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Viaggio noir fra i monumenti e l’arte cimiteriale di Milano

La guida turistica Valeria Celsi organizza tour fra i luoghi meno conosciuti del Capoluogo lombardo

C’è un angolo di Milano sconosciuto ai più, dove è possibile scoprire storie noir e paesaggi misteriosi, un viaggio insolito fra l’arte cimiteriale e i luoghi dove riposano i defunti. Per la verità tanti sono in giro per l’Italia, ognuno con le sue vicende e i suoi aneddoti, ma non tutti sanno che i cimieri raccolgono opere artistiche di sopraffina qualità. Dal Monumentale di Milano, al Verano di Roma, da quello di Sassari a quello di Vigevano (l’unico senza una facciata, dove la parte antica è stata inglobata da quelle successive). Tutti luoghi dove poter respirare storie di vite vissute, stranezze e curiosità, con un tocco di ironia per nulla cupa. A fare da tramite – o meglio da guida – è Valeria Celsi, titolare del blog ‘Percorsi d’arte funeraria’. “Sono visite abbastanza diverse – racconta – vanno dalle storie sui fantasmi alla cronaca nera, dalla peste ai templari. Il Monumentale è un cimitero che conosco bene perché è lì che ho svolto il servizio civile. Sono visite generiche per chi non lo ha mai visto. O più specifiche, basate su tematiche che riguardano la moda. Ci sono infatti tombe con immagini di uomini o donne dell’800”. È grazie a questi monumenti che possiamo vedere il vestiario dell’epoca, capire l’importanza di una famiglia dalla maestosità della tomba, o anche il peso artistico dei monumenti anonimi, circondati da un alone di mistero.

 

 

“Mi piace scoprire la storia di qualsiasi persona dalla tomba”, aggiunge Celsi. “Spesso riesco a capire chi erano, facendo anche delle ricerche dall’anno di morte di una persona. Per me i cimiteri sono come un libro”. Le famiglie ricche infatti amavamo mostrare il loro status sociale non soltanto in vita, ma anche da morti tanto da ingaggiare artisti – anche famosi – per costruire imponenti tombe. Monumenti spesso usati come vetrina, dove gli artisti apponevano la propria sigla sulla lapide. Una netta differenza rispetto a oggi, dove le tombe sono anonime e tutte uguali e le grandi città si fanno concorrenza nel gioco “dimentica” il morto. Una partita di sicuro a cui non partecipano i piccoli centri, ancorati alle vecchie tradizioni e ai ricordi dei cari scomparsi. Purtroppo, come sottolinea la Celsi, a partire dalla II Guerra Mondiale l’arte funeraria è considerata molto meno, quasi non esiste più. “Se all’inizio c’era stato un avvicinamento verso la morte, oggi ci siamo staccati”, dice la guida turistica. “Si va meno al cimitero per pregare, si portano meno fiori. Nei paesi è diverso, a Milano, parlo per esperienza personale, questa abitudine è meno sentita. Al cimitero si va giusto nel periodo dei morti. Ma, ad esempio, questo a Vigevano è più sentito. Pensiamo che ci sono alcune famiglie che pagano i fioristi esterni per mantenere i fiori delle tombe e pulire le lapidi, poi magari loro vengono 1 volta ogni 3 anni a trovare i propri cari morti”. Dunque, per un itinerario insolito, ma dal volto affascinante, è possibile seguire Valeria Celsi fra i suoi innumerevoli tour, a cominciare da quello al Monumentale di Milano ‘casa eterna’ di personaggi famosi come Alessandro Manzoni, Dario Fò, Filippo Tommaso Marinetti, Arturo Toscanini, Alda Merini solo per citare alcuni. Non resta che mettersi in cammino.

Tecnologia ed Arte: come sarà il Museo del futuro

Qual è il museo del futuro e come deve modificarsi la classica concezione del museo nell’era della tecnologia? su questo interrogativo si è mosso il recente studio europeo che sul fronte italiano è stato portato avanti da Melting pro, una delle realtà da anni in prima linea nell’indagine dei cambiamenti del mondo della cultura e della sua interazione con i cambiamenti e i bisogni sociali, in collaborazione con Symbola – Fondazione per le qualità

La commistione tra arte e tecnologia è infatti per molti il futuro e, come sempre, solamente chi saprà anticipare il futuro sarà davvero in grado di avere un ruolo nel presente. Certo, nel mondo dell’arte questo meccanismo di adeguamento è senz’altro più complesso, in quanto storicamente “ciò che è” nel mondo artistico guarda con riluttanza il nuovo, che lo renderà “ciò che è stato”, nemico portato dai nuovi movimenti capace di travolgerlo facendolo scomparire dall’attualità; ma in realtà, se ci si riflette bene, è quasi sempre tramite il superamento che i movimenti artistici hanno avuto la propria giusta risonanza: osteggiati quando contemporanei ma osannati appena diventati parte della storia del Mondo. Ugualmente, come mostrano le recenti ricerche di cui la pubblicazione richiamata è uno dei sunti migliori, attraverso l’avanzamento del nuovo, in questo caso non “artistico” in senso stretto ma dal punto di vista della fruizione e della diffusione, può e deve nascere il museo del futuro sotto una nuova veste, forse inedita per i conservatori più riluttanti ma altrettanto coinvolgente.

“Musei del futuro: Competenze digitali per il cambiamento e l’innovazione in Italia” è pertanto un eccellente lavoro (solo l’ultimo risultato del progetto Mu.Sa. e facente parte di un più ampio progetto la cui prima fase si è conclusa ad aprile 2017) che mappa le possibili evoluzioni del concetto stesso di “museo” guardando avanguardisticamente al mondo digitale e alle sue potenzialità.

 

“Come possono i musei soddisfare i nuovi bisogni di una società in continuo mutamento? Quali sono le competenze necessarie per i professionisti del settore per rispondere alle sfide che pone l’introduzione del digitale? Di quali competenze c’è bisogno per traghettare l’istituzione museale dal Novecento alla contemporaneità?”

Sono queste le domande con cui si apre la premessa del lavoro ed a cui il lavoro mira a dare una risposta movendosi su precipue direttive attraverso le voci di alcuni dei più illustri esperti e lavoratori del settore.

Viene in primo luogo indagata la problematica concezione di cultura digitale diffusa, fronte sul quale, sebbene si possa notare recentemente una leggera ed auspicata inversione di tendenza, l’Italia sembra non coglierne le potenzialità, restia ad un ripensamento della propria organizzazione e delle possibilità di fruizione dei propri contenuti attraverso una nuova progettazione strategica. Dalla mancanza della mission ad un’effettiva consapevolezza che “il fatturato del museo è un fatturato culturale” (felicissima frase di Parole di Mauro Felicori, Direttore della Reggia di Caserta), tutti gli esperti sono concordi nel riconoscere la necessità di superare tale gap tramite una rimodulazione della stessa concezione del museo e delle competenze al suo interno.

 

“Basti pensare che no a pochi anni fa la tendenza prevalente era considerare “servizi aggiuntivi” la comunicazione e qualsiasi altra attività al di fuori della conservazione e dell’esposizione delle collezioni, comunemente riconosciute come cuore della mission museale.”

 

Ulteriore aspetto è quello della community, che deve divenire il fulcro della politica museale: da fruitori a compartecipi, occorre aumentare l’accessibilità dei visitatori all’offerta museale tramite l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione (in primis i canali social) che si trasformano così in mezzi di copartecipazione.

 

“Essere digitali, oggi, significa non avere più bisogno di un dipartimento “digitale”, ma integrare il digitale in qualsiasi settore del museo”Carlotta Margarone, responsabile comunicazione, marketing e web, Fondazione Torino Musei, Torino

Tutto ciò porta a una sola conclusione: occorre inserire nei complessi museali nuovi professionisti che abbiano le competenze digitali necessarie per attuare la riforma del museo del futuro.

In disparte ai plurimi nominativi dati a queste nuove figure ( accanto alle “ordinarie” Social Media Manager o il Digital Media Curator vengono propostele neonate “Online Cultural Community Manager” e il “Digital Strategy Manager”) è chiaro come queste nuove professioni nascano dalla combinazione di più competenze trasversali e, fino ad oggi, considerate spesso estranee alla dimensione espositiva: dall’elaborazione di business plan tipica delle dimensioni prettamente e economiche a sviluppatori che garantiscano la fruizione dei contenuti on-line ed off-line; dagli editori di vere narrazioni culturali a informatici con spiccate conoscenze di graphic design per un restyle del contenuto dei siti internet ed inserimento dei relativi contenuti all’interno di un’app dedicata al museo, tutti con importanti conoscenze nell’ambito comunicativo.

“È importante formare ogni persona in modo che svolga il proprio lavoro anche digitalmente, anché tutto il museo sia in grado di comunicare con entrambe le community, reale e virtuale “Francesca De Gottardo, Fondatrice Blog e Community, #svegliamuseo

Ultima foglia di questo quadrifoglio consiste nell’accrescimento dell’accessibilità e della sicurezza, due facce della stessa medaglia, non potendo immaginare una maggiore disponibilità di servizi on-line ed on-site se non mediante una effettiva stabilità delle strutture veicolanti.

Direttrici di una rivoluzione copernicana del museo del futuro e della loro fruizione e partecipazione oramai inevitabile,  i cui primi esempi italiani sono stati da noi già tempestivamente descritti 

Gaudenzi e le modelle di Anticoli Corrado

Anticoli Corrado è il paese degli artisti e delle modelle, è un luogo incantato in cui l’arte ha contaminato la vita dei suoi abitanti rendendoli i protagonisti di opere straordinarie. La mostra “Disegni smisurati del ‘900 italiano” ha portato tutti i loro volti dipinti nei lavori di Pietro Gaudenzi al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma.

C’è un paese immaginario dove le femmine sono modelle, i contadini si scoprono artisti, dove pittori e scultori si sentono a casa loro. C’è un paese che per un secolo ha raccolto, ospitato e fatto crescere generazioni di creatori di bellezza. Il bello che nasce e si auto genera radicandosi nel profondo e poi ancora riemergendo dalle viscere per prendere vita e scorrere nelle vene di un popolo che diventa protagonista e fattore al tempo stesso dell’opera d’arte. Ad Anticoli Corrado, una manciata di tornanti sopra la via Tiburtina, fra Tivoli e Subiaco, tutto si tiene insieme, e intere famiglie sono nate intorno a questo fuoco che ha unito artisti e modelle.

Un amore che negli olii e nelle tempere, sulle tele e nella terracotta, si trasfigura e sublima trasformando le donne in madonne, i figli in angeli, gli incontri in annunciazioni e le nascite in natività, e dove le nature, anche dei fiori appassiti, non sono mai morte. C’è sempre il rapporto tra l’artista e la sua musa nelle opere che ad Anticoli Corrado hanno preso vita. Su questo rapporto e su quanto ha inciso nell’ opera di un’artista del calibro di Pietro Gaudenzi, che una modella di Anticoli sposò per trasferirsi poi in paese, si interrogherà oggi a Roma, alle 16.30 al Casino dei Principi di Villa Torlonia, Marco Fabio Apolloni, curatore con Monica Cardarelli della mostra, prorogata fino al 6 maggio, “Disegni smisurati del ‘900 italiano” che dedica due sale ai dipinti di Gaudenzi e soprattutto ai cartoni degli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri di Rodi. Immagini potenti di donne forti e consapevoli, custodi della fatica del focolare. I curatori hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell’arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di “disegni smisurati” per dimostrare l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

 

Per una singolare coincidenza, sempre a Roma, si inaugura alla Galleria Berardi   la mostra “Attilio Selva, Sergio Selva, dentro lo studio” curata da Manuel Carrera e Lisa Masolini.  Un accostamento e non un confronto fra le opere di padre e figlio. Le mogli di Selva e Gaudenzi erano sorelle e modelle e la loro famiglia, i Toppi, il prototipo di quella contaminazione di vita e di lavoro con gli artisti intorno alla quale Anticoli Corrado ha costruito la sua storia ed il suo mito.  

 

La mostra “Disegni smisurati del ’900 Italiano” al Casino dei Principi di Villa Torlonia fino al 6 maggio è stata promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali Zètema Progetto Cultura.

Nico Vascellari. L’italiano della performance art

Nico Vascellari, l’artista dalle mille sfaccettature, il più accreditato performer italiano, leader di gruppi musicale punk è a Roma con Bisca Vascellari, la sua nuova mostra evento.

Dal 21 febbraio al 21 marzo va in scena al Basement Roma la mostra personale di Nico Vascellari: Bisca Vascellari. L’evento però è iper esclusivo e si rivela in soli 5 appuntamenti serali, di questi i primi quattro sono riservati, su invito o prenotazione, a sole 33 persone, per l’ultimo invece c’è in serbo una sorpresa speciale.

Ma chi è Nico Vascellari?

Nico Vascellari è nato a Vittorio Veneto nel 1976 ed è stato eletto migliore performer artist italiano di sempre. Ad attribuirgli tale merito non un nome fra tanti ma IL nome. Marina Abramovic. Lei è la madrina della Performance Art e segue il lavoro di Vascellari dal 2005 quando presiedeva la giuria del concorso Internazionale della Performance, assegnandogli il primo premio per Nico & the Vascellaris. Si trattava della sua prima opera, un’opera corale per la quale Nico aveva coinvolto tutta la sua famiglia. In quell’occasione l’artista si era esibito improvvisando una canzone dal titolo “Hotel” ispirato alla frase che ogni genitore ha detto a proprio figlio: “questa casa non è un albergo”. La musica era eseguita dai familiari di Vascellari, la madre al basso, il padre alla batteria e la sorella alla chitarra. Durante la performance, Nico è al centro della scena, intorno a lui i membri della sua famiglia, i genitori, uno di fronte all’altro sostenevano una grande e pesante tavola di legno, mentre la sorella dietro di lui, teneva in mano una grande scritta al neon “Nico e the Vascellaris”. Un lavoro personale quanto autentico, l’intento era quello di partire dal personale per arrivare a un pensiero molto più generico e universale.

Quello fu solo l’inizio di una carriera di sperimentazione, innovazione ed esplorazione. A Great Circle, HYMN, Lago Morto, Jesus, I Hear a Shadow, Codalunga, tanto per fare qualche nome fino alla sua ultima Bisca Vascellari.  Un titolo, un intento. L’artista ricrea gli ambienti loschi, proibiti e clandestini di un club privato del gioco d’azzardo. Protagonista e complice di questa esperienza è ovviamente il pubblico, senza di esso l’opera non avrebbe infatti ragione di esistere. I partecipanti si ritrovano in una realtà parallela, una bisca a tutti gli effetti, i quali giochi (veri) sono ideati da Vascellari che prende le sembianze della tentazione, pizzicando le “debolezze” dei presenti, provocandoli ad abbandonarsi all’istinto, quello privo di regole, se non quelle del gioco. Fortuna e caso vincono su strategia e calcoli. Assoluto il divieto di comunicazione con il mondo reale, il mondo esterno, non si può utilizzare il cellulare, non si possono fare fotografie né video. L’esperienza è dunque riservata completamente ai partecipanti fisici i quali devono dedicarsi ad essa senza riserve.

Il linguaggio di Nico Vascellari ha un alfabeto personalissimo che si compone di elementi fondamentali: la performance, l’installazione, il video ma soprattutto la musica. Il suono lo esplora fin da giovanissimo, il suo percorso comincia proprio dalla musica, come leader di una punk band chiamata “With Love”. La musica però non ha fatto di lui un musicista quanto invece un attivista, gli ha dato modo di cantare le sue battaglie. Filo conduttore di moltissime sue opere è il senso di disagio che come fosse il testimone di una corsa a staffetta, Nico Vascellari trasmette allo spettatore per farlo proprio e saper andare oltre. La sua ricerca artistica è in continua evoluzione, è fatta di istinto ma anche di pensiero, di preparazione, disordinata solo apparentemente, segue invece un disegno ben preciso.

Nico Vascellari, poliedrico e provocatore è nel panorama artistico italiano contemporaneo una delle figure più interessanti e curiose. Non rimane che sperimentare la sua realtà con lui e misurarsi al suo tavolo da gioco. È vero, Bisca Vascellari è esclusivo ma rimangono ancora due date e tentar non nuoce.

 

INFO

Per prenotarsi alla Bisca Vascellari scrivere a hello@basementroma.com

 

Haec est civitas mea: le opere di giovani artisti dell’Accademia I.S. Glazunov di Mosca

Haec est civitas mea

Roma 3 marzo – 2 maggio 2018 – Monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano) –Sala Zanardelli

Dallo scorso sabato 3 marzo 2018 a Roma, per la prima volta in Italia, Haec est civitas mea, esposizione curata da Ivan Glazunov, Julija Glazunova delle prestigiose opere realizzate dagli allievi e diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv.

La mostra – organizzata dal Governo della Federazione Russa, il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, l’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, il Centro dei festival cinematografici e dei programmi internazionali, l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura “I.S. Glazunov”, la Fondazione Internazionale Accademia Arco e il Centro Studi sulle Arti della Russia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia promossa dal Polo Museale del Lazio – è il primo appuntamento del più ampio progetto culturale internazionale Stagioni Russe voluto dai Ministeri della Cultura di Russia e di Italia, un meraviglioso pretesto per rinnovare la tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti e per restituire un’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi nella Città eterna.

“Roma e l’Italia hanno avuto e in parte hanno un ruolo importante nella storia della cultura e dell’arte. Questa mostra è una dimostrazione del peso e della vitalità, dell’efficacia di questo ruolo. Sotto la gestione del Polo Museale del Lazio, il Vittoriano conferma la sua capacità di saper coniugare in termini originali e moderni quel che resta il suo mandato principale, la rappresentazione dell’identità nazionale italiana, nei valori originari di Libertà e Unità”.

 

(Edith Gabrielli, Direttrice del Polo Museale del Lazio)

 

L’esposizione presenta giovani pittori russi che hanno assimilato i principi della scuola accademica formatasi, nel XVIII secolo, sulla base della tradizione europea antica e rinascimentale. Con il linguaggio della pittura giovani artisti russi di talento raccontano pagine della propria storia, trasmettono la bellezza della natura nazionale, dipingono ritratti di personalità contemporanee. Le opere degli artisti dell’Accademia “I.S. Glazunov” sono il luminoso esempio di un grande magistero e della perpetuazione delle tradizioni artistiche nazionali più significative nell’ambito della cultura mondiale.

Si tratta di una delle prime iniziative nel contesto delle “Stagioni russe” in Italia, un progetto che nel corso del 2018 farà conoscere al pubblico italiano tutto ciò per cui la cultura russa è famosa: balletto, opera, teatro, pittura, cinema. Sono certo che l’esposizione «Haec est civitas mea» desterà vivo interesse tra gli abitanti e gli ospiti della Città eterna. I lavori presentati raccontano la vita popolare e la storia russa, talvolta s’ispirano a soggetti evangelici.  La storia della scuola pittorica russa è strettamente legata all’Italia. È qui che venivano, e continuano a venire, i nostri pittori, per studiare i migliori modelli artistici e perfezionare la propria maestria.

(Sergej Razov, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa)

IL PROGETTO

Non è un caso se, come titolo dell’esposizione, è stata scelta la frase latina «Haec est civitas mea»: nella storia russa i pittori italiani hanno avuto un ruolo quanto mai rilevante. Tradizionalmente nel XIX secolo i migliori diplomati dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, come stabilito dall’Imperatore in persona, venivano mandati in Italia per un lungo soggiorno, nel corso del quale godevano il privilegio di ricevere una speciale “pensione”, di viaggiare e creare, studiando i sublimi modelli dell’arte, dall’antichità ai tempi moderni. L’Italia divenne luogo di pellegrinaggio sui generis degli artisti russi, fondamento del forte e secolare legame culturale tra le nostre nazioni.

È una gioia particolare vedere ora lo sviluppo e la continuazione di questa interazione culturale. L’anno delle «Stagioni russe» in Italia è un meraviglioso pretesto per rinnovare l’insigne tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, per restituire l’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi, diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv, nella Città eterna.

Un elemento d’interesse dell’esposizione consiste nel fatto che questi pittori russi contemporanei portano avanti, sulla base della grande scuola greca e romana, a sua volta fondata su tradizioni più antiche, un tema nazionale, e che come all’epoca del Rinascimento italiano raccontano, con linguaggio classico, pagine della propria storia. Questo significa che nel mondo attuale le tradizioni del classico sono vive, e che tale rilettura riesce interessante a chi guarda. Siamo convinti che nell’artista del nostro tempo, educato al classico e già padrone dei rudimenti necessari, si perpetui lo spirito della nostra grande e comune civiltà artistica. E se Roma è il cuore dell’Italia, il cuore della vita artistica e culturale di Roma è il Vittoriano.

  

Quale gioia, nel vedere gli sguardi luminosi e i giovani volti ispirati di ragazze e ragazzi che vengono a studiare da noi dalle più remote città dell’immensa Russia. Arrivano a Mosca, accedono all’Accademia in virtù del loro talento, affrontando prove difficili, sostenendo esami, superando un concorso. Hanno la meravigliosa opportunità di copiare dai grandi maestri all’Ermitage e alla Galleria Tret’jakòv, e di fare pratica nelle antiche città russe, studiando le icone, gli affreschi, l’architettura. Sono persuaso che un artista non può intraprendere il proprio percorso creativo prima di aver varcato le soglie del classico. Sono sempre stato molto innamorato dell’Italia e dei suoi grandi artisti. Oggi, nel secolo XXI, il nostro compito è preservare e trasmettere ai giovani il retaggio della grande scuola europea di pittura, e io sono felice che i miei allievi si mettano, con abnegazione, al servizio di questo ideale.

Il’jà Glazunòv

 

L’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura

Nel 1987 l’eminente artista russo Il’jà Glazunòv è riuscito a fondare l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura nella storica sede moscovita dell’insigne Istituto di pittura, scultura e architettura di Mosca, del quale ha resuscitato le tradizioni. La convinzione che «gli studi sono le ali, senza le quali un artista non può innalzarsi fino alle vette dello spirito e della maestria», comune a Il’jà Glazunòv e ai suoi allievi, continuatori della tradizione della scuola russa, ha dato lo stimolo alla creazione di un’istituzione russa che, alla base del suo processo formativo, ha il metodo classico di educazione artistica. La presente esposizione è dedicata al trentennale dell’Accademia, e presenta opere pittoriche di diplomati di diverse annate, eseguite alla fine del corso di studi. Nelle varie facoltà dell’Accademia studiano più di quattrocento giovani: pittura, scultura, architettura, restauro e storia e critica d’arte, oltre alla cattedra, unica nel suo genere, di salvaguardia del retaggio culturale. Benché gli studenti sappiano lavorare in diversi generi e settori della pittura, in una fase precisa della loro formazione possono scegliere, in base alle aspirazioni, alle capacità e ai progetti creativi, a quale indirizzo riservare un’attenzione speciale: la classe di ritratto, di paesaggio o di pittura storico-religiosa. Nelle migliori accademie europee dei secoli passati, al primo posto stava l’insegnamento della composizione complessa con varie figure, su temi storici o religiosi. Per questo presso l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura è stato aperto un corso di pittura storico-religiosa, guidato da Ivàn Il’ìč Glazunòv, rettore pro tempore, titolare della cattedra di composizione, membro effettivo dell’Accademia russa di Belle Arti e pittore emerito della Federazione Russa. Ai giovani artisti s’insegna a restituire la viva plastica delle figure, le relazioni psicologiche tra i personaggi, la capacità di organizzare gli spazi e la perizia nella pittura en plein air. Gli studenti dipingono quadri su temi evangelici, su soggetti tratti dalla storia nazionale e universale, dalla mitologia e dalla vita quotidiana del popolo russo. La classe di paesaggio, a sua volta, perpetua le tradizioni del realismo, ricevute in eredità dall’esperienza ottocentesca. Esperienza insostituibile per gli aspiranti pittori rappresentano le escursioni di studio e pratica creativa, grazie alle quali gli studenti hanno la possibilità di perfezionare la propria tecnica in luoghi di particolare rilievo per la storia e la cultura russa. C’è poi la classe di ritratto, alla quale gli studenti accedono alla conclusione del terzo anno di corso. Qui si studiano i modelli di ritratto classico. Comprendere la forza di un’influenza prodotta dal sincretismo di virtuosità nel disegno, tecnica sopraffina e talento psicologico – imprescindibile prerogativa dell’artista – è condizione per il viatico al pittore principiante che si avventura negli spazi, complessi e seducenti, della ritrattistica. La maggior parte delle tele esposte sono lavori di diploma: si tratta dell’ultimo lavoro da studente e della prima opera creativa di un giovane artista. Il compito dell’accademia è di armonizzare, attraverso la pratica, i contenuti personali e una professionalità di alto profilo. Per tradizione, gli studenti dell’Accademia scelgono liberamente il soggetto del quadro di diploma. Il sesto anno di corso è interamente dedicato a questo lavoro. Si considera che a questo punto lo studente padroneggi in modo compiuto tecnica e metodi del lavoro dal vero, sia dal punto di vista della memorizzazione che da quello dell’inventiva. Il diplomando al sesto anno di studi si prepara a un percorso creativo autonomo. Indipendentemente da quale scelga, per ogni studente dell’Accademia il quadro di diploma è destinato a rimanere senz’altro una delle esperienze creative più rimarchevoli. Per la scuola classica russa di arte figurativa, gli antichi maestri europei sono sempre stati un punto di riferimento fondamentale. Gli Italiani in particolare. Proprio la scuola europea, a suo tempo, innescò in Russia la scuola pittorica accademica, destinata a divenire la scuola nazionale russa. Oggi nel paese l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura è famosissima. Esposizioni di lavori di studenti e diplomati dell’Accademia si svolgono regolarmente a Mosca, a Pietroburgo e in altre città. I talenti dell’Accademia sono richiesti in tutto il mondo, dal Vaticano e molti paesi europei fino agli Stati Uniti.

Le esposizioni dei nostri diplomati hanno grande successo in Russia e all’estero, e oggi io ho l’onore di presentare le loro opere a Roma, la Città eterna. È una gioia constatare che la nostra Accademia sia divenuta oggi il centro di tutela della scuola nazionale. I nostri professori e studenti condividono l’amore per la classicità, e come tutte le persone di talento sono originali e poliedrici. È bellissimo che giovani pittori, scultori e architetti contemporanei non abbiano smesso di vivere l’ispirazione sprigionata dal contatto con le grandi tradizioni della scuola classica e con le immagini della storia russa; ed è bellissimo che guardino al presente attraverso la tradizione.

(Ivan Glazunov, Rettore pro tempore dell’Accademia russa di pittura, scultura e architettura di Il’ja Glazunov)

 

Luoghi dell’antichità: Palazzo Massimo alle terme

Ho una passione per i luoghi. Soprattutto per quelli poco frequentati, un po’ nascosti, in cui ti accorgi proprio che si respira un’altra aria nel momento stesso in cui ne varchi la soglia. Vi sfido a prendere una metro affollata, scendere esasperati in una caotica Stazione Termini, cercare un modo per attraversare la strada incolumi ed entrare nel Palazzo Massimo alle Terme.

Si tratta di uno dei quattro poli del Museo Nazionale Romano (gli altri sono Palazzo Altemps, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano visitabili tutti con un unico biglietto, che non guasta affatto).

Quattro piani di storia pura: un’immersione nella realtà spazio-temporale della Roma antica lungo corridoi che espongono monete, ritratti, affreschi.
Al piano seminterrato una collezione numismatica affiancata da meravigliosi monili ed elementi di oreficeria recuperati da ricchi corredi funerari fanno sognare sugli usi e costumi dei Romani.
Al piano terra e al primo piano una carrellata di ritratti, ma anche una serie di opere scultoree di una bellezza mozzafiato, capolavori che popolavano le residenze imperiali e tantissime riproduzioni di celeberrime opere greche che diventano così facilmente accessibili anche per noi.
Infine al secondo piano si può sognare tra gli affreschi, gli stucchi e i mosaici che documentano il fasto delle prestigiose residenze romane. Un suggestivo allestimento ricompone gli ambienti della Villa di Livia a Prima Porta e della Villa della Farnesina nelle loro dimensioni originali.

Simbolo stesso del Palazzo Massimo, la bellezza della statua bronzea di un Pugile. La statua, rinvenuta a Roma sulle pendici occidentali del Quirinale, ritrae un pugile in riposo al termine di un incontro. Questo capolavoro è stato prevalentemente attribuito a uno scultore della tarda età ellenistica (II-I sec. a.C.) ispiratosi allo stile di Lisippo (IV sec. a.C.).
L’atleta, spossato, siede su una roccia con le gambe appena divaricate e il torso piegato in avanti; indossa ancora i pesanti guantoni in cuoio con inserti metallici e pellicciotto. Sul volto sono riconoscibili i segni dell’ultimo combattimento: le ferite sotto l’occhio destro e sul naso sanguinano copiosamente, le orecchie sono gonfie e tumefatte.

Impossibile poi non perdersi in un labirinto di fantasticherie alla vista degli affreschi provenienti dalla Villa della Farnesina e dalla Villa di Livia.

I primi, inconfondibili per l’uso del rosso pompeiano, provengono dalla  splendida residenza che fu scoperta in via della Lungara a Roma nel 1879 durante i lavori per la costruzione degli argini del Tevere. I resti della villa, che si affacciava scenograficamente sul Tevere, furono esplorati solo in parte e distrutti, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi, mosaici e stucchi, da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.
Nell’allestimento museale a Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie. Si è cercato di ricreare, per quanto possibile, la sequenza delle percezioni visive che si potevano avere in antico, percorrendo la lunga galleria del criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.


I secondi invece sono un esempio di  decorazione di tardo Secondo Stile pompeiano, il quale riproduce in modo sorprendentemente naturalistico una grande varietà di piante (tra cui l’alloro, il pino domestico, la quercia, l’abete rosso, la palma da datteri, il mirto, l’oleandro, il cipresso, alberi da frutta come il melograno e il melo cotogno) e di uccelli (tra cui merli, colombe, passeri, cardellini, rondini, usignoli, ghiandaie, capinere).
La visione idilliaca trasmette un messaggio di serenità e pace perfettamente in tema con quella che era l’ideologia augustea.

Il fascino della collezione è però accresciuto enormemente dal luogo stesso che la ospita.
Il palazzo fu infatti realizzato nel corso dell’ultimo ventennio dell’Ottocento in un sobrio stile neorinascimentale, in perfetto accordo con  lo stile dell’Ordine dei Gesuiti che l’aveva commissionato per realizzarvi un collegio (e collegio rimase fino al 1960).

Una passeggiata nel chiostro interno, tra le grandi statue che lo popolano, è un’esperienza da regalarsi. Nel silenzio che vige e nella calma che infonde, se non fosse per l’affaccio sui più antichi edifici della “Suburra” romana difficilmente ci si ricorderebbe di essere nel cuore caotico e pulsante di Roma.

The Disaster Artist: Un iconico trash d’autore

Divertente e dissacrante. Con «The Disaster Artist»,  James Franco ci mostra l’altra faccia del sogno americano.

Prendete la bacchetta magica e recitate con fermezza “Audentes fortuna iuvat!”. Fatto? Bene. Immagino che ora penserete che io sia impazzito del tutto. Sebbene quest’ipotesi non sia totalmente remota, mi duole comunicarvi che sono ancora sano di mente (almeno per il momento). L’espressione da me utilizzata, o meglio, il modo con il quale ho deciso di enunciarla, non è altro che l’esatta rappresentazione di ciò che avviene puntualmente nella mia testa quando incappo nei proverbi latini (tranquilli, mi è capitato solo un paio di volte in tutto l’arco della mia vita).

Comunque, accantonando le mie speranze di ricevere la letterina da Hogwarts, il detto “Audentes fortuna iuvat”, noto ai più come “la fortuna aiuta gli audaci” è, a mio avviso, una tra le migliori chiavi di lettura di cui potremmo disporre se volessimo comprendere a pieno il significato che si cela dietro l’espressione “The American Dream”.

Immagino che ora stiate pensando “ma come? Sei partito da un detto latino per arrivare a parlare del mito americano? Ma non si doveva parlare di cinema in questo articolo?”. Se questo è quello che avete pensato, per quanto il mio compito consista nel levarvi ogni dubbio, devo perlomeno convenire con voi che il volo pindarico da me creato è considerevole. Tuttavia, per quanto contorto vi possa sembrare, abbiate la pazienza di seguirmi nel seguente ragionamento.

Ebbene, se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese dove tutto è possibile, dove l’impegno e la determinazione vengono sempre ripagati, è altrettanto vero che essi sono anche il paese in cui solo chi è disposto a correre qualche rischio può sperare di farcela. Perché in America puoi anche essere l’Einstein della situazione ma se decidi di rimanere tutto il giorno spaparanzato sul divano, puoi anche scordarti la gloria. Lì la strada del successo appartiene solo a coloro che (oltre che di un bel conto in banca) dispongono di una certa dose di coraggio.

Insomma, se si vuole realmente “sfondare” nel nuovo continente bisogna dimostrare di possedere gli attributi. Soprattutto se si sceglie di farlo nel mondo dello show-business. E di questo ne sa qualcosa James Franco che con il suo The Disaster Artist (già vincitore di un Golden Globes e di un nomination ai prossimi Oscar) è riuscito a  trasformare un’idea folle in una trovata geniale. Tanto che potremmo dire che a Hollywood il motto vincente più che essere “la fortuna aiuta gli audaci” sia “la fortuna aiuta i folli”. Ma andiamo con ordine. Che cos’è e come nasce The Disaster Artist?

The Disaster Artist, uscito nelle sale italiane il 21 febbraio del 2018, è un film tratto dall’omonimo romanzo «The Disaster Artist: my life inside the Room, the Greatest Bad Movie Ever Made» il quale ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione di quel lungometraggio che risponde  al nome di: The Room. Se non ne avete mai sentito parlare state pure tranquilli, nessuno ve ne farà una colpa, anzi ritenetevi più che fortunati. Questo perché The Room senza ombra di dubbio è il film più brutto che sia mai stato realizzato. Non è un caso che la critica l’abbia definito come “Il Quarto Potere dei film brutti”.

Scritto, diretto ed interpretato dal quanto mai eccentrico Tommy Wiseau, la pellicola ruota attorno ad un tormentato triangolo amoroso tra il protagonista Johnny, la sua futura sposa Lisa e il suo migliore amico Mark. Se a questo punto vi state chiedendo se ciò che ha indignato il mondo della critica sia stato semplicemente la realizzazione dell’ennesimo film dalla trama stucchevole quanto banale, fidatevi di me quando vi dico che non sapete ancora di cosa sto parlando. Questo perché nei cento minuti di visioni offerti da The Room, lo spettatore più che vivere un dramma sentimentale, assiste ad uno spettacolo senza precedenti, che potremmo definire  “Fantozzianamente” come una «cagatapazzesca!» Se pensate che sia un giudizio troppo lapidario, il video che vi propongo qui sotto (dalla durata di poco più di 40 secondi) saprà levarvi ogni dubbio.

Come avrete avuto modo di constatare, ciò che è totalmente assente in The Room è il benché minimo talento recitativo. E credetemi, quel senso di smarrimento che avete provato dopo aver premuto play, non è causato dalla totale decontestualizzazione del video rispetto al resto della pellicola. Se non volete credermi, godetevi pure quest’altro piccolo estratto tratto dal film.

The Room è semplicemente questo. Un susseguirsi interminabile di dialoghi privi di qualsiasi logica, di battute banali e di scene al limite del grottesco. Non a caso è considerato per antonomasia come la massima espressione del cinema nonsense. Ciononostante, o forse proprio per questo, WiseauThe Room godono oggi di una popolarità incredibile. Una fama tanto inspiegabile quanto radicata, capace di spingere, nel 2015, il regista/attore James Franco a realizzare un film che raccontasse la genesi di questo “fallimentare successo mondiale”.

The Disaster Artist ripercorre quindi la vita di Tommy Wiseau alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, con l’aiuto del suo amico attore Greg Sestero, un film che mostri al mondo le proprie qualità artistiche. Insomma, quello proposto da James Franco è un esilarante spaccato di vita due uomini che sfidano la sorte per tentare di inseguire i propri sogni, andando contro tutto e tutti, perfino contro se stessi. Tuttavia è importante capire che The Disaster Artist non è né la presa in giro di The Room né tanto meno del suo creatore, tutt’altro. Si tratta di un omaggio al folle coraggio di quei due uomini che, stanchi e delusi di un Hollywood incapace di percepirli, decidono di rischiare tutto e di puntare solo su se stessi. “The American dream is still alive”.

A mio modesto parere la scelta di James Franco è vincente. Prendere il miglior film trash che esista e renderlo un prodotto unico. Ma ora basta con le chiacchiere inutili, fate largo a The Disaster Artist!

Addio Ciao ciao Auf Wiedersehen Googbye – serata di chiusura di Lab.174

Serata di chiusura di Lab.174 – Via Pietro Borsieri 14

Venerdì 2 marzo a partire dalle 19:00 andrà in scena la serata di chiusura del Lab.174, un laboratorio artistico che ha ospitato artisti di tutti gli ambiti e di tutte le carature e dove anche noi di Polinice abbiamo deciso di organizzare una conferenza su un tema attuale e strettamente legato a varie forme artistiche

Un luogo non solo di esibizione dei maggiori ed emergenti artisti nel panorama capitolina, ma anche uno spazio di incontro, riflessione e confronto.

Da domani questo spazio assumerà una veste nuova, ma la chiusura di Lab. 174 avverrà in grande stile: per celebrare lo spazio culturale a Lab.174 torneranno, per l’ultima volta, tutti i più importanti artisti che sono entrati in contatto con il Laboratorio per esporre ancora una volta i propri lavori.

Una serata con più di 30 artisti, ma anche con i compagni di viaggio e gli amici di un centro culturale che ora prenderà altre strade per un ultimo brindisi di saluti.

L’ultima mostra per celebrare un luogo che è stato più di una semplice galleria, ma un posto di ritrovo per una comunità di amici e di slancio per nuovi artisti e progetti connessi.

Link all’evento: Addio Ciao ciao Auf Wiedersehen Googbye

Il recupero dei beni abbandonati tramite l’arte: il Forgotten Project

Storia, abbandono ed arte di recupero: sono queste le peculiarità su cui si muove il Forgotten Project, il progetto che mira a recuperare gli edifici abbandonati e “dimenticati”, facendoli riscoprire attraverso l’arte.

Nato nel 2015 quasi per gioco, il progetto è progressivamente cresciuto, alimentandosi anche del particolare contesto storico in cui è venuto alla luce: difatti il connubio arte-abbandono è oramai particolarmente inflazionato, recentemente molto in voga per motivare (o giustificare?) attività che altrimenti rientrerebbero nell’illegalità e sarebbero (o almeno dovrebbero essere) rifiutate e combattute.

Così la storia di un bene viene utilizzata per conseguire un proprio fine, in cui la fruizione pubblica non può che esser lo specchietto delle allodole dietro cui nascondere l’interesse privato.

Ma Forgotten Project è ben altro: gli edifici dismessi divengono oggetto di un’operazione di street art. Un intervento esteriore ma che mira a muovere le coscienze delle persone: il cuore dell’attività non è la sola manifestazione artistica in sé e per sé, ma l’edificio su cui effettuato, volendo creare una riflessione sull’aspetto edilizio-urbanistica della città.

Per questo nella prima edizione erano stati prescelti i principali luoghi sociali di aggregazione, sia lavorativa che più prettamente ludica: così, cinema chiusi e mercati rionali, ma anche ex-fabbriche oramai dismesse o stazioni in stato di abbandono, sono diventati la tela per una nuova rinascita in una nuova veste di fruibilità comunicativa.

Alla commistione tra architettura ed arte figurativa si è voluta sommare l’ulteriore congiunzione tra diverse realtà artistiche: per effettuare tali interventi sono stati chiamati 5 artisti portoghesi: così Daniel Eime si è occupato del Mercato Guido Reni, Bordalo II è intervenuto alla Stazione San Pietro, Frederico Draw ha dato una nuova veste alla ex fabbrica Mira-Lanza, mentre Add Fuel ha dedicato la sua arte all’Ex-Siar, mentre ±MAISMENOS± si è interessato dei cinema abbandonati del Metropolitan, Pasquino e Troisi, situati in luoghi nevralgici della città.

Il connubio tra esperienze artistiche differenti caratterizzerà anche la seconda edizione del progetto che partirà a marzo di quest’anno: per l’occasione alcuni dei più importanti street artist del Regno Unito interverranno su edifici scolastici e sportivi, nonché strutture ospedaliere e teatri in situazioni critiche. Dalla terra madre della street art arriveranno Dan Kitchener, Lucy McLauchlan, My Dog Sighs e Phlegm.

Da una prima fase dedicata più prettamente alle realtà socializzanti Forgotten Project ha quindi deciso ora di concentrarsi sui luoghi di formazione e di cura, fisica e mentale, inaugurando questo nuovo ciclo di interventi con l’intervento di My Dog Sighs sul Nuovo Regina Margherita della ASL Roma 1.

Tale opera di arte urbana avverrà il 17 Marzo, e per l’occasione la Forgotten Project realizzerà a Roma, da un’idea dello stesso artista britannico, il primo Free Art Friday: un evento durante il quale gli artisti, che possono liberamente aderire all’iniziativa mediante un apposito form, lasceranno delle opere a Trastevere che i visitatori potranno portar via gratuitamente.

Oltre a ciò gli ideatori hanno in mente di realizzare varie ulteriori attività per permettere la riscoperta del territorio romano: con il patrocinio dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale e della Regione Lazio, nonché grazie al supporto della Casa dell’Architettura di Roma e della British Embassy of Rome e British Council e puntando sul ruolo primario dei vari municipi sostenitori, nel corso del periodo di interventi urbani verranno organizzati tour, urban game, e anche aperitivi- incontri con gli artisti coinvolti.

Il progetto urbano Forgotten è quindi molto di più che una semplice manifestazione artistica: porre in risalto le criticità di edifici spesso situati in zone centrali e densamente frequentati della Capitale che per diverse ragioni di carattere sociale, edilizio ed urbanistico risultano abbandonate o in stato di degrado, perdendo la loro originaria funzione ed importanza e finendo così nel dimenticatoio.

L’arte come recupero della memoria storica della città e riscoperta di ciò che è stato, che ci ha portato ad essere come si è ora, per conoscere la nostra storia e riflettere sui possibili scenari futuri.

Nel leitmotiv della necessità di ridestinare dei beni alla loro originaria funzione alla luce dell’odierna architettura delle città moderne, invase da edifici abbandonati e dimenticati, oramai analizzati approfonditamente e spesso in primo piano nei dibattiti pubblici, Forgotten Project è tra i pochi esempi, che cerchiamo sempre di documentare nella nostra rivista, che mostra un’effettiva coscienza della necessità di fare qualcosa di concreto per invertire la rotta di questi derelitti edilizi e ridestare l’interesse popolare in veste positiva e costruttiva.

Per ulteriori info sul Forgotten Project, sugli interventi e sulle varie ulteriori attività in programma:

http://www.forgottenproject.it/it/

Habemus hominem – Jago e la scultura moderna

Michelangelo 2.0. Un blocco di marmo da cui far nascere un’immagine, con la sola forza di martello e scalpello, con la sola delicatezza delle mani e della pietra pomice.
Jago, lo sculture; Jacopo Cardillo, trentenne di Frosinone. Un artista che parla di tempi moderni con il linguaggio della tradizione.

Il Museo Carlo Bilotti di Roma ospita le sue opere in una mostra intitolata alla sua scultura Habemus Hominem – Il Papa è nudo. From Benedetto XVI to Ratzinger.

Quanti artisti della tradizione culturale italiana hanno rappresentato e ritratto i Papi: le nostre gallerie d’arte custodiscono un patrimonio di pontefici.  Allo stesso modo un giovanissimo scultore ha immortalato nel 2009 Papa Benedetto XVI in un ritratto in marmo bianco. Poi però nel 2013 Joseph Ratzinger si è dimesso dal suo ruolo ed è qui che l’opera di Jago ha preso davvero vita, diventando umana, seguendo da vicino la trasformazione stessa dell’uomo. Ha perso centimetri di marmo ma ha acquistato uno spessore artistico unico.

“Nel 2009 ho realizzato un ritratto di Benedetto XVI, nel 2016 l’ho distrutto per svelare l’Uomo dietro il personaggio. Con Habemus Hominem ho lavorato su me stesso in un modo del tutto nuovo. Distruggere un’opera in favore di una nuova immagine della stessa ha voluto dire per me andare oltre l’attaccamento e l’identificazione con l’oggetto della mia stessa creazione.”

La prima versione dell’opera, Habemus Papam, era un ritratto molto formale del Pontefice;  tuttavia il Vaticano rifiutò il dono per via della scelta stilistica di Jago di lasciare vuote le cavità degli occhi. Nel 2013 Jago espose la scultura alla sua prima e personale e, ironia della sorte, proprio il giorno di chiusura dell’allestimento Benedetto XVI chiuse il suo pontificato.

Jago spogliò il Papa per farlo tornare uomo, riempì gli occhi e Habemus Papam divenne infine Habemus Hominem.

Tra le altre opere in mostra, una in particolare ha una potenza espressiva dirompente.

Un “banale” cuore, nella sua rappresentazione anatomica. “ Muscolo minerale” è il suo titolo. Gli effetti sonori dell’allestimento fanno pulsare davvero questo organo lucente al centro di un sasso di marmo grezzo. Da dove deriva questa pulsazione sa dirlo bene solo l’artista. “Qualche anno prima, durante una visita alla galleria d’arte moderna di Roma assieme alla Storica dell’Arte Prof.ssa Maria Teresa Benedetti, all’entrata rimasi colpito da una scultura di donna ricavata da un grande blocco di marmo. Osservandola mi resi conto che alla sua base la superficie era semplicemente sgrossata, e fu allora che mi venne in mente il suono prodotto dal martello che colpisce lo scalpello producendo un ritmo uguale a quello di una pulsazione cardiaca, un leggero colpo di assestamento seguito da un deciso colpo di rottura. Muscolo Minerale sarebbe nato da un sasso di marmo recuperato nel greto del fiume Serra e già utilizzato per una precedente scultura, che successivamente avrei distrutto in favore di un cuore di pietra che mi pareva di aver visto e sentito al suo interno.”

E per un artista il cui cuore batte qui e ora, nel contemporaneo, è possibile non toccare temi delicati che a questa epoca appartengono?  Due opere di riflessione sui tempi  di oggi, Facelock ed Excalibur. Un bambino chino sul telefono e pressato sempre più dalla morsa del social network più famoso hanno fatto guadagnare al giovane scultore un po’ di critiche, dovute al fatto che lui stesso promuove spesso la sua arte attraverso i social. E onestamente questa reazione critica potrebbe spingere alla riflessione più dell’opera stessa: utilizzare uno strumento comunicativo significa per forza doverne accettare anche le storture e le esagerazioni, significa dover autoimporsi una limitazione della propria libertà di pensiero?

“Se commentare negativamente un oggetto che utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se nel lo fai? Se evidenziare il lato negativo di una cosa che tu stesso utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se non lo fai?”

La guerra, la violenza, sono invece all’origine di una moderna Excalibur, un terribile Kalashnikov nella roccia. I tempi che cambiano e le armi che si adeguano. Mancando gli eroi, che nessun Re Artù riesca a tirare fuori dal marmo quello strumento di morte.

Questo percorso a tutto tondo si sviluppa all’interno di un luogo che merita di essere raccontato.

Il Museo Carlo Bilotti sorge all’interno di quella che era l’Aranciera di Villa Borghese, un piccolo edificio che ha sperimentato numerosi cambiamenti nell’arco dei secoli. Era presente nell’area già prima della realizzazione di Villa Borghese; quando poi sorse la Villa, a fine Settecento Marcantonio Borghese lo fece ampliare e decorare dagli artisti di maggiore fama dell’epoca, facendo diventare l’edificio il luogo chiave della zona della Villa caratterizzata dalla presenza del pittoresco Giardino del Lago. Si trattava, però, di un periodo glorioso destinato a breve vita a causa dei disastrosi cannoneggiamenti subiti durante gli scontri che portarono alla caduta della Repubblica Romana nel 1849. Ridotto in ruderi e ricostruito molto liberamente e senza più tracce del ricchissimo apparato decorativo, fu adibito ad Aranciera, ricovero invernale dei vasi di agrumi. Nel 1903, all’epoca del passaggio di Villa Borghese al Comune di Roma, era sede di uffici e abitazioni; ospitò quindi un istituto religioso e successivamente, dal 1982, uffici comunali.

Nel 2006 è stato riaperto al pubblico nella veste di Museo Comunale e, oltre a mostre temporanea, ospita una collezione permanente di opere donate da  Giorgio de Chirico a Andy Warhol, da Larry Rivers a Gino Severini fino a Giacomo Manzù.

Come ogni piccolo gioiello della nostra cultura, da esplorare (gratuitamente grazie al circuito Musei in Comune) per lasciarsi incantare da un inaspettato Ninfeo  nascosto.