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TIME IS OUT OF JOINT – SE IL TEMPO È UNA CONVENZIONE

Da anni la Galleria Nazionale (d’Arte Moderna e Contemporanea) rappresenta per me un luogo rifugio, uno di quei posti in cui chiudersi quando si ha un impellente bisogno di bellezza , quando si ha un urgente desiderio di circondarsi di opere d’arte dal valore impareggiabile.  Salire quelle scale e trovarsi nella Storia dell’Arte, percorrere con calma e sicurezza i due secoli di colori che vestono pareti calde, rosso e oro.

Poi, a seguito di sei mesi di lavori, lo scorso ottobre apre una nuova versione della Galleria e già dalle scale Cristina Collu, nuovo direttore, avvisa che è successo qualcosa al tempo, al mondo, alla natura che erano custoditi dentro: qualcosa si è scardinato, si è sconnesso. Pare che, citando Shakespeare, Time is out of joint.

Non c’è più ordine cronologico, né questo è stato sostituito da alcun approccio che segua la logica di un tema specifico o che raccolga insieme le opere di un movimento artistico o di un autore. Insomma, non c’è ordine alcuno.

Pioggia di critiche.

Il fatto che la Galleria abbia abbandonato il criterio cronologico, in qualche modo didattico, sembra aver destabilizzato molti, mandando in cortocircuito quanti avevano bisogno di collocare le opere nel tempo e nello spazio (Ottocento, Novecento, movimenti, scuole, Italia, non Italia…) per poterle apprezzare appieno.

L’accusa principale è quella di aver lasciato i visitatori orfani di qualsiasi guida storico artistica, abbandonandoli in balia del soggettivismo proprio e di quello della direttrice della Galleria.

Due membri del comitato scientifico si sono dimessi per protestare contro questo nuovo allestimento che decontestualizza le opere dalla loro storia e dalla loro genesi a vantaggio di un risultato meramente scenografico. Inaccettabile che nessuno studente di storia dell’arte potrà in futuro consultare la Galleria Nazionale come un libro di testo.

Ecco allora, forse, il punto vero della disputa: cos’è un museo, cosa vorremmo che fosse?

Un museo è un luogo morto, cristallizzato e ossidato nel tempo delle opere che ospita? O è piuttosto un luogo qui e ora, per chi vive e ne gode qui e oggi?

E chi è il pubblico destinatario di un museo monumentale (per struttura e contenuti) come la Galleria Nazionale, i soliti accademici e gli aspiranti tali, il gruppo di coloro che vivono del pensiero critico e speculativo sull’Arte? O invece il pubblico generico comune che dell’Arte vuole solo godere, allargando certo così i propri orizzonti culturali, ma soprattutto nutrendosi delle emozioni che l’arte e la bellezza sole possono donare?

Personalmente, dopo aver salito nuovamente quei gradini che mi avvisavano con onestà che in questo momento alla Galleria time is out of joint, ho trovato un luogo nuovo, molto lontano da quel mio vecchio luogo rifugio ma più bello, semplicemente, senza altre contorte definizioni.

E per me che ricordavo a memoria la disposizione di quasi tutte le opere, è stato affascinante affidarmi a questo nuovo percorso che consente di guardare cose note con occhio nuovo, da una prospettiva nuova, in un contesto nuovo.

È vero, forse uno spettatore non può approcciarsi consapevolmente a questa versione della Galleria se è completamente digiuno di Storia dell’Arte. Ma forse questo può essere anche più stimolante di un museo che accompagna didascalicamente per mano. Il contenuto della Galleria Nazionale, unica galleria d’arte moderna e contemporanea in Italia, rimane di eccezionale ed esclusivo valore comunque lo si disponga.
È  vero che c’è un forte fattore soggettivo dietro l’apprezzamento o la bocciatura di questo allestimento, ma citando proprio Cristina Collu “non penso affatto che coltivare delle “emozioni” sia qualcosa che eroda o svilisca il ruolo educativo del museo, al contrario ritengo che le emozioni possano trasformarsi in un input capace di stimolare lo spettatore ad una ricerca personale”.

Andate ad emozionarvi, a cercarvi e a trovarvi. Prima che il tempo torni a scorrere regolare alla Galleria Nazionale.

I superdirettori dell’arte italiana

Daniela Porro al Museo nazionale romano; Simone Verde al Complesso monumentale della Pilotta a Parma; Filippo Maria Gambari al Museo della Civiltà di Roma; Valentino Nizzo al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma; Andreina Contessa al Museo storico e il Parco del Castello di Miramare a Trieste; Adele Campanelli al Parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli; Rita Paris al Parco archeologico dell’Appia antica a Roma; Francesco Sirano al Parco archeologico di Ercolano a Napoli; Fabrizio Delussu prima nominato al Parco Archeologico di Ostia è stato recentemente sostituito; Andrea Bruciati a Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli, forse la scelta più discussa nel panorama.

Andrea Bruciati

Questi sono tutti i nomi dei nuovi superdirettori del Mibact. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Si tratta della seconda fase della riforma Franceschini avviata tre anni fa, che come tutte le riforme è stata accompagnata da numerose polemiche. La diatriba si è accesa un mese fa all’indomani delle nomine, ma dopo quattro settimane ancora non sembra essersi placata. Su tutte come anticipato, la nomina di Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte già direttore di ArtVerona, esperto anzi super esperto nel suo campo, pochino in quello dell’archeologia, dove altrettanti grandi nomi erano in lizza per ricoprire quel ruolo.

C’è chi definisce questa scelta interessante, ma c’è anche chi dice che forse, una volta organizzate due mostre ed utilizzate Villa d’Este e Villa Adriana come gallerie a cielo aperto, Bruciati non saprà più come gestire il suo mandato.

Triste pensare che due siti archeologici di così grande importanza e attrazione vengano ridotti a mera destinazione di gita scolastica, quando potrebbero rendere, 100, 1000 volte di più. E allora senza far troppa polemica ci si augura che le nomine di Franceschini e del suo presidente di commissione Paolo Baratta siano azzeccate e che l’azzardo di collocare un esperto di arte contemporanea alla guida di uno dei siti archeologici più importanti del mondo sia la scelta più giusta.

Il tutto si inserisce in un momento felice per Musei e Parchi Archeologici. Il varo della Legge sull’Art Bonus, le presenze nei nostri spazi e luoghi di pregio ne sono prova.

Ai posteri, quindi, l’ardua sentenza.

 

 

 

AgNO3 @ Lab 174

“COLOR IS DESCRIPTIVE, BLACK AND WHITE IS INTERPRETIVE” (cit. E. Erwitt)

presso Lab.174 – via Pietro Borsieri 14, 00195 Roma

Inaugurazione:  sabato 4 marzo dalle 18:30
DOMENICA 5 MARZO: dalle 15:00 alle 18:00
DAL 6 AL 10 MARZO: dalle 16:00 alle 19:30

[ ingresso gratuito ]

Lab 174 vi invita alla seconda edizione di AgNO3, mostra di fotografia in bianco e nero che ha l’intento di far conoscere nuove realtà legate al mondo dello scatto in analogico della scena romana e internazionale.
Per l’occasione esporranno sette artisti, molti dei quali mai in mostra al Lab 174 con sette nuovi progetti e sette storie da raccontare.

ARTISTI IN MOSTRA:
Alejandra Arzola
Lucia Caputo
Giorgio Coen Cagli-Photographer
Michele Daniele
Elena Lasala
Filippo Romano Valtore
Francesca Zonars

 

 

ABSTRACTISM – CATANZARO APPRODA A ROMA

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In economia si definisce bene pubblico un bene caratterizzato da assenza di rivalità nel consumo (il consumo da parte di un individuo, cioè, non implica l’impossibilità per un altro individuo di consumarlo allo stesso tempo) e da non escludibilità nel consumo (una volta prodotto, è impossibile impedire ai soggetti che non hanno pagato per averlo di goderne).

Un concetto che ha accompagnato la mia intera carriera accademica ma che nessun libro di testo potrebbe mai spiegare bene come fa Abstractism, progetto curato da Altrove Festival e ospitato a Roma da Galleria Varsi fino al 9 marzo.

Ci riesce perché Abstractism è un progetto di ricerca sul muralismo d’avanguardia italiano ed europeo; perché Altrove è un festival nato a Catanzaro nel 2014 con l’obiettivo di diffondere contenuti culturali sul territorio;  perché Varsi è una galleria sita nel cuore più antico di Roma, un’enclave di arte e cultura innovativa e d’avanguardia immersa nella tradizione della città.

Questa mostra collettiva è un fenomeno eccezionale a Roma, un evento che è essenza pura di quel concetto di bene pubblico. L’Altrove Festival di Catanzaro promuove opere pubbliche murali con la volontà di dare voce a una generazione di artisti che hanno un loro modo nuovo e bellissimo di pensare la realtà urbana. Accoglie artisti che hanno scelto la strada come luogo di manifestazione della propria arte e del proprio pensiero, tutti accomunati dalla scelta dell’astrattismo come forma espressiva. Questi artisti hanno realizzato negli ultimi anni opere monumentali che ridefiniscono il concetto stesso di pittura di strada: è difficile distinguere il confine tra arte figurativa e architettura, difficile definire i confini degli spazi.

Un’arte di tale impatto in una realtà come Catanzaro si impregna di un forte valore sociale e culturale, rappresenta uno stimolo e una voglia di riscatto che passa attraverso un’esperienza visiva nuova, originale, pubblica, che contamina con i suoi colori sia centri urbani sia paesaggi naturali.

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La Galleria Varsi ha il merito di veicolare e diffondere questo messaggio culturale a Roma ospitando nei suoi spazi alcune opere realizzate nel corso delle precedenti edizioni dell’Altrove Festival. Non si può mancare questo evento, significherebbe perdere una tappa importante del progresso culturale dei nostri tempi, della nostra era caotica e urbana.

Il nostro tempo sembra aver bisogno di sfogare il suo impulso creativo in un modo tale che possa essere tangibile nella quotidianità. Un astrattismo che possa essere in qualche modo concreto. E questo sembra oggi essere possibile, bello, vincente e convincente solo se tale creatività si impone in uno spazio condiviso, pubblico, fruibile da tutti, collettivo. Un messaggi culturale importante, un invito a una collettività colta e soprattutto consapevole del valore inestimabile dell’arte comune.

Partecipano all’Altrove Festival:  108 · 2501 ·  ALBERONERO · ALEXEY LUKA · ARIS · GIORGIO BARTOCCI · CLEMENS BEHR · CIREDZ · CT · DOMENICO ROMEO · EKTA · EROSIE · GRAPHIC SURGERY · GUE · MARTINA MERLINI ·  MONEYLESS ·  NELIO · SBAGLIATO · STEN LEX · TELLAS · THTF.

Cercateli tutti.

“Father and son”: la commistione tra gioco ed archeologia per il rilascio dei musei

Un pubblico cambiato nel tempo, con diverse disponibilità e bisogni, in un rapporto con il mondo circostante fatto di molteplici connessioni ed input, tanto reali che virtuali, che necessitano un nuovo approccio della stessa cultura e dei musei per riuscire a (ri)attirare il visitatore tra le proprie mura, rendendolo un fruitore sempre più attivo e volitivo.

Su questa premessa si colloca “Fahter and son”, il primo videogioco prodotto da un museo statale, il Museo Archeologico di Napoli, uno dei più importanti e più visitati di tutta la penisola italica.

Attraverso una storytelling in chiave “storydoing”, in cui ogni scelta del protagonista influenzerà l’evolversi della storia, alla ricerca del padre archeologo tra le mura del Museo napoletano, il giocatore-visitatore da qualsiasi luogo del mondo potrà interagire virtualmente con i contenuti del MANN, che ospita le collezioni Egizia e Farnese e i tesori di Pompei ed Ercolano, scoprirne le origini e i misteri, “visitando” luoghi altrimenti inaccessibili e, magari, appassionandosi ad argomenti fino ad allora ignorati

“Attivare una nuova connessione con il pubblico, sia quello che visita il museo, sia quello virtuale” con queste parole il direttore del MANN Paolo Giulierin ha presentato il prodotto alla stampa, consapevole di come lo strumento videoludico vada ormai annoverato “tra le nuove forme d’arte” aggiungendo come “non si può che essere soddisfatti della nostra disseminazione culturale”.

In attesa del lancio ufficiale fissato per marzo 2017, sul sito ufficiale www.fatherandsongame.com è disponibile un’anteprima del prodotto ed ulteriori contenuti connessi.

 

Fuga d’Arte a Milano

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Ancora per una settimana si può, andando a Milano, vivere una combinazione di esperienze artistiche molto lontane tra loro, originali e in qualche modo complementari.

Dedicare una giornata a due mostre che non hanno nessun legame, nessun punto di contatto ma che possono arricchire e soddisfare due aspetti opposti del proprio appetito artistico.

Fino al 29 gennaio il Palazzo Reale di Milano ospita una vastissima esposizione delle silografie di Hokusai, Hiroshige e Utamaro, mentre il MUDEC dedica un allestimento al genio di Jean-Michael Basquiat ancora per un mese, fino al 26 febbraio.

Da una parte, la società giapponese del diciannovesimo secolo rappresentata grazie all’eccellenza della tecnica di stampa, nel rispetto dei più tradizionali canoni estetici e culturali, con l’utilizzo di colori eccezionali e commoventi per la loro delicatezza e, al contempo, impareggiabile espressività. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di bellezza paesaggistica, armonia della natura, società antica e donne affascinanti avvolte in preziosi tessuti orientali.
Impossibile non sognare l’Oriente alla vista di opere iconiche come la Grande Onda di Hokusai o come la serie di vedute del Monte Fuji realizzate in anni diversi sia da Hokusai sia da Hiroshige. Si tratta di mondi e paesaggi che in qualche modo sono arrivati nel nostro immaginario collettivo anche grazie alla produzione fumettistica giapponese, quei famosi manga che proprio da questi grandi maestri della pittura traggono origine.

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Dall’altra parte, l’esplosione violenta di una delle più grandi e originali genialità dei tempi moderni, quella del giovane Jean Michael Basquiat che in soli sette anni, dal 1980 al 1987, è riuscito a lasciare una traccia indelebile del suo talento e della sua espressione artistica, prima di morire a soli 27 anni. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di malessere interiore, di dolore, di emarginazione sociale e razziale, di abuso di sostanze ma più di tutto, di creatività di genio di originalità e di ribellione.
La parabola dell’artista maledetto che inizia la sua carriera artistica realizzando graffiti in giro per Manhattan con firma SAMO (same old shit) insieme all’amico Al Diaz e che in pochi anni viene scoperto dai più grandi galleristi internazionali dell’epoca non può non affascinare e allo stesso tempo atterrire; intuire, grazie all’intensità comunicativa delle sue opere, come aver conquistato un altro genio del calibro di Andy Warhol e aver lavorato con lui non basti a sanare quei malesseri tutti interiori che lo accompagnavano dall’infanzia, quei fantasmi radicati nei conflitti familiari e sociali, quei mostri ingigantiti dall’abuso di eroina.

1986, New York, New York, USA --- Jean-Michel Basquiat --- Image by © William Coupon/CORBIS
1986, New York, New York, USA — Jean-Michel Basquiat — Image by © William Coupon/CORBIS

Indubbiamente è un accostamento di artisti alquanto insolito e azzardato, eppure una visione di entrambe queste mostre può andare a toccare corde diverse della propria sensibilità e soddisfare contemporaneamente il proprio senso del bello e del piacere estetico e il proprio lato più oscuro ed emotivo, la compartecipazione spirituale alle vicende e all’espressione dell’interiorità di un artista.

Due mostre che insieme possono dare un’idea completa di cosa sia l’Arte, bellezza estetica e affermazione della creatività. Esteriorità e interiorità. Oriente e occidente. Vari aspetti di noi stessi, eclettismi che possono e anzi devono convivere ed essere alimentati insieme.

“The Art of the Brick” a Roma. L’incredibile, mattoncino dopo mattoncino

Quanti pomeriggi e quante serate avete passato a giocare con i LEGO® da bambini? Costruire edifici e personaggi immaginari, la casa dei sogni o tentare di riprodurre la propria? Che foste con gli amici, o da soli, nella cameretta o in salotto, sparpagliando i mattoncini colorati sul pavimento noncuranti delle grida dei vostri genitori perché troppo presi a progettare la città del futuro? Che quel mattoncino fighissimo, punta di diamante della vostra costruzione, fosse vostro, un regalo o provenisse dalla scuola (si lo ammetto, ho rubato un paio di mattoncini all’asilo!!!) quanto ci avete giocato?

Certo, oggi le nuove generazioni sono sicuramente (ahimè) prese da altri tipi di giochi, fruitori perfetti delle nuove tecnologie, i bambini “digitali”, neanche il tempo di imparare a camminare che già tengono sotto scacco computer, i-pad, i-phone e centrali nucleari. Ma si divertono più di noi analogici? Perché sì, sapranno scattare e condividere foto e video in meno di tre secondi, sapranno gestire tutti gli elettrodomestici da un solo dispositivo, magari loro scopriranno le leggi del teletrasporto ma volete mettere con il divertimento di costruire la propria navicella spaziale e farlo sul tappeto della propria camera?

Quanti bambini hanno sognato che quel gioco potesse diventare il loro lavoro e quanti genitori hanno pensato “guarda come è bravo con i LEGO, diventerà un architetto da grande!”?

Sicuramente sarà accaduto che qualcuno abbia intrapreso la carriera di architetto o di ingegnere spinto dalla passione per i mattoncini colorati, chissà che a Fuksas l’idea della Nuvola non sia venuta da bambino proprio mentre ci giocava…Certo è che una volta cresciuti, i giocattoli si lasciano, si mettono in una scatola, si regalano o si conservano e ne rimane solo il ricordo.

É così che va per la maggior parte delle persone, ma non per tutte.

Nathan Sawaya, è il fortunato adulto che del suo gioco di bambino è riuscito a farne il suo lavoro o meglio la sua arte!

Nathan, americano classe 1973, aveva ricevuto la sua prima confezione di LEGO a 5 anni e fin da subito mostrò capacità e creatività. Negli anni ha costruito di tutto, dalle case, agli animali, addirittura un cane a grandezza naturale, in risposta al rifiuto dei genitori di adottarne uno vero, alle automobili, fino a una vera città di LEGO di ben 10 metri quadrati.

Una volta cresciuto aveva messo da parte i LEGO, si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza della New York University e si era dedicato alla carriera di avvocato. Dopo anni di pressioni e frustrazione per la vita frenetica che stava conducendo, il bambino e l’artista che erano in lui hanno preso il sopravvento, così ha lasciato il lavoro e si è dedicato alla sua passione, essere un “LEGO artist” a tempo pieno.

Dopo aver lavorato alcuni mesi per la compagnia danese, Nathan si è messo in proprio e ha aperto uno studio tutto suo a New York, anche se non più impiegato all’azienda di giocattoli, ha ricevuto dalla stessa i titoli di LEGO Master Builder e LEGO Certified Professional.

Ad oggi, Nathan Sawaya possiede milioni e milioni di mattoncini colorati, ha aperto un secondo atelier a Los Angels ed espone le sue creazioni in tutto il mondo.

Dopo aver registrato oltre 120.000 presenze l’anno scorso a Roma, la sua mostra “The art of the brick” torna a colorare la capitale, prorogata fino al 26 marzo 2017 all’ Auditorium Parco della Musica. Una delle dieci mostre da vedere al mondo secondo la CNN, ha già conquistato il cuore di grandi e piccoli da New York, a Los Angeles, da Melbourne a Shangai, da Londra a Singapore.

Le sculture esposte sono più di settanta e dalle grandi dimensioni, spaziano dalla figura umana, semplice o surrealista, come l’uomo che si squarcia il petto, alle riproduzioni, come la Gioconda di Leonardo Da Vinci, La ragazza con l’orecchino di Perla di Vermeer, L’Urlo di Munch e Il Bacio di Klimt, da installazioni imponenti come quella di un grande T-Rex, alle raffigurazioni della Cappella Sistina e della Notte Stellata di Van Gogh.

Vi è poi una zona interattiva dove tutti possono cimentarsi nelle costruzioni, dando spazio alla propria creatività utilizzando i LEGO.

L’artista ha centrato pienamente il suo obiettivo, elevando un semplice giocattolo, un oggetto familiare ad un ruolo che non aveva mai occupato prima, regalando allo spettatore emozioni e percezioni, come l’inquietudine umana, la sua debolezza che riesce ad essere superata grazie all’elemento “gioco”, al bambino che vive dentro ognuno di noi.

Ha ragione Nathan, i mattoncini LEGO sono più di un semplice giocattolo, hanno segnato l’infanzia di milioni di bambini, stimolato la loro fantasia e hanno dimostrato che tutto è possibile, anche costruire un elefante in cucina.

C’ERA UNA VOLTA L’URSS

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Il 16 dicembre è stata inaugurata presso la sede di Azimut in via Flaminia la nuova mostra curata da Giovanni Argan, intitolata C’era una volta l’Urss, grande pittura figurativa d’oltrecortina.
La mostra presenta al pubblico una rassegna di opere d’arte sovietiche, realizzate tra gli anni ’20 e gli anni ’80, con l’obiettivo di ripercorrere le grandi linee dell’evoluzione del movimento artistico socialista, fino a sottolinearne l’influenza sull’arte contemporanea. Scene di lavoro in fabbrica e nel kolchoz, momenti di vita intima e quotidiana, vedute cittadine e industriali aprono scorci inediti su un mondo ormai dissolto.

C’era una volta l’Urss è un viaggio alla riscoperta dell’universo d’oltrecortina, che si propone di far conoscere al pubblico italiano uno straordinario periodo artistico, che ridiede centralità all’uomo, al lavoro e alla vita collettiva.  «Oggi che l’avventura dell’Unione Sovietica si è oramai conclusa, è giunto il momento di guardare quest’arte figurativa con uno sguardo nuovo, curioso e libero da sterili preconcetti ideologici» questo è il sentito auspicio di Giovanni Argan.

Sarà possibile farsi guidare sapientemente e gratuitamente tra le pennellate larghe e sciolte che caratterizzano il cosiddetto “impressionismo sovietico”.

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Come spiega il curatore, “Le opere esposte provengono da due collezioni private romane: le opere di Fedor Malaev e Adriana Magidson, marito e moglie nati all’inizio del ‘900 che hanno avuto un travagliato percorso di vita. Le opere esposte sono degli anni ’50, sono interessanti perché segnano l’epoca del disgelo e anche in pittura una pennellata più larga, si parla di “impressionismo sovietico”. Finisce lo stalinismo e in pittura c’è un rifiorire. Si nota un rinascere della vita anche perché la guerra è stata vinta e c’è tutta la società da ricostruire.

Inoltre, per quel tocco di originalità, giovinezza e reinterpretazione che mai manca nelle mostre curate da Argan, accanto ai grandi maestri russi è possibile apprezzare anche le opere del giovane artista romani Leonardo Crudi, il quale riprende lo stile delle avanguardie russe restituendogli lo smalto della modernità.

Oltre all’indiscutibile valore artistico delle opere esposte, quello che preme sottolineare è anche il fondamentale e per nulla scontato discorso storico su cui si fonda la mostra: per quanto discutibile, controverso, politicamente intricato, il periodo sovietico era fortemente intriso di pensiero marxista e leninista, fondamentale per comprendere buona parte dell’iconografia di questa epoca e che pertanto non può essere ignorato oppure omesso, se si vuole dare una lettura completa, onesta e ragionata della produzione artistica presentata al pubblico.

Senza questo presupposto si perderebbe consapevolezza degli importanti mutamenti stilistici e tematici che le opere in mostra rappresentano. A partire dagli anni ’50 infatti si insinuarono nel movimento artistico di stato del realismo socialista dei germogli che portarono al risveglio dell’attenzione per la vita interiore dei soggetti rappresentati e per la pittura di paesaggio. Durante il periodo chruščëviano (1953-1964), infatti, alcuni artisti iniziarono a conferire ai protagonisti delle loro opere un’umanità del tutto nuova, abbandonando l’austerità eroica che caratterizzava i personaggi dell’epoca staliniana mentre altri si dedicarono alla pittura di paesaggio, dipingendo en plein; è per questo possibile parlare di “impressionismo sovietico”, come anticipato in precedenza.

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È un’opportunità piuttosto rara di avere una mostra di questo genere, di così facile accessibilità e con la possibilità di farsi guidare e dare risposta alle proprie curiosità storiche.

Da non perdere questa esclusiva finestra  su un mondo artistico che resta spesso  ingiustamente inesplorato e che invece fino al 30 dicembre  si aprirà per noi grazie alla sapiente e sempre elegante guida di chi ha finalmente portato la pittura figurativa sovietica oltrecortina.

La coesistenza tra conservatorismo ed innovazione nell’arte

E’ attualmente il principale terreno di scontro tra conservatori e contemporanei del mondo dell’arte: è possibile coniugare le classiche forme d’arte con l’arte contemporanea? una compenetrazione tra spazi storici ed opere d’avanguardia che per molti grida allo scandalo, mentre per altri rappresenta una vera e propria forma artistica nuova, l’evoluzione di un mondo che vuole riscoprire il vecchio con l’accostamento del nuovo.

L’ultimo terreno di scontro passato alla cronaca ha riguardato l’opera “Maestà tradita” di Gaetano Pesce, installata in Piazza Santa Maria Novella a Firenze.

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Una scelta aspramente criticata da molti esperti del settore, primo fra tutti da Tomaso Montanaro che nella sua invettiva ad una sacralità violata sulle pagine di Repubblica ha ricalcato quanto già manifestato dal presidente della  Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana Andrea Pessina, che in una missiva inviata al Comune aveva manifestato “le perplessità di questo ufficio circa le scelte generali di codesta amministrazione relative a proposte di installazioni temporanee di opere di artisti moderni/contemporanei in vicinanza dei monumenti/luoghi di cultura/luoghi di culto”.

Un argomento che, ovviamente, si intreccia con problematiche ben maggiori ed estranee alla dialettica artistica, connesse a scelte politiche e a precari equilibri di potere tra vari organi comunali e statali, ma che appare attuale soprattutto nel capoluogo fiorentino, dove installazioni di tale tenore si sono susseguite e moltiplicate in tempi recenti (si pensi alle sculture di Jan Fabre in Piazza della Signoria e intorno a Palazzo Vecchio, o ai gommini di Ai Weiwei di Palazzo Strozzi di cui abbiamo già parlato nella nostra rubrica).

In realtà, la posizione espressa del critico toscano non si basa su un perentorio rifiuto della compenetrazione tra antico e privato (scrive Montanaro che Non c’è nulla di sbagliato (o di dissacrante, o di irriverente) nel dialogo tra antico e contemporaneo” ma sulla mancanza di dialogo tra l’opera proposta e l’ambiente circostante, tra l’altro differente rispetto a quello inizialmente scelto da Gaetano Pesce per la sua opera contro le violenze sulle donne (“non dialoga con niente, se non con se stessa. Qui non siamo alla sartoria, siamo al grande magazzino”).

E’ un dato di fatto, comunque, che opere “estemporanee” vengano sempre maggiormente installate in contesti a loro estranei, non solo in quanto caratterizzati da criteri e rigori classici ma anche avulsi da alcuna rappresentazione storica, diretti discendenti del Dito Medio di Cattelan davanti Piazza Affari, nel luogo (di culto) bancario milanese.

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Opere d’arte che si (auto)presentano come monumenti celebrativi e narrativi, “commenti della realtà” usando le parole di Pesce; una sorta di evoluzione delle antiche colonne celebrative romane o dei monolitici obelischi che erano appositamente costruiti per stridere con l’ambiente circostante, elevarsene e risaltare in una contrapposizione tra l’ordinario e il magnificente in essi simboleggiato.

In definitiva, il tentativo di far conciliare il nuovo e il vecchio attraverso una loro contrapposizione, compresa in una ben più ampia riflessione sull’evoluzione dell’arte che tormenta gli artisti contemporanei (l’identità collettiva persa e indagata da Cultrise ad esempio) può essere visto come un’usurpazione della storia dell’arte e della sua stessa concezione, un mostro ecologico da rifiutare ed abbattere, oppure è solo un’avversione figlia della nostra difficoltà a superare le consuetudine e le concezioni con cui ci siamo cresciuti  e formati, destinato a scomparire in un mondo come quello attuale, pieno di ossimori e contraddizioni? probabilmente anche i contadini medievali avrebbero considerato gli immensi castelli nobiliari dei veri e propri mostri ecologici rispetto al rurale scenario che li circondava, se solo avessero creato tale concetto come noi…

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C’è arte pubblica e “pubblica”: il precario equilibrio tra libertà e sicurezza nella sua fruizione

 

Quando “l’arte” è “pubblica” e quando un qualcosa di “pubblico” diventa “arte”, con il conseguente diritto all’apposita tutela e valorizzazione correlata a tale riconoscimento? E fino a che punto la fruizione collettiva dell’arte e il suo scopo di arrivare ad una platea più ambia possibile può arrivare a mettere in pericolo lo stesso stato dell’opera?

Sono sicuramente tra le più grandi problematiche discusse in questi giorni nel mondo dell’arte: partendo dalla questione relativa alla tutela, questa è stata sollevata in primis da Paolo Bulgari, mecenate che grazie al suo intervento ed a una donazione di un milione e mezzo ha permesso il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti; pochi giorni dopo il lungo intervento di recuperò però, la situazione è tornata ad essere precaria e pericolosa per uno dei monumenti più famosi di Roma: abbandono e degrado hanno di nuovo invaso i 135 scalini in travertino, ritornati ad essere nuovamente lo scenario di “bivaccamenti” e sporcizia.

“Ci ho provato. Ho cercato di buttare un sasso nello stagno ma non mi sembra sia servito a molto” ha dichiarato il mecenate pochi giorni fa a Repubblica; e così è ventilata l’idea dell’istallazione protezione fissa, in vetro e/o in ferro idonea a preservare l’opera realizzata da Francesco De Sanctis nel Settecento.

 

Roma 10 settembre 2016 La famosa scalinata di Piazza di Spagna è chiusa per lavori di ripulimento. FOTO DI FERDINANDO MEZZELANI -GMT

L’idea di una “teca” protettiva è tornata alla ribalta la scorsa domenica, quando nella notte è stato sfregiato l’Elefante realizzato da Bernini e simbolo di piazza della Minerva a Roma, di cui ancora non sono note le vicende (sebbene dal Comune facciano sapere che la zanna divelta “non può essersi staccata da sola”).

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Si può quindi escludere la fruizione collettiva di un’opera, per un tempo indeterminato, al fine di conservarne nel tempo lo stato? Sul punto anche la sovrintendenza ai Beni Culturali ha espresso parere negativo: “non si può preservare il patrimonio monumentale attraverso le cancellate. La Scalinata deve essere percorribile sia di giorno sia di notte: è stata progettata e realizzata per questo, per dare la possibilità alla gente di passeggiare. Bisogna lavorare sulla prevenzione a cominciare dall’educazione” ha affermato il sovrintendente Claudio Parisi Presicce; parole riprese anche dall’assessore alla Cultura capitolino Luca Bergamo per cui “non si possono proteggere i monumenti mettendo dei cancelli, il patrimonio è tale in quanto parte della vita della persona…Penso che l’elemento di prevenzione più forte verso i danneggiamenti sia in termini di educazione, sensibilizzazione”.

L’unica via di uscita idonea a non snaturare le opere e la loro funzione, sembra essere quindi la prevenzione, attraverso un’educazione al senso civico ed artistico troppo spesso denunciata come carente in Italia.

Se le opere d’arte pubbliche “classiche” vengono messe in pericolo dalle abitudini cittadine, di converso le più recenti opere pubbliche sembrano esser osteggiate dagli stessi organi che dovrebbero tutelare: il primo pensiero va ovviamente alla street art, spesso banalmente accomunata al fenomeno dei “tag” e identificata come uno strumento di degrado da eliminare. Si pensi agli eventi capitolini, con il murales del Papa realizzato da Mauro Pallotta, alias Maupal, nelle vicinanze del Vaticano, prima cancellato e poi addirittura consacrato dalle scuse di Luca Bergamo e della convocazione al Campidoglio alla presenza della stessa Sindaca Virginia Raggi (incontro coronato con tanto di magliette celebrative e annuncio di partecipazione al documentario “Un Selfie con il Papa”; una mercificazione dell’arte pubblica per eccellenza osteggiata dai più grandi seguaci di tale forma artistica, di cui abbiamo già parlato in merito alla mostra museale realizzata con le opere di Bansky); stessa sorte era toccata solo 2 anni prima al suo Papa-Superman.

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Una “continuità di intenti” che giunge da ogni parte d’Italia, si pensi alla cancellazione delle strisce pedonali realizzate a Torino da uno street artist al fine di riqualificare il quartiere; e di esempi ce ne sarebbero molti di più.

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“Bisogna lavorare sulla prevenzione a cominciare dall’educazione” appare perciò come un monito corretto non solo per la popolazione indigena, ma anche per coloro che istituzionalmente ed accademicamente sono deputati a tutelare le opere d’arte, spesso troppo conservatori ed attenti a quello che è “classico” più che a quello che è “pubblico”, di fruizione e di interesse artistico, sperando che nel frattempo esempi come quello di Bulgari non rimangano isolati.

“Sì lo rifarei” ammette il mecenate, aggiungendo però che non sarebbe disposto a ripetere un tale intervento per nessuna altra opera d’arte a Roma.