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L’opera d’arte nell’epoca della sua diffusione multimediale. Riflessioni sul tema

…io credo che per godersi una città (o un quartiere) coi tempi che corrono bisogna giocare d’astuzia: evitare i templi dell’assembramento per varcare i quali c’è bisogno della spada, e intrufolarsi negli interstizi lasciati liberi dal turismo di massa. [1]

Oggi la fruizione dei beni artistici e architettonici è facilitata dalla diffusione dei mezzi tecnologici, i quali hanno permesso la fruizione del patrimonio artistico a livello non più particolare ma globale. Le opere d’arte/architettura, che fino una ventina di anni fa erano ammirate solo da colti studiosi attraverso diapositive o immagini custodite in preziosi libri, sono diventate accessibili a chiunque sia in grado di possedere una connessione internet e uno smartphone. Tuttavia, questo processo di “diffusione multimediale” ha in parte ridotto la qualità della conoscenza diretta dell’opera d’arte, seppure abbia altresì facilitato di gran lunga la conoscenza per gli studiosi che si approcciano allo studio. Si potrebbe parlare di una condizione alternante; se da una parte la conoscenza è stata resa accessibile a tutti, facilitandone quindi il godimento, dall’altra invece questa ne è rimasta danneggiata. L’opera, che veniva prima studiata e ammirata da specialisti del settore e poi raccontata e divulgata, è ora ridotta a una riproduzione della stessa o a una breve visita del monumento tra un pranzo e una cena. Il discorso si muove su due piani distinti.

Il primo lo definiremo del “fruitore incolto”, che travolto dal vortice pubblicitario dei social network è attirato a visitare un luogo specifico o a entrare in un museo per “vedere” una data opera d’arte. Per il personaggio in questione l’opera d’arte rappresenta unicamente lo sfondo “famoso” di una foto in cui l’oggetto principale è “l’io” del fruitore, che si auto-immortalerà davanti a quell’oggetto o edificio, ignaro della storia che nascondono quelle pietre, quegli affreschi o quelle pennellate su tela. Nel giro di pochi secondi quel famigerato elemento tanto ricercato, che è valso al fruitore il solo viaggio, farà il giro del mondo attraverso la pubblicazione della foto sui social network (fig.01). L’obiettivo sarà quindi raggiunto, dopo un viaggio in aereo, ore di code, pranzi in fast-food, e soldi spesi in gadget di tutti i tipi, solo quando la diffusione multimediale dell’oggetto avrà inizio. Si può parlare in questi casi di reale conoscenza? Forse, sarebbe più giusto affermare che l’opera d’arte diviene in questi casi un oggetto commerciale.

fig. 1 – Una turista si fa un selfie davanti al Partenone sull’Acropoli di Atene, 2017 (AP Photo/Petros Giannakouris) Fonte: https://www.ilpost.it/2018/04/26/turismo-don-de-lillo/

La commercializzazione dell’arte è ormai cosa bene nota a dirigenti di musei statali e fondazioni private, che negli ultimi anni, per accedere ad aiuti economici in un settore sempre in carenza hanno facilitato questo tipo di fruizione, che mette il profitto sopra il valore del bene culturale. Il museo è diventato multimediale, quasi tutti i contenitori di opere d’arte o importanti monumenti hanno una pagina Instagram o Facebook. (fig. 02) Hanno capito che per avere popolarità e non cadere nell’oblio dovevano adeguarsi ai mezzi moderni di comunicazione e diffusione pubblicitaria, condividendo continuamente foto e pubblicizzando eventi.

fig. 2 – Pagina Instagram della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma. (Foto dell’Autore)

La riflessione che sorge spontanea è capire se tutto questo possa realmente giovare al nostro patrimonio artistico e monumentale. È certo che in molti casi questa commercializzazione ha salvato dall’oscuramento e dal degrado opere d’arte e monumenti. Forse bisognerebbe semplicemente lasciare che il flusso dell’avanzamento tecnologico porti a un cambiamento del concetto di opera d’arte, ma facendo questo in parte si perderà il piacere della scoperta. Piacere che affascina da due secoli storici puri, nonché storici dell’arte e dell’architettura, alla ricerca di elementi nuovi per ricostruire un passato perduto per via dell’avanzamento del tempo. Il quesito sul reale significato dell’opera d’arte è ancora aperto e tutt’oggi quanto mai attuale.

Il secondo piano invece è quello del “fruitore colto”, lo storico dell’arte o dell’architettura, il cui lavoro è facilitato dalla diffusione multimediale dell’opera d’arte. Questo però potrebbe comportare gravi errori nella valutazione dell’oggetto di studio. Infatti, sono molti i casi in cui il fruitore in questione porta avanti delle ricerche su edifici che non ha mai visto o, per dirlo in maniera più appropriata, guardato da vicino. Le nuove tecnologie hanno costretto anche gli storici dell’arte ad aggiornarsi, creare database di catalogazione delle opere d’arte e a utilizzare programmi di riproduzione digitale di opere architettoniche al fine di poterle studiare anche solo dopo un breve sopralluogo. Uno storico dell’arte di fine ‘800 potrebbe insegnare ai giovani d’oggi quale sia il vero lavoro necessaria per la conoscenza dell’opera d’arte e di architettura. Alla fine XIX secolo, Emile Bertaux (1869-1917)[2] nel suo viaggio verso l’Italia meridionale fu capace di comprendere alcuni nessi e legami che sono sfuggiti per i secoli successivi ai grandi studiosi di medioevo del sud Italia. Il giovane storico contemporaneo, possessore di tutti i mezzi tecnologici per raggiungere, fotografare, scansionare in tre dimensioni, rimarrebbe esterrefatto dalla conoscenza dettagliata che un suo collega più di cento anni prima, senza alcun sussidio tecnologico, era stato capace di sviluppare. E questo perché il collega, fruitore colto di fine ‘800, era sicuramente parte di una cultura che oggi si è in parte dimenticata: quella del viaggio come processo scoperta e percorso di conoscenza materica. Il viaggio attraverso popoli e culture differenti alla scoperta dei monumenti. La conoscenza del luogo presso il quale l’opera d’arte fu prodotta e di quello in cui è conservata sono anch’essi parte della storia dell’arte e dell’architettura. Ci sono “memorie” che solo la popolazione autoctona potrà svelare. Il fruitore colto intelligente, infatti, sfrutterà anche parte degli scritti prodotti dagli storici locali per conoscere i segreti di luoghi a lui sconosciuti. Cesare Brandi (1906-88) era uno storico di questo calibro. Nei suoi racconti sull’architettura pugliese aveva compreso questo grande segreto, quello della conoscenza di un popolo. Oggi, il fruitore colto in questione prende un aereo, raggiunge l’oggetto della sua conoscenza – opera d’arte e architettonica che sia – passa un tempo massimo di uno o due giorni a misurarlo e fotografarlo – se si tratta di un monumento – (fig. 03) e ritorna nella sua biblioteca di città ad analizzare le foto e i disegni. La frenesia moderna, la ricerca di un’estrema scientificità e oggettività, la facilità nella riproduzione ha ridotto l’opera d’arte ad un oggetto da studiare in maniera fredda e distaccata. La diffusione multimediale e lo sviluppo delle tecnologie ha favorito la creazione di collegamenti tra elementi distanti tra loro che in passato erano più vicini di quanto oggi si possa pensare. Non ci si deve stupire se il fruitore medievale fosse in grado di viaggiare per mesi e raggiungere luoghi distanti tra loro. Il “fruitore contemporaneo colto” o “incolto” è capace di raggiungere in poche ore qualsiasi destinazione in Europa ma ha una conoscenza molto sommaria del tutto. Il vero viaggio di scoperta era “a bassa velocità”, quello che permetteva al fruitore colto di capire il motivo per cui la pietra cambiava colore, il motivo per cui un edificio avesse quelle forme o determinate decorazioni, un viaggio di scoperta che, in particolar modo per la conoscenza dell’architettura, era necessario al fine di capire l’interazione tra luoghi e scoprire patrimoni ancora ignorati, un viaggio che non è possibile compiere da un semplice computer con connessione a internet e neanche con una scansione laser 3d dell’edificio.

fig. 3 – Un gruppo di studenti impegnati nel rilievo con stazione totale di un edificio storico. Fonte: https://www.facebook.com/MasterIILivelloArchitetturaPerLarcheologia/

In conclusione, per entrambi i fruitori di cui si è parlato sarebbe auspicabile un viaggio di conoscenza delle opere d’arte e architetture animati da una sana passione che permetta l’andare oltre l’aspetto epidermico dei manufatti e ne permetta una conoscenza reale e profonda che coinvolga tutti i cinque sensi.

Architetto Arianna Carannante

 

Bilbliografia essenziale

  • W. Benjamin, L’ opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 2000, ed. orig. 1936
  • M Bloch, Apologia della storia, Einaudi, Torino 2009 (tit orig. “Apologie pour l’histoire ou Métier d’historien” 1949).
  • C. Brandi, Pellegrino di Puglia, Bompiani, Milano 2010, ed. orig. 1976

 

[1] C. De Seta, L’arte del viaggio, Rizzoli, Milano 2016, p. 153

[2] E. Bertaux, L’art dans l’Italie méridionale. De la fin de l’Empire romain à la conquête de Charles d’Anjou, Paris-Roma 1968, 3 vol. in 4. Ristampa conforme alla prima edizione del 1903.

 

 

ASTRA: una residenza e il sogno di tre giovani donne nell’arte

ASTRA: un progetto ambizioso, l’impegno di tre giovani donne, l’arte e la sua patria naturale ossia l’Italia. ASTRA è una residenza che invita artisti emergenti a vivere e lavorare in diverse città selezionate. ASTRA sarà presente in numero città ospitanti fiere, biennali ed eventi culturali. Un’idea che tende a essere connessa con il circuito dei grandi appuntamenti internazionali mantenendo la bussola di navigazione sempre tesa alla promozione dell’arte nella sua essenza.  Unite dalla comune passione per l’arte, Teodora – Lucrezia e Claudia hanno studiato e messo in piedi una residenza itinerante per artisti.

L’obiettivo è di ri-creare una casa ad ogni spostamento. Per tutto il mese di residenza gli artisti avranno a loro disposizione una stanza e diversi spazi dove poter creare, tra cui uno studio.

ASTRA invita i partecipanti alla collaborazione e al dialogo, facendo si che ci sia una condivisione continua, tra casa e lavoro, influenzando a vicenda il proprio processo creativo. Le opere create nelle residenze scelte comporranno una mostra finale.

VOLUME I: Spoleto, Festival dei Due Mondi

Il primo appuntamento con ASTRA si terrà a Spoleto, dall’11 giugno al 11 luglio 2018. Gli artisti sono ospitati nell’Eremo Francescano del quattordicesimo secolo di Santa Maria Maddalena, situato a Monteluco, montagna immersa nel bosco. Spoleto rappresenta un luogo unico dove l’arte è stata concepita nella sua essenza originale, figlia dei tempi delle arti e dei mestieri medioevali e rinascimentali, capace di imporsi nel dibattito contemporaneo. Astra rappresenterà il continuum tra un passato immortale, eterno nel riconoscimento die suoi parametri di bellezza, per portare nella contemporaneità e nel futuro i nuovi linguaggi artistici che si legano con l’ambiente. Un ponte tra passato e futuro, tra residenza e le reti connettive della contemporaneità.

Astra si terrà durante il Festival dei due Mondi, manifestazione culturale riconosciuta a livello internazionale e dal MIBACT, offre un programma con una varietà di artisti provenienti da ogni parte del mondo. Offre al pubblico un ambiente di culturale basato su conoscenza, scambio e talento.

Il lancio di ASTRA coinciderà con il Festival, e in questo modo potrà beneficiare dell’ambiente circostante, sviluppando un progetto innovativo.

Impatto

ASTRA è un progetto nomade e cerca di raggiungere un pubblico sempre più vasto, promuove scambi culturali e da la possibilità agli artisti interessati di sviluppare le proprie pratiche in luoghi diversi, entrando così in contatto con culture sempre nuove e differenti. Il nostro obiettivo è di spingere artisti emergenti con talento, creando per loro nuove opportunità per il futuro e incrementando la loro visibilità in scala globale. L’intento è di far fruttare al meglio le nostre abilità di scouter, creando un perfetto match tra artista e ambiente. Per coinvolgere gli artisti con l’ambiente culturale circostante, sono in programma diverse attività tra cui workshop, eventi, gite e incontri con diverse personalità legate al mondo artistico.

Obiettivi

ASTRA vuole cercare di cambiare la direzione dell’arte verso nuove personalità. Molti artisti emergenti non hanno la possibilità di muoversi. Noi crediamo che l’interazione con luoghi e culture diverse siano una fonte inesauribile di sapere, conoscenza e stimoli. Inoltre in questo modo è possibile creare una nuova rete globale di artisti provenienti da ogni parte del mondo!

Al momento il budget per questo primo progetto è finanziato grazie ad una campagna di fundraising ancora attiva.

Astra rappresenta l’idea programmatica di crescita del dialogo tra arte e civiltà, con l’obiettivo di promuovere la bellezza partendo dall’Italia. Il sogno e impegno di tre ragazze: Lucrezia de Fazio, Teodora di Robilant e Claudia d’Oncieu.

04-05-’98: Strage in Vaticano – Quando il teatro sostiene la cronaca

Dal 2 al 6 maggio andrà in scena al teatro dei Documenti di Roma “04-05-’98: STRAGE IN VATICANO” lo spettacolo ispirato ai fatti di sangue avvenuti in Vaticano vent’anni fa in cui morirono tre persone. Ne abbiamo parlato con il regista Paolo Orlandelli.

Sarà in scena al Teatro Di Documenti dal 2 al 6  maggio lo spettacolo 4-05-’98: STRAGE IN VATICANO di Fabio Croce e per la regia di Paolo Orlandelli. In scena: Giuseppe Alagna, Antonietta D’Angelo, Emanuele Linfatti. Lo spettacolo è ispirato al triplice delitto avvenuto il 4 maggio del 1998 nella palazzina delle guardie svizzere presso la Città del Vaticano, nel quale perirono il neo-comandante dell’esercito pontificio Aloys Estermann, sua moglie Gladys Meza Romero e il giovane vice-caporale Cédric Tornay. La versione ufficiale fornita dalla Santa Sede poche ore dopo la strage e confermata con la chiusura dell’inchiesta (svolta senza il coinvolgimento della polizia italiana e degli avvocati dei familiari delle vittime), accusa il vice-caporale Cédric Tornay di omicidio-suicidio.

La magistratura vaticana ha respinto la richiesta di ricorso della famiglia di Tornay, basata sui risultati di una seconda autopsia effettuata sul corpo del vice-caporale presso l’Istituto di Medicina Legale di Losanna e di una perizia grafologica condotta sulla presunta lettera d’addio del giovane elvetico, i quali portano a credere ad un complotto volto ad eliminare il neoeletto comandante della Guardia Svizzera, con il Tornay utilizzato come capro espiatorio, colpevole solo di essersi trovato a portata di mano degli assassini.

A venti anni dalla strage, Fabio Croce e Paolo Orlandelli riportano l’attenzione su questo caso di insabbiamento e chiedono a Papa Francesco, tramite una petizione su Change.org, la riapertura del caso e la dichiarazione d’innocenza di Cédric Tornay.

 -Ciao Paolo, ci racconti la genesi dello spettacolo?

 L’idea è stata di Fabio Croce, editore romano che aveva pubblicato il libro di uno storico dell’arte che aveva conosciuto una delle vittime della strage. Nel 2008 Fabio mi chiese di lavorare insieme al progetto di uno spettacolo sul triplice delitto in Vaticano, in occasione del decennale. È stata la mia prima esperienza di teatro di denuncia. In seguito abbiamo realizzato altri due spettacoli insieme; “Vite Violate: Crimini sessuali nella Chiesa Cattolica” e “Il Cardinal Mia Cara”.

-Perché la scelta di un tema così spinoso?

Quando mettemmo in scena lo spettacolo per la prima volta, ricorreva il decimo anniversario della strage. Purtroppo ci ricordiamo del passato solo nelle ricorrenze. In realtà il tempo non passa mai quando si tratta di ingiustizie clamorose che turbano le coscienze dei cittadini, impotenti di fronte all’arroganza dei poteri forti. Non si dimenticano mai un figlio, un fratello o un amico morto, o un semplice cittadino sacrificato per logiche di convenienza. I cittadini onesti non dimenticano e chiedono, responsabilmente e democraticamente, unendo le loro voci per essere sentiti, che venga sempre ricercata la verità e vengano perseguiti i responsabili delle malefatte.

-Dato il tema scottante, ti è successo di incontrare difficoltà durante lo sviluppo del progetto?

Assolutamente no, la strategia del Vaticano è di ignorare completamente queste iniziative. Se esprimesse un qualunque parere su di esse, contribuirebbe a dare risalto all’operazione.

-La scelta di riproporre questo spettacolo a 10 anni dalla sua nascita, si connette con altri scandali di possibile insabbiamento ora molto caldi come quelli che riguardano Cucchi o Regeni?

Non proprio, ma ho fatto una esperienza molto positiva nel 2014 con uno spettacolo sul caso di Emanuele Scieri, l’allievo paracadutista morto a Pisa nel 1999, vittima di un atto di nonnismo. Tramite una petizione su Change.org, abbiamo interessato l’allora Ministro della Difesa Roberta Pinotti e provocato un movimento d’opinione che è sfociato nella istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta e nella richiesta di riapertura del caso presso la Procura di Pisa. Così abbiamo pensato di tentare il binomio spettacolo-petizione anche per la strage in Vaticano. Ci auguriamo che gli spettatori prendano posizione contro una palese ingiustizia e firmino la petizione a Papa Francesco e al Promotore di Giustizia dello Stato della Città del Vaticano affinché venga accolto il ricorso presentato dai legali della madre di Tornay e, ammesse le prove a discolpa del giovane vice-caporale, questi venga dichiarato innocente. Ecco il link della petizione: https://www.change.org/p/papa-francesco-verità-sulla-strage-in-vaticano

 -Ti sei avvalso di di esperti e professionisti in indagini/forensi per sviluppare la trama?

Una delle fonti principali del testo di Fabio è “Bugie di sangue in Vaticano” (Kaos edizioni, 1999) un libro scritto dai “Discepoli di Verità” un gruppo di ecclesiastici e laici residenti nello Stato della Città del Vaticano, che pubblicano informazioni sottaciute dalla Santa Sede. In questo libro, che riporta i risultati della seconda autopsia effettuata sul corpo del presunto omicida-suicida Cédric Tornay, si parla chiaramente di un complotto volto ad eliminare il neo-eletto comandante del Corpo della Guardia Svizzera Aloys Estermann, con il vice-caporale Tornay utilizzato come capro espiatorio.

-Dall’intrattenimento all’informazione. Qual è il valore del teatro?

Entrambe le cose, ma mai una sola di esse. È fondamentale che la società riservi degli spazi, oltre che per il divertimento, anche per la satira, la critica, la denuncia e l’approfondimento.

-Lo scopo è quello di convincere il Papa a riaprire questo discorso. Possibilità concreta o utopia?

Un sogno, direi. Noi ci proviamo…

INFO

Dove: Teatro Di Documenti, via Nicola Zabaglia, 42 – 00153 Roma

Quando: 2-6 MAGGIO 2018

Orario Spettacoli: da mercoledì a sabato ore 21.00 – domenica ore 18.00

Biglietti: intero € 12,00 –  ridotti  € 7,00 Tessera € 3,00

PRENOTAZIONI  da lunedí a venerdí dalle 10.30 alle 18.30  – tel. 06/5744034 – 06/5741622 – 328 8475891 www.teatrodidocumenti.it – teatrodidocumenti@libero.it

 04-05-’98: STRAGE IN VATICANO

di Fabio Croce

regia Paolo Orlandelli

con Giuseppe Alagna, Antonietta D’Angelo, Emanuele Linfatti

Aiuto regista Antonio Vulpiani

Movimenti di scena Roberta Lutrario

luci e audio Marco Di Campli San Vito

video editingVitamin Cor

 

Viaggio noir fra i monumenti e l’arte cimiteriale di Milano

La guida turistica Valeria Celsi organizza tour fra i luoghi meno conosciuti del Capoluogo lombardo

C’è un angolo di Milano sconosciuto ai più, dove è possibile scoprire storie noir e paesaggi misteriosi, un viaggio insolito fra l’arte cimiteriale e i luoghi dove riposano i defunti. Per la verità tanti sono i cimiteri in giro per l’Italia, ognuno con le sue vicende e i suoi aneddoti, ma non tutti sanno che essi raccolgono opere artistiche di sopraffina qualità. Dal Monumentale di Milano, al Verano di Roma, da quello di Sassari a quello di Vigevano (l’unico senza una facciata, dove la parte antica è stata inglobata da quelle successive). Tutti luoghi dove poter respirare storie di vite vissute, stranezze e curiosità, con un tocco di ironia per nulla cupa. A fare da tramite – o meglio da guida – è Valeria Celsi, titolare del blog ‘Percorsi d’arte funeraria’. “Sono visite abbastanza diverse – racconta – vanno dalle storie sui fantasmi alla cronaca nera, dalla peste ai templari. Il Monumentale è un cimitero che conosco bene perché è lì che ho svolto il servizio civile. Sono visite generiche per chi non lo ha mai visto. O più specifiche, basate su tematiche che riguardano la moda. Ci sono infatti tombe con immagini di uomini o donne dell’800”. È grazie a questi monumenti che possiamo vedere il vestiario dell’epoca, capire l’importanza di una famiglia dalla maestosità della tomba, o anche il peso artistico dei monumenti anonimi, circondati da un alone di mistero.

 

 

“Mi piace scoprire la storia di qualsiasi persona dalla tomba”, aggiunge Celsi. “Spesso riesco a capire chi erano, facendo anche delle ricerche dall’anno di morte di una persona. Per me i cimiteri sono come un libro”. Le famiglie ricche infatti amavamo mostrare il loro status sociale non soltanto in vita, ma anche da morti tanto da ingaggiare artisti – anche famosi – per costruire imponenti tombe. Monumenti spesso usati come vetrina, dove gli artisti apponevano la propria sigla sulla lapide. Una netta differenza rispetto a oggi, dove le tombe sono anonime e tutte uguali e le grandi città si fanno concorrenza nel gioco “dimentica” il morto. Una partita di sicuro a cui non partecipano i piccoli centri, ancorati alle vecchie tradizioni e ai ricordi dei cari scomparsi. Purtroppo, come sottolinea la Celsi, a partire dalla II Guerra Mondiale l’arte funeraria è considerata molto meno, quasi non esiste più. “Se all’inizio c’era stato un avvicinamento verso la morte, oggi ci siamo staccati”, dice la guida turistica. “Si va meno al cimitero per pregare, si portano meno fiori. Nei paesi è diverso, a Milano, parlo per esperienza personale, questa abitudine è meno sentita. Al cimitero si va giusto nel periodo dei morti. Ma, ad esempio, questo a Vigevano è più sentito. Pensiamo che ci sono alcune famiglie che pagano i fioristi esterni per mantenere i fiori delle tombe e pulire le lapidi, poi magari loro vengono 1 volta ogni 3 anni a trovare i propri cari morti”. Dunque, per un itinerario insolito, ma dal volto affascinante, è possibile seguire Valeria Celsi fra i suoi innumerevoli tour, a cominciare da quello al Monumentale di Milano ‘casa eterna’ di personaggi famosi come Alessandro Manzoni, Dario Fò, Filippo Tommaso Marinetti, Arturo Toscanini, Alda Merini solo per citare alcuni. Non resta che mettersi in cammino.

Tecnologia ed Arte: come sarà il Museo del futuro

Qual è il museo del futuro e come deve modificarsi la classica concezione del museo nell’era della tecnologia? su questo interrogativo si è mosso il recente studio europeo che sul fronte italiano è stato portato avanti da Melting pro, una delle realtà da anni in prima linea nell’indagine dei cambiamenti del mondo della cultura e della sua interazione con i cambiamenti e i bisogni sociali, in collaborazione con Symbola – Fondazione per le qualità

La commistione tra arte e tecnologia è infatti per molti il futuro e, come sempre, solamente chi saprà anticipare il futuro sarà davvero in grado di avere un ruolo nel presente. Certo, nel mondo dell’arte questo meccanismo di adeguamento è senz’altro più complesso, in quanto storicamente “ciò che è” nel mondo artistico guarda con riluttanza il nuovo, che lo renderà “ciò che è stato”, nemico portato dai nuovi movimenti capace di travolgerlo facendolo scomparire dall’attualità; ma in realtà, se ci si riflette bene, è quasi sempre tramite il superamento che i movimenti artistici hanno avuto la propria giusta risonanza: osteggiati quando contemporanei ma osannati appena diventati parte della storia del Mondo. Ugualmente, come mostrano le recenti ricerche di cui la pubblicazione richiamata è uno dei sunti migliori, attraverso l’avanzamento del nuovo, in questo caso non “artistico” in senso stretto ma dal punto di vista della fruizione e della diffusione, può e deve nascere il museo del futuro sotto una nuova veste, forse inedita per i conservatori più riluttanti ma altrettanto coinvolgente.

“Musei del futuro: Competenze digitali per il cambiamento e l’innovazione in Italia” è pertanto un eccellente lavoro (solo l’ultimo risultato del progetto Mu.Sa. e facente parte di un più ampio progetto la cui prima fase si è conclusa ad aprile 2017) che mappa le possibili evoluzioni del concetto stesso di “museo” guardando avanguardisticamente al mondo digitale e alle sue potenzialità.

 

“Come possono i musei soddisfare i nuovi bisogni di una società in continuo mutamento? Quali sono le competenze necessarie per i professionisti del settore per rispondere alle sfide che pone l’introduzione del digitale? Di quali competenze c’è bisogno per traghettare l’istituzione museale dal Novecento alla contemporaneità?”

Sono queste le domande con cui si apre la premessa del lavoro ed a cui il lavoro mira a dare una risposta movendosi su precipue direttive attraverso le voci di alcuni dei più illustri esperti e lavoratori del settore.

Viene in primo luogo indagata la problematica concezione di cultura digitale diffusa, fronte sul quale, sebbene si possa notare recentemente una leggera ed auspicata inversione di tendenza, l’Italia sembra non coglierne le potenzialità, restia ad un ripensamento della propria organizzazione e delle possibilità di fruizione dei propri contenuti attraverso una nuova progettazione strategica. Dalla mancanza della mission ad un’effettiva consapevolezza che “il fatturato del museo è un fatturato culturale” (felicissima frase di Parole di Mauro Felicori, Direttore della Reggia di Caserta), tutti gli esperti sono concordi nel riconoscere la necessità di superare tale gap tramite una rimodulazione della stessa concezione del museo e delle competenze al suo interno.

 

“Basti pensare che no a pochi anni fa la tendenza prevalente era considerare “servizi aggiuntivi” la comunicazione e qualsiasi altra attività al di fuori della conservazione e dell’esposizione delle collezioni, comunemente riconosciute come cuore della mission museale.”

 

Ulteriore aspetto è quello della community, che deve divenire il fulcro della politica museale: da fruitori a compartecipi, occorre aumentare l’accessibilità dei visitatori all’offerta museale tramite l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione (in primis i canali social) che si trasformano così in mezzi di copartecipazione.

 

“Essere digitali, oggi, significa non avere più bisogno di un dipartimento “digitale”, ma integrare il digitale in qualsiasi settore del museo”Carlotta Margarone, responsabile comunicazione, marketing e web, Fondazione Torino Musei, Torino

Tutto ciò porta a una sola conclusione: occorre inserire nei complessi museali nuovi professionisti che abbiano le competenze digitali necessarie per attuare la riforma del museo del futuro.

In disparte ai plurimi nominativi dati a queste nuove figure ( accanto alle “ordinarie” Social Media Manager o il Digital Media Curator vengono propostele neonate “Online Cultural Community Manager” e il “Digital Strategy Manager”) è chiaro come queste nuove professioni nascano dalla combinazione di più competenze trasversali e, fino ad oggi, considerate spesso estranee alla dimensione espositiva: dall’elaborazione di business plan tipica delle dimensioni prettamente e economiche a sviluppatori che garantiscano la fruizione dei contenuti on-line ed off-line; dagli editori di vere narrazioni culturali a informatici con spiccate conoscenze di graphic design per un restyle del contenuto dei siti internet ed inserimento dei relativi contenuti all’interno di un’app dedicata al museo, tutti con importanti conoscenze nell’ambito comunicativo.

“È importante formare ogni persona in modo che svolga il proprio lavoro anche digitalmente, anché tutto il museo sia in grado di comunicare con entrambe le community, reale e virtuale “Francesca De Gottardo, Fondatrice Blog e Community, #svegliamuseo

Ultima foglia di questo quadrifoglio consiste nell’accrescimento dell’accessibilità e della sicurezza, due facce della stessa medaglia, non potendo immaginare una maggiore disponibilità di servizi on-line ed on-site se non mediante una effettiva stabilità delle strutture veicolanti.

Direttrici di una rivoluzione copernicana del museo del futuro e della loro fruizione e partecipazione oramai inevitabile,  i cui primi esempi italiani sono stati da noi già tempestivamente descritti 

Gaudenzi e le modelle di Anticoli Corrado

Anticoli Corrado è il paese degli artisti e delle modelle, è un luogo incantato in cui l’arte ha contaminato la vita dei suoi abitanti rendendoli i protagonisti di opere straordinarie. La mostra “Disegni smisurati del ‘900 italiano” ha portato tutti i loro volti dipinti nei lavori di Pietro Gaudenzi al Casino dei Principi di Villa Torlonia a Roma.

C’è un paese immaginario dove le femmine sono modelle, i contadini si scoprono artisti, dove pittori e scultori si sentono a casa loro. C’è un paese che per un secolo ha raccolto, ospitato e fatto crescere generazioni di creatori di bellezza. Il bello che nasce e si auto genera radicandosi nel profondo e poi ancora riemergendo dalle viscere per prendere vita e scorrere nelle vene di un popolo che diventa protagonista e fattore al tempo stesso dell’opera d’arte. Ad Anticoli Corrado, una manciata di tornanti sopra la via Tiburtina, fra Tivoli e Subiaco, tutto si tiene insieme, e intere famiglie sono nate intorno a questo fuoco che ha unito artisti e modelle.

Un amore che negli olii e nelle tempere, sulle tele e nella terracotta, si trasfigura e sublima trasformando le donne in madonne, i figli in angeli, gli incontri in annunciazioni e le nascite in natività, e dove le nature, anche dei fiori appassiti, non sono mai morte. C’è sempre il rapporto tra l’artista e la sua musa nelle opere che ad Anticoli Corrado hanno preso vita. Su questo rapporto e su quanto ha inciso nell’ opera di un’artista del calibro di Pietro Gaudenzi, che una modella di Anticoli sposò per trasferirsi poi in paese, si interrogherà oggi a Roma, alle 16.30 al Casino dei Principi di Villa Torlonia, Marco Fabio Apolloni, curatore con Monica Cardarelli della mostra, prorogata fino al 6 maggio, “Disegni smisurati del ‘900 italiano” che dedica due sale ai dipinti di Gaudenzi e soprattutto ai cartoni degli affreschi perduti del Castello dei Cavalieri di Rodi. Immagini potenti di donne forti e consapevoli, custodi della fatica del focolare. I curatori hanno adunato e restaurato, rastrellandoli dal mercato dell’arte o direttamente dagli eredi degli artisti, per costituire una sorta di pinacoteca di “disegni smisurati” per dimostrare l’alto livello dell’esercizio del disegnare nella prima metà del secolo scorso.

 

Per una singolare coincidenza, sempre a Roma, si inaugura alla Galleria Berardi   la mostra “Attilio Selva, Sergio Selva, dentro lo studio” curata da Manuel Carrera e Lisa Masolini.  Un accostamento e non un confronto fra le opere di padre e figlio. Le mogli di Selva e Gaudenzi erano sorelle e modelle e la loro famiglia, i Toppi, il prototipo di quella contaminazione di vita e di lavoro con gli artisti intorno alla quale Anticoli Corrado ha costruito la sua storia ed il suo mito.  

 

La mostra “Disegni smisurati del ’900 Italiano” al Casino dei Principi di Villa Torlonia fino al 6 maggio è stata promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali Zètema Progetto Cultura.

Nico Vascellari. L’italiano della performance art

Nico Vascellari, l’artista dalle mille sfaccettature, il più accreditato performer italiano, leader di gruppi musicale punk è a Roma con Bisca Vascellari, la sua nuova mostra evento.

Dal 21 febbraio al 21 marzo va in scena al Basement Roma la mostra personale di Nico Vascellari: Bisca Vascellari. L’evento però è iper esclusivo e si rivela in soli 5 appuntamenti serali, di questi i primi quattro sono riservati, su invito o prenotazione, a sole 33 persone, per l’ultimo invece c’è in serbo una sorpresa speciale.

Ma chi è Nico Vascellari?

Nico Vascellari è nato a Vittorio Veneto nel 1976 ed è stato eletto migliore performer artist italiano di sempre. Ad attribuirgli tale merito non un nome fra tanti ma IL nome. Marina Abramovic. Lei è la madrina della Performance Art e segue il lavoro di Vascellari dal 2005 quando presiedeva la giuria del concorso Internazionale della Performance, assegnandogli il primo premio per Nico & the Vascellaris. Si trattava della sua prima opera, un’opera corale per la quale Nico aveva coinvolto tutta la sua famiglia. In quell’occasione l’artista si era esibito improvvisando una canzone dal titolo “Hotel” ispirato alla frase che ogni genitore ha detto a proprio figlio: “questa casa non è un albergo”. La musica era eseguita dai familiari di Vascellari, la madre al basso, il padre alla batteria e la sorella alla chitarra. Durante la performance, Nico è al centro della scena, intorno a lui i membri della sua famiglia, i genitori, uno di fronte all’altro sostenevano una grande e pesante tavola di legno, mentre la sorella dietro di lui, teneva in mano una grande scritta al neon “Nico e the Vascellaris”. Un lavoro personale quanto autentico, l’intento era quello di partire dal personale per arrivare a un pensiero molto più generico e universale.

Quello fu solo l’inizio di una carriera di sperimentazione, innovazione ed esplorazione. A Great Circle, HYMN, Lago Morto, Jesus, I Hear a Shadow, Codalunga, tanto per fare qualche nome fino alla sua ultima Bisca Vascellari.  Un titolo, un intento. L’artista ricrea gli ambienti loschi, proibiti e clandestini di un club privato del gioco d’azzardo. Protagonista e complice di questa esperienza è ovviamente il pubblico, senza di esso l’opera non avrebbe infatti ragione di esistere. I partecipanti si ritrovano in una realtà parallela, una bisca a tutti gli effetti, i quali giochi (veri) sono ideati da Vascellari che prende le sembianze della tentazione, pizzicando le “debolezze” dei presenti, provocandoli ad abbandonarsi all’istinto, quello privo di regole, se non quelle del gioco. Fortuna e caso vincono su strategia e calcoli. Assoluto il divieto di comunicazione con il mondo reale, il mondo esterno, non si può utilizzare il cellulare, non si possono fare fotografie né video. L’esperienza è dunque riservata completamente ai partecipanti fisici i quali devono dedicarsi ad essa senza riserve.

Il linguaggio di Nico Vascellari ha un alfabeto personalissimo che si compone di elementi fondamentali: la performance, l’installazione, il video ma soprattutto la musica. Il suono lo esplora fin da giovanissimo, il suo percorso comincia proprio dalla musica, come leader di una punk band chiamata “With Love”. La musica però non ha fatto di lui un musicista quanto invece un attivista, gli ha dato modo di cantare le sue battaglie. Filo conduttore di moltissime sue opere è il senso di disagio che come fosse il testimone di una corsa a staffetta, Nico Vascellari trasmette allo spettatore per farlo proprio e saper andare oltre. La sua ricerca artistica è in continua evoluzione, è fatta di istinto ma anche di pensiero, di preparazione, disordinata solo apparentemente, segue invece un disegno ben preciso.

Nico Vascellari, poliedrico e provocatore è nel panorama artistico italiano contemporaneo una delle figure più interessanti e curiose. Non rimane che sperimentare la sua realtà con lui e misurarsi al suo tavolo da gioco. È vero, Bisca Vascellari è esclusivo ma rimangono ancora due date e tentar non nuoce.

 

INFO

Per prenotarsi alla Bisca Vascellari scrivere a hello@basementroma.com

 

Haec est civitas mea: le opere di giovani artisti dell’Accademia I.S. Glazunov di Mosca

Haec est civitas mea

Roma 3 marzo – 2 maggio 2018 – Monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano) –Sala Zanardelli

Dallo scorso sabato 3 marzo 2018 a Roma, per la prima volta in Italia, Haec est civitas mea, esposizione curata da Ivan Glazunov, Julija Glazunova delle prestigiose opere realizzate dagli allievi e diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv.

La mostra – organizzata dal Governo della Federazione Russa, il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, l’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, il Centro dei festival cinematografici e dei programmi internazionali, l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura “I.S. Glazunov”, la Fondazione Internazionale Accademia Arco e il Centro Studi sulle Arti della Russia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia promossa dal Polo Museale del Lazio – è il primo appuntamento del più ampio progetto culturale internazionale Stagioni Russe voluto dai Ministeri della Cultura di Russia e di Italia, un meraviglioso pretesto per rinnovare la tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti e per restituire un’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi nella Città eterna.

“Roma e l’Italia hanno avuto e in parte hanno un ruolo importante nella storia della cultura e dell’arte. Questa mostra è una dimostrazione del peso e della vitalità, dell’efficacia di questo ruolo. Sotto la gestione del Polo Museale del Lazio, il Vittoriano conferma la sua capacità di saper coniugare in termini originali e moderni quel che resta il suo mandato principale, la rappresentazione dell’identità nazionale italiana, nei valori originari di Libertà e Unità”.

 

(Edith Gabrielli, Direttrice del Polo Museale del Lazio)

 

L’esposizione presenta giovani pittori russi che hanno assimilato i principi della scuola accademica formatasi, nel XVIII secolo, sulla base della tradizione europea antica e rinascimentale. Con il linguaggio della pittura giovani artisti russi di talento raccontano pagine della propria storia, trasmettono la bellezza della natura nazionale, dipingono ritratti di personalità contemporanee. Le opere degli artisti dell’Accademia “I.S. Glazunov” sono il luminoso esempio di un grande magistero e della perpetuazione delle tradizioni artistiche nazionali più significative nell’ambito della cultura mondiale.

Si tratta di una delle prime iniziative nel contesto delle “Stagioni russe” in Italia, un progetto che nel corso del 2018 farà conoscere al pubblico italiano tutto ciò per cui la cultura russa è famosa: balletto, opera, teatro, pittura, cinema. Sono certo che l’esposizione «Haec est civitas mea» desterà vivo interesse tra gli abitanti e gli ospiti della Città eterna. I lavori presentati raccontano la vita popolare e la storia russa, talvolta s’ispirano a soggetti evangelici.  La storia della scuola pittorica russa è strettamente legata all’Italia. È qui che venivano, e continuano a venire, i nostri pittori, per studiare i migliori modelli artistici e perfezionare la propria maestria.

(Sergej Razov, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa)

IL PROGETTO

Non è un caso se, come titolo dell’esposizione, è stata scelta la frase latina «Haec est civitas mea»: nella storia russa i pittori italiani hanno avuto un ruolo quanto mai rilevante. Tradizionalmente nel XIX secolo i migliori diplomati dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, come stabilito dall’Imperatore in persona, venivano mandati in Italia per un lungo soggiorno, nel corso del quale godevano il privilegio di ricevere una speciale “pensione”, di viaggiare e creare, studiando i sublimi modelli dell’arte, dall’antichità ai tempi moderni. L’Italia divenne luogo di pellegrinaggio sui generis degli artisti russi, fondamento del forte e secolare legame culturale tra le nostre nazioni.

È una gioia particolare vedere ora lo sviluppo e la continuazione di questa interazione culturale. L’anno delle «Stagioni russe» in Italia è un meraviglioso pretesto per rinnovare l’insigne tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, per restituire l’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi, diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv, nella Città eterna.

Un elemento d’interesse dell’esposizione consiste nel fatto che questi pittori russi contemporanei portano avanti, sulla base della grande scuola greca e romana, a sua volta fondata su tradizioni più antiche, un tema nazionale, e che come all’epoca del Rinascimento italiano raccontano, con linguaggio classico, pagine della propria storia. Questo significa che nel mondo attuale le tradizioni del classico sono vive, e che tale rilettura riesce interessante a chi guarda. Siamo convinti che nell’artista del nostro tempo, educato al classico e già padrone dei rudimenti necessari, si perpetui lo spirito della nostra grande e comune civiltà artistica. E se Roma è il cuore dell’Italia, il cuore della vita artistica e culturale di Roma è il Vittoriano.

  

Quale gioia, nel vedere gli sguardi luminosi e i giovani volti ispirati di ragazze e ragazzi che vengono a studiare da noi dalle più remote città dell’immensa Russia. Arrivano a Mosca, accedono all’Accademia in virtù del loro talento, affrontando prove difficili, sostenendo esami, superando un concorso. Hanno la meravigliosa opportunità di copiare dai grandi maestri all’Ermitage e alla Galleria Tret’jakòv, e di fare pratica nelle antiche città russe, studiando le icone, gli affreschi, l’architettura. Sono persuaso che un artista non può intraprendere il proprio percorso creativo prima di aver varcato le soglie del classico. Sono sempre stato molto innamorato dell’Italia e dei suoi grandi artisti. Oggi, nel secolo XXI, il nostro compito è preservare e trasmettere ai giovani il retaggio della grande scuola europea di pittura, e io sono felice che i miei allievi si mettano, con abnegazione, al servizio di questo ideale.

Il’jà Glazunòv

 

L’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura

Nel 1987 l’eminente artista russo Il’jà Glazunòv è riuscito a fondare l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura nella storica sede moscovita dell’insigne Istituto di pittura, scultura e architettura di Mosca, del quale ha resuscitato le tradizioni. La convinzione che «gli studi sono le ali, senza le quali un artista non può innalzarsi fino alle vette dello spirito e della maestria», comune a Il’jà Glazunòv e ai suoi allievi, continuatori della tradizione della scuola russa, ha dato lo stimolo alla creazione di un’istituzione russa che, alla base del suo processo formativo, ha il metodo classico di educazione artistica. La presente esposizione è dedicata al trentennale dell’Accademia, e presenta opere pittoriche di diplomati di diverse annate, eseguite alla fine del corso di studi. Nelle varie facoltà dell’Accademia studiano più di quattrocento giovani: pittura, scultura, architettura, restauro e storia e critica d’arte, oltre alla cattedra, unica nel suo genere, di salvaguardia del retaggio culturale. Benché gli studenti sappiano lavorare in diversi generi e settori della pittura, in una fase precisa della loro formazione possono scegliere, in base alle aspirazioni, alle capacità e ai progetti creativi, a quale indirizzo riservare un’attenzione speciale: la classe di ritratto, di paesaggio o di pittura storico-religiosa. Nelle migliori accademie europee dei secoli passati, al primo posto stava l’insegnamento della composizione complessa con varie figure, su temi storici o religiosi. Per questo presso l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura è stato aperto un corso di pittura storico-religiosa, guidato da Ivàn Il’ìč Glazunòv, rettore pro tempore, titolare della cattedra di composizione, membro effettivo dell’Accademia russa di Belle Arti e pittore emerito della Federazione Russa. Ai giovani artisti s’insegna a restituire la viva plastica delle figure, le relazioni psicologiche tra i personaggi, la capacità di organizzare gli spazi e la perizia nella pittura en plein air. Gli studenti dipingono quadri su temi evangelici, su soggetti tratti dalla storia nazionale e universale, dalla mitologia e dalla vita quotidiana del popolo russo. La classe di paesaggio, a sua volta, perpetua le tradizioni del realismo, ricevute in eredità dall’esperienza ottocentesca. Esperienza insostituibile per gli aspiranti pittori rappresentano le escursioni di studio e pratica creativa, grazie alle quali gli studenti hanno la possibilità di perfezionare la propria tecnica in luoghi di particolare rilievo per la storia e la cultura russa. C’è poi la classe di ritratto, alla quale gli studenti accedono alla conclusione del terzo anno di corso. Qui si studiano i modelli di ritratto classico. Comprendere la forza di un’influenza prodotta dal sincretismo di virtuosità nel disegno, tecnica sopraffina e talento psicologico – imprescindibile prerogativa dell’artista – è condizione per il viatico al pittore principiante che si avventura negli spazi, complessi e seducenti, della ritrattistica. La maggior parte delle tele esposte sono lavori di diploma: si tratta dell’ultimo lavoro da studente e della prima opera creativa di un giovane artista. Il compito dell’accademia è di armonizzare, attraverso la pratica, i contenuti personali e una professionalità di alto profilo. Per tradizione, gli studenti dell’Accademia scelgono liberamente il soggetto del quadro di diploma. Il sesto anno di corso è interamente dedicato a questo lavoro. Si considera che a questo punto lo studente padroneggi in modo compiuto tecnica e metodi del lavoro dal vero, sia dal punto di vista della memorizzazione che da quello dell’inventiva. Il diplomando al sesto anno di studi si prepara a un percorso creativo autonomo. Indipendentemente da quale scelga, per ogni studente dell’Accademia il quadro di diploma è destinato a rimanere senz’altro una delle esperienze creative più rimarchevoli. Per la scuola classica russa di arte figurativa, gli antichi maestri europei sono sempre stati un punto di riferimento fondamentale. Gli Italiani in particolare. Proprio la scuola europea, a suo tempo, innescò in Russia la scuola pittorica accademica, destinata a divenire la scuola nazionale russa. Oggi nel paese l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura è famosissima. Esposizioni di lavori di studenti e diplomati dell’Accademia si svolgono regolarmente a Mosca, a Pietroburgo e in altre città. I talenti dell’Accademia sono richiesti in tutto il mondo, dal Vaticano e molti paesi europei fino agli Stati Uniti.

Le esposizioni dei nostri diplomati hanno grande successo in Russia e all’estero, e oggi io ho l’onore di presentare le loro opere a Roma, la Città eterna. È una gioia constatare che la nostra Accademia sia divenuta oggi il centro di tutela della scuola nazionale. I nostri professori e studenti condividono l’amore per la classicità, e come tutte le persone di talento sono originali e poliedrici. È bellissimo che giovani pittori, scultori e architetti contemporanei non abbiano smesso di vivere l’ispirazione sprigionata dal contatto con le grandi tradizioni della scuola classica e con le immagini della storia russa; ed è bellissimo che guardino al presente attraverso la tradizione.

(Ivan Glazunov, Rettore pro tempore dell’Accademia russa di pittura, scultura e architettura di Il’ja Glazunov)

 

Luoghi dell’antichità: Palazzo Massimo alle terme

Ho una passione per i luoghi. Soprattutto per quelli poco frequentati, un po’ nascosti, in cui ti accorgi proprio che si respira un’altra aria nel momento stesso in cui ne varchi la soglia. Vi sfido a prendere una metro affollata, scendere esasperati in una caotica Stazione Termini, cercare un modo per attraversare la strada incolumi ed entrare nel Palazzo Massimo alle Terme.

Si tratta di uno dei quattro poli del Museo Nazionale Romano (gli altri sono Palazzo Altemps, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano visitabili tutti con un unico biglietto, che non guasta affatto).

Quattro piani di storia pura: un’immersione nella realtà spazio-temporale della Roma antica lungo corridoi che espongono monete, ritratti, affreschi.
Al piano seminterrato una collezione numismatica affiancata da meravigliosi monili ed elementi di oreficeria recuperati da ricchi corredi funerari fanno sognare sugli usi e costumi dei Romani.
Al piano terra e al primo piano una carrellata di ritratti, ma anche una serie di opere scultoree di una bellezza mozzafiato, capolavori che popolavano le residenze imperiali e tantissime riproduzioni di celeberrime opere greche che diventano così facilmente accessibili anche per noi.
Infine al secondo piano si può sognare tra gli affreschi, gli stucchi e i mosaici che documentano il fasto delle prestigiose residenze romane. Un suggestivo allestimento ricompone gli ambienti della Villa di Livia a Prima Porta e della Villa della Farnesina nelle loro dimensioni originali.

Simbolo stesso del Palazzo Massimo, la bellezza della statua bronzea di un Pugile. La statua, rinvenuta a Roma sulle pendici occidentali del Quirinale, ritrae un pugile in riposo al termine di un incontro. Questo capolavoro è stato prevalentemente attribuito a uno scultore della tarda età ellenistica (II-I sec. a.C.) ispiratosi allo stile di Lisippo (IV sec. a.C.).
L’atleta, spossato, siede su una roccia con le gambe appena divaricate e il torso piegato in avanti; indossa ancora i pesanti guantoni in cuoio con inserti metallici e pellicciotto. Sul volto sono riconoscibili i segni dell’ultimo combattimento: le ferite sotto l’occhio destro e sul naso sanguinano copiosamente, le orecchie sono gonfie e tumefatte.

Impossibile poi non perdersi in un labirinto di fantasticherie alla vista degli affreschi provenienti dalla Villa della Farnesina e dalla Villa di Livia.

I primi, inconfondibili per l’uso del rosso pompeiano, provengono dalla  splendida residenza che fu scoperta in via della Lungara a Roma nel 1879 durante i lavori per la costruzione degli argini del Tevere. I resti della villa, che si affacciava scenograficamente sul Tevere, furono esplorati solo in parte e distrutti, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi, mosaici e stucchi, da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.
Nell’allestimento museale a Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie. Si è cercato di ricreare, per quanto possibile, la sequenza delle percezioni visive che si potevano avere in antico, percorrendo la lunga galleria del criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.


I secondi invece sono un esempio di  decorazione di tardo Secondo Stile pompeiano, il quale riproduce in modo sorprendentemente naturalistico una grande varietà di piante (tra cui l’alloro, il pino domestico, la quercia, l’abete rosso, la palma da datteri, il mirto, l’oleandro, il cipresso, alberi da frutta come il melograno e il melo cotogno) e di uccelli (tra cui merli, colombe, passeri, cardellini, rondini, usignoli, ghiandaie, capinere).
La visione idilliaca trasmette un messaggio di serenità e pace perfettamente in tema con quella che era l’ideologia augustea.

Il fascino della collezione è però accresciuto enormemente dal luogo stesso che la ospita.
Il palazzo fu infatti realizzato nel corso dell’ultimo ventennio dell’Ottocento in un sobrio stile neorinascimentale, in perfetto accordo con  lo stile dell’Ordine dei Gesuiti che l’aveva commissionato per realizzarvi un collegio (e collegio rimase fino al 1960).

Una passeggiata nel chiostro interno, tra le grandi statue che lo popolano, è un’esperienza da regalarsi. Nel silenzio che vige e nella calma che infonde, se non fosse per l’affaccio sui più antichi edifici della “Suburra” romana difficilmente ci si ricorderebbe di essere nel cuore caotico e pulsante di Roma.

The Disaster Artist: Un iconico trash d’autore

Divertente e dissacrante. Con «The Disaster Artist»,  James Franco ci mostra l’altra faccia del sogno americano.

Prendete la bacchetta magica e recitate con fermezza “Audentes fortuna iuvat!”. Fatto? Bene. Immagino che ora penserete che io sia impazzito del tutto. Sebbene quest’ipotesi non sia totalmente remota, mi duole comunicarvi che sono ancora sano di mente (almeno per il momento). L’espressione da me utilizzata, o meglio, il modo con il quale ho deciso di enunciarla, non è altro che l’esatta rappresentazione di ciò che avviene puntualmente nella mia testa quando incappo nei proverbi latini (tranquilli, mi è capitato solo un paio di volte in tutto l’arco della mia vita).

Comunque, accantonando le mie speranze di ricevere la letterina da Hogwarts, il detto “Audentes fortuna iuvat”, noto ai più come “la fortuna aiuta gli audaci” è, a mio avviso, una tra le migliori chiavi di lettura di cui potremmo disporre se volessimo comprendere a pieno il significato che si cela dietro l’espressione “The American Dream”.

Immagino che ora stiate pensando “ma come? Sei partito da un detto latino per arrivare a parlare del mito americano? Ma non si doveva parlare di cinema in questo articolo?”. Se questo è quello che avete pensato, per quanto il mio compito consista nel levarvi ogni dubbio, devo perlomeno convenire con voi che il volo pindarico da me creato è considerevole. Tuttavia, per quanto contorto vi possa sembrare, abbiate la pazienza di seguirmi nel seguente ragionamento.

Ebbene, se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese dove tutto è possibile, dove l’impegno e la determinazione vengono sempre ripagati, è altrettanto vero che essi sono anche il paese in cui solo chi è disposto a correre qualche rischio può sperare di farcela. Perché in America puoi anche essere l’Einstein della situazione ma se decidi di rimanere tutto il giorno spaparanzato sul divano, puoi anche scordarti la gloria. Lì la strada del successo appartiene solo a coloro che (oltre che di un bel conto in banca) dispongono di una certa dose di coraggio.

Insomma, se si vuole realmente “sfondare” nel nuovo continente bisogna dimostrare di possedere gli attributi. Soprattutto se si sceglie di farlo nel mondo dello show-business. E di questo ne sa qualcosa James Franco che con il suo The Disaster Artist (già vincitore di un Golden Globes e di un nomination ai prossimi Oscar) è riuscito a  trasformare un’idea folle in una trovata geniale. Tanto che potremmo dire che a Hollywood il motto vincente più che essere “la fortuna aiuta gli audaci” sia “la fortuna aiuta i folli”. Ma andiamo con ordine. Che cos’è e come nasce The Disaster Artist?

The Disaster Artist, uscito nelle sale italiane il 21 febbraio del 2018, è un film tratto dall’omonimo romanzo «The Disaster Artist: my life inside the Room, the Greatest Bad Movie Ever Made» il quale ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione di quel lungometraggio che risponde  al nome di: The Room. Se non ne avete mai sentito parlare state pure tranquilli, nessuno ve ne farà una colpa, anzi ritenetevi più che fortunati. Questo perché The Room senza ombra di dubbio è il film più brutto che sia mai stato realizzato. Non è un caso che la critica l’abbia definito come “Il Quarto Potere dei film brutti”.

Scritto, diretto ed interpretato dal quanto mai eccentrico Tommy Wiseau, la pellicola ruota attorno ad un tormentato triangolo amoroso tra il protagonista Johnny, la sua futura sposa Lisa e il suo migliore amico Mark. Se a questo punto vi state chiedendo se ciò che ha indignato il mondo della critica sia stato semplicemente la realizzazione dell’ennesimo film dalla trama stucchevole quanto banale, fidatevi di me quando vi dico che non sapete ancora di cosa sto parlando. Questo perché nei cento minuti di visioni offerti da The Room, lo spettatore più che vivere un dramma sentimentale, assiste ad uno spettacolo senza precedenti, che potremmo definire  “Fantozzianamente” come una «cagatapazzesca!» Se pensate che sia un giudizio troppo lapidario, il video che vi propongo qui sotto (dalla durata di poco più di 40 secondi) saprà levarvi ogni dubbio.

Come avrete avuto modo di constatare, ciò che è totalmente assente in The Room è il benché minimo talento recitativo. E credetemi, quel senso di smarrimento che avete provato dopo aver premuto play, non è causato dalla totale decontestualizzazione del video rispetto al resto della pellicola. Se non volete credermi, godetevi pure quest’altro piccolo estratto tratto dal film.

The Room è semplicemente questo. Un susseguirsi interminabile di dialoghi privi di qualsiasi logica, di battute banali e di scene al limite del grottesco. Non a caso è considerato per antonomasia come la massima espressione del cinema nonsense. Ciononostante, o forse proprio per questo, WiseauThe Room godono oggi di una popolarità incredibile. Una fama tanto inspiegabile quanto radicata, capace di spingere, nel 2015, il regista/attore James Franco a realizzare un film che raccontasse la genesi di questo “fallimentare successo mondiale”.

The Disaster Artist ripercorre quindi la vita di Tommy Wiseau alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, con l’aiuto del suo amico attore Greg Sestero, un film che mostri al mondo le proprie qualità artistiche. Insomma, quello proposto da James Franco è un esilarante spaccato di vita due uomini che sfidano la sorte per tentare di inseguire i propri sogni, andando contro tutto e tutti, perfino contro se stessi. Tuttavia è importante capire che The Disaster Artist non è né la presa in giro di The Room né tanto meno del suo creatore, tutt’altro. Si tratta di un omaggio al folle coraggio di quei due uomini che, stanchi e delusi di un Hollywood incapace di percepirli, decidono di rischiare tutto e di puntare solo su se stessi. “The American dream is still alive”.

A mio modesto parere la scelta di James Franco è vincente. Prendere il miglior film trash che esista e renderlo un prodotto unico. Ma ora basta con le chiacchiere inutili, fate largo a The Disaster Artist!