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Opus Alchymicum: la Lettonia omaggia Napoli

Dal 27 ottobre al 2 dicembre Castel dell’Ovo di Napoli ospita l’esposizione Opus Alchymicum dell’artista lettone Lolita Timofeeva, poetessa del metafisico. L’evento gode del patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica della Lettonia in Italia e del Consolato della Lettonia a Napoli, con l’organizzazione dell’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli per celebrare i 100 anni di indipendenza della Repubblica di Lettonia, che ricorreranno il 18 novembre 2018. Le installazioni, i dipinti e le  sculture che compongono la mostra sono il frutto dell’ispirazione che l’artista ha avuto nel corso del suo primo viaggio nel capoluogo partenopeo. La Timofeeva ha visitato l’incantevole Cappella Sansevero, nota per l’unicità del suo Cristo velato, e si è avvicinata al pensiero ermetico di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero che fu inventore, alchimista e letterato. Così l’artista lettone ha sviluppato un nuovo spunto creativo, una conoscenza più profonda di sé mediante un’analisi intima del sogno, incubo e allucinazione. Colori vivi, atmosfere cupe e personaggi suggestivi compongono le opere, mentre le dimensioni rimangono sospese e trasportano lo spettatore nelle sale del Castello più affascinante di Napoli. Non basta affacciarsi dalla finestra per ritornare alla realtà, perché la città stessa è nata dalla sirena Partenope e il mito aleggia nell’aria. L’artista invita il pubblico a trovare se stessi tra le opere per entrare nel mondo dell’introspettiva alchimia e del pensiero ermetico. Il titolo della mostra prende spunto dal lavoro degli alchimisti medievali, precursori della chimica moderna, per approfondire lo studio dell’arte.

Da io a noi: la città senza confini

Dal 24 Ottobre 2017 al 17 Dicembre 2017

Il Palazzo del Quirinale, sede della Presidenza della Repubblica, ospita la mostra Da io a noi: la città senza confini, promossa dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del Mibact e dal Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, curata da Anna Mattirolo.

L’esposizione, che sarà possibile vedere dal 24 ottobre al 17 dicembre 2017 su prenotazione (allo 06.39967557) ospita nei dieci saloni storici degli appartamenti di Alessandro VII Chigi, le opere di 22 artisti italiani e internazionali ma residenti o spesso attivi nel nostro Paese: Lara Almarcegui, Rosa Barba, Botto & Bruno, Maurizio Cattelan, Gianluca e Massimiliano De Serio, Jimmie Durham, Lara Favaretto, Flavio Favelli, Claire Fontaine, Alberto Garutti, Mona Hatoum, Alfredo Jaar, Francesco Jodice, Adrian Paci, Diego Perrone, Alessandro Piangiamore, Eugenio Tibaldi, Grazia Toderi, Vedovamazzei, Luca Vitone, Sislej Xhafa, Tobias Zielony.

Gli artisti e le opere scelti presentano la visione delle odierne metropoli, senza confini e senza centro, sottolineando le potenzialità che animano questi luoghi nella prospettiva contemporanea. Il progetto muove dalla riflessione sul concetto di periferico, utilizzando tutti i linguaggi artistici – pittura, scultura, fotografia, video, installazione – per restituire la dimensione sfaccettata di una società in trasformazione, seguendo le forme di paesaggio che l’azione umana genera e l’identità che il nuovo ambiente, così generato, è in grado di trasmettere.

Informazioni

Palazzo del Quirinale

Indirizzo: Piazza del Quirinale – 00187 ROMA (RM)

Telefono: 06.46991

Fax: 06.46993125

Sito web: http://www.quirinale.it/

Sito web: http://www.aap.beniculturali.it/Mostra_Quirinale.html

Giorni di apertura

martedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 10.00 alle 16.00. Ultimo ingresso ore 15.00. La visita ha la durata massima di un’ora. È necessario presentarsi 15 minuti prima dell’orario di inizio della visita.

Tariffe

La mostra è gratuita. La procedura di prenotazione per l’accesso comporta un costo di 1,50 euro

Picasso e il viaggio della svolta.

“Ci parli del Guernica” chiese la commissione al ragazzo che rispose: “Hmm…Guernica…Guernica… non sono molto preparato su Guernica, chi è Guernica?”
Esame di maturità, anno 2009.

Quello che non sapeva il mio compagno è che Guernica non è qualcuno ma qualcosa. Un qualcosa di straordinario, il capolavoro di Pablo Picasso.

Mi basta pensare all’artista spagnolo perché questa scenetta mi torni in mente, che poi non so se sia accaduta davvero o se sia una sorta di leggenda del mio liceo, e così è stato anche qualche giorno fa mentre mi trovavo alle Scuderie del Quirinale a Roma che fino al 21 gennaio 2018 ospiteranno la mostra “Pablo Picasso. Tra cubismo e classicismo: 1915- 1925”.

Niente Guernica, perché come si intuisce dal titolo, la mostra prende in esame un determinato periodo della produzione dell’artista, quello tra il 1915 e il 1925. La grande tela dedicata al bombardamento della città basca durante la guerra civile spagnola e custodita al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, risale invece al 1937.

Nel 1917, precisamente il 17 febbraio, nel pieno della Grande Guerra, Pablo Picasso, guida della rivoluzione cubista, arrivò a Roma, prima tappa del suo viaggio italiano. In due mesi visitò non solo la capitale, alloggiava all’Hotel de Russie, ma anche Napoli e Pompei. Si trattò del suo primo viaggio in Italia, il primo fuori dalla Francia e dalla Spagna. Il pittore accompagnava Jean Cocteau, il giovane drammaturgo che lo aveva assoldato nella realizzazione di sipari, scene e costumi per Parade, il balletto da lui ideato su musiche di Satie, che andò in scena a Parigi nel maggio dello stesso anno. Coinvolgere Picasso non era stato semplice per Cocteau, tanto che per convincerlo a prender parte alla produzione del balletto decise di chiederglielo vestito da Arlecchino.

A Roma, nella tranquillità del suo studio, che non poteva che essere in via Margutta, disegna scene e costumi destinati allo spettacolo, trattandosi però del suo primo lavoro per il teatro, viene affiancato da altri scenografi della compagnia, tra cui Fortunato Depero.

Il soggiorno in Italia ebbe un forte impatto sull’artista, dal punto di vista professionale perché lo avviò ad una vera e propria svolta stilistica e dal punto di vista personale. Sì perché fu a Roma che Picasso, mentre preparava i costumi e le scene per i Ballets Russes di Diaghilev, incontrò e si innamorò di Ol’ga Khochlova, ballerina russo-ucraina che diventò presto la sua musa.

Ol’ga fu la sua prima moglie, i due infatti si sposarono nel 1918 e nel 1921 ebbero Paulo. Soggetto ricorrente nelle opere di quel periodo esposte alle Scuderie, spesso in veste di Arlecchino, tra i personaggi preferiti dell’artista e che racconta la solitudine del Novecento.

A distanza di 100 anni da quel grand tour, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo celebra il viaggio italiano di Picasso, attraverso una serie di mostre e iniziative. Le Scuderie lavorano a questo progetto dal 2015, in accordo con il Musée Picasso, per esporre a Roma oltre 100 opere provenienti da 50 prestatori, forse qualcosa di più, europei, americani e giapponesi.

Evidenti le influenze italiane, le opere arricchite dalle suggestioni neoclassiche apprese nel Belpaese, ispirate alla scultura antica, al Rinascimento romano e alla pittura parietale di Pompei. Lasciarono un segno alcune delle maggiori espressioni della cultura tradizionale e l’arte popolare napoletana, dal presepio al teatro, fino a quello delle marionette, i saltimbanchi e il binomio città antica- città moderna. Per Picasso l’arte deve essere infatti sia moderna che primitiva e così unisce volutamente alto e basso.

A beneficiare di ciò fu in primis l’enorme sipario, diciassette metri di larghezza per undici di altezza, che Picasso realizzò per il balletto Parade. La grande “tela” è conservata ala Centre-Pompidou di Parigi e viene esposta solo in rare occasione proprio “a causa” delle sue dimensioni.
Negli anni però è stata ospitata in vari musei, nel 1984 dal Brooklyn Museum di New York , nel 1990 dal Palazzo della Gran Guardia di Verona, nel 1998 dal Palazzo Grassi di Venezia, tra il 2012 e 2013 dal Centre-Pompidou di Metz, fino allo scorso giugno dal Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli. Approdata finalmente a Roma lo scorso 22 settembre, è esposta per la prima volta nel salone affrescato da Pietro da Cortona di Palazzo Barberini, dove rimarrà fino al 21 gennaio 2018. L’architettura di Bernini è stata preferita come location per via delle dimensioni dell’opera, che non avrebbe trovato giustizia tra le mura delle Scuderie.

La mostra si sofferma in particolare sul metodo del pastiche, analizzando le modalità e le procedure tramite le quali Picasso lo utilizzò come strumento al servizio del modernismo, in un percorso dal realismo all’astrazione tra i più originali e straordinari della storia dell’arte moderna. Sono illustrati poi gli esperimenti condotti da Picasso con diversi stili e generi: dal gioco delle superfici decorative nei collage, eseguiti durante la prima guerra mondiale, al realismo stilizzato degli “anni Diaghilev”, dalla natura morta al ritratto.

Il protagonista indiscusso è un Picasso a tutta forma, capace di sviluppare la sua arte tra dipinti, bozzetti, acquerelli, disegni. Non mancano poi gli abiti di scena, maschere e una selezione di lettere, cartoline e fotografie che documentano il soggiorno in Italia del pittore.

Quel viaggio lo segnò per sempre ed è evidente nelle opere d’ispirazione classica realizzate nel periodo successivo. Picasso era stato colpito dalla monumentalità e dalla sensualità nascosta delle statue antiche, ovvero dalla loro sostanza più che dalle forme e proporzioni.

A proposito di proporzioni, il dipinto “La corsa”, scelto come immagine copertina della mostra e visibile a dimensioni giganti su manifesti e cartelloni è in realtà molto piccolo: 32,5 x 41,1.


Le due donne enormi e un po’ scomposte, non perdono di sensualità in quella corsa- balletto. Il messaggio ora mi è chiaro, come loro dovremmo tutti correre sensualmente a vedere la mostra, perderla sarebbe davvero un peccato.

INSIDE KLIMT all’Ex Dogana

Venerdì 13, non è il titolo del film celebra superstizioni per eccellenza ma la data da non perdere se si è appassionati di Gustav Klimt. L’ Ex Dogana infatti, dalle 21.30 alle 05.00, ospita un grande evento dedicato all’artista.

Dal periodo giovanile ai suoi soggiorni a Ravenna, opere come “Ritratto di Adele Bloch-Bauer” e “Il bacio” prendono vita in una speciale installazione nel cuore dell’Ex Dogana, insieme alle influenze che più hanno suggestionato l’artista viennese, come i mosaici bizantini. Un viaggio nel cuore di Klimt a 360 gradi.

Il programma:

– Il biopic “Klimt” con John Malkovich (ore 21.30)

– Una installazione composta da 11 video-proiettori in una nuova area dell’Ex Dogana di 1.100 mq.

– Un party con Mano Le Tough in consolle, remixer di Roisin Murphy, ma soprattutto uno dei pochi dj a porre emozioni e stati d’animo come punto di partenza nella produzione musicale.

Ingresso:

10€ fino all’01.00 e su prenotazione, scrivendo il proprio nominativo sulla bacheca Facebook dell’evento evento:
http://bit.ly/2gcNPlP

15€ dopo l’01.00

Dove:

Ex Dogana

Via di Scalo San Lorenzo 10 – Roma

Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo

Ad accogliermi nel suo studio di via Zanardelli 1 a Roma, in un palazzo d’epoca di quelli che quando ci passi davanti pensi “chissà chi ci vive” è la voce calda di Milton Gendel. L’uomo dietro l’obiettivo che ha immortalato personaggi straordinari, Dalì, la regina Elisabetta, Willem De Kooning l’uomo dalle amicizie storiche e preziose, Mario Praz, Piero Dorazio, Peggy Guggenheim, Toti Scialoja, Robert Motherwell. Nato a New York nel 1918, si è trasferito a Roma nel 1949 e non l’ha più lasciata.

Fotografo di nascita e non di mestiere, due lauree alla Columbia University, assistente di Meyer Shapiro, volontario in Cina con l’esercito americano per seguire il rimpatrio dei giapponesi alla fine della guerra, una borsa di studio in urbanistica che lo ha portato a Roma, stretto collaboratore di Adriano Olivetti, corrispondente di ArtNews e Art in America, storico e critico d’arte, giornalista ma soprattutto un uomo di passioni. L’arte non è stata solo materia da studiare, ma essenza della sua stessa vita.

Nella sua stretta di mano ho sentito tutta la forza di un uomo che porta con sé storia, esperienze incredibili, incontri; nei suoi occhi, la luce di chi ha visto tutto, tra due secoli, senza perdere la curiosità per il domani. Prima di sederci, mi fa fare un giro dello studio, ogni parete un puzzle di quadri, senza cornice perché “è così che sono arrivati”, i libri non si possono contare così come gli oggetti che colleziona, o meglio accumula, ognuno protagonista di un aneddoto. L’appartamento dai soffitti affrescati apparteneva al conte Giuseppe Primoli, pronipote di Napoleone e confina con la fondazione Primoli alla quale Milton ha donato 72.000 negativi e 10.000 volumi della sua biblioteca.

Sulla scrivania un uovo di struzzo, un regalo proveniente dall’Etiopia e una palla di cannone datata 1870, “ha preso parte alla Presa di Roma”.

Lei è un giornalista, scrittore, critico d’arte, due lauree, una in chimica e biologia l’altra in arte e archeologia, una borsa di studio in urbanistica, quando ha capito che sarebbe diventato un fotografo?

Negli anni Settanta. Ho sempre scattato, da quando avevo 14-15 anni, sempre. Ma è stato negli anni Settanta, seconda metà, quando la mia amica Carla Panicali che aveva una galleria in via Gregoriana, un giorno mi disse che era furibonda perché “Motherwell ci impone la moglie che è fotografa e sono costretta a fare la mostra alla moglie di Motherwell e sono indignata!”. Poi si illuminò e mi disse: “Io preferisco fare una mostra delle tue foto!” e così ho avuto la mia prima mostra alla Galleria Marlborough.

La prima foto che ha scattato?

Non ricordo esattamente ma è sicuramente una fotografia degli anni a New York, quella alla tomba del generale Grant, una cosa monumentale in stile greco romano.

“Esita quando gli domando quale foto lo rappresenta meglio… <<non una singola, c’è da scegliere… non saprei>> dice chiamando in aiuto il nipote Bartolomeo, che lavora con lui e lo segue nei progetti della Fondazione. <<A te quale piace? Che ne pensi?>>

<<A me piacciono le foto scattate in Sicilia negli anni Cinquanta, ma più di tutte quella che hai scattato  alla tua ombra sull’Appia Antica, un antenato dei selfie di oggi>> risponde il ragazzo”.

A proposito dei selfie, che è quasi una mania, la possiamo considerare fotografia? La tecnologia  poi aiuta, ci sono corsi di ogni tipo, tantissimi filtri, i social dedicati solo alla fotografia, tutti si improvvisano fotografi, ma si può imparare ad essere fotografo?

Tutti siamo fotografi, anche grazie al telefonino. Si può imparare la parte tecnica ma l’occhio devi averlo, come tecnico della foto puoi diventare qualsiasi cosa ma solo l’occhio fa delle foto particolari. C’è anche la fortuna, è come un gioco di numeri, scatta scatta scatta… qualcosa deve uscire!

Lei fotografa in bianco e nero. Il colore non determina la vita?  Qual è il suo colore preferito?

Lo so che c’è una sorta di pregiudizio, di snobismo riguardo al bianco e nero, ma per me non è così, è gusto. Si possono fare foto magnifiche a colori, una buona sorpresa è di guardare le foto della fine dell’ Ottocento fatte a colori che sono stupende, i colori sono saturi. Io preferisco lo spettro dei colori, la gamma, gli insiemi delle tonalità, le declinazioni del grigio.

È ancora interessante fotografare l’uomo?

Sempre, sì, siamo umani più o meno. In primo piano. Anche in posa. La posa è anche mobilità, fotografare una persona che salta, è comunque una posa. Negli anni Venti andava di moda fotografare le donne, le belle donne, con gli occhi chiusi, come se sognassero.

Può una fotografia cambiare il mondo? Penso a Hiroshima o alle Torri Gemelle…Nella civiltà dell’immagine, si possono scuotere le coscienze con un’immagine o di immagini siamo saturi?

Una foto vale dieci discorsi, sì e come!

Arte vuol dire anche essere moderni, oggi nell’era della tecnologia, c’è ancora qualcosa da scoprire, o si è visto tutto?

Si può ancora digerire quello che è stato scoperto, soprattutto grazie alle fotografie che hanno intensificato la possibilità di ricordi del passato. Il campo degli artisti che lavoravano con le mani.

Oggi è difficile vedere un artigiano, un artista che lavora con le mani, in quasi tutti i campi dell’arte la tecnologia ci ha messo lo zampino, ma questo toglie anima all’opera?

Si può arrivare alla pittura senza dipingere, ad esempio Niki de Saint Phalle ha improntato la sua carriera di pittrice sparando i colori da una specie di pistola. Poi c’è Jackson Pollock che metteva la tela per terra e ci versava i colori.

Lei è un testimone del tempo, come è cambiata l’Italia?

La grande trasformazione è stata economica, negli anni Cinquanta questo paese usciva da una disfatta militare ma soprattutto politica. La miseria era evidente, molto visiva, nel meridione ma anche a Genova. Ricordo le rovine dopo i combattimenti, gli attacchi aerei. Quando sono arrivato alla fine del 1949, sbarcai con la nave a Napoli e da lì risalimmo in macchina fino a Roma e strada facendo era un susseguirsi di ruderi. Poi a Roma quello che colpiva tanto era che non c’erano né cani né gatti, le famiglie non potevano permettersi altre bocche da sfamare. Le macchine erano pochissime e io mi sentivo molto privilegiato perché acquistai un’automobile, una Fiat Balilla del ’37 e così sono diventato molto popolare tra gli artisti.

Chissà quanti passaggi…

Sì, per andare al mare! L’amico Lucio Manisco, faceva parte di “Forma1” il gruppo di Perilli, Dorazio ed inventò un quotidiano che si chiamava “Domenica Sera” ed era gratis, grazie alla pubblicità. Tutti gli amici lo aiutavano nella distribuzione che veniva fatta con la mia Balilla color blu mezzanotte. Mettevamo questi pacchi di “Domenica sera” nella mia auto e si andava a Piazza Colonna, offrivamo questi giornali gratis ma la gente era diffidente- ride- tanti correvano via..

Di cosa trattava la “Domenica Sera” e lei ci ha mai scritto?

Il quotidiano si occupava di tutto, arte, società, politica, spettacolo, personaggi famosi…Mi ricordo di un servizio su Tamara Lees, era molto molto bella…Io non ho mai scritto per la “Domenica Sera”, ancora non scrivevo in italiano

È stato difficile imparare l’italiano?

No, Io poi, all’inizio mi lanciavo in francese che sapevo parlare, lo avevo imparato al liceo a New York, man mano ho acquisito un modo di parlare e mi facevo capire. Ero già stato in Italia, nel ’39. 10 giorni da Venezia a Napoli, il Grand Tour. Volevo vedere tutto quello che potevo prima del cataclisma della guerra. Ad Atene, non avevo più soldi  e allora sono andato all’Ambasciata americana, sbandierando i nomi dei miei professori della Columbia. Mi hanno dato dei soldi e mi hanno chiesto quali fossero i miei progetti. Io risposi di voler visitare Istanbul e loro mi dissero di dimenticarmela perché eravamo sull’orlo della guerra. Sulla costa francese, per non parlare di Parigi, le strade erano deserte, per fortuna rimediai una bici per trasportare la mia valigia.

Una mattina mi svegliai, era il 1 settembre 1939 e una voce agitatissima gridava che la guerra era cominciata. Quello fu un momento molto triste per la mia generazione. La Francia era il centro del mondo, l’impatto di vedere al cinema Hitler sotto l’arco di trionfo che faceva dei piccoli passi di danza per celebrare la vittoria…terribile.

In America la guerra non ha toccato il paese

Il paese era diviso in due, chi diceva che bisognava prenderne parte e chi diceva America First! Un eroe nazionale come Charles Lindbergh che compì la prima trasvolata atlantica, era contrario alla guerra, andò perfino da Hitler e accettò una decorazione. Poi la Chiesa cattolica era contraria perché tanti nella Chiesa erano legati al fascismo in quel periodo. C’era un prete, Father Coughlin che parlava alla radio da Chicago e incitava il pubblico dicendo “non è la nostra guerra”. Senza l’attacco dei giapponesi saremmo rimasti fuori.

Lei ha conosciuto uomini e donne straordinari, Peggy Guggenheim, la regina Elisabetta, Dalì…Quale persona che ha fotografato l’ha colpita di più?

Non ho mai fatto una foto dell’uomo che ho più ammirato in Italia, Adriano Olivetti, non me ne rammarico perché sarebbe inutile ma mi rendo conto che era una persona che ammiravo veramente, totalmente e non l’ho fotografato. La mia foto mancata è decisamente quella ad Adriano Olivetti.

Collezionista di quadri, molti li ha venduti. Un’opera che si è pentito di aver venduto e una dalla quale non è stato in grado di separarsi?

Mi piaceva molto Porta Portese o via del Governo Vecchio dove c’era un mercante dal quale compravo, Peretti, molto simpatico. Non mi sono pentito perché ho venduto solo i quadri che o non mi piacevano tanto o erano troppo grandi. In genere non vado per i pentimenti.

Il suo libro preferito?

Una biblioteca!

Lei ama vivere in mezzo alle cose, è la necessità del ricordo?

Sì, quella bandiera per esempio, per me è un ricordo della guerra.

“Con l’accento americano che non ha perso, Milton mi racconta di quando con i suoi compagni del gruppo ingegneria combattente sbarcò a Formosa, poco prima che la guerra finisse e poco prima dello scoppio della maledetta bomba. In Cina aveva avuto il compito di seguire e scrivere sul rimpatrio dei Giapponesi, << era un movimento di massa, abbiamo forzato il rimpatrio di tre milioni di giapponesi, pensa che quasi due generazioni di giapponesi a Formosa, il Giappone non lo avevano neanche mai visto >>. Più o meno per caso venne coinvolto nella missione per arrestare il Governatore di Formosa. << Siamo andati al palazzo per arrestarlo e durante l’operazione ho preso quella bandiera per ricordo, firmata dai suoi collaboratori. L’ingresso era sbarrato, un soldato si è arrampicato e ci ha aperto da dentro. Abbiamo attraversato il giardino per arrivare alla casa, nella quale siamo entrati tramite una porta finestra. In un vasto ambiente che sembrava la hall un albergo con poltrone e divani coperti di stoffa floreale, un mare…non c’era nessuno finché una figura si è alzata da una poltrona, la testa e poi il corpo. Era il Governatore, si è alzato ci ha guardato…eravamo io, un amico, un generale cinese, un colonnello inglese e un colonnello americano… poi ha detto in inglese “Gentlemen i’ve been expecting you” >>. Mi parla anche di un ventaglio e di una spada…Mi dice che in una disfatta tutto può succedere, anche che si porti a casa un ricordo, o due, o tre”.

C’è una scena di miseria che l’ha colpita più delle altre?

Il crack economico del ’29 negli Stati Uniti. La crisi era molto evidente a New York e mi colpì molto. Mio padre aveva un’auto di lusso e mi vergognavo ad andare per le strade, vedere file di persone che aspettavano per una scodella di zuppa. Central Park all’epoca era piena di tuguri, di baracche, persone che non avevano più nulla, non avevano più la casa e si erano accampati lì. Anche lungo il fiume Hudson, la parte di Riverside Drive, tuguri anche lì. La crisi era molto visiva e rispetto alla crisi di oggi non c’è paragone. C’era un clima di disperazione tangibile, le cose poi sono cambiate con l’elezione di Roosevelt. Democratico e molto amato, forse perché  Hoover era un Repubblicano. Quando durante l’addestramento diedero la notizia della morte di Roosvelt, tutti vicino a me si misero a piangere.

Qual è il periodo a cui è più legato della sua vita a Roma? Negli anni Sessanta la piazza e i caffè davano intimità e contribuivano al confronto, allo scambio di idee tra artisti di rami diversi, cinema, letteratura, pittura, luogo di ritrovo più degli studi di via Margutta. Oggi che viviamo nell’era dei social e della connessione sembra che questi mondi non comunichino più…

É difficile isolarne uno, tutto è stato molto interessante. Ricordo che se andavi alle sei o sette da Canova a Piazza del popolo potevi trovare il mondo romano dell’arte. Quando non c’è un flusso di soldi, gli artisti si aggregano e nel momento in cui c’è il flusso di soldi allora l’artista sta per conto suo. Gli artisti sono molto coinvolti in loro stessi, in genere sono “ego-maniaci” e nel momento in cui si liberano dalla necessità del denaro allora stanno per conto loro.

Era un latin lover? 

Non sono latino…

All’epoca, avere la passione per la storia dell’arte in America che di storia ne ha poca, poteva essere considerato un limite?

In un certo senso sì, ma c’erano dei professionisti. Tanti furono gli artisti che negli anni Trenta giunsero in America dall’Europa per fuggire da Hitler e vennero accolti dalle Università, a beneficio degli Stati Uniti e tanto peggio per la Germania!

Che effetto le ha fatto incontrare la regina Elisabetta, la famiglia reale e trascorrere del tempo con loro?

L’idea di persona reale era lontana per me ma dato il legame tra la mia ex moglie e  la principessa Margaret ho conosciuto tutta la famiglia reale e sorpresa! è una famiglia che funziona come una famiglia! Elisabeth, con una grande passione per gli animali, curava i suoi cani corgi e i cavalli, potevi incontrarla con la sella sotto braccio. Era una donna forte ed una guidatrice eccelsa, davvero straordinaria, era stata istruita nell’esercito. La sorella invece era di un altro stampo, molto più emotiva, avventurosa, suonava il pianoforte, cantava, era alla mano, non aveva gli obblighi pubblici che spettavano a Elisabeth.

Ormai sono due ore che parliamo, prima di salutarci, Milton mi fa fare un ultimo giro dell’appartamento, mi mostra una foto della madre ritratta con gli occhi chiusi, una di quelle che andavano di moda negli anni Venti, il letto che aveva nella sua casa sull’Isola Tiberina dove Antonioni girò “L’avventura” nel 1960, i quadri di Dorazio, Perilli, Manisco e Scialoja, mi mostra orgoglioso la tesi di laurea del nipote. E poi, prima di salutarmi, mi fa firmare il libro degli ospiti.

Ripetizioni estive di arte contemporanea – Galleria VARSI

Se c’è un comportamento che la scuola ci ha lasciato in eredità è quello di fare i propri bilanci a ridosso della stagione estiva piuttosto che a capodanno. Gli obiettivi raggiunti, quelli mancati, i buoni propositi, stilare una lista prima di archiviare tutto e iniziare le vacanze a cuor leggero.

Galleria VARSI è forse un po’ eterna studente e come ogni anno ha inaugurato sabato 22 luglio una mostra/pagella/bilancio prima della chiusura estiva.

 

Una carrellata di artisti che hanno collaborato con questa vivacissima galleria romana popolerà il “Varsi’ Collective Show 2017”.

Non solo opere che hanno già in passato arricchito lo scenario artistico contemporaneo della galleria, ma anche opere inedite di artisti che sono  affezionati e soliti a esporvi.

La mostra collettiva vede la collaborazione anche di 56fili, laboratorio serigrafico fondato dal giovanissimo Arturo Amitrano nel 2008. L’obiettivo del 56fili è sempre stato quello di dare vita a un luogo che concepisse la serigrafia come ricerca artistica sperimentale e non come mero strumento tecnico di riproduzione.

Altra voce nel coro della collettiva è quella di Alt!rove, progetto catanzarese che avevamo già apprezzato a febbraio. Per chi avesse perso la passata esposizione “Abstractism”, Altrove si presenta come un’idea nata con l’obiettivo di rieducare al concetto di bellezza in contesti urbani trascurati e di contribuire alla creazione di una cittadinanza attiva e partecipativa nella cura degli spazi comuni. L’arte viene pensata come potente strumento di riqualificazione ed elemento fondante nella formazione di una nuova coscienza civica.

In questi giorni roventi il consiglio è di concedersi un momento di arte, ritagliarsi un angolo di freschezza e fermento artistico e culturale, di volersi bene e regalarsi uno stimolo intellettuale che risvegli le sinapsi appesantite dall’afa.

Passate in Galleria VARSI, mai ripetizioni e pagelle furono così gradite e accattivanti!

Tra i presenti:
Borondo , Broken Fingaz Crew, Canemorto, Daniele Tozzi, Etnik, Evoca1, Fintan Magee, Gomez, Herakut, M.City, Martina Merlini, 2501, Nicolas Romero (Ever), Nosego, Pakal, Pixelpancho, Run, Sbagliato, Servadio, Solo, Sten † Lex, Tellas.

 

Another Look di Daniele Tamagni. La rivendicazione si fa Moda

Gentlemen of Bacongo, Afrometals, gli hipsters di Johannesburg. Queste sono alcune delle Fashion Tribes raccontate dall’occhio, anzi dall’obiettivo di Daniele Tamagni.

Another Look è la prima mostra dedicata ai lavori che il fotografo milanese, classe 1975, ha realizzato in diversi paesi africani. I soggetti dei suoi scatti sono appunto le Fashion Tribes africane ma dobbiamo fare attenzione alla parola “fashion”. La moda è chiaramente centrale ma non è tutto. Tamagni non ci parla solo di moda in quanto tale, fa di più, la racconta come strumento di rivendicazione politica e sociale, di affermazione individuale. Abiti, outfit, divise, per andare oltre ciò che si vede. Una realtà quotidiana con la quale il fotografo e artista è riuscito ad entrare in confidenza, osservandola da un punto di vista diverso e realizzando, in una sfida continua agli stereotipi e ai luoghi comuni, ritratti intimi. Sensibilità, passione, curiosità e forza gli hanno permesso di instaurare rapporti di fiducia con i soggetti che rappresenta, di andare alle radici ed essere ammesso come all’interno di un cerchio magico, dove l’“estraneo” è raramente ammesso.

Un lungo lavoro di reportage il suo, condotto in diversi paesi africani, in cui è riuscito a cogliere l’immediatezza espressiva delle diverse comunità di cui ci parla. Ci sono Dandy congolesi di Brazzaville, persone semplici, con lavori normali, vestono come tutti gli altri, salvo che nelle occasioni speciali, dove si trasformano, sfoggiando completi particolarissimi, provocando stupore e ammirazione degne di una star di Hollywood; i metallari cowboys di Gaborone, anche detti Afrometals, la loro tradizione riecheggia di anni Settanta e in particolare di un gruppo rock, i Nosey road, la loro lotta è politica, sociale, all’Aids. Ci sono poi i giovani ballerini di Johannesburg, i creativi di Nairobi e Dakar, le modelle senegalesi e le lottatrici boliviane, giovani donne che lottano sul ring indossando gonne ampie e dai colori esplosivi.

Non sono altro che collettivi, i quali attraverso la moda e l’arte chiedono, rivendicano la loro libertà di espressione, lottano contro le disuguaglianze sociali, dando così vita a una vera e propria controcultura popolare. I colori sono sgargianti e la creatività il punto di forza. L’identità di ogni tribù della moda prende ispirazione dalla cultura coloniale e occidentale, in un mix di globalizzazione e tradizione, la attraversa, la sfida, la scardina per reinterpretarla con estro e inesauribile inventiva.

 

L’artista

 Daniele Tamagni nasce a Milano nel 1975, studia storia dell’arte e si laurea in conservazione dei beni culturali. Dopo la specializzazione si dedica alla fotografia, che lo ha sempre appassionato, diplomandosi a Londra all’università di Westminster. Fa della sua capacità di fondere arte e fotografia il suo mestiere.

Nel 2007 documenta la vita nei quartieri ghetto di Londra abitati da migranti caraibici e africani. Dopo un po’ però il richiamo dell’Africa si fa sempre più forte e decide di dedicarsi a un reportage sul campo. In Congo dunque realizza un documentario sui Sapeurs, dandy contemporanei dall’eleganza ricercata.

Nel 2010 il reportage su Las Cholitas, le donne combattenti boliviane che calcano il ring in ampie e coloratissime gonne. Per questo progetto vince il secondo premio nella sezione Arts and Entertainment Stories al concorso che il World Press Photo tiene ogni anno. Sempre nel 2010 riceve anche l’Infinity Award, premio importantissimo, conferitogli dall’International Center of Photography di New York nella sezione applied/fashion photography.

La mostra, a cura di una giovane e intraprendente Giovanna Fazzuoli, è visitabile fino al 16 settembre presso la Galleria del Cembalo (Palazzo Borghese) a Roma.

Il MACRO Testaccio si colora con Limoni

Il solstizio d’estate ha aperto le porte a un tripudio di colori, quelli della mostra di Giancarlo Limoni intitolate “ Il giardino del tempo / opere 1980-2017”.
Nei grandi spazi ariosi, luminosi e suggestivi de La Pelanda, il MACRO propone fino al 17 settembre l’esposizione di venticinque opere dal grande formato e dai toni affascinanti che ripercorrono la carriera di Gianfranco Limoni, uno degli esponenti della Nuova Scuola Romana degli anni Ottanta.

La natura è il fulcro della sua poetica, reinterpretata grazie agli spunti che gli vengono dalla letteratura, dagli insegnamenti dei grandi pittori impressionisti ed espressionisti, dalla sua esperienza personale e dal contatto con l’oriente.

L’intera sua produzione pittorica è evidentemente incentrata e valorizzata dal ruolo predominante del colore.
È impossibile, entrando nel padiglione della Pelanda,
  non rimanere sopraffatti dalla varietà, dalla bellezza, dalla corposità ma soprattutto dalla potenza dei colori di Limoni. Le prime opere (l’allestimento segue un ordine espositivo cronologico) sono caratterizzate da colori molto contrastanti e a volte stridenti tra loro, e in questo risiede la loro forza.
Man mano che si percorre la stanza però si viene circondati da colori sempre più densi, stratificati, caldi, talmente corposi e concreti da sembrare vivi e comunicativi. I quadri a tema floreale testimoniano una fioritura quasi reale, tridimensionale; a tratti sembra quasi di percepirne i profumi, di sentirne il fruscio.

Come spiega il comunicato stampa a proposito della crescita e maturazione artistica di Giancarlo Limoni “L’approdo di questo viaggio è stata quindi la sontuosa ricchezza delle opere realizzate dagli anni Novanta in poi, dove la visione cromatica si arricchisce di una pulsazione vitale che ricompone la vibrazione del mondo nelle sue fioriture, nei riflessi d’acqua e nel mare attraversato da tagli di luce e di vento, dove i pigmenti si immergono e si cristallizzano nelle acque della memoria. Dare forma a un nuovo giardino del tempo: tra l’esplosione dei colori che inondano la tela e la silenziosa presenza delle opere più recenti, dedicate ai Giardini di neve, dove il bianco si anima delle presenze enigmatiche e impercettibili di velature e di spessori cromatici.”

Una mostra che è un’esperienza sensoriale unica e originale, oltre che pittorica. Un’esposizione che consente di vivere e godere di tutti i colori della natura in ogni sua stagione, in ogni sua variazione, in ogni sua temperatura. E che si conclude con un’ultima opera, un Giardino d’inverno realizzato in questo 2017, che con il suo bianco senza profondità, con quei concreti e pastosi colpi di blu e di viola su un’erba fredda fa quasi dimenticare gli oltre trenta gradi che, dal solstizio in poi, accompagneranno queste tele per tutta la durata dell’esposizione, nel cuore pulsante di Testaccio.

SALENTO, CARAVAGGIO E CARAVAGGESCHI AL CASTELLO DI OTRANTO

Il Salento è da anni meta vacanziera estiva tra le più gettonate. E chi anche quest’anno non rinuncerà alle spiagge bianchissime, al mare cristallino e alla musica fino all’alba, non dovrà farsi scappare anche una perla di bellezza e cultura nella città più orientale d’Italia.

Dall’11 giugno al 24 settembre, infatti, Otranto ospita la mostra “Caravaggio e i Caravaggeschi nell’Italia meridionale” all’interno del Castello Aragonese.

L’esposizione raccoglie le opere provenienti dalla Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, storico dell’arte tra i primi ad aver dedicato i suoi studi al Merisi e ai suoi seguaci in un periodo, agli inizi del ‘900, in cui il pittore era ancora tra i meno conosciuti e valorizzati tra gli esponenti dell’arte italiana.

Longhi fu non solo studioso ma anche collezionista  e la sua raccolta ora esposta ruota intorno ad un’opera dal valore e splendore unico quale è “Ragazzo morso da un ramarro”.

L’opera celeberrima realizzata in due versioni (l’altra è custodita alla National Gallery di Londra) risulta un esempio perfetto di come la luce sia elemento fondamentale dei quadri di Caravaggio. Proprio attraverso il sapiente uso della luce l’artista riesce a rendere tutto il pathos del momento rappresentato, lo spavento e il dolore provocati dal morso inaspettato del ramarro. È il ragazzo protagonista ad essere violentemente colpito dalla luce che investe volto, spalla e braccio. Sempre attraverso il sapiente uso della luce Caravaggio ottiene altre rese eccezionali, come la trasparenza dell’acqua contenuta nella brocca, la quale a sua volta riflette l’immagine della finestra. Oltre alla magistrale rappresentazione psicologica del ragazzo, il Merisi realizza anche una raffigurazione molto realistica della natura morta in primo piano, la quale però pur nel suo realismo non manca di molteplici riferimenti simbolici.

Insieme a questo indiscusso capolavoro, nella mostra di Otranto sono esposti i dipinti dei principali seguaci di Caravaggio attivi nel meridione. Tra questi, le cinque tele raffiguranti gli Apostoli, del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, il principale caravaggesco napoletano. Oltre a loro, un ruolo eminente dell’esposizione è dedicato a Mattia Preti, l’artista che più di ogni altro contribuisce a mantenere per tutto il Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca.

La mostra poi è stata allestita all’interno del Castello Aragonese, da sempre roccaforte difensiva della città di Otranto. Nel corso dei secoli fu danneggiato e riparato ripetute volte finché la struttura non fu ampliata in occasione del famoso attacco saraceno del 1480. Da un’attenta osservazione delle mura si evince come esse appartengano ad epoche diverse: sono sopravvissuti grandi massi di pietre risalenti all’epoca romana, piccoli massi di epoca greca e pietre lavorate con tecniche spagnole, il tutto ancora visibile non solo sulle mura ma perfino sul castello. Passeggiando tra le maestose mura è possibile apprezzare diversi particolari architettonici come le torri Alfonsina, Duchessa e Ippolita, il bastione detto Punta di Diamante, e la Sala Triangolare realizzata con tecniche difensive innovative che ne fanno uno degli esempi più importanti per l’architettura militare dell’epoca.

Sembra ci siano curiosità storiche e culturali sufficienti per farsi catturare dalle fresche sale del Castello tra una tintarella e una discoteca in riva al mare: anche quest’anno tutti in Salento!

Combustioni. Dicò e il potere del fuoco

DICÒ-no che sia tra gli artisti più innovativi e dirompenti della scena artistica italiana e internazionale. Un percorso veloce quello di Enrico Di Nicolantonio, classe 1964, in arte Dicò, che da grafico pubblicitario è arrivato ad esporre le sue opere al Vittoriano di Roma. La sua prima volta in un museo. “Non smettete mai di sognare” dice sempre ai ragazzi, perché per lui è stato così, infatti questo momento lo aveva sognato, finchè non è diventato realtà.

Combustioni è il titolo della mostra e non solo, è anche il processo tramite il quale Dicò plasma le sue opere e le rende uniche, irripetibili grazie alla plasticità scultorea che le contraddistingue. 40 quelle esposte al Complesso del Vittoriano- Ala Brasini a Roma, dall’8 giugno al 9 luglio, che compongono la sua retrospettiva. Marylin, la Gioconda, Gandhi, Gesù, Kate Moss, Bansky, Kennedy. Immagini iconiche, molte inedite, che cambiano natura grazie alla tecnica della combustione, la plastica brucia, si scioglie e cola sui volti dei personaggi scelti dall’artista, rimodellandoli, dandogli nuova forma. Dicò definisce il suo lavoro “pittoscultura”, è sempre una fusione, un insieme di elementi, come il neon, che grazie a un incredibile potere comunicativo esalta forme e simboli e le scritte, che rendono ogni opera tridimensionale.

Il fuoco è protagonista e l’artista ha imparato ad ascoltarlo, perché alla fine “decide sempre lui”, è come un ballo quello che fanno insieme, finchè non sente quel rumore, come se il fuoco lo avvertisse che è arrivato il momento di fermarsi perché ha raggiunto l’effetto desiderato. Un’arte di sofferenze e gioie, che si purifica tra le fiamme. Sofferenza e dolore, come per molti altri artisti, sono stati il motore della sua creatività. Dicò è riuscito a trasformare quel senso di angoscia e smarrimento dei momenti difficili della sua vita, nella chiave per riscattarsi, reinventarsi e ricominciare a gioire, rimanendo sempre lui ma con occhi diversi. Un po’ come i suoi soggetti, volti cult del passato che trovano, grazie al tocco di Dicò, nuova via per esprimersi, per parlarci ancora.

Il suo stile, definito “diversamente pop” è il risultato delle influenze di Andy Warhol e Alberto Burri, un equilibrio di contaminazioni che lo rendono personalissimo e immediatamente riconoscibile. L’originalità sta nell’uso di materiali diversi e insoliti. Con maestria Dicò riesce a combinare insieme resine, lastre di plexiglass, materiali industriali, sovrapposizioni di elementi ma anche la classica pennellata. La forza delle sue opere sta nel messaggio.

L’artista romano è estremamente attuale e dedica molti dei suoi lavori alla contemporaneità e agli eventi, purtroppo drammatici, con i quali ci stiamo abituando a convivere, come gli attentati terroristici o il fenomeno del femminicidio. Alla città di Amatrice, colpita dal terremoto che l’ha quasi rasa al suolo, ha voluto donare un Gesù in croce per la nuova chiesa. Dicò è amato in patria e non solo. In effetti non poteva non essere così vista la sua formazione tra Roma e gli Stati Uniti e la sua passione per il cinema americano. Oltreoceano le star di Hollywood stravedono per lui. Le ha conquistate realizzando una lunga serie di ritratti: Dustin Hoffman, Javier Bardem, Morgan Freeman, Penelope Cruz, Keanu Reeves, solo per citarne alcuni.

Silvester Stallone, da appassionato di arte e da amante delle opere di Dicò, tanto da averne selezionata una per la sua collezione personale, ha espresso il desiderio di allestire una mostra con l’artista romani in Europa e in America. Alle celebrities da e dalle celebrities riceve, come la frase che lui stesso ricorda con grande emozione: “ricorda, solo il perdono uccide la rabbia”. A dirglielo era stato Morgan Freeman, rapito e coinvolto davanti a una sua esposizione. Dicò quella frase, quel consiglio, quella verità l’ha trasformata nel suo cavallo di battaglia e da allora la imprime sulle sue opere. Opere che sono come figli, che lascia in ogni parte del mondo, “è difficile staccarmene ma so che sono lì e parlano per me”.

E parlano davvero i figli di Dicò, tanto da lasciare noi che li guardiamo senza fiato.