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After the Games #2


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Mutatis mutandis, oggi la Guerra austro-turca non sembra essersi interrotta, solo trasformata in una ridicola battaglia a colpi di vignette satiriche ed attentati kamikaze. Ma di certo questa non si può ritenere la causa della nuova strategia improntata sull’austerity in tema di stadi. Infatti il grande nemico di oggi -mi chiedo se un domani non lo benediremo come quando si esce da una salubre doccia gelida- è la CRISI. Come si può pensare di investire in un complesso di infrastrutture sportive con i tempi che corrono .. esatto! Avete capito bene, punto primo non pensate di collocare i vostri soldini nel vecchio stivale, o quantomeno NO nella città di Roma. Bastano pochi esempi presi in ordine sparso: l’orribile ampliamento del “centrale del tennis” (non dimenticando MAI lo stato in cui versa la vicina Casa della Scherma), la “Città dello sport” di Tor Vergata, opera di Santiago Calatrava, progettata per i mondiali di nuoto del 2009 ed ancora ferma allo stato di cantiere, cantiere per altro bloccato e che continua a gravare sul bilancio per la sua messa in sicurezza e per il deterioramento dei materiali. Le infelici vicende del meraviglioso Flaminio, ad oggi uno degli stadi più belli d’Europa, completamente dimenticato dalle grandi società sportive romane. Per non parlare della balbettante quanto ridicola candidatura per l’Olimpiade 2020, dove, rendiamoci conto, la suddetta cittadella di Tor Vergata, progetto 2005 amministrazione Veltroni, sarebbe dovuta rientrare in gioco per un evento previsto quindici anni dopo.
Evidentemente l’Europa avanza su altri binari mentre il nostro carrozzone segue a stento nelle retrovie. Ed ecco che la lezione arriva proprio da quel paese che in Europa ci ha messo sempre e solo un piede. Londra 2012 è stata per l’intero Regno Unito un’esibizione di qualità, efficienza ed organizzazione che oggi pochi stati al mondo potrebbero eguagliare. Passata la sbornia olimpica e le numerose congratulazioni nei confronti del governo di “Sua Maestà” possiamo limitarci ad una breve analisi delle infrastrutture.  Il primo elogio, e qui chi mi conosce apprezzerà lo sforzo, è per lo studio di Zaha Hadid, capace di impacchettare dignitosamente il nuovo Aquatics Centre con delle tribune laterali provvisorie montate per l’intera durata dei giochi. Certo lo studio co-diretto da Patrick Schumacher avrà visto frustrata la propria fluida poetica, metaforicamente ideale per uno stadio del nuoto (pregevolissimo il complesso di trampolini), con le due tribune aggiuntive così rigorose e fuori scala, ma credo che sia stato proprio questo rigore imposto che ha dato all’opera una certa severità, fin d’ora sconosciuta nei lavori dell’architetto anglo-irachena. Con il velodromo, lo studio Hopkins Architects ha risposto concependo un’opera impeccabile capace di attirare gli onori dalla critica: “Style and styling quickly dates. But the understated product of synthesis trascends fashion and satisfies in the long term”[1].
Ma a mio modo di vedere il vero capolavoro di Londra 2012, fiore all’occhiello anche dal punto di vista strategico di questi “austerity Games”, è stato l’Olympic Stadium by Populous. In tema di stadi ed impianti sportivi per presentare questo studio si farebbe prima ad elencare i bandi che non ha vinto, soprattutto nella sua storia recente. Egemone assoluto della scena mondiale, Populous ha eseguito, tra gli altri, i lavori per Wembley (2007), la Soccer City di Johannesburg (2009) per i passati mondiali di calcio, e si appresta ad eseguire lo stadio per le Olimpiadi Invernali di Sochi del 2014 e la Arenas das Dunas, presso Natal in Brasile, per la prossima Coppa del mondo FIFA 2014. Il mio interesse nei loro confronti nasce nel 2011 quando ebbi la fortuna di assistere alla finale di Europa League tra Porto e Braga nell’ Aviva Stadium di Dublino appena ultimato da Populous. Probabilmente lo stadio più interessante degli ultimi dieci anni.
Per Londra non potevano che confermare tutto questo con una performance di un’intelligenza rara. Una struttura capace di ottenere una capienza pari a 80.000 posti a sedere durante i Giochi e di ridursi a manifestazione ultimata in un impianto di 25.000 posti. Una sostenibilità made in Britain, resa manifesta con pragmaticità ed eleganza.
Senza fronzoli e campanilismi, speriamo che Roma impari da Londra come si pianifica un’ Olimpiade .. visto che nel 60, in fondo non troppi anni fa, la storia la scrivevamo noi. 
Jacopo Costanzo


[1] Peter Buchanan, “STYLE VS SYNTHESIS”, AR, 1386, (August 2012), pp.49.

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“Certe città vanno ancora seriamente discutendo degli equivoci degli architetti (per esempio della loro proposta di creare reti pedonali sopraelevate con tentacoli che conducano da un palazzo all’altro come soluzione alla congestione) ma la Città Generica semplicemente gode i benefici delle loro invenzioni: terrazze, ponti, gallerie, autostrade, imponente proliferazione degli accessori del collegamento, spesso bardati di felci e fiori come per tenere lontano il peccato originale, creando una congestione vegetale più appariscente di un film di fantascienza degli anni ’50. Le strade sono destinate esclusivamente alle auto. La gente (i pedoni) viene instradata su percorsi (come nei lunapark), su “passeggiate” che la sollevano da terra, poi la assoggettano a un repertorio di condizioni esasperate (vento, caldo, inclinazione, freddo, interno, esterno, odori, fumi) in una sequenza che è la grottesca caricatura della vita nella città storica.”
Un capoverso scritto da Koolhaas conserva sempre un’ importante percentuale di interesse sennonché di ambiguità. Ma forse è proprio quello che ci serviva per affrontare una tematica un po’ spinosa. I nuovi ponti di Roma.
Già la dicitura nuovi stona evidentemente, poiché i ponti da poco realizzati nella Capitale appaiono tutti vecchi. In particolar modo due di questi proprio non mi convincono.
Il primo è per forza di cose il tanto discusso Ponte della Musica. In realtà non sono mai stato un detrattore di quel ponte, anzi a livello urbanistico la ritengo un’operazione di completamento e di definizione di un piano importante che, trovando in Via Guido Reni l’asse principale di collegamento tra il Parco della Musica ed il Foro Italico, dota la città di un nuovo core culturale. E’ invece l’aspetto architettonico – ingegneristico che proprio non comprendo. Può lo studio Kit Powell – Williams Architects aver avuto come suggestione guida quella della copertura (corona di spine) dello stadio Olimpico? L’unico elemento insieme alla sede del Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina ad aver completamente falsato e sovvertito le logiche compositive del Foro Italico. Può non aver minimante inteso il rapporto con il vicino ponte di Fasolo? Capolavoro inarrivabile. E ancora, perché negare una prospettiva di grande interesse, quella appunto da Via Guido Reni al Foro e viceversa, piegando fortemente l’impalcato e ostruendo così la vista tra le due sponde, problema che naturalmente deriva da una scelta tecnologica infelice, quella del ponte ad archi ribassati , priva di senso in quel determinato contesto. In definitiva, senza considerare l’indecisione riguardo il traffico carrabile che tuttora tormenta quest’opera e l’inadeguatezza della porzione di città prospiciente la riva ovest del ponte, problemi che esulano dalle competenze dei progettisti, questo “oggetto” risulta discutibile di suo.
L’altra opera che suscita in me un forte disagio è il Ponte Cavalcaferrovia Ostiense, una via di collegamento tra Via Ostiense e la Circonvallazione Ostiense, sovra passante le linee ferroviarie della metro B e della ferrovia Roma – Ostia Lido. Giorni fa un aitante studente di ingegneria, a cui offrirò la penna per controbattere (considerando che ho un grande rispetto per i bravi ingegneri, ma ahimè ce ne saranno anche di stupidi), si rallegrava di come questo ponte fosse la perfetta rappresentazione del diagramma del momento. Da ottuso studente di architettura mi sono recentemente approssimato all’opera e la cosa che più mi ha sbalordito è la gratuità con cui questo ponte si esibisce, ovvero è un perfetto fuori scala totalmente arbitrario, che visto da Via Ostiense sembra soverchiare gli edifici limitrofi, incurante di quel disegno urbano sempre più in via d’estinzione. Trovo quindi discutibile anche questo lavoro, opera di Francesco del Tosto.
Prima di chiudere, lasciando a voi il giudizio sul Ponte della Scienza, di APsT ARCHITETTURA, situato sul lungotevere Gassman, a pochi passi dai meravigliosi gazometri, vorrei segnalare una piccola opera degna di nota, che risale a una decina di anni fa. Sto parlando della passerella pedonale in Via degli Annibaldi, frutto di un concorso bandito dal Comune di Roma e vinto da Insula con Cellini e Brancaleoni che prevedeva la realizzazione di tre passerelle pedonali lungo gli itinerari archeologici. Questa delle tre è l’unica ad essere stata realizzata ed è diventata con il tempo e nella sua apparente inutilità un piccolo punto di riferimento per i cittadini. Non lo considero un capolavoro, la considero buona architettura e penso che sia già qualcosa di molto, molto raro.
“Le stazioni si dispiegano come farfalle d’acciaio, gli aeroporti scintillano come ciclopiche gocce di rugiada, i ponti uniscono sponde spesso trascurabili come versioni grottescamente ingigantite di un’arpa. A ogni ruscello il suo Calatrava.”

Rem Koolhaas, Junkspace, Quodlibet 2006, p.41 e p.42.
Ivi, p.95.