasolo? Capolavoro inarrivabile. E ancora, perché negare una prospettiva di grande interesse, quella appunto da Via Guido Reni al Foro e viceversa, piegando fortemente l’impalcato e ostruendo così la vista tra le due sponde, problema che naturalmente deriva da una scelta tecnologica infelice, quella del ponte ad archi ribassati , priva di senso in quel determinato contesto. In definitiva, senza considerare l’indecisione riguardo il traffico carrabile che tuttora tormenta quest’opera e l’inadeguatezza della porzione di città prospiciente la riva ovest del ponte, problemi che esulano dalle competenze dei progettisti, questo “oggetto” risulta discutibile di suo.
L’altra opera che suscita in me un forte disagio è il Ponte Cavalcaferrovia Ostiense, una via di collegamento tra Via Ostiense e la Circonvallazione Ostiense, sovra passante le linee ferroviarie della metro B e della ferrovia Roma – Ostia Lido. Giorni fa un aitante studente di ingegneria, a cui offrirò la penna per controbattere (considerando che ho un grande rispetto per i bravi ingegneri, ma ahimè ce ne saranno anche di stupidi), si rallegrava di come questo ponte fosse la perfetta rappresentazione del diagramma del momento. Da ottuso studente di architettura mi sono recentemente approssimato all’opera e la cosa che più mi ha sbalordito è la gratuità con cui questo ponte si esibisce, ovvero è un perfetto fuori scala totalmente arbitrario, che visto da Via Ostiense sembra soverchiare gli edifici limitrofi, incurante di quel disegno urbano sempre più in via d’estinzione. Trovo quindi discutibile anche questo lavoro, opera di Francesco del Tosto.
Prima di chiudere, lasciando a voi il giudizio sul Ponte della Scienza, di APsT ARCHITETTURA, situato sul lungotevere Gassman, a pochi passi dai meravigliosi gazometri, vorrei segnalare una piccola opera degna di nota, che risale a una decina di anni fa. Sto parlando della passerella pedonale in Via degli Annibaldi, frutto di un concorso bandito dal Comune di Roma e vinto da Insula con Cellini e Brancaleoni che prevedeva la realizzazione di tre passerelle pedonali lungo gli itinerari archeologici. Questa delle tre è l’unica ad essere stata realizzata ed è diventata con il tempo e nella sua apparente inutilità un piccolo punto di riferimento per i cittadini. Non lo considero un capolavoro, la considero buona architettura e penso che sia già qualcosa di molto, molto raro.
“Le stazioni si dispiegano come farfalle d’acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde spesso trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un’arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava.”

Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet 2006, p.41 e p.42.
Ivi, p.95.