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Artfutura: se il vostro futuro è il 2008

L’arte contemporanea non è un pranzo di gala. L’aveva ben capito Alberto Sordi quando, nell’episodio “Le vacanze intelligenti” del film “Dove vai in vacanza?”, passando di fronte ad un critico che spiegava l’opera Muro di Mauro Staccioli diceva sconsolato: “spiega le cose che noi non potemo capì”.

Si fa per ridere, ma solo un po’. Perché che per godere dell’arte contemporanea ci sia bisogno di un livello di astrazione e di concettualizzazione maggiore rispetto all’arte classica è probabilmente vero. Così, non essendo un esperto di arte, prima di andare a vedere una mostra contemporanea cerco qualche informazione sull’autore, mi documento sui temi che affronta, cerco qualche chiave interpretativa per prepararmi alle opere che vedrò. Ma quando ho saputo che all’ex Dogana di Roma sarebbe stata allestita la mostra “Artfutura – Digital Creatures”, ho deciso di fare uno strappo alla regola. In fondo non sono un esperto d’arte, ma nel mondo digitale mi oriento più che bene. La prospettiva di godere di “sculture cinetiche che creano olografie galleggianti, campi magnetici che generano forme di ferrofluido dinamiche, esperienze audiovisive immersive in cui sperimentare proiezioni virtuali sconosciute” – come recita la descrizione sul sito dell’evento – mi entusiasmava. Ero pronto a godere di tutte le forme espressive della contemporaneità, pensavo con entusiasmo crescente a realtà aumentata, interazione fisica e simulata, intelligenza artificiale, robotica… e invece no! No, perché digitale è una di quelle parole che ingloba qualunque cosa, dall’orologio digitale anni ’70 ai computer quantistici, e se da una mostra del genere non era lecito aspettarsi i secondo, non mi aspettavo certo di trovare i primi. Capiamoci: non è certamente un’esposizione di vecchi Casio, ma rispetto alla promessa di sperimentare esperienze audiovisive immersive e proiezioni virtuali sconosciute la realtà della mostra è stata ben poca cosa.

L’inizio è stato in realtà promettente: una sala ben allestita con l’installazione Spinning Cosmos di Paul Friedlander che, pur nella sua semplicità realizzativa (che a dir la verità ha ben poco a che fare con il digitale anche in senso esteso) porta delle suggestioni percettive interessanti. Certo, non è una grande novità: nonostante il sito di Artfutura riporti che l’installazione “è stata prodotta esclusivamente per questa mostra”, Friedlander aveva portato l’opera in una versione piuttosto simile già all’Artfutura del 2012 a Montevideo. Ma questo non può certo essere un parametro di giudizio di una mostra, pensavo mentre osservavo i rotatori muovere le opere illuminate dalle luci cromostrobiche. Il dubbio che la mostra non fosse forse quello che mi aspettavo ha iniziato a cogliermi nel secondo hangar, in cui sono esposte le opere di Can Buyukberber. Mentre sedevo di fronte ad un’imponente proiezione dell’opera Morphogenesis, facendo scorrere lo sguardo da una parte all’altra della parete non riuscivo a non pensare: possibile che un’opera simile non sia stata pensata per la realtà virtuale? Come dicevo: non sono un esperto d’arte, ma so usare Google. Basta una rapida ricerca e si scopre che la stessa installazione montata a San Francisco godeva anche di un largo uso di VR. A Roma la realtà aumentata non c’è, ma una delle tre installazioni di Buyukberber implementa un Kinect per proiettare la sagoma del visitatore su uno schermo con un’animazione in loop: non è esattamente il livello di interazione che speravo ma è certamente un avanzamento! Nella sala successiva, dedicata ad Esteban Diàcono, ho capito che le mie aspettative sarebbero state certamente deluse: sei schermi ripetono in loop le animazioni che il motion graphics designer posta su Instagram. Affascinanti e un po’ disturbanti, certo, ma certamente non immersive, non dinamiche sicuramente non sconosciute. Certamente più divertenti le installazioni in ferrofluido di Sachiko Kodama, già note dal 2008, che però, anche in questo caso, non hanno nessuna delle caratteristiche promesse dall’evento. L’opera più interessante dell’esposizione è forse quella di Chico MacMurtrie, Organic Arches: una sequenza di archi gonfiabili che attraverso cambiamenti di pressione affrontano cambiamenti morfologici dall’apparenza organica. L’ultima grande sala, Screens of future, di Universal Everything è un’opera tautologica, almeno a metà: una serie di schermi con proiezioni video in riproduzione continua. Peccato che più che il futuro, rappresentino un presente quantomeno consolidato: edifici che cambiano colore, che cambiano il proprio rivestimento, una forma libera che cambia colore. Il centro della sala è un piccolo cinema sul cui schermo passano, come prima di un film in un cinema qualsiasi, dei corti di animazione. Lo confesso, non li ho visti tutti. Non li ho visti tutti perché, arrabbiato un po’ con me e un po’ con il curatore – Montxo Algora – mi sono diretto verso l’uscita cercando di metabolizzare la delusione. Ero arrabbiato con me stesso per non aver fatto quello che faccio di solito: guardare gli autori e capire di cosa si trattasse. Ero arrabbiato con il curatore perché la descrizione dell’evento e le promesse sull’esperienza sono state totalmente disattese. Ma voglio essere chiaro: opere di motion graphics e proiezioni video sono forme di espressione artistica interessanti e piacevoli. Ma perché promettere livelli di sperimentazione ed immersione che non rispondono alla realtà della mostra? Per una volta, ad una mostra che aspettavo con ansia, mi sono sentito come Alberto Sordi che cammina disinteressato davanti a Staccioli. Che ve devo dì, so cose che non potemo capì.

P.S. Parlando dell’abilità di utilizzare Google: se cercate Artfutura su Google immagini troverete molte foto, alcune delle quali utilizzate per pubblicizzare l’evento (non dalla pagina ufficiale però, questo sia chiaro). Ecco sappiate che molte di quelle foto non hanno a che vedere con l’esposizione all’ex Dogana. E ancora una volta so’ cose che non potemo capì.

STANZE D’ARTISTA E MUSEI COMUNALI

Talvolta, l’era della comunicazione e della popolarità social mi turba.

Si può aver tanto da dire ma non volerlo dire per forza a tutti da una pagina Facebook? Si può essere un po’ timidi ed esclusivi, di nicchia, riservati, senza foto profilo da migliaia di like scattata a un grande evento?

Si può essere un museo comunale di Roma senza grandi campagne di marketing e non essere necessariamente considerati come una povera Cenerentola?

Si può, ad esempio, essere Galleria d’Arte Moderna di Roma; sorella non affatto minore della Galleria Nazionale ma anzi custode esclusiva di oltre tremila opere esposte a rotazione. Come già la Galleria Nazionale, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita capolavori italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo e, in più, raccoglie testimonianze uniche dei maggiori rappresentanti del  fermento artistico capitolino come lo sono stati i pittori dei XXV della Campagna Romana e quelli appartenuti al movimento della Scuola Romana.

Anche il luogo è notevole, un ex monastero di clausura a due passi da Trinità dei Monti prima appartenuto all’ordine delle Carmelitane Scalze; nel corso del recupero dell’edificio è stato preservato il chiostro interno, angolo di bellezza e pace nel cuore della città.

Oltre alla già ricca collezione permanente, dal 14 aprile è inoltre possibile apprezzare nomi della portata di Mario Sironi, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Fausto Pirandello nello speciale allestimento della mostra Stanze d’Artista. Capolavori del ‘900 italiano.

Ad ogni artista è stato dedicato uno spazio esclusivo, un piccolo viaggio nei loro colori e nei loro pensieri, dal momento che le opere sono completate da estratti dei loro scritti, siano essi diari lettere o interventi critici. Quale migliore aiuto alla comprensione della produzione artistica della contestualizzazione e commento in qualche modo “originale” dagli artisti stessi? La parola è data direttamente alla fonte creativa.

Sono Stanze in cui rivivono interi mondi poetici grazie ai capolavori della Galleria d’Arte Moderna e altri provenienti da prestigiose raccolte private, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica tra le quali vengono valorizzati, per la prima volta, i dipinti di Massimo Campigli (Le spose dei marinai, 1934), di Ardengo Soffici (Campi e colline, 1925; Marzo burrascoso, 1926-27) e di Ottone Rosai (Paese, 1923), rispettando così il criterio della rotazione delle opere, adottato dalla Galleria d’Arte Moderna fin dalla sua riapertura nel 2011, che permette di scoprire ogni volta parti importanti del suo vasto patrimonio artistico.

In particolare Campi e colline di Soffici è una testimonianza eccezionale di questo artista, un’opera che permette di vedere espresso il suo proverbiale anticonformismo rispetto ai suoi tempi e di osservare quanto davvero abbia messo in atto, nelle sue opere, gli insegnamenti di quello che lui ha considerato suo principale maestro: Cézanne.

Negli scorsi mesi sono stati prodotti i dati sugli ottimi risultati ottenuti dai musei italiani, tuttavia è impossibile negare che sono numerosissimi i siti museali romani messi un po’ in ombra dai grandi nomi e delle grandi operazioni pubblicitarie a cui si affidano istituzioni culturali particolarmente frequentate e amate.

Sarà probabilmente una regola di mercato difficilmente aggirabile, ma per chi si nutre di solo amore per l’arte e cultura, basti sapere che anche dove non ci sono hashtag popolari e inaugurazioni con red carpet si custodiscono grandi patrimoni.

 

Il Fuorisalone, tutto quello che succede fuori da salone del mobile

 

“Il Design è uno Stato a sé. E Milano è la sua capitale”, ecco il motto dell’edizione 2017 del Salone del Mobile di Milano.

La fiera di Rho si trasforma nel più grande palcoscenico di design al mondo e la città di Milano la accompagna con performance, mostre ed eventi creati ad hoc per tutte le persone che giungono da ogni dove.

Decine e decine di eventi d’arte e design nel Fuorisalone http://fuorisalone.it/2017/ che

non va inteso come un evento fieristico, non ha un’organizzazione centrale e non è gestito da un singolo organo istituzionale: è nato spontaneamente nei primi anni ’80 dalla volontà di aziende attive nel settore dell’arredamento e del design industriale. Attualmente vede un’espansione a molti settori affini, tra cui automotive, tecnologia, telecomunicazioni, arte, moda e food. . Il design approcciandosi ad altri settori, uscendo dai suoi spazi ufficiali, diventa accessibile a tutti grazie all’utilizzo di strumenti e servizi studiati su misura.

Per Fuorisalone si intende l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano che avvengono in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile.

Oggi è l’ultimo giorno di una sei giorni che ha visto organizzarsi e prender vita 1498 iniziative divise su 13 percorsi distribuiti in diversi settori, dal design all’arte.

Tra gli altri eventi da non perdere c’è l’ Isola Design District. All’ombra del vosco verticale è la novità assoluta del FuoriSalone 2017, un progetto di marketing territoriale dove sono coinvolte oltre ai designer le attività commerciali, gli artigiani e i ristoranti della zona. The Essential Taste of Design è invece l’evento, che si svolge nel Castello Ovest di piazza Venezia, sviluppato intorno al tema del cibo in collaborazione con Matteo Ragni Studio ed Essent’ial. In mostra progetti legati al pane, taglieri d’autore e posate per la tavola. Il circuito propone anche un percorso food&wine e un tour gratuito dei aplazzi liberty dell’area.

Il Moleskine Movin Ideas è l’iniziativa che vede la presentazione di uno zaino concepito da Bradley Theodore insieme a Moleskine. Bradley Theodore è uno street artist di origini caraibiche basato a New York. E’ attratto e ispirato dal mondo della moda, famoso per il suo progetto di street art dedicato a due icone della moda: Anna Wintour e Karl Lagerfeld. I volti dei suoi personaggi, trasformati in amabili e cortesi teschi, scheletrici e variopinti, sono ritratti con pennellate rapide che disegnano linee apparentemente imprecise, di sapore vagamente espressionista, dove a predominare sono i colori e le combinazioni di tinte pastello.

Bradley Theodore

Claudio Luti, Ceo di Kartell definisce il Fuorisalone “un evento che abbraccia l’intera città, trasformandola in una vetrina dove la condivisione con la realtà metropolitana permette anche la contaminazione con altri mondi”. Dunque Arte, Moda e Food accompagnano i percorsi della cultura milanese nel Fuorisalone, l’evento nell’evento più atteso del design.

 

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. La mostra al museo dell’Ara Pacis

Primo secolo a.C., la Repubblica romana è nel periodo di maggiore espansione della sua storia e Spartaco è uno dei suoi protagonisti. Originario della Tracia, soldato dell’esercito romano in Macedonia, poi ridotto in schiavitù perché disertore, fuggì nel 73 a.C. e nell’arco di pochissimo tempo riuscì a raccogliere attorno a sé migliaia di schiavi fuggitivi. Nello stesso anno fu a capo della rivolta contro Roma diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori.

La mostra allestita al Museo dell’Ara Pacis dal 31 marzo al 17 settembre, porta il nome del condottiero e il racconto si articola partendo proprio dalla grande rivolta da lui guidata tra il 73 e il 71 a.C.

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma realizzata da un team di archeologi, scenografi, registi e architetti, con la curatela scientifica di Claudio Parise Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e la regia visiva e sonora di Roberto Andò, è un vero e proprio viaggio, reperto dopo reperto, circa 250, più una selezione di fotografie e installazioni audio e video, in cui lo spettatore viene accompagnato, alla riscoperta del più grande sistema schiavistico della storia. Le opere sono inserite in un racconto che si snoda attraverso 11 sezioni che riportano, una dopo l’altra, in vita suoni, voci e ambientazioni del contesto storico. Un’intera economia quella della Roma antica basata sullo sfruttamento di una “merce” cara e redditizia quanto deperibile: l’essere umano. La società, l’economia e l’organizzazione dell’antica Roma non avrebbero potuto raggiungere traguardi tanto avanzati senza lo sfruttamento pianificato delle capacità e della forza lavoro di milioni di individui privi di libertà, diritti e proprietà. Basti pensare che stime recenti hanno calcolato la presenza tra i 6 e i 10 milioni di schiavi su una popolazione di 50/60 milioni di individui.

Il percorso si chiude con il contributo fornito dalla ILO, International Labour Organization, Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite nei temi del lavoro e della politica sociale, impegnata nell’eliminazione del lavoro forzato e altre forme di schiavitù legate al mondo del lavoro.

Le sezioni

– Vincitori e vinti, in cui si racconta l’età delle conquiste e la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di vinti in ogni campagna militare;

Il sangue di Spartaco, ossia la sconfitta a opera delle legioni di Crasso dei circa 70.000 ribelli guidati, appunto, da Spartaco;

Mercato degli schiavi, fiorente in tutto il Mediterraneo e presente nella stessa Roma;

Schiavi domestici evidenzia il privilegio, rispetto agli addetti ai lavori pesanti, di chi condivideva quotidianamente la vita negli spazi domestici;

Schiavi nei campi, si tratta dell’agricoltura, contesto sicuramente più svantaggiato, per la fatica quotidiana, la presenza di un sorvegliante plenipotenziario e a volte per l’uso delle catene nei campi;

Schiavitù femminile e sfruttamento sessuale, per le quali la prostituzione era così frequente da renderne necessaria la proibizione per legge;

Mestieri da schiavi  alcuni dei quali conferivano ulteriore marchio di infamia, come le prostitute, i gladiatori, gli aurighi e gli attori;

Schiavi bambini, del cui impiego nell’economia domestica padronale restano molte testimonianze archeologiche;

– Schiavi nelle cave e miniere, descrive la condizione di lavoro e di vita cui erano costretti coloro che rifornivano di marmi e metalli preziosi la capitale e gli altri centri dell’impero;

Una strada verso la libertà, dedicata alla manumissio, vera e propria occasione offerta dal diritto romano agli schiavi più meritevoli e a quelli che erano riusciti, arricchendosi, a comprare la propria libertà;

Schiavitù e religione, esplora il rapporto della schiavitù con alcuni aspetti del culto ufficiale romano.

Curatore/i

Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini con Lucia Spagnuolo

Catalogo

De Luca Editore

Tipologia

Archeologia

 

INFO

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma

Museo dell’Ara Pacis. Lungotevere in Augusta, Roma

31 marzo – 17 settembre 2017

Tutti i giorni dalle ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Twitter: @museiincomune

Biglietto “solo mostra”: intero € 11, ridotto € 9; speciale scuola ad alunno € 4 (ingresso gratuito a un docente accompagnatore ogni 10 alunni); speciale Famiglie € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per non residenti a Roma: intero € 17, ridotto € 13

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per residenti a Roma: intero € 16, ridotto € 12

 

TIME IS OUT OF JOINT – SE IL TEMPO È UNA CONVENZIONE

Da anni la Galleria Nazionale (d’Arte Moderna e Contemporanea) rappresenta per me un luogo rifugio, uno di quei posti in cui chiudersi quando si ha un impellente bisogno di bellezza , quando si ha un urgente desiderio di circondarsi di opere d’arte dal valore impareggiabile.  Salire quelle scale e trovarsi nella Storia dell’Arte, percorrere con calma e sicurezza i due secoli di colori che vestono pareti calde, rosso e oro.

Poi, a seguito di sei mesi di lavori, lo scorso ottobre apre una nuova versione della Galleria e già dalle scale Cristina Collu, nuovo direttore, avvisa che è successo qualcosa al tempo, al mondo, alla natura che erano custoditi dentro: qualcosa si è scardinato, si è sconnesso. Pare che, citando Shakespeare, Time is out of joint.

Non c’è più ordine cronologico, né questo è stato sostituito da alcun approccio che segua la logica di un tema specifico o che raccolga insieme le opere di un movimento artistico o di un autore. Insomma, non c’è ordine alcuno.

Pioggia di critiche.

Il fatto che la Galleria abbia abbandonato il criterio cronologico, in qualche modo didattico, sembra aver destabilizzato molti, mandando in cortocircuito quanti avevano bisogno di collocare le opere nel tempo e nello spazio (Ottocento, Novecento, movimenti, scuole, Italia, non Italia…) per poterle apprezzare appieno.

L’accusa principale è quella di aver lasciato i visitatori orfani di qualsiasi guida storico artistica, abbandonandoli in balia del soggettivismo proprio e di quello della direttrice della Galleria.

Due membri del comitato scientifico si sono dimessi per protestare contro questo nuovo allestimento che decontestualizza le opere dalla loro storia e dalla loro genesi a vantaggio di un risultato meramente scenografico. Inaccettabile che nessuno studente di storia dell’arte potrà in futuro consultare la Galleria Nazionale come un libro di testo.

Ecco allora, forse, il punto vero della disputa: cos’è un museo, cosa vorremmo che fosse?

Un museo è un luogo morto, cristallizzato e ossidato nel tempo delle opere che ospita? O è piuttosto un luogo qui e ora, per chi vive e ne gode qui e oggi?

E chi è il pubblico destinatario di un museo monumentale (per struttura e contenuti) come la Galleria Nazionale, i soliti accademici e gli aspiranti tali, il gruppo di coloro che vivono del pensiero critico e speculativo sull’Arte? O invece il pubblico generico comune che dell’Arte vuole solo godere, allargando certo così i propri orizzonti culturali, ma soprattutto nutrendosi delle emozioni che l’arte e la bellezza sole possono donare?

Personalmente, dopo aver salito nuovamente quei gradini che mi avvisavano con onestà che in questo momento alla Galleria time is out of joint, ho trovato un luogo nuovo, molto lontano da quel mio vecchio luogo rifugio ma più bello, semplicemente, senza altre contorte definizioni.

E per me che ricordavo a memoria la disposizione di quasi tutte le opere, è stato affascinante affidarmi a questo nuovo percorso che consente di guardare cose note con occhio nuovo, da una prospettiva nuova, in un contesto nuovo.

È vero, forse uno spettatore non può approcciarsi consapevolmente a questa versione della Galleria se è completamente digiuno di Storia dell’Arte. Ma forse questo può essere anche più stimolante di un museo che accompagna didascalicamente per mano. Il contenuto della Galleria Nazionale, unica galleria d’arte moderna e contemporanea in Italia, rimane di eccezionale ed esclusivo valore comunque lo si disponga.
È  vero che c’è un forte fattore soggettivo dietro l’apprezzamento o la bocciatura di questo allestimento, ma citando proprio Cristina Collu “non penso affatto che coltivare delle “emozioni” sia qualcosa che eroda o svilisca il ruolo educativo del museo, al contrario ritengo che le emozioni possano trasformarsi in un input capace di stimolare lo spettatore ad una ricerca personale”.

Andate ad emozionarvi, a cercarvi e a trovarvi. Prima che il tempo torni a scorrere regolare alla Galleria Nazionale.

I superdirettori dell’arte italiana

Daniela Porro al Museo nazionale romano; Simone Verde al Complesso monumentale della Pilotta a Parma; Filippo Maria Gambari al Museo della Civiltà di Roma; Valentino Nizzo al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma; Andreina Contessa al Museo storico e il Parco del Castello di Miramare a Trieste; Adele Campanelli al Parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli; Rita Paris al Parco archeologico dell’Appia antica a Roma; Francesco Sirano al Parco archeologico di Ercolano a Napoli; Fabrizio Delussu prima nominato al Parco Archeologico di Ostia è stato recentemente sostituito; Andrea Bruciati a Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli, forse la scelta più discussa nel panorama.

Andrea Bruciati

Questi sono tutti i nomi dei nuovi superdirettori del Mibact. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Si tratta della seconda fase della riforma Franceschini avviata tre anni fa, che come tutte le riforme è stata accompagnata da numerose polemiche. La diatriba si è accesa un mese fa all’indomani delle nomine, ma dopo quattro settimane ancora non sembra essersi placata. Su tutte come anticipato, la nomina di Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte già direttore di ArtVerona, esperto anzi super esperto nel suo campo, pochino in quello dell’archeologia, dove altrettanti grandi nomi erano in lizza per ricoprire quel ruolo.

C’è chi definisce questa scelta interessante, ma c’è anche chi dice che forse, una volta organizzate due mostre ed utilizzate Villa d’Este e Villa Adriana come gallerie a cielo aperto, Bruciati non saprà più come gestire il suo mandato.

Triste pensare che due siti archeologici di così grande importanza e attrazione vengano ridotti a mera destinazione di gita scolastica, quando potrebbero rendere, 100, 1000 volte di più. E allora senza far troppa polemica ci si augura che le nomine di Franceschini e del suo presidente di commissione Paolo Baratta siano azzeccate e che l’azzardo di collocare un esperto di arte contemporanea alla guida di uno dei siti archeologici più importanti del mondo sia la scelta più giusta.

Il tutto si inserisce in un momento felice per Musei e Parchi Archeologici. Il varo della Legge sull’Art Bonus, le presenze nei nostri spazi e luoghi di pregio ne sono prova.

Ai posteri, quindi, l’ardua sentenza.

 

 

 

AgNO3 @ Lab 174

“COLOR IS DESCRIPTIVE, BLACK AND WHITE IS INTERPRETIVE” (cit. E. Erwitt)

presso Lab.174 – via Pietro Borsieri 14, 00195 Roma

Inaugurazione:  sabato 4 marzo dalle 18:30
DOMENICA 5 MARZO: dalle 15:00 alle 18:00
DAL 6 AL 10 MARZO: dalle 16:00 alle 19:30

[ ingresso gratuito ]

Lab 174 vi invita alla seconda edizione di AgNO3, mostra di fotografia in bianco e nero che ha l’intento di far conoscere nuove realtà legate al mondo dello scatto in analogico della scena romana e internazionale.
Per l’occasione esporranno sette artisti, molti dei quali mai in mostra al Lab 174 con sette nuovi progetti e sette storie da raccontare.

ARTISTI IN MOSTRA:
Alejandra Arzola
Lucia Caputo
Giorgio Coen Cagli-Photographer
Michele Daniele
Elena Lasala
Filippo Romano Valtore
Francesca Zonars

 

 

ABSTRACTISM – CATANZARO APPRODA A ROMA

ABSTRACTISM_Galleria-Varsi

In economia si definisce bene pubblico un bene caratterizzato da assenza di rivalità nel consumo (il consumo da parte di un individuo, cioè, non implica l’impossibilità per un altro individuo di consumarlo allo stesso tempo) e da non escludibilità nel consumo (una volta prodotto, è impossibile impedire ai soggetti che non hanno pagato per averlo di goderne).

Un concetto che ha accompagnato la mia intera carriera accademica ma che nessun libro di testo potrebbe mai spiegare bene come fa Abstractism, progetto curato da Altrove Festival e ospitato a Roma da Galleria Varsi fino al 9 marzo.

Ci riesce perché Abstractism è un progetto di ricerca sul muralismo d’avanguardia italiano ed europeo; perché Altrove è un festival nato a Catanzaro nel 2014 con l’obiettivo di diffondere contenuti culturali sul territorio;  perché Varsi è una galleria sita nel cuore più antico di Roma, un’enclave di arte e cultura innovativa e d’avanguardia immersa nella tradizione della città.

Questa mostra collettiva è un fenomeno eccezionale a Roma, un evento che è essenza pura di quel concetto di bene pubblico. L’Altrove Festival di Catanzaro promuove opere pubbliche murali con la volontà di dare voce a una generazione di artisti che hanno un loro modo nuovo e bellissimo di pensare la realtà urbana. Accoglie artisti che hanno scelto la strada come luogo di manifestazione della propria arte e del proprio pensiero, tutti accomunati dalla scelta dell’astrattismo come forma espressiva. Questi artisti hanno realizzato negli ultimi anni opere monumentali che ridefiniscono il concetto stesso di pittura di strada: è difficile distinguere il confine tra arte figurativa e architettura, difficile definire i confini degli spazi.

Un’arte di tale impatto in una realtà come Catanzaro si impregna di un forte valore sociale e culturale, rappresenta uno stimolo e una voglia di riscatto che passa attraverso un’esperienza visiva nuova, originale, pubblica, che contamina con i suoi colori sia centri urbani sia paesaggi naturali.

Varsi-logo-sito

La Galleria Varsi ha il merito di veicolare e diffondere questo messaggio culturale a Roma ospitando nei suoi spazi alcune opere realizzate nel corso delle precedenti edizioni dell’Altrove Festival. Non si può mancare questo evento, significherebbe perdere una tappa importante del progresso culturale dei nostri tempi, della nostra era caotica e urbana.

Il nostro tempo sembra aver bisogno di sfogare il suo impulso creativo in un modo tale che possa essere tangibile nella quotidianità. Un astrattismo che possa essere in qualche modo concreto. E questo sembra oggi essere possibile, bello, vincente e convincente solo se tale creatività si impone in uno spazio condiviso, pubblico, fruibile da tutti, collettivo. Un messaggi culturale importante, un invito a una collettività colta e soprattutto consapevole del valore inestimabile dell’arte comune.

Partecipano all’Altrove Festival:  108 · 2501 ·  ALBERONERO · ALEXEY LUKA · ARIS · GIORGIO BARTOCCI · CLEMENS BEHR · CIREDZ · CT · DOMENICO ROMEO · EKTA · EROSIE · GRAPHIC SURGERY · GUE · MARTINA MERLINI ·  MONEYLESS ·  NELIO · SBAGLIATO · STEN LEX · TELLAS · THTF.

Cercateli tutti.

“Father and son”: la commistione tra gioco ed archeologia per il rilascio dei musei

Un pubblico cambiato nel tempo, con diverse disponibilità e bisogni, in un rapporto con il mondo circostante fatto di molteplici connessioni ed input, tanto reali che virtuali, che necessitano un nuovo approccio della stessa cultura e dei musei per riuscire a (ri)attirare il visitatore tra le proprie mura, rendendolo un fruitore sempre più attivo e volitivo.

Su questa premessa si colloca “Fahter and son”, il primo videogioco prodotto da un museo statale, il Museo Archeologico di Napoli, uno dei più importanti e più visitati di tutta la penisola italica.

Attraverso una storytelling in chiave “storydoing”, in cui ogni scelta del protagonista influenzerà l’evolversi della storia, alla ricerca del padre archeologo tra le mura del Museo napoletano, il giocatore-visitatore da qualsiasi luogo del mondo potrà interagire virtualmente con i contenuti del MANN, che ospita le collezioni Egizia e Farnese e i tesori di Pompei ed Ercolano, scoprirne le origini e i misteri, “visitando” luoghi altrimenti inaccessibili e, magari, appassionandosi ad argomenti fino ad allora ignorati

“Attivare una nuova connessione con il pubblico, sia quello che visita il museo, sia quello virtuale” con queste parole il direttore del MANN Paolo Giulierin ha presentato il prodotto alla stampa, consapevole di come lo strumento videoludico vada ormai annoverato “tra le nuove forme d’arte” aggiungendo come “non si può che essere soddisfatti della nostra disseminazione culturale”.

In attesa del lancio ufficiale fissato per marzo 2017, sul sito ufficiale www.fatherandsongame.com è disponibile un’anteprima del prodotto ed ulteriori contenuti connessi.

 

Fuga d’Arte a Milano

Immagine copertina

Ancora per una settimana si può, andando a Milano, vivere una combinazione di esperienze artistiche molto lontane tra loro, originali e in qualche modo complementari.

Dedicare una giornata a due mostre che non hanno nessun legame, nessun punto di contatto ma che possono arricchire e soddisfare due aspetti opposti del proprio appetito artistico.

Fino al 29 gennaio il Palazzo Reale di Milano ospita una vastissima esposizione delle silografie di Hokusai, Hiroshige e Utamaro, mentre il MUDEC dedica un allestimento al genio di Jean-Michael Basquiat ancora per un mese, fino al 26 febbraio.

Da una parte, la società giapponese del diciannovesimo secolo rappresentata grazie all’eccellenza della tecnica di stampa, nel rispetto dei più tradizionali canoni estetici e culturali, con l’utilizzo di colori eccezionali e commoventi per la loro delicatezza e, al contempo, impareggiabile espressività. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di bellezza paesaggistica, armonia della natura, società antica e donne affascinanti avvolte in preziosi tessuti orientali.
Impossibile non sognare l’Oriente alla vista di opere iconiche come la Grande Onda di Hokusai o come la serie di vedute del Monte Fuji realizzate in anni diversi sia da Hokusai sia da Hiroshige. Si tratta di mondi e paesaggi che in qualche modo sono arrivati nel nostro immaginario collettivo anche grazie alla produzione fumettistica giapponese, quei famosi manga che proprio da questi grandi maestri della pittura traggono origine.

fuji

Dall’altra parte, l’esplosione violenta di una delle più grandi e originali genialità dei tempi moderni, quella del giovane Jean Michael Basquiat che in soli sette anni, dal 1980 al 1987, è riuscito a lasciare una traccia indelebile del suo talento e della sua espressione artistica, prima di morire a soli 27 anni. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di malessere interiore, di dolore, di emarginazione sociale e razziale, di abuso di sostanze ma più di tutto, di creatività di genio di originalità e di ribellione.
La parabola dell’artista maledetto che inizia la sua carriera artistica realizzando graffiti in giro per Manhattan con firma SAMO (same old shit) insieme all’amico Al Diaz e che in pochi anni viene scoperto dai più grandi galleristi internazionali dell’epoca non può non affascinare e allo stesso tempo atterrire; intuire, grazie all’intensità comunicativa delle sue opere, come aver conquistato un altro genio del calibro di Andy Warhol e aver lavorato con lui non basti a sanare quei malesseri tutti interiori che lo accompagnavano dall’infanzia, quei fantasmi radicati nei conflitti familiari e sociali, quei mostri ingigantiti dall’abuso di eroina.

1986, New York, New York, USA --- Jean-Michel Basquiat --- Image by © William Coupon/CORBIS
1986, New York, New York, USA — Jean-Michel Basquiat — Image by © William Coupon/CORBIS

Indubbiamente è un accostamento di artisti alquanto insolito e azzardato, eppure una visione di entrambe queste mostre può andare a toccare corde diverse della propria sensibilità e soddisfare contemporaneamente il proprio senso del bello e del piacere estetico e il proprio lato più oscuro ed emotivo, la compartecipazione spirituale alle vicende e all’espressione dell’interiorità di un artista.

Due mostre che insieme possono dare un’idea completa di cosa sia l’Arte, bellezza estetica e affermazione della creatività. Esteriorità e interiorità. Oriente e occidente. Vari aspetti di noi stessi, eclettismi che possono e anzi devono convivere ed essere alimentati insieme.