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Ripetizioni estive di arte contemporanea – Galleria VARSI

Se c’è un comportamento che la scuola ci ha lasciato in eredità è quello di fare i propri bilanci a ridosso della stagione estiva piuttosto che a capodanno. Gli obiettivi raggiunti, quelli mancati, i buoni propositi, stilare una lista prima di archiviare tutto e iniziare le vacanze a cuor leggero.

Galleria VARSI è forse un po’ eterna studente e come ogni anno ha inaugurato sabato 22 luglio una mostra/pagella/bilancio prima della chiusura estiva.

 

Una carrellata di artisti che hanno collaborato con questa vivacissima galleria romana popolerà il “Varsi’ Collective Show 2017”.

Non solo opere che hanno già in passato arricchito lo scenario artistico contemporaneo della galleria, ma anche opere inedite di artisti che sono  affezionati e soliti a esporvi.

La mostra collettiva vede la collaborazione anche di 56fili, laboratorio serigrafico fondato dal giovanissimo Arturo Amitrano nel 2008. L’obiettivo del 56fili è sempre stato quello di dare vita a un luogo che concepisse la serigrafia come ricerca artistica sperimentale e non come mero strumento tecnico di riproduzione.

Altra voce nel coro della collettiva è quella di Alt!rove, progetto catanzarese che avevamo già apprezzato a febbraio. Per chi avesse perso la passata esposizione “Abstractism”, Altrove si presenta come un’idea nata con l’obiettivo di rieducare al concetto di bellezza in contesti urbani trascurati e di contribuire alla creazione di una cittadinanza attiva e partecipativa nella cura degli spazi comuni. L’arte viene pensata come potente strumento di riqualificazione ed elemento fondante nella formazione di una nuova coscienza civica.

In questi giorni roventi il consiglio è di concedersi un momento di arte, ritagliarsi un angolo di freschezza e fermento artistico e culturale, di volersi bene e regalarsi uno stimolo intellettuale che risvegli le sinapsi appesantite dall’afa.

Passate in Galleria VARSI, mai ripetizioni e pagelle furono così gradite e accattivanti!

Tra i presenti:
Borondo , Broken Fingaz Crew, Canemorto, Daniele Tozzi, Etnik, Evoca1, Fintan Magee, Gomez, Herakut, M.City, Martina Merlini, 2501, Nicolas Romero (Ever), Nosego, Pakal, Pixelpancho, Run, Sbagliato, Servadio, Solo, Sten † Lex, Tellas.

 

Another Look di Daniele Tamagni. La rivendicazione si fa Moda

Gentlemen of Bacongo, Afrometals, gli hipsters di Johannesburg. Queste sono alcune delle Fashion Tribes raccontate dall’occhio, anzi dall’obiettivo di Daniele Tamagni.

Another Look è la prima mostra dedicata ai lavori che il fotografo milanese, classe 1975, ha realizzato in diversi paesi africani. I soggetti dei suoi scatti sono appunto le Fashion Tribes africane ma dobbiamo fare attenzione alla parola “fashion”. La moda è chiaramente centrale ma non è tutto. Tamagni non ci parla solo di moda in quanto tale, fa di più, la racconta come strumento di rivendicazione politica e sociale, di affermazione individuale. Abiti, outfit, divise, per andare oltre ciò che si vede. Una realtà quotidiana con la quale il fotografo e artista è riuscito ad entrare in confidenza, osservandola da un punto di vista diverso e realizzando, in una sfida continua agli stereotipi e ai luoghi comuni, ritratti intimi. Sensibilità, passione, curiosità e forza gli hanno permesso di instaurare rapporti di fiducia con i soggetti che rappresenta, di andare alle radici ed essere ammesso come all’interno di un cerchio magico, dove l’“estraneo” è raramente ammesso.

Un lungo lavoro di reportage il suo, condotto in diversi paesi africani, in cui è riuscito a cogliere l’immediatezza espressiva delle diverse comunità di cui ci parla. Ci sono Dandy congolesi di Brazzaville, persone semplici, con lavori normali, vestono come tutti gli altri, salvo che nelle occasioni speciali, dove si trasformano, sfoggiando completi particolarissimi, provocando stupore e ammirazione degne di una star di Hollywood; i metallari cowboys di Gaborone, anche detti Afrometals, la loro tradizione riecheggia di anni Settanta e in particolare di un gruppo rock, i Nosey road, la loro lotta è politica, sociale, all’Aids. Ci sono poi i giovani ballerini di Johannesburg, i creativi di Nairobi e Dakar, le modelle senegalesi e le lottatrici boliviane, giovani donne che lottano sul ring indossando gonne ampie e dai colori esplosivi.

Non sono altro che collettivi, i quali attraverso la moda e l’arte chiedono, rivendicano la loro libertà di espressione, lottano contro le disuguaglianze sociali, dando così vita a una vera e propria controcultura popolare. I colori sono sgargianti e la creatività il punto di forza. L’identità di ogni tribù della moda prende ispirazione dalla cultura coloniale e occidentale, in un mix di globalizzazione e tradizione, la attraversa, la sfida, la scardina per reinterpretarla con estro e inesauribile inventiva.

 

L’artista

 Daniele Tamagni nasce a Milano nel 1975, studia storia dell’arte e si laurea in conservazione dei beni culturali. Dopo la specializzazione si dedica alla fotografia, che lo ha sempre appassionato, diplomandosi a Londra all’università di Westminster. Fa della sua capacità di fondere arte e fotografia il suo mestiere.

Nel 2007 documenta la vita nei quartieri ghetto di Londra abitati da migranti caraibici e africani. Dopo un po’ però il richiamo dell’Africa si fa sempre più forte e decide di dedicarsi a un reportage sul campo. In Congo dunque realizza un documentario sui Sapeurs, dandy contemporanei dall’eleganza ricercata.

Nel 2010 il reportage su Las Cholitas, le donne combattenti boliviane che calcano il ring in ampie e coloratissime gonne. Per questo progetto vince il secondo premio nella sezione Arts and Entertainment Stories al concorso che il World Press Photo tiene ogni anno. Sempre nel 2010 riceve anche l’Infinity Award, premio importantissimo, conferitogli dall’International Center of Photography di New York nella sezione applied/fashion photography.

La mostra, a cura di una giovane e intraprendente Giovanna Fazzuoli, è visitabile fino al 16 settembre presso la Galleria del Cembalo (Palazzo Borghese) a Roma.

Il MACRO Testaccio si colora con Limoni

Il solstizio d’estate ha aperto le porte a un tripudio di colori, quelli della mostra di Giancarlo Limoni intitolate “ Il giardino del tempo / opere 1980-2017”.
Nei grandi spazi ariosi, luminosi e suggestivi de La Pelanda, il MACRO propone fino al 17 settembre l’esposizione di venticinque opere dal grande formato e dai toni affascinanti che ripercorrono la carriera di Gianfranco Limoni, uno degli esponenti della Nuova Scuola Romana degli anni Ottanta.

La natura è il fulcro della sua poetica, reinterpretata grazie agli spunti che gli vengono dalla letteratura, dagli insegnamenti dei grandi pittori impressionisti ed espressionisti, dalla sua esperienza personale e dal contatto con l’oriente.

L’intera sua produzione pittorica è evidentemente incentrata e valorizzata dal ruolo predominante del colore.
È impossibile, entrando nel padiglione della Pelanda,
  non rimanere sopraffatti dalla varietà, dalla bellezza, dalla corposità ma soprattutto dalla potenza dei colori di Limoni. Le prime opere (l’allestimento segue un ordine espositivo cronologico) sono caratterizzate da colori molto contrastanti e a volte stridenti tra loro, e in questo risiede la loro forza.
Man mano che si percorre la stanza però si viene circondati da colori sempre più densi, stratificati, caldi, talmente corposi e concreti da sembrare vivi e comunicativi. I quadri a tema floreale testimoniano una fioritura quasi reale, tridimensionale; a tratti sembra quasi di percepirne i profumi, di sentirne il fruscio.

Come spiega il comunicato stampa a proposito della crescita e maturazione artistica di Giancarlo Limoni “L’approdo di questo viaggio è stata quindi la sontuosa ricchezza delle opere realizzate dagli anni Novanta in poi, dove la visione cromatica si arricchisce di una pulsazione vitale che ricompone la vibrazione del mondo nelle sue fioriture, nei riflessi d’acqua e nel mare attraversato da tagli di luce e di vento, dove i pigmenti si immergono e si cristallizzano nelle acque della memoria. Dare forma a un nuovo giardino del tempo: tra l’esplosione dei colori che inondano la tela e la silenziosa presenza delle opere più recenti, dedicate ai Giardini di neve, dove il bianco si anima delle presenze enigmatiche e impercettibili di velature e di spessori cromatici.”

Una mostra che è un’esperienza sensoriale unica e originale, oltre che pittorica. Un’esposizione che consente di vivere e godere di tutti i colori della natura in ogni sua stagione, in ogni sua variazione, in ogni sua temperatura. E che si conclude con un’ultima opera, un Giardino d’inverno realizzato in questo 2017, che con il suo bianco senza profondità, con quei concreti e pastosi colpi di blu e di viola su un’erba fredda fa quasi dimenticare gli oltre trenta gradi che, dal solstizio in poi, accompagneranno queste tele per tutta la durata dell’esposizione, nel cuore pulsante di Testaccio.

SALENTO, CARAVAGGIO E CARAVAGGESCHI AL CASTELLO DI OTRANTO

Il Salento è da anni meta vacanziera estiva tra le più gettonate. E chi anche quest’anno non rinuncerà alle spiagge bianchissime, al mare cristallino e alla musica fino all’alba, non dovrà farsi scappare anche una perla di bellezza e cultura nella città più orientale d’Italia.

Dall’11 giugno al 24 settembre, infatti, Otranto ospita la mostra “Caravaggio e i Caravaggeschi nell’Italia meridionale” all’interno del Castello Aragonese.

L’esposizione raccoglie le opere provenienti dalla Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi, storico dell’arte tra i primi ad aver dedicato i suoi studi al Merisi e ai suoi seguaci in un periodo, agli inizi del ‘900, in cui il pittore era ancora tra i meno conosciuti e valorizzati tra gli esponenti dell’arte italiana.

Longhi fu non solo studioso ma anche collezionista  e la sua raccolta ora esposta ruota intorno ad un’opera dal valore e splendore unico quale è “Ragazzo morso da un ramarro”.

L’opera celeberrima realizzata in due versioni (l’altra è custodita alla National Gallery di Londra) risulta un esempio perfetto di come la luce sia elemento fondamentale dei quadri di Caravaggio. Proprio attraverso il sapiente uso della luce l’artista riesce a rendere tutto il pathos del momento rappresentato, lo spavento e il dolore provocati dal morso inaspettato del ramarro. È il ragazzo protagonista ad essere violentemente colpito dalla luce che investe volto, spalla e braccio. Sempre attraverso il sapiente uso della luce Caravaggio ottiene altre rese eccezionali, come la trasparenza dell’acqua contenuta nella brocca, la quale a sua volta riflette l’immagine della finestra. Oltre alla magistrale rappresentazione psicologica del ragazzo, il Merisi realizza anche una raffigurazione molto realistica della natura morta in primo piano, la quale però pur nel suo realismo non manca di molteplici riferimenti simbolici.

Insieme a questo indiscusso capolavoro, nella mostra di Otranto sono esposti i dipinti dei principali seguaci di Caravaggio attivi nel meridione. Tra questi, le cinque tele raffiguranti gli Apostoli, del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, il principale caravaggesco napoletano. Oltre a loro, un ruolo eminente dell’esposizione è dedicato a Mattia Preti, l’artista che più di ogni altro contribuisce a mantenere per tutto il Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca.

La mostra poi è stata allestita all’interno del Castello Aragonese, da sempre roccaforte difensiva della città di Otranto. Nel corso dei secoli fu danneggiato e riparato ripetute volte finché la struttura non fu ampliata in occasione del famoso attacco saraceno del 1480. Da un’attenta osservazione delle mura si evince come esse appartengano ad epoche diverse: sono sopravvissuti grandi massi di pietre risalenti all’epoca romana, piccoli massi di epoca greca e pietre lavorate con tecniche spagnole, il tutto ancora visibile non solo sulle mura ma perfino sul castello. Passeggiando tra le maestose mura è possibile apprezzare diversi particolari architettonici come le torri Alfonsina, Duchessa e Ippolita, il bastione detto Punta di Diamante, e la Sala Triangolare realizzata con tecniche difensive innovative che ne fanno uno degli esempi più importanti per l’architettura militare dell’epoca.

Sembra ci siano curiosità storiche e culturali sufficienti per farsi catturare dalle fresche sale del Castello tra una tintarella e una discoteca in riva al mare: anche quest’anno tutti in Salento!

Combustioni. Dicò e il potere del fuoco

DICÒ-no che sia tra gli artisti più innovativi e dirompenti della scena artistica italiana e internazionale. Un percorso veloce quello di Enrico Di Nicolantonio, classe 1964, in arte Dicò, che da grafico pubblicitario è arrivato ad esporre le sue opere al Vittoriano di Roma. La sua prima volta in un museo. “Non smettete mai di sognare” dice sempre ai ragazzi, perché per lui è stato così, infatti questo momento lo aveva sognato, finchè non è diventato realtà.

Combustioni è il titolo della mostra e non solo, è anche il processo tramite il quale Dicò plasma le sue opere e le rende uniche, irripetibili grazie alla plasticità scultorea che le contraddistingue. 40 quelle esposte al Complesso del Vittoriano- Ala Brasini a Roma, dall’8 giugno al 9 luglio, che compongono la sua retrospettiva. Marylin, la Gioconda, Gandhi, Gesù, Kate Moss, Bansky, Kennedy. Immagini iconiche, molte inedite, che cambiano natura grazie alla tecnica della combustione, la plastica brucia, si scioglie e cola sui volti dei personaggi scelti dall’artista, rimodellandoli, dandogli nuova forma. Dicò definisce il suo lavoro “pittoscultura”, è sempre una fusione, un insieme di elementi, come il neon, che grazie a un incredibile potere comunicativo esalta forme e simboli e le scritte, che rendono ogni opera tridimensionale.

Il fuoco è protagonista e l’artista ha imparato ad ascoltarlo, perché alla fine “decide sempre lui”, è come un ballo quello che fanno insieme, finchè non sente quel rumore, come se il fuoco lo avvertisse che è arrivato il momento di fermarsi perché ha raggiunto l’effetto desiderato. Un’arte di sofferenze e gioie, che si purifica tra le fiamme. Sofferenza e dolore, come per molti altri artisti, sono stati il motore della sua creatività. Dicò è riuscito a trasformare quel senso di angoscia e smarrimento dei momenti difficili della sua vita, nella chiave per riscattarsi, reinventarsi e ricominciare a gioire, rimanendo sempre lui ma con occhi diversi. Un po’ come i suoi soggetti, volti cult del passato che trovano, grazie al tocco di Dicò, nuova via per esprimersi, per parlarci ancora.

Il suo stile, definito “diversamente pop” è il risultato delle influenze di Andy Warhol e Alberto Burri, un equilibrio di contaminazioni che lo rendono personalissimo e immediatamente riconoscibile. L’originalità sta nell’uso di materiali diversi e insoliti. Con maestria Dicò riesce a combinare insieme resine, lastre di plexiglass, materiali industriali, sovrapposizioni di elementi ma anche la classica pennellata. La forza delle sue opere sta nel messaggio.

L’artista romano è estremamente attuale e dedica molti dei suoi lavori alla contemporaneità e agli eventi, purtroppo drammatici, con i quali ci stiamo abituando a convivere, come gli attentati terroristici o il fenomeno del femminicidio. Alla città di Amatrice, colpita dal terremoto che l’ha quasi rasa al suolo, ha voluto donare un Gesù in croce per la nuova chiesa. Dicò è amato in patria e non solo. In effetti non poteva non essere così vista la sua formazione tra Roma e gli Stati Uniti e la sua passione per il cinema americano. Oltreoceano le star di Hollywood stravedono per lui. Le ha conquistate realizzando una lunga serie di ritratti: Dustin Hoffman, Javier Bardem, Morgan Freeman, Penelope Cruz, Keanu Reeves, solo per citarne alcuni.

Silvester Stallone, da appassionato di arte e da amante delle opere di Dicò, tanto da averne selezionata una per la sua collezione personale, ha espresso il desiderio di allestire una mostra con l’artista romani in Europa e in America. Alle celebrities da e dalle celebrities riceve, come la frase che lui stesso ricorda con grande emozione: “ricorda, solo il perdono uccide la rabbia”. A dirglielo era stato Morgan Freeman, rapito e coinvolto davanti a una sua esposizione. Dicò quella frase, quel consiglio, quella verità l’ha trasformata nel suo cavallo di battaglia e da allora la imprime sulle sue opere. Opere che sono come figli, che lascia in ogni parte del mondo, “è difficile staccarmene ma so che sono lì e parlano per me”.

E parlano davvero i figli di Dicò, tanto da lasciare noi che li guardiamo senza fiato.

 

Eugenia de Petra inaugura La Stanza, il nuovo spazio creativo a cura di Studio Pivot

La Stanza è il nuovo cuore creativo del rione Monti. A cura di Studio Pivot, ogni settimana accoglierà designer, curatori, artisti, fotografi e realtà indipendenti che svilupperanno al suo interno progetti speciali.

La prima esposizione che inaugura lo spazio è (Ir)regular lines di Eugenia de Petra. Con questo progetto le linee regolari delle immagini dell’artista fondono equilibrio visivo e razionalità prospettica, portando lo sguardo a percorrere una strada che ha un inizio e una fine, appunto regolari. Eugenia de Petra ha voluto concentrarsi sugli angoli che si creano grazie alla struttura architettonica e grazie alla sua inquadratura. Sono presenti linee che tagliano il cielo e accompagnano lo sguardo dell’osservatore a porsi domande sull’immagine in questione e chinando la testa verso destra o sinistra questi potranno lasciarsi trasportare dall’immaginazione. L’artista in questo modo riesce a mischiare realtà e razionalità architettonica con irrealtà data da un punto di vista inusuale. (Ir)regular Lines è frutto di un percorso artistico iniziato con il progetto Isole, “luoghi distanti, conchiusi e visti spesso da lontano” come li definisce l’artista nei quali la stessa si abbandona al fascino delle linee e delle forme della struttura.

La mostra sarà accessibile fino al 13 Giugno, dal 14 Giugno si potrà invece apprezzare Prove Remote di Andrea De Fusco che esporrà ne La stanza di Monti fino al 18 Giugno.

 

8-13 giugno – Eugenia de Petra w/ (Ir)regular Lines
14-18 giugno – Andrea De Fusco | Prove Remote
Info e orari: https://lastanzamonti.tumblr.com/
Per iscriversi alla mailing list: https://goo.gl/EA2wHs
Instagram: https://www.instagram.com/lastanzamonti/
Per avere informazioni sullo spazio: lastanza@studiopivot.it

La Stanza – Via Cimarra 57/a – Rione Monti

La figura e l’opera di Marc Chagall

La figura e l’opera di Marc Chagall

a cura di Giovanni Argan

Martedì 13 giugno dalle ore 17:00- presso l’Istituto di Cultura e Lingua Russa – Via Farini 62 – Roma

Evento riservato agli studenti dell’Istituto di Cultura e Lingua Russa

In occasione del 130° anniversario della nascita di Marc Chagall,  Istituto di Cultura e Lingua Russa presenta i tratti salienti della sua opera e della sua figura che ha attraversato la storia dell’arte del novecento.

Giovanni Argan, giovane critico d’arte specializzato nella pittura russa, curerà il commento e l’analisi dell’artista.

Aurore, il vernissage organizzato da CultRise

A partire dall’8 giugno 2017 presso la galleria The Popping Club a Roma a via Baccina 84 a Roma, nei pressi di una ex sottostazione dell’Atac verrà presentata “Aurore” la nuova mostra organizzata dall’associazione CultRise.

IL VERNISSAGE

L’aurora è un istante inafferrabile di una metamorfosi. Non appartiene né al giorno né alla notte ed è proprio in questo suo essere indefinita che ci preannuncia una rinascita.

La mostra Aurore ci porta attraverso un susseguirsi di queste rinascite, traghettando il visitatore in una oscillante esperienza tra discesa e ascesa.

Negli spazi del Popping Club di via Baccina 84, aperti per la prima volta al pubblico nella loro interezza, cinque artisti, come demiurghi, fanno venire alla luce una pluralità di mondi. Spazi, Installazioni fisiche e multimediali, sculture e dipinti sprigionano la propria forza simbolica e producono una trasformazione nel visitatore. Se ognuna di queste opere fossero uno sguardo dietro il velo della realtà, tutte insieme raccontano i passi di una traversata mitologica.

Si tratta di un percorso artistico esperienziale, che con il proposito di annullare le distanze tra arte, spazio espositivo, artisti e visitatori, vedrà alternarsi installazioni architettoniche, sculture, installazioni pittoriche e opere audiovisive.
Gli artisti, che hanno lavorato assieme per oltre tre mesi nello spazio per realizzare opere e allestimenti site specific, danno vita a cinque diverse atmosfere fuse assieme, ognuna delle quale si presenta come tappe di un’unico viaggio iniziatico per il visitatore.

Così l’installazione Spring/Horizon di James Hillman sfrutta la compressione spaziale e il tamburellare ancestrale dell’acqua per guidarci verso una iniziazione, spingendoci in un mondo interiore. La luce gialla solare ci attira dentro Declinazione del Liminale di Eugenio Carrabba. Attorno a noi una serie di sculture vive sono sospese prima del tempo, in uno spazio dominato dal vuoto in cui il visitatore ha davanti a sé qualsiasi scelta. Una di queste scelte è la sala pittorica di Giulia Mangoni. Qui si viene travolti da una molteplicità opprimente di forme di vita, in cui infinite individualità ci sussurrano una unità. Lasciandoci alle spalle le forme, simboli e sostanze andiamo incontro al mondo umano. Lucrezia de Fazio lo racconta con suoni e immagini inafferrabili che ci suggeriscono la carnalità e la perversione del nostro essere effimero. Nell’ultima ascesa ci avviciniamo alle opere di Gianfranco Toso: un’ambizione muta, ultraterrena e assoluta dalla quale non possiamo che riscendere per affrontare nuovamente il ciclo infinito di questo limbo incerto

Ognuno di questi artisti fa emergere, con un gesto intimo e titanico, un istante di presente in cui storie personali di vita passate e future collassano per farsi universali. Aurore è un susseguirsi di opere in grado di cristallizzare l’istante in cui ombre indefinite mutano in figure.

Il buio, la luce, i colori e le forme dell’Aurora sono simboli che si rincorrono durante il percorso. Simboli che annunciano l’apertura di un portale attraverso il quale ci innalziamo al di sopra dello spirito di gravità. Questo costante movimento sia fisico che emotivo risveglia alcuni meccanismi interiori. Nuovi paradigmi di una nuova mitologia in cui il visitatore può immergersi.

GLI ARTISTI

James Hillman – Spring/Horizon (2017)
Il suo processo ciclico di sovrapposizione di strati materici, naturali e di interferenze umane è un’esplorazione di territori fra l’astratto e il simbolico. Nella installazione proposta Hillman cerca di solidificare la linea che divide il mondo sotterraneo con quello etereo, presentando un portale che esercita forza centripeta sul visitatore spingendolo dentro di sé, obbligandolo all’attenzione e al coraggio.

Eugenio Carabba – Declinazioni del Liminale (2017)
Una composizione di sculture e interventi site-specific sono immerse in un mare acido, giallo e senza tempo. Un brodo primordiale in cui un interminabile istante si è cristallizzato. Forme, oggetti e infinite direzioni occupano il vuoto senza riuscire ad impossessarsene. Una radura in cui il concreto e l’intangibile convivono ancora, prima che qualsiasi scelta venga fatta.

Giulia Mangoni – Out of Darkness (2017)
Un elaborato processo di stratificazioni dà origine a ripetuti smembramenti e rinascite della forma. Una serie di morfologie e archetipi si manifestano sulla superficie dell’inconscio. Attraverso tentativi, errori e le specie dominanti di questi esperimenti, si inizia il racconto delle infinite pluralità di forme di vita che ci spogliano della nostra individualità.

Lucrezia De Fazio – When it’s Three in the Morning (2017)
Video Installation. Screen, projection mapping, sound.
Il suo lavoro affonda le radici nella trasformazione della materia, nella relazione tra organico e inorganico. Un incontro tra le forme plastiche e gli aspetti più intangibili della luce per dare vita ad una nuova forma, essenziale e conflittuale.

Gianfranco Toso – Fuga, ferro nero, 2016 – Senza Titolo, china su carta, 2014 (x4)
Le sue opere occupano gli spazi più alti e luminosi della mostra, sono forme di misura della terra e, attraverso lo strumento di una geometria intuitiva, di contemplazione del trascendentale. Non immediatamente percepibili ai sensi se non mediante un processo di conoscenza interiore, tali forme abitano lo spazio, trasformandolo in una officina platonica in cui si forgiano immagini di un mondo ideale.

CultRise

Un ecosistema di giovani talenti, artisti e menti creative che vivono l’arte e la creazione come necessità quotidiana. Dal luglio 2014 promuove e rappresenta l’arte e la cultura, offrendo questo ecosistema al servizio di aziende e istituzioni, curando la creazione, la gestione e la produzione di progetti artistico-culturali.
Nel 2015, CultRise insieme alla 999 Contemporany realizza la mostra The Pitiless Gaze of Hysterical Realism e collabora alla trasformazione di un intero lotto a Tor Marancia durante Big City Life. In favore di UNICEF CultRise è stato promotore e organizzatore del progetto Bring Back Those Colours, esponendo tra gli altri al MAXXI, all’Expo 2016 e al Crac di Lamezia Terme. Dalla fine del 2016 una prolifica attività di produzione artistica ha visto prender vita con cinque mostre di arte contemporanea tra Roma e Milano, il progetto Digital Unconscious presentato alla XXI Triennale di Milano e un intervento di design per la riconversione dello spazio EduLab del MAXXI.

 

Artfutura: se il vostro futuro è il 2008

L’arte contemporanea non è un pranzo di gala. L’aveva ben capito Alberto Sordi quando, nell’episodio “Le vacanze intelligenti” del film “Dove vai in vacanza?”, passando di fronte ad un critico che spiegava l’opera Muro di Mauro Staccioli diceva sconsolato: “spiega le cose che noi non potemo capì”.

Si fa per ridere, ma solo un po’. Perché che per godere dell’arte contemporanea ci sia bisogno di un livello di astrazione e di concettualizzazione maggiore rispetto all’arte classica è probabilmente vero. Così, non essendo un esperto di arte, prima di andare a vedere una mostra contemporanea cerco qualche informazione sull’autore, mi documento sui temi che affronta, cerco qualche chiave interpretativa per prepararmi alle opere che vedrò. Ma quando ho saputo che all’ex Dogana di Roma sarebbe stata allestita la mostra “Artfutura – Digital Creatures”, ho deciso di fare uno strappo alla regola. In fondo non sono un esperto d’arte, ma nel mondo digitale mi oriento più che bene. La prospettiva di godere di “sculture cinetiche che creano olografie galleggianti, campi magnetici che generano forme di ferrofluido dinamiche, esperienze audiovisive immersive in cui sperimentare proiezioni virtuali sconosciute” – come recita la descrizione sul sito dell’evento – mi entusiasmava. Ero pronto a godere di tutte le forme espressive della contemporaneità, pensavo con entusiasmo crescente a realtà aumentata, interazione fisica e simulata, intelligenza artificiale, robotica… e invece no! No, perché digitale è una di quelle parole che ingloba qualunque cosa, dall’orologio digitale anni ’70 ai computer quantistici, e se da una mostra del genere non era lecito aspettarsi i secondo, non mi aspettavo certo di trovare i primi. Capiamoci: non è certamente un’esposizione di vecchi Casio, ma rispetto alla promessa di sperimentare esperienze audiovisive immersive e proiezioni virtuali sconosciute la realtà della mostra è stata ben poca cosa.

L’inizio è stato in realtà promettente: una sala ben allestita con l’installazione Spinning Cosmos di Paul Friedlander che, pur nella sua semplicità realizzativa (che a dir la verità ha ben poco a che fare con il digitale anche in senso esteso) porta delle suggestioni percettive interessanti. Certo, non è una grande novità: nonostante il sito di Artfutura riporti che l’installazione “è stata prodotta esclusivamente per questa mostra”, Friedlander aveva portato l’opera in una versione piuttosto simile già all’Artfutura del 2012 a Montevideo. Ma questo non può certo essere un parametro di giudizio di una mostra, pensavo mentre osservavo i rotatori muovere le opere illuminate dalle luci cromostrobiche. Il dubbio che la mostra non fosse forse quello che mi aspettavo ha iniziato a cogliermi nel secondo hangar, in cui sono esposte le opere di Can Buyukberber. Mentre sedevo di fronte ad un’imponente proiezione dell’opera Morphogenesis, facendo scorrere lo sguardo da una parte all’altra della parete non riuscivo a non pensare: possibile che un’opera simile non sia stata pensata per la realtà virtuale? Come dicevo: non sono un esperto d’arte, ma so usare Google. Basta una rapida ricerca e si scopre che la stessa installazione montata a San Francisco godeva anche di un largo uso di VR. A Roma la realtà aumentata non c’è, ma una delle tre installazioni di Buyukberber implementa un Kinect per proiettare la sagoma del visitatore su uno schermo con un’animazione in loop: non è esattamente il livello di interazione che speravo ma è certamente un avanzamento! Nella sala successiva, dedicata ad Esteban Diàcono, ho capito che le mie aspettative sarebbero state certamente deluse: sei schermi ripetono in loop le animazioni che il motion graphics designer posta su Instagram. Affascinanti e un po’ disturbanti, certo, ma certamente non immersive, non dinamiche sicuramente non sconosciute. Certamente più divertenti le installazioni in ferrofluido di Sachiko Kodama, già note dal 2008, che però, anche in questo caso, non hanno nessuna delle caratteristiche promesse dall’evento. L’opera più interessante dell’esposizione è forse quella di Chico MacMurtrie, Organic Arches: una sequenza di archi gonfiabili che attraverso cambiamenti di pressione affrontano cambiamenti morfologici dall’apparenza organica. L’ultima grande sala, Screens of future, di Universal Everything è un’opera tautologica, almeno a metà: una serie di schermi con proiezioni video in riproduzione continua. Peccato che più che il futuro, rappresentino un presente quantomeno consolidato: edifici che cambiano colore, che cambiano il proprio rivestimento, una forma libera che cambia colore. Il centro della sala è un piccolo cinema sul cui schermo passano, come prima di un film in un cinema qualsiasi, dei corti di animazione. Lo confesso, non li ho visti tutti. Non li ho visti tutti perché, arrabbiato un po’ con me e un po’ con il curatore – Montxo Algora – mi sono diretto verso l’uscita cercando di metabolizzare la delusione. Ero arrabbiato con me stesso per non aver fatto quello che faccio di solito: guardare gli autori e capire di cosa si trattasse. Ero arrabbiato con il curatore perché la descrizione dell’evento e le promesse sull’esperienza sono state totalmente disattese. Ma voglio essere chiaro: opere di motion graphics e proiezioni video sono forme di espressione artistica interessanti e piacevoli. Ma perché promettere livelli di sperimentazione ed immersione che non rispondono alla realtà della mostra? Per una volta, ad una mostra che aspettavo con ansia, mi sono sentito come Alberto Sordi che cammina disinteressato davanti a Staccioli. Che ve devo dì, so cose che non potemo capì.

P.S. Parlando dell’abilità di utilizzare Google: se cercate Artfutura su Google immagini troverete molte foto, alcune delle quali utilizzate per pubblicizzare l’evento (non dalla pagina ufficiale però, questo sia chiaro). Ecco sappiate che molte di quelle foto non hanno a che vedere con l’esposizione all’ex Dogana. E ancora una volta so’ cose che non potemo capì.

STANZE D’ARTISTA E MUSEI COMUNALI

Talvolta, l’era della comunicazione e della popolarità social mi turba.

Si può aver tanto da dire ma non volerlo dire per forza a tutti da una pagina Facebook? Si può essere un po’ timidi ed esclusivi, di nicchia, riservati, senza foto profilo da migliaia di like scattata a un grande evento?

Si può essere un museo comunale di Roma senza grandi campagne di marketing e non essere necessariamente considerati come una povera Cenerentola?

Si può, ad esempio, essere Galleria d’Arte Moderna di Roma; sorella non affatto minore della Galleria Nazionale ma anzi custode esclusiva di oltre tremila opere esposte a rotazione. Come già la Galleria Nazionale, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita capolavori italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo e, in più, raccoglie testimonianze uniche dei maggiori rappresentanti del  fermento artistico capitolino come lo sono stati i pittori dei XXV della Campagna Romana e quelli appartenuti al movimento della Scuola Romana.

Anche il luogo è notevole, un ex monastero di clausura a due passi da Trinità dei Monti prima appartenuto all’ordine delle Carmelitane Scalze; nel corso del recupero dell’edificio è stato preservato il chiostro interno, angolo di bellezza e pace nel cuore della città.

Oltre alla già ricca collezione permanente, dal 14 aprile è inoltre possibile apprezzare nomi della portata di Mario Sironi, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Fausto Pirandello nello speciale allestimento della mostra Stanze d’Artista. Capolavori del ‘900 italiano.

Ad ogni artista è stato dedicato uno spazio esclusivo, un piccolo viaggio nei loro colori e nei loro pensieri, dal momento che le opere sono completate da estratti dei loro scritti, siano essi diari lettere o interventi critici. Quale migliore aiuto alla comprensione della produzione artistica della contestualizzazione e commento in qualche modo “originale” dagli artisti stessi? La parola è data direttamente alla fonte creativa.

Sono Stanze in cui rivivono interi mondi poetici grazie ai capolavori della Galleria d’Arte Moderna e altri provenienti da prestigiose raccolte private, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica tra le quali vengono valorizzati, per la prima volta, i dipinti di Massimo Campigli (Le spose dei marinai, 1934), di Ardengo Soffici (Campi e colline, 1925; Marzo burrascoso, 1926-27) e di Ottone Rosai (Paese, 1923), rispettando così il criterio della rotazione delle opere, adottato dalla Galleria d’Arte Moderna fin dalla sua riapertura nel 2011, che permette di scoprire ogni volta parti importanti del suo vasto patrimonio artistico.

In particolare Campi e colline di Soffici è una testimonianza eccezionale di questo artista, un’opera che permette di vedere espresso il suo proverbiale anticonformismo rispetto ai suoi tempi e di osservare quanto davvero abbia messo in atto, nelle sue opere, gli insegnamenti di quello che lui ha considerato suo principale maestro: Cézanne.

Negli scorsi mesi sono stati prodotti i dati sugli ottimi risultati ottenuti dai musei italiani, tuttavia è impossibile negare che sono numerosissimi i siti museali romani messi un po’ in ombra dai grandi nomi e delle grandi operazioni pubblicitarie a cui si affidano istituzioni culturali particolarmente frequentate e amate.

Sarà probabilmente una regola di mercato difficilmente aggirabile, ma per chi si nutre di solo amore per l’arte e cultura, basti sapere che anche dove non ci sono hashtag popolari e inaugurazioni con red carpet si custodiscono grandi patrimoni.