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HABEMUS HOMINEM – JAGO E LA SCULTURA MODERNA

Michelangelo 2.0. Un blocco di marmo da cui far nascere un’immagine, con la sola forza di martello e scalpello, con la sola delicatezza delle mani e della pietra pomice.
Jago, lo sculture; Jacopo Cardillo, trentenne di Frosinone. Un artista che parla di tempi moderni con il linguaggio della tradizione.

Il Museo Carlo Bilotti di Roma ospita le sue opere in una mostra intitolata alla sua scultura Habemus Hominem – Il Papa è nudo. From Benedetto XVI to Ratzinger.

Quanti artisti della tradizione culturale italiana hanno rappresentato e ritratto i Papi: le nostre gallerie d’arte custodiscono un patrimonio di pontefici.  Allo stesso modo un giovanissimo scultore ha immortalato nel 2009 Papa Benedetto XVI in un ritratto in marmo bianco. Poi però nel 2013 Joseph Ratzinger si è dimesso dal suo ruolo ed è qui che l’opera di Jago ha preso davvero vita, diventando umana, seguendo da vicino la trasformazione stessa dell’uomo. Ha perso centimetri di marmo ma ha acquistato uno spessore artistico unico.

“Nel 2009 ho realizzato un ritratto di Benedetto XVI, nel 2016 l’ho distrutto per svelare l’Uomo dietro il personaggio. Con Habemus Hominem ho lavorato su me stesso in un modo del tutto nuovo. Distruggere un’opera in favore di una nuova immagine della stessa ha voluto dire per me andare oltre l’attaccamento e l’identificazione con l’oggetto della mia stessa creazione.”

La prima versione dell’opera, Habemus Papam, era un ritratto molto formale del Pontefice;  tuttavia il Vaticano rifiutò il dono per via della scelta stilistica di Jago di lasciare vuote le cavità degli occhi. Nel 2013 Jago espose la scultura alla sua prima e personale e, ironia della sorte, proprio il giorno di chiusura dell’allestimento Benedetto XVI chiuse il suo pontificato.

Jago spogliò il Papa per farlo tornare uomo, riempì gli occhi e Habemus Papam divenne infine Habemus Hominem.

Tra le altre opere in mostra, una in particolare ha una potenza espressiva dirompente.

Un “banale” cuore, nella sua rappresentazione anatomica. “ Muscolo minerale” è il suo titolo. Gli effetti sonori dell’allestimento fanno pulsare davvero questo organo lucente al centro di un sasso di marmo grezzo. Da dove deriva questa pulsazione sa dirlo bene solo l’artista. “Qualche anno prima, durante una visita alla galleria d’arte moderna di Roma assieme alla Storica dell’Arte Prof.ssa Maria Teresa Benedetti, all’entrata rimasi colpito da una scultura di donna ricavata da un grande blocco di marmo. Osservandola mi resi conto che alla sua base la superficie era semplicemente sgrossata, e fu allora che mi venne in mente il suono prodotto dal martello che colpisce lo scalpello producendo un ritmo uguale a quello di una pulsazione cardiaca, un leggero colpo di assestamento seguito da un deciso colpo di rottura. Muscolo Minerale sarebbe nato da un sasso di marmo recuperato nel greto del fiume Serra e già utilizzato per una precedente scultura, che successivamente avrei distrutto in favore di un cuore di pietra che mi pareva di aver visto e sentito al suo interno.”

E per un artista il cui cuore batte qui e ora, nel contemporaneo, è possibile non toccare temi delicati che a questa epoca appartengono?  Due opere di riflessione sui tempi  di oggi, Facelock ed Excalibur. Un bambino chino sul telefono e pressato sempre più dalla morsa del social network più famoso hanno fatto guadagnare al giovane scultore un po’ di critiche, dovute al fatto che lui stesso promuove spesso la sua arte attraverso i social. E onestamente questa reazione critica potrebbe spingere alla riflessione più dell’opera stessa: utilizzare uno strumento comunicativo significa per forza doverne accettare anche le storture e le esagerazioni, significa dover autoimporsi una limitazione della propria libertà di pensiero?

“Se commentare negativamente un oggetto che utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se nel lo fai? Se evidenziare il lato negativo di una cosa che tu stesso utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se non lo fai?”

La guerra, la violenza, sono invece all’origine di una moderna Excalibur, un terribile Kalashnikov nella roccia. I tempi che cambiano e le armi che si adeguano. Mancando gli eroi, che nessun Re Artù riesca a tirare fuori dal marmo quello strumento di morte.

Questo percorso a tutto tondo si sviluppa all’interno di un luogo che merita di essere raccontato.

Il Museo Carlo Bilotti sorge all’interno di quella che era l’Aranciera di Villa Borghese, un piccolo edificio che ha sperimentato numerosi cambiamenti nell’arco dei secoli. Era presente nell’area già prima della realizzazione di Villa Borghese; quando poi sorse la Villa, a fine Settecento Marcantonio Borghese lo fece ampliare e decorare dagli artisti di maggiore fama dell’epoca, facendo diventare l’edificio il luogo chiave della zona della Villa caratterizzata dalla presenza del pittoresco Giardino del Lago. Si trattava, però, di un periodo glorioso destinato a breve vita a causa dei disastrosi cannoneggiamenti subiti durante gli scontri che portarono alla caduta della Repubblica Romana nel 1849. Ridotto in ruderi e ricostruito molto liberamente e senza più tracce del ricchissimo apparato decorativo, fu adibito ad Aranciera, ricovero invernale dei vasi di agrumi. Nel 1903, all’epoca del passaggio di Villa Borghese al Comune di Roma, era sede di uffici e abitazioni; ospitò quindi un istituto religioso e successivamente, dal 1982, uffici comunali.

Nel 2006 è stato riaperto al pubblico nella veste di Museo Comunale e, oltre a mostre temporanea, ospita una collezione permanente di opere donate da  Giorgio de Chirico a Andy Warhol, da Larry Rivers a Gino Severini fino a Giacomo Manzù.

Come ogni piccolo gioiello della nostra cultura, da esplorare (gratuitamente grazie al circuito Musei in Comune) per lasciarsi incantare da un inaspettato Ninfeo  nascosto.

 

Loving Vincent: il genio oltre la follia

Non è né un romanzo né una mostra. Loving Vincent è un omaggio cinematografico alla bellezza.

Anche l’occhio meno esperto sa riconoscere un van Gogh. Le tele del pittore olandese godono di fama mondiale. I paesaggi di campagna, le notti stellate, le composizioni floreali, i ritratti e gli autoritratti fanno tutti parte dell’immaginario collettivo. Insomma, si può dire che chiunque conosce van Gogh. Ma è veramente così?

Già il fatto che sbagliamo la pronuncia del suo nome dovrebbe essere un dato indicativo. Eh si, signore e signori, Vincent van Gogh si pronuncia Vincent fan Hoock. Il trucco per non sbagliare sta nel ricordarsi che la “G” di Gogh è muta e nel saper emettere un suono gutturale quando si  pronuncia Hoock. Il video qui sotto potrebbe esservi d’aiuto.

Bene, se siete stati in grado, come me, di superare la sfida lanciata dalla fonetica olandese è giusto ammettere a noi stessi  (per una volta) che abbiamo raggiunto un traguardo importante nella nostra vita. Malgrado ciò,  la domanda che ci siamo posti all’inizio attende ancora una risposta. Conosciamo veramente van Gogh? ( questa volta sono sicuro che l’avete pronunciato bene)

È ormai assodato che chiunque sa della storia legata all’orecchio e delle turbe psichiche ed emotive che hanno reso celebre Vincent come il pittore più folle d’Olanda, ma oltre a questo? Certo, è anche vero che abbiamo un’eredità artistica notevole. Più di 800 quadri, esposti per lo più al Van Gogh Museum di Amsterdam, che proprio per il loro valore simbolico e culturale diventano spesso merci itineranti nelle varie mostre in giro per il mondo. E poi che altro? Insomma, siamo veramente sicuri che sia possibile comprendere l’essenza di un’artista esclusivamente guardando le sue opere?

Fortunatamente nell’ottobre del 2017, il film Loving Vincent è venuto in nostro soccorso. Proponendoci un viaggio unico nel suo genere, Loving Vincent ripercorre l’esistenza di Van Gogh attraverso gli occhi di chi lo ha amato, odiato e pianto. Non è di certo la prima volta che un film tenta di far luce sulla tormentata quanto misteriosa vita del pittore, tuttavia Loving Vincent è senza alcun dubbio una delle trasposizioni cinematografiche più originali mai realizzate. Definirlo semplicemente come un film d’animazione sarebbe quanto mai riduttivo o, più propriamente, è impossibile considerarlo come un pellicola d’animazione qualsiasi. Questo perché per la prima volta nella storia del cinema gli attori fatti di carne ed ossa lasciano il posto ai dipinti su tela.

La tecnica utilizzata si chiama Rotoscope, e consiste nel prendere le scene girate con attori veri e usarle come riferimento per ricrearle a mano successivamente. In pratica, in un primo momento il film è stato  girato in modo tradizionale e poi, in fase di post-produzione, ogni singolo fotogramma realizzato è stato trasformato in un dipinto. Per ottenere questo straordinario risultato Loving Vincent ha richiesto 6 anni di lavoro e uno staff composto da 125 pittori che, tenendo sempre fede allo stile di Van Gogh,  hanno rielaborato all’incirca 65.000 fotogrammi. E’ il caso di dirlo, siamo di fronte ad una vera e propria impresa titanica.

Ma si sa, la pazienza è la virtù dei forti e si può dire che quella dei registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman è stata ampiamente ripagata. Loving Vincent oltre ad ottenere una nomination sia ai Golden Globes che agli Oscar ha  incassato 30 milioni di euro a fronte di un modesto budget di 5.5 milioni. Un risultato davvero notevole se si considera che in molti paesi europei la pellicola è stata proiettata solo per un week-end. A tal proposito fa piacere ricordare che l’Italia nel suo piccolo ha giocato un ruolo rilevante nel raggiungimento di questo successo.

In soli 3 giorni di programmazione, dal 16 al 18 ottobre dello scorso anno, Loving Vincent ha attirato 130 mila spettatori  arrivando ad incassare più di 1.2 milioni di euro, divenendo così il film evento più visto di sempre in Italia. Un successo tanto eclatante quanto inaspettato, infatti, sebbene la pellicola fosse stata distribuita in ben 283 sale, gli innumerevoli sold-out hanno costretto gli esercenti ad  aggiungere una data extra fissata per il 20 novembre 2017. Ma come si spiega questo trionfo?

Semplice, è bastato unire due ingredienti fondamentali: un’esecuzione impeccabile ed una trama originale. Appena si spengono le luci, dopo i primi minuti di spaesamento iniziale, Loving Vincent trascina lo spettatore nel turbine delle meraviglie create dal massimo rappresentante dell’arte post-impressionista, facendo sentire il pubblico parte attiva di un processo creativo. Come se non bastasse ad “animare” il tutto vi è una trama coinvolgente, in bilico tra una lezione di storia ed un’indagine poliziesca. Ma non vi darò altri elementi a riguardo. Come ho già avuto modo di dire precedentemente, Loving Vincent deve essere vissuto come un viaggio e come tale nessuno ha il diritto di rovinarvelo anticipandovi le tappe che percorrerete.  Il mio compito è stato solo quello di farvi salire la voglia di partire, quindi non mi resta che augurarvi, Buon Viaggio!

INQUERCIATA VOL. III

Da non perdere la terza edizione di Inquerciata che si terrà il prossimo venerdì 2 febbraio al Nuovo Cinema Palazzo di Roma

Inquerciata è una manifestazione artistica itinerante, la terza edizione si svolgerà a Nuovo Cinema Palazzo (pag. Fb)(Piazza Dei Sanniti, 9a) e Communia (Pag. Fb) (Via dello Scalo S. Lorenzo, 33).

Cuercia, un collettivo multidisciplinare romano composto da musicisti, fotografi, videomaker, pittori e grafici.

Il nostro obiettivo è quello di riqualificare gli spazi sociali attraverso rassegne, eventi e incontri che coinvolgano artisti di ogni genere e provenienza tramite collaborazioni, progetti collettivi e personali

Al piano inferiore il main stage ospiterà sette gruppi provenienti da realtà musicali italiane affermate ed emergenti. Il percorso musicale è stato pensato in relazione alla mostra così come la mostra è strettamente legata al concerto. Queste due parti convivranno per tutta la durata della rassegna.

Timmeline Nuovo Cinema Palazzo:

Ore 18.00 – Inizio Mostra [Fotografia/Pittura/Scultura/Visual Mapping/Installazioni/Illustrazioni] Ore 19.00-21.00– Apericena Sociale a base di canapa a cura di “Società Agricola Antichi Grani
Ore 19.00 -20.00– Concerto Cuercia Jazz Quartet
Ore 21.00 – 1.00 – Concerti

  • Cernit – Alternative Rock
  • Inesatto – Post Hardcore
  • Moblon – Art Rock
  • Super Dog Party – Rock ‘n Roll
  • Antares – Speed Rock
  • The Bone Machine – Wild Rockabilly

Cernit
Quattro i Cernit, solo due primogeniti, partoriti umidi da tre madri differenti.
Ruvidi, irregolari, pesanti. Noise, fuzz, inquietudine e fischi.

Inesatto
Post hardcore a pedali, riff spaziali.
Sono queste le armi da battaglia di questo giovane power trio romano mai banale. Hanno all’attivo diverse produzioni in studio e live di pregio.

Moblon
Moblon è un trio art-rock romano.
Tra retaggi grunge e tensioni jazz, il Moblon fissa il suo esordio il 16 giugno 2017, uscendo con l’album “t.i.n.a.” (“tutti i nostri alieni”/ “there is no alternative”) per Bravo Dischi.

Super Dog Party
Una miscela incendiaria di Rock & Roll Blues iniettata di Funk, Punk e Hardcore.
Reduci dal tour californiano sono pronti a spettinarci per bene.

ANTARES
Power trio Punk Rock dall’entroterra pesarese. Ben sette studio album, più un pugno di altri dischi tra Ep, compilation e demo.
Non hanno bisogno di tante presentazioni…sono gli ANTARES.

THE BONE MACHINE
La diabolica perversione del Rock’n’Roll nasce nella palude nell’anno del signore 1999.
Dal vivo non c’è spazio per i convenevoli, per le inutili chiacchiere, per le belle parole: The Bone Machine non è un intrattenitore spiritoso da balera, non è una scimmia ammaestrata da circo. The Bone Machine è un provocatore psicotico, antipatico e diabolico che suona per chi e con chi si rende partecipe e artefice e non semplice spettatore.
Ascoltare The Bone Machine è come fumare Marijuana che ha radici all’Inferno.

La balconata che affaccia sul palco ospiterà le visioni di più di trenta artisti provenienti da diversi ambienti romani e non.

Lo spazio espositivo curato dal collettivo Cuercia, avvolto in un mosaico di opere, prenderà la forma di un vero e proprio percorso nell’arte.
Lo spettatore potrà intraprendere un viaggio nell’introspezione del singolo artista rimanendo coinvolto nella totalità dell’ evento.

Saranno presenti lavori inediti tra cui una serie di scatti a tiratura unica realizzati per il “Pinhole Project”, oltre che dipinti, fotografie, installazioni, illustrazioni, stampe, sculture e nuovi mezzi di comunicazione visiva come visual mapping e proiezioni. Più di trenta artisti parteciperanno all’esposizione e saranno presenti durante l’evento poiché il progetto Cuercia Factory mira anche a creare un interazione tra l’artista e lo spettatore.

Finita la rassegna musicale partirà dal Nuovo Cinema Palazzo una migrazione circense.
Alla testa del corteo Eddy Harper ci guiderà verso Communia a tempo di beatbox, dove continuerà il dj set di “Mondocane” (Balkan, Afro Tekno Kinshasa, Global bass).

Verranno proiettati visual a cura di Cuercia Factory ed esposta una Ziqqurat creata con materiali di scarto.

 

INGRESSO:

Nuovo Cinema Palazzo:  5 euro con bicchiere di vino per chi arriva prima delle 21.00

Communia: 2 euro. Gratuito per chi viene dal Nuovo Cinema Palazzo

CONTATTI: cuerciafactory@gmail.com

EVENTO FACEBOOK: www.facebook.com/events/159965821443585/?active_tab=about

Media Partner: Lab-tv

 

The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains

«A Roma la prima tappa europea dopo Londra per The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.»

Retrospettiva epocale a 50 anni dalla nascita di uno dei gruppi musicali più innovativi e influenti della storia, dal 19 gennaio arriva a Roma, acclamata dalla critica e in esclusiva per l’Italia, la mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.

Hanno presentato la mostra, in conferenza stampa a Roma, uno dei membri fondatori della band, Nick Mason, insieme al Vicesindaco con delega alla Crescita culturale, Luca Bergamo. L’esposizione – promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale – verrà inaugurata al MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma di via Nizza il prossimo 19 gennaio e sarà la prima ospitata dal museo con la nuova gestione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Dopo l’enorme successo del debutto di qualche mese fa al Victoria and Albert Museum di Londra, che ha visto la partecipazione di più di 400.000 persone, la mostra si sposta a Roma per la prima tappa internazionale.

Ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey ‘Po’ Powell di Hipgnosis, che ha lavorato in stretta collaborazione con Nick Mason (consulente della mostra per conto dei Pink Floyd), The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains è un viaggio audiovisivo nei 50 anni di carriera di uno dei più leggendari gruppi rock di sempre e offre una visione inedita ed esclusiva del mondo dei Pink Floyd.

Il colossale allestimento del Victoria and Albert Museum di Londra, descritto dai quotidiani inglesi come “impressionante”, “un’autentica festa per i sensi” e “quasi altrettanto emozionante che ascoltare i Pink Floyd dal vivo”, è stato il più visitato di sempre nel suo genere.

In esclusiva per l’Italia il MACRO ospiterà l’esposizione e lo stesso Mason ricorda che – a meno di 1 km di distanza – proprio al Piper ebbe luogo uno dei primi concerti dei Pink Floyd in Italia nell’aprile del 1968. La mostra racconta quale fu il ruolo della band nel cruciale passaggio culturale dagli anni sessanta in poi. Grazie al suo approccio sperimentale – che rese il gruppo inglese esponente di spicco del movimento psichedelico che cambiò per sempre l’idea della musica in quegli anni – la band venne riconosciuta come uno dei fenomeni più importanti della scena musicale contemporanea.

I Pink Floyd hanno prodotto alcune delle immagini più leggendarie della cultura pop: dalle mucche al prisma di The Dark Side of the Moon, fino al maiale rosa sopra la Battersea Power Station e ai “Marching Hammers”. La loro personale visione del mondo si è realizzata grazie a creativi come il moderno surrealista e collaboratore di lunga data Storm Thorgerson, l’illustratore satirico Gerald Scarfe e il pioniere dell’illuminazione psichedelica Peter Wynne-Wilson.

Il percorso espositivo che guida il visitatore seguendo un ordine cronologico, è sempre accompagnato dalla musica e dalle voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, tra cui Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, appositamente mixata con l’avanguardistica tecnologia audio AMBEO 3D della Sennheiser, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione del gruppo a Pompei.

The Pink Floyd Exhibition è prodotta e organizzata dalla Concert Productions International B.V. di Michael Cohl, da Mondo Mostre e da Live Nation. È curata dal direttore creativo dei Pink Floyd, Aubrey ‘Po’ Powell (dello studio graficoHipgnosis) e da Paula Webb Stainton, che ha lavorato a stretto contatto con membri del gruppo tra cui Nick Mason (consulente per i Pink Floyd), con il contributo di Victoria Broackes del Victoria and Albert Museum. La mostra è in collaborazione con lo studio Stufish, uno dei maggiori studi di architetti d’intrattenimento e progettisti di lunga data dei palchi della band, e con gli interpretativi exhibition designer di Real Studios.

Il libro ufficiale per i 50 anni della band è edito da Skira ed è già disponibile nelle librerie.

Informazioni

Luogo

MACRO Via Nizza
Orario
Dal 19 gennaio all’ 1 luglio 2018
Per dettagli su orari e costo biglietti vai su www.museomacro.it

Tipo

Mostra

Prenotazione obbligatoria:

No
Altre informazioni

Una mostra Concert Productions International B.V.

Promossa da
Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale

In collaborazione con
Azienda Speciale Palaexpo
MondoMostre
Live Nation

Sound Experience By Sennheiser

 

QUALE ONORE… Dal 16 al 28 gennaio al Teatro San Genesio

Quale onore… lo spettacolo teatrale che si terrà dal 16 al 28 gennaio presso il teatro San Genesio (zona Prati) è l’unione felice tra teatro e responsabilità sociale.

Ciò che li unisce, l’amore e la fiducia nell’uomo, la consapevolezza che il contatto tra le persone, a teatro come nei progetti di cooperazione allo sviluppo, è il contrario di uno e basta e della sua solitudine insufficiente (parafrasando Erri De Luca). Un punto di arrivo che è anche un, sempre nuovo, punto di partenza per gli Squinternati, compagnia teatrale che porta in scena lo spettacolo.

La parola chiave? libertà. Anche il prezzo del biglietto infatti è libero e tutto il guadagnato (credetemi!)  ricavato finanzierà progetti di scolarizzazione per bambini svantaggiati in India, gestiti dalla Onlus, AMAR E L’INDIA (http://www.amarelindia.it/).

La regia di Paolo Battisti, l’adattamento d​ella penna di Cinzia Giambenedetti e l’interpretazione degli Squinternati, fatti da persone di tutte le età, taglie, altezze e orientamenti vi faranno planare, liberi da ogni regola ma trasportati da ogni turbamento.

LA TRAMA CHE CI TREMA

Esistono luoghi sacri dove le regole sono dettate dai più alti e nobili sentimenti umani. La casa è un luogo sacro per una famiglia, la chiesa per i fedeli, il teatro per gli attori.

Ogni luogo può essere sacro e in quanto tale può essere sconsacrato e profanato.

Il difficile compito per gli attori sul palco sarà proprio questo;  quello di creare dei paradossi in alcuni luoghi sacri, di vivere situazioni irreali (che poi tanto irreali non sono), con grande rispetto e semplicità.

Gli  attori si fanno spettatori di ciò che accade e i loro comportamenti e le loro parole vi sveleranno l’universo che si cela dietro alla realtà appiccicosa fatta di caramelle e zucchero filato,  falsità e l’ipocrisia vive attorno ai momenti più importanti dell’uomo.

Gli attori vi dimostreranno quanto piace alla gente il bla, bla, bla e il  puntare il dito del giudizio, senza conoscere persone e fatti.

Non cadete nello stesso errore, perché prima o poi lo farete anche voi 

Ah no?

Andate a teatro, poi ne riparliamo ….

Pagina FB dell’eventohttps://www.facebook.com/events/237265403481728/

Scopri di più sugli Squinternati

FBhttps://www.facebook.com/squinternati

LOOPS. Quando l’arte è esperienza

LOOPS è un evento ma prima di tutto è esperienza. Visiva, sonora, sensoriale. Artistica. Tre artisti per due performance per due momenti unici in uno spazio tanto non convenzionale da sembrare surreale.

Siamo stati al LOOPS, l’evento prodotto da Artchivio + Cultrise e ve lo raccontiamo.

Ci avevano incuriositi con la promessa di un’ambiente surreale, un’esperienza, un viaggio verso un universo parallelo così non abbiamo potuto che fare i bagagli e partire alla volta del LOOPS. Le premesse ci sono tutte, a partire dall’ingresso. Già fuori il portone del Popping Club si respirava infatti un’aria particolare, come sospesa, qualcosa stava accadendo all’interno. All’inizio sotto voce per poi non parlare più, le luci soffuse, l’ambiente è avvolto nella penombra ma presto, il buio. Dei fasci di luce ci guidano verso il LOOP 1. Viviamo così la prima performance dell’evento.

Ci troviamo su un piano rialzato, questo è tutto quello che si riesce a percepire. Quanto sia grande la sala, quante persone ci siano è impossibile da capire. La musica è penetrante, il fumo ci avvolge e il buio è rotto da proiezioni luminose. Si tratta di VEGA. Davanti a noi e dietro le macchine c’è il duo artistico Meta- composto da Simone Giudice e Luigi Calfa, autori appunto di VEGA. La loro collaborazione comincia nel 2014 dedicandosi alla musica elettronica sperimentale e alla musica ambient. La peculiarità del duo sta nella loro formazione professionale, entrambi infatti hanno alle spalle gli studi al conservatorio.

VEGA è una live performance in tutto e per tutto, la musica è suonata dal vivo così come gli effetti luce creati sul momento. L’intensità è crescente, sia quella musicale che luminosa seguono un climax.L’inconsistenza della luce prende forma e viene resa tridimensionale grazie al fumo. Come una bambina l’impulso di alzare la mano per provare ad afferrarla è più forte di me. 

L’intento degli artisti è quello di permettere allo spettatore di percorrere un viaggio, che non deve essere uguale per tutti ma che deve essere il risultato delle emozioni e sensazioni di ognuno rispetto alla performance. Il luogo è importante, tanto che l’esibizione è stata costruita su misura per la location ma allo stesso tempo non deve essere determinante. Lo spettatore deve infatti poter intraprendere il proprio viaggio libero da qualsiasi “condizionamento” all’insegna della propria immaginazione e percezione. Un gioco di luci strobo ci risveglia e dal viaggio ci riporta alla realtà. VEGA è finito ma è la volta di un’altra esperienza artistica, ci prepariamo al LOOP 2.

Luce, suono e colore sono le cifre di INTERCONNESSIONI, l’esposizione artistica di Mario Carlo Iusi, giovane artista sperimentatore. Studente di Filosofia, la sua ricerca spazia dalla pittura al cinema, alla Street Art, ispirato da Paul Klee, elabora un linguaggio espressivo del tutto originale e personalissimo.

Alle pareti ci sono le sue opere, quadri corposi e densi, colorati, le pennellate vigorose danno vita all’acrilico che sembra uscire dalla cornice. Elemento importantissimo perché oltre ad essere decorativo ha una funzionalità ben precisa. Rendere lo spettatore parte attiva dell’opera, coinvolgerlo. Di sua ideazione, le cornici sono dotate di un sistema di illuminazione a led capace di interagire in maniera inedita sia con l’opera che con il pubblico. Quattro pulsanti infatti, permettono di illuminare indipendentemente i quattro lati del quadro o anche nessuno. Il tutto a discrezione dello spettatore che si connette in questo modo con l’opera. Luce, colore ma anche musica. Colonna sonora dell’esposizione il sound di Riccardo Gasparini. A rendere unica l’esposizione è la presenza dell’autore stesso che con un’energia invidiabile ti accompagna alla scoperta delle sue opere.

Insomma dicevamo..quando l’arte è esperienza, la nostra che viviamo l’evento in prima persona, prendendo parte alla performance e degli artisti, che la mettono a nostra disposizione.

 

 

 

 

 

LOOPS | Artchivio – Cultrise. Un’esperienza surreale

La sera dell’11 gennaio tre artisti ci invitano a varcare la soglia di un ambiente surreale. Un’ex rimessa dell’ATAC, nel cuore del rione Monti, diventerà la sede di un’esperienza visiva e sonora che ti trasporterà in un universo parallelo.

Loops è un evento prodotto da Artchivio e Cultrise. L’evento avrà luogo giovedì 11 gennaio nei suggestivi spazi del Popping Club di via Baccina a Roma, un’ex rimessa dell’ATAC oggi adibita a spazio espositivo. Il momento centrale della serata è una performance audiovisiva di Meta-, seguito dall’esposizione delle opere del giovanissimo Mario Carlo Iusi. Questi due momenti si situeranno in momenti diversi della serata e in parti diverse dello spazio, ma formeranno un insieme omogeneo che avvolgerà lo spettatore a mano a mano che l’evento procede. Tramite l’unione di arti visive e sonore, Loops propone al pubblico un’esperienza sensoriale dal carattere immersivo inedita nel panorama romano. L’evento aprirà alle 19:00, e per partecipare sarà necessario registrarsi ad una lista di accredito. Il costo del biglietto è di 10 euro e include un open bar di vino e un rinfresco.
Loops è cerchio, circolo, ciclo, sequenza, ripetizione. Loops è al tempo stesso un’immersione e un’evasione dalla circolarità del tempo.
Meta- è un duo di musica elettronica sperimentale attivo dal 2014, composto da Simone Giudice e Luigi Calfa. I due musicisti si sono formati tra studi di composizione in conservatorio e live performances in club ed eventi. Ad oggi hanno al loro attivo la pubblicazione di una release (Ambienti vol. I – Kabalion Records) e la presentazione di una live performance multimediale intitolata “Nova” (presentata al Centro di Ricerche per le Arti Contemporanee di Lamezia Terme). Negli ultimi anni si sono esibiti in tutta Italia, e nel 2017. Per Loops, Meta- propone una performance inedita e site-specific, costruita appositamente per valorizzare le suggestione offerte dagli spazi dell’ex rimessa dell’ATAC. Tramite l’interazione continua tra suono e immagine, il duo punta a creare uno spazio di ascolto e di visione in grado di trasportare lo spettatore in un ambiente percettivo alternativo.
Mario Carlo Iusi, ventiduenne originario di Alatri e attualmente studente di filosofia, è un artista poliedrico che spazia dalla pittura al cinema. La sua ricerca artistica affonda le proprie radici nel terreno della Street art. Ispirato dalla lettura di Paul Klee, Iusi elabora un linguaggio espressivo originale e approfondisce la tecnica pittorica e il disegno. Il frutto della sua ricerca più recente è l’ideazione di cornici dotate di un sistema di illuminazione a led capaci di interagire in maniera inedita sia con l’opera sia con il pubblico. Nel 2017 è il più giovane pittore ad esporre le sue opere alla Rome Art Week, e in questi giorni le sue opere sono esposte presso la galleria la Nuvola di Via Margutta accanto ai grandi nomi dell’arte contemporanea. Collaborando con Meta- per Loops, Iusi esplorerà le molteplici possibilità di dialogo tra luce, suono e colore, dando vita a scenari perturbanti ed immersivi capaci di abbracciare completamente lo spettatore.
L’evento è prodotto da Artchivio e Cultrise, due realtà emergenti sulla scena artistica Romana che condividono l’obiettivo di promuovere la creatività. Nato nel 2017, Artchivio è un nuova rete di artisti e professionisti creativi. Il sito www.artchivioweb.com ospita un network tramite il quale tutti i creativi possono condividere il proprio portfolio, entrare in contatto tra loro e sviluppare progetti. Artchivio è anche una casa di produzione che produce eventi e contenuti originali, con l’intento di dare visibilità e opportunità a tutti i giovani professionisti della creatività. CultRise nasce nel 2014 con l’obiettivo di promuovere giovani talenti, collettivi artistici e menti creative attivi in diversi settori dell’arte e della cultura. Ad oggi l’associazione vanta numerose collaborazioni artistiche e un ricco portfolio di mostre ed eventi curati a Roma e in alcune delle maggiori manifestazioni culturali nazionali.
11 gennaio 2018
via Baccina 84 Rione Monti
h 19.00 Enter the Loop
h 20.00 Loop 1
h 21.00 Loop 2

La rivoluzione culturale in Francia made in Italy

La Francia punta sulla cultura e lo fa grazie a (un ulteriore) talento proveniente dalla nostra penisola. In questo caso non si tratta di un artista o uno scienziato, ma di una consigliera (c’è di la definirebbe “tecnica”) che fa parte del team di Macron ed ha un ambizioso progetto: Claudia Ferrazzi punta ad attuare una vera rivoluzione culturale della mondo artistico dal basso, o meglio a rendere davvero accessibile la cultura alla totalità della popolazione.

Il proposito è quello di “raggiungere l’obiettivo del 100% di ogni generazione messa nelle condizioni di accedere alla cultura del Paese”.

Ma come fare tutto ciò? la politica culturale prescelta è chiara: rinunciare alle illustri e rinomate esposizioni per puntare ad una più capillare diffusione dell’arte in tutte le sue forme e a tutti i livelli, a partire dalla scuola.

Le direttrici indicate: non solo aumento delle ore di arte negli istituti specializzati, già attuato nelle precedenti riforme scolastiche, ma accrescimento di un approccio pratico e diretto alla branca prescelta, con la riscoperta dell’apprendimento “in bottega”; un sistema di telecomunicazione che riesca a raggiungere la popolazione nelle proprie abitazioni per far conoscere l’arte anche comodamente seduti divano di casa, una nuova prospettiva dell’arte comodamente fruibile in alternativa agli svaghi domestici; infine una concreta e più profonda commistione tra arti eterogenee e plurietniche, veicolo per una compenetrazione anche linguistica e culturale coerente con gli sviluppi globali in atto.

Quindi in concreto meno mostre collettive degli Impressionisti o personali celeberrime, ma utilizzo dei fondi pubblici per avvicinare i giovani all’arte, sia essa francese o extraparigina, per creare un vero legame tra giovani ed arte, “mettere in movimento le persone e le opere, far ritrovare loro la fisicità del rapporto diretto”: sembrerebbe il manifesto di una “Europa culturale” ed invece è il programma di diffusione artistico franco(-italico) di visione cosmopolita.

Konrad Mägi – Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea

Konrad Mägi è un pittore estone affermatosi all’inizio del ventesimo secolo soprattutto grazie alle sue opere paesaggistiche. Paesaggi divenuti celebri per la straordinaria bellezza dei loro colori: impossibile non rimanerne incantati.

Pur esprimendosi nel corso dei fiorenti anni di inizio Novecento e pur essendo passato da Parigi proprio in quel periodo, Mägi salvaguarda la sua originalità e pur essendo abbastanza vicino ai movimenti artistici dell’epoca, non è possibile ascriverlo ad una etichetta precisa.

L’esplosione di colori ha sicuramente a che fare con l’Impressionismo e il Fauvismo, ma la drammaticità e l’irrequietezza che traspaiono da alcune opere sono un esempio di come Mägi abbia trovato nell’Espressionismo il modo di dare voce alla sua sensibilità ed emotività di fronte ai tempi ansiosi alle soglie della Prima Guerra Mondiale.

Passò dall’Italia e da Roma, a cui dedicò opere ricche di fiori e colori e oggi l’Italia e Roma lo omaggiano con una mostra inaugurata alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea in occasione dell’avvio del Semestre di Presidenza Estone dell’Europa.

Un’occasione unica per scoprire questo autore così eclettico e stravagante che abbandonò la scuola di San Pietroburgo per rifugiarsi a dipingere sulle Isole Åland, stimolato dalla vita in una comune composta da musicisti, scrittori, pittori e uomini liberi e creativi.

La sua scuola furono Parigi, la Normandia, la Norvegia, ma troppo irrequieto e problematico non riuscì a stabilirsi in nessuno di questi posti. Un luogo in particolare però lo colpì, di nome Saaremaa, un luogo in cui soggiornò per dei periodi alle terme e il cui ambiente naturale risultò essere preziosissimo per la sua produzione pittorica. È un luogo ricorrente tra le opere in mostra, ma i colori sempre diversi affascinano a ogni sguardo di più. Probabilmente perché da questi quadri traspare benissimo che non è una sorta di ossessione romantica e sentimentale per un luogo a guidare Mägi, bensì il desiderio esclusivo di cogliere la bellezza e la potenza dei boschi, delle acque, delle luci.

Ma l’irrequietezza dell’animo non perdona e questa volta Mägi riparte alla volta di Venezia, Roma, Capri. Due sale non bastano a contenere le emozioni dei colori e delle bellezze che incontra qui.

Nella sua solitudine, da cui si sentiva sempre soffocare, il colore era la sua salvezza, il suo strumento per trasmettere positività, per fermare la bellezza e impedire che si dissolvesse con il passare inesorabile del tempo.

Con ancora la potenza dei colori di Mägi negli occhi, con ancora la bellezza dei paesaggi impressa sulla retina, riprendo il giro della Galleria Nazionale. Ho perso il conto delle volte che ne ho percorso i corridoi, eppure ogni volta riesco a vedere cose diverse. Sarà per via della prevalenza dei paesaggi colorati di Mägi che per tutti gli altri, per questa volta, non c’è spazio. E invece non posso fare a meno di notare tutte le donne che popolano queste sale: l’Arlesiana di Van Gogh, Mademoiselle Lathèlme di Boldini, la Bagnante di Hayez, La solitudine di Sironi, la scultura di Psiche svenuta e quella della sensualissima Cleopatra, la Pazza di Balla e tutte le donne delle Tre Età di Klimt, la donna bellissima che si asciuga dopo il bagno di Degas, quella intitolata Sogni per Corcos, Hanka Zborowska ritratta da Modigliani.

Sono anni oramai che quella donna di Corcos mi richiama e quello sguardo mi affascina, così reale e così presente. La scena è molto naturale, una donna seduta su una panchina che guarda. Mi piace perché è una donna moderna, ha dei libri con sè e per stare comoda ha messo via ombrellino e cappello. Per stare comoda non bada alla postura, accavalla le gambe e poggia il mento sulla mano. Nel togliere il cappello le si sono un po’ arruffati i capelli ma non le importa . Forse ha anche le occhiaie ma non si cura di truccarle. È una donna moderna inquieta e con voglia di andare, è una donna moderna che guarda dritto negli occhi. “Sogni” probabilmente perché lo spirito della Belle Époque nel 1986 in Italia suscitava scalpore, perché una donna indipendente a spasso da sola e che si siede non accompagnata su una panchina per leggere non rappresenta certo lo stile di vita delle donne italiane di fine Ottocento. “Sogni” perché questa figura di donna è sensualità bellezza libertà di vivere e libertà di essere donna.

Continua a chiamare quello sguardo ogni volta. Forse perché non ha scadenza il tempo dei “Sogni”.

Opus Alchymicum: la Lettonia omaggia Napoli

Dal 27 ottobre al 2 dicembre Castel dell’Ovo di Napoli ospita l’esposizione Opus Alchymicum dell’artista lettone Lolita Timofeeva, poetessa del metafisico. L’evento gode del patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica della Lettonia in Italia e del Consolato della Lettonia a Napoli, con l’organizzazione dell’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli per celebrare i 100 anni di indipendenza della Repubblica di Lettonia, che ricorreranno il 18 novembre 2018. Le installazioni, i dipinti e le  sculture che compongono la mostra sono il frutto dell’ispirazione che l’artista ha avuto nel corso del suo primo viaggio nel capoluogo partenopeo. La Timofeeva ha visitato l’incantevole Cappella Sansevero, nota per l’unicità del suo Cristo velato, e si è avvicinata al pensiero ermetico di Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero che fu inventore, alchimista e letterato. Così l’artista lettone ha sviluppato un nuovo spunto creativo, una conoscenza più profonda di sé mediante un’analisi intima del sogno, incubo e allucinazione. Colori vivi, atmosfere cupe e personaggi suggestivi compongono le opere, mentre le dimensioni rimangono sospese e trasportano lo spettatore nelle sale del Castello più affascinante di Napoli. Non basta affacciarsi dalla finestra per ritornare alla realtà, perché la città stessa è nata dalla sirena Partenope e il mito aleggia nell’aria. L’artista invita il pubblico a trovare se stessi tra le opere per entrare nel mondo dell’introspettiva alchimia e del pensiero ermetico. Il titolo della mostra prende spunto dal lavoro degli alchimisti medievali, precursori della chimica moderna, per approfondire lo studio dell’arte.