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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Il trionfo del Cile e la maledizione dell’Argentina

La Copa América 2015 ha dato un verdetto non del tutto inaspettato, ma comunque storico: ai rigori il Cile ─ la squadra di casa ─ ha vinto la competizione per la prima volta nella sua storia. Una delusione tremenda per l’Argentina, che ha perso in finale tre delle ultime quattro edizioni. Nella penultima, disputata proprio nella nazione di Messi e compagni, la formazione all’epoca allenata da Sergio Batista subì invece una cocente eliminazione ai quarti, per opera dell’Uruguay. È chiaro che la Albiceleste sta vivendo questo periodo storico come una maledizione. Non solo perché non vince la Copa América dal lontano 1993, ma anche e soprattutto perché è arrivata spesso e volentieri fino in fondo senza mai portare a casa il titolo. Per di più, agli insuccessi nelle finali continentali bisogna aggiungere la sconfitta ai Mondiali contro la Germania. Gli ultimi otto anni in particolare sono stati frustranti: la nazionale argentina non ha saputo sfruttare come avrebbe voluto ─ e dovuto ─ il crollo verticale del Brasile successivo al defilarsi della generazione dei vari Ronaldinho, Ronaldo, Rivaldo, Cafu e Roberto Carlos.

LE CHIAVI TATTICHE DELLA FINALE ─ Lo anticipiamo subito: non siamo e non saremo mai del partito del è colpa di Messi. Il Cile ha preparato la partita che ogni avversaria del fuoriclasse del Barça deve fare, se non vuole soccombere. E ciò significa non soltanto gabbia ogni qual volta che il pallone arriva sui suoi piedi, ma anche e soprattutto massima attenzione ai suoi movimenti senza palla per impedirgli di ricevere nell’ultimo quarto di campo. I giocatori di Jorge Sampaoli sono stati semplicemente perfetti e non hanno ovviamente omesso di fermare con le cattive Messi nelle situazioni in cui è riuscito a mettersi in moto. Il capitano dell’Argentina ha fatto ammonire Medel e Diaz nel primo tempo e si è potuta così notare la maturità tattica del Cile: i giocatori incaricati di creare la gabbia sono cambiati, con Vidal e Aranguiz che sono subentrati ai compagni per non rischiare di rimanere in inferiorità numerica. Messi è riuscito ad essere efficace solo nella parte finale di gara, dove la stanchezza ha regalato più spazi all’Argentina. Un contropiede da lui innescato all’ultimo secondo dei regolamentari non è stato sfruttato a dovere da Lavezzi ─ più attivo in fase di copertura che in fase di costruzione ─ e Higuain. Se si vuole imputare qualcosa a Messi, forse si può precisare che avrebbe potuto farsi vedere un po’ di più in posizione arretrata per mettersi in condizione di essere servito. Ma, va detto, le volte in cui ci ha provato non hanno aggiunto particolare dinamismo al gioco stagnante dell’Argentina.

Lavezzi, dicevamo, ha svolto il solito lavoro sporco di rientro difensivo ad ogni singola azione. Compito che non era inizialmente affidato a lui, ma a Di Maria, che oltre all’apprezzabile spirito di sacrificio è obiettivamente un giocatore di altra categoria rispetto al Pocho in fase offensiva. La sfortuna, però, si è accanita nuovamente sul giocatore del Manchester United e lo ha colpito con un infortunio al 25′: ai Mondiali, invece, fu costretto a saltare semifinale e finale. L’Argentina ha giocato una brutta partita, con un possesso sterile e una mancanza totale di collegamento tra i reparti. Ci si è affidati spesso e volentieri al lancio lungo di Romero o dei difensori, senza riuscire a tenere su palla e a creare una combinazione vincente tra i giocatori d’attacco. Quando la difesa avversaria riesce nell’intento di tenere Messi lontano dal gioco, l’impressione è che i giocatori dell’Albiceleste siano totalmente spaesati. Pastore è stato per 60 minuti il calciatore più positivo dei suoi in attacco: ha creato superiorità con costanza grazie ai suoi dribbling, ma si è spento man mano che la partita procedeva. Biglia non è stato assolutamente in grado di innescare i quattro davanti e Mascherano, perso in una fase di copertura che ha richiesto grande energia, si è limitato a servire il compagno al suo fianco e a cercare qualche sporadico cambio di gioco. Sicuramente i due elementi più in difficoltà sono parsi i terzini, Rojo e Zabaleta, sempre in ritardo sulle chiusure e quasi dannosi quando chiamati a salire.

Il Cile ha meritato il successo anche nei 120 minuti prima dei rigori. Non tanto per le occasioni create, che probabilmente si equivalgono per numero a quelle dei rivali, quanto per aver dimostrato un’organizzazione di gioco superiore e più efficace. Uno dei successi tattici di Sampaoli è stato chiaramente il trattamento riservato a Messi, ma non è solo in quella situazione che il Cile ha costretto l’Argentina sullo 0-0. I padroni di casa hanno gestito molto meglio il possesso, verticalizzando appena possibile e sfruttando ─ con le sovrapposizioni di Sanchez, Isla e Beausejour ─ gli enormi varchi che si aprivano frequentemente alle spalle di Rojo e Zabaleta. Con le combinazioni di passaggi tra elementi di grande tecnica come Vidal, Aranguiz, Valdivia e Sanchez, il Cile è stato in grado di creare trame di gioco che hanno portato più volte il pallone all’interno dell’area argentina. È mancato forse, per sbloccare la partita già nei regolamentari o nei supplementari, un po’ di peso in più in area, che poteva essere garantito da Pinilla: i frequenti cross di un ottimo Isla hanno sempre trovato la testa di Otamendi o Demichelis. È difficile, comunque, trovare un giocatore del Cile che non abbia meritato una piena sufficienza. I ragazzi di Sampaoli hanno fatto un lavoro migliore rispetto ai rivali anche nel pressing e nel recuperare palloni da giocare subito in profondità. I due migliori in campo, proprio per la capacità di primeggiare nelle due fasi, sono stati a conti fatti Aranguiz e Alexis Sanchez. L’esterno dell’Arsenal ha offerto una prestazione totale, che ha ricordato ─ per citare un argentino ─ la dedizione dimostrata da Di Maria durante la Champions League e i Mondiali nel 2014.

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IL FALLIMENTO DI MARTINO ─ La Copa América 2015 non era iniziata con i migliori auspici per l’ex allenatore del Barcelona. Messi e Di Maria erano stati colti dalle telecamere mentre si prendevano gioco delle parole dette dal Tata durante l’intervallo della sfida di apertura tra Argentina e Paraguay. La Albiceleste di Martino non ha mai dato l’impressione di solidità che questa squadra aveva appena un anno fa durante la Coppa del Mondo. E questo a causa di scelte tattiche ben precise. Sabella ai Mondiali 2014 aveva scelto di disporre di un potenziale d’attacco meno elevato, aggiungendo però quantità ad un centrocampo che riusciva anche a permettere un miglior rendimento in fase di possesso palla rispetto all’Argentina di quest’anno. Prima dell’infortunio di Aguero, occorso all’ultima giornata del girone durante lo scorso Mondiale, Sabella aveva sì schierato il Kun assieme a Messi, Higuain e Di Maria per circa 110 minuti complessivi, ma aveva optato per Gago ─ un centrocampista di maggior copertura rispetto a Biglia ─ al fianco di Mascherano. Dopo il forfait di Aguero, aveva schierato un 4-2-4 teorico con Biglia e Mascherano centrocampisti centrali, che diventava però un effettivo 4-4-2 in fase difensiva con Di Maria e Lavezzi che rientravano fino quasi alla propria area di rigore.

I due esterni, mai schierati assieme da Martino durante questa Copa América, erano stati la vera chiave dell’Argentina che arrivò a disputare la finale Mondiale: garantivano il raddoppio sulle corsie laterali ed erano in grado di convertire subito una palla recuperata in un fulminante contropiede. Sabella rese ancora più evidente quest’impostazione tattica a seguito dell’infortunio di Di Maria, quando decise di schierare Enzo Perez a destra. Martino quest’anno ha invece optato per un assetto più offensivo, ma molto meno bilanciato. In sostanza, l’Argentina in questa Copa América ha sempre puntato sul talento, con Mascherano e un regista come Biglia centrocampisti centrali dietro ad un poker iper-offensivo composto da Di Maria, Pastore, Messi e Aguero. Anche se Di Maria è un giocatore predisposto al sacrificio e può quindi risultare un’arma tattica importante su entrambe le metà campo, è chiaro che uno schieramento di questo tipo non ha favorito la coesione tra i vari reparti. Il centrocampo è sembrato abbandonato a sé stesso, quasi superfluo, sovrastato in numero dagli avversari e non in grado di risultare particolarmente incisivo in nessuna delle due fasi. In finale, infatti, l’Argentina è parsa del tutto slegata. E la presenza di Aguero da centravanti ─ anche se Higuain, quando è subentrato all’attaccante del City, non ha fatto meglio ─ ha finito per privare anche il reparto offensivo di un punto di riferimento stabile su cui appoggiarsi. Alla fine dei conti, la maledizione dell’Argentina è proseguita anche e soprattutto perché il Tata non è riuscito a creare un sistema di gioco bilanciato e funzionale. E nel calcio dell’organizzazione e della tattica, questo è un errore imperdonabile.

Las Malvinas are British

Ogni storia ha un inizio, ma non tutte hanno una fine. E a volte la storia passa anche attraverso il calcio. C’è una partita nella storia del calcio che ha una valenza storica e politica quasi mitica. E’ il 22 giugno 1986 e allo Stadio Azteca di Città del Messico l’Argentina sfida l’Inghilterra. Per chi non conosce il calcio questa potrebbe essere considerata una partita come tante; eppure in essa s’intrecciano mito, guerra e vendetta. Sì, perché quel giorno di un giugno di ventisette anni fa Diego Armando Maradona diventa per tutti la “Mano de Dios”. Il motivo? Segna il primo dei due gol con la mano, vendicando di fatto la sconfitta militare, politica e morale subita quattro anni prima dal suo paese nella guerra delle Isole Falkland/ Malvinas.

Dal marzo al giugno 1982 un conflitto tra Argentina e Regno Unito coinvolse l’area delle Isole Falkland o Isole Malvinas, appartenute alla Regina d’Inghilterra e rivendicate da sempre, per la loro posizione geografica e importanza strategica, dal paese che fu di Evita Peron. Esse erano invece considerate dal Regno Unito patrimonio della Regina. A distanza di ventisette anni, se l’Argentina ha consumato la vendetta sul campo di calcio grazie ai mitici gol di Diego Armando Maradona, la ferita è ancora aperta per quei 1000 morti e per la sconfitta militare. D’altro canto i Britannici, per senso storico e spirito nazionalista, hanno sempre considerato proprio quell’arcipelago. Grazie alla sua fermezza in occasione del conflitto con l’Argentina, il Premier Margaret Thatcher, che fino al conflitto era al 30% di popolarità in Inghilterra, vide un impennata del consenso intorno alla propria figura e leadership.

Lo scorso lunedì nelle Isole Falkland i cittadini sono stati chiamati ad esprimere attraverso un referendum consultivo il loro assenso a mantenere il legame con Londra. Il quesito è stato espresso nel seguente modo: «Volete che le Isole Falkland mantengano il loro attuale status politico di territorio oltremare del Regno Unito?». L’esito delle urne ha visto trionfare il “sì” a favore di Londra con una percentuale che ha toccato il 99,8%: l’ennesimo schiaffo per gli argentini e la conferma che Londra e il Commonwealth sono tuttora garanzie per qualsiasi legato al Regno Unito. Lo scorso gennaio il Primo Ministro inglese David Cameron aveva annunciato alla BBC che l’Inghilterra sarebbe pronta a combattere per le Falkland.

Da dove deriva questo interesse per le Falkland? E’ da lungo tempo che ho imparato che nella vita non esistono stati “buoni” e guerre prive d’interessi. O meglio, spesso i conflitti affondano le proprie radici in ragioni ideali, ma in realtà rivelano ulteriori motivazioni meno nobili. Nel caso delle isole Falkland queste motivazioni sono almeno tre. Primo, una ragione determinante per gli interessi di Argentina e Regno Unito è che i mari circostanti l’arcipelago sono ricchi di giacimenti petroliferi. Come spiegato da questa rubrica nell’articolo sull’Antartide, più si hanno possedimenti vicino ad un territorio e maggiori saranno, secondo le basi del diritto internazionale, le possibilità di ottenere il riconoscimento giuridico del controllo su di esso. Il controllo delle Falkland/Malvinas aiuterebbe quindi a vedere riconosciuto il diritto di sfruttamento delle fondamentali risorse energetiche della zona circostante. La seconda motivazione del contrasto tra Inghilterra e Argentina risiede nella posizione strategica dell’arcipelago conteso, testimoniata anche dalle celeberrime Battaglie delle Falkland nella I Guerra Mondiale. A queste ragioni vanno poi aggiunti l’orgoglio di Buenos Aires ed il nazionalismo britannico.

A voi le considerazioni finali. Celebrando il quarantesimo anniversario di “The Dark Side of the Moon” vi lascio con i versi di un altro album dei Pink Floyd contrari alla Guerra nelle Falkland e alla Thatcher. Come a dire le Falkland/Malvinas non sono isole come altre, ma un concentrato di mito, passione ed orgoglio. E Roger Waters ci insegna che non sempre la ragione segue il cuore.

 

« Brezhnev took Afghanistan.

Begin took Beirut.
Galtieri took the Union Jack.
And Maggie, over lunch one day,
Took a cruiser with all hands.
Apparently, to make him give it back. »
« Brezhnev ha preso l’Afghanistan.

Begin ha preso Beirut.
Galtieri ha preso la bandiera inglese.
E Maggie, un giorno dopo pranzo,
Ha preso un incrociatore con tutti quelli a bordo.
Evidentemente, per costringerlo a farsela restituire. »
(Pink Floyd – Get your filthy hands off my desert)

Antonio Maria Napoli – AltriPoli