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Eugenia de Petra inaugura La Stanza, il nuovo spazio creativo a cura di Studio Pivot

La Stanza è il nuovo cuore creativo del rione Monti. A cura di Studio Pivot, ogni settimana accoglierà designer, curatori, artisti, fotografi e realtà indipendenti che svilupperanno al suo interno progetti speciali.

La prima esposizione che inaugura lo spazio è (Ir)regular lines di Eugenia de Petra. Con questo progetto le linee regolari delle immagini dell’artista fondono equilibrio visivo e razionalità prospettica, portando lo sguardo a percorrere una strada che ha un inizio e una fine, appunto regolari. Eugenia de Petra ha voluto concentrarsi sugli angoli che si creano grazie alla struttura architettonica e grazie alla sua inquadratura. Sono presenti linee che tagliano il cielo e accompagnano lo sguardo dell’osservatore a porsi domande sull’immagine in questione e chinando la testa verso destra o sinistra questi potranno lasciarsi trasportare dall’immaginazione. L’artista in questo modo riesce a mischiare realtà e razionalità architettonica con irrealtà data da un punto di vista inusuale. (Ir)regular Lines è frutto di un percorso artistico iniziato con il progetto Isole, “luoghi distanti, conchiusi e visti spesso da lontano” come li definisce l’artista nei quali la stessa si abbandona al fascino delle linee e delle forme della struttura.

La mostra sarà accessibile fino al 13 Giugno, dal 14 Giugno si potrà invece apprezzare Prove Remote di Andrea De Fusco che esporrà ne La stanza di Monti fino al 18 Giugno.

 

8-13 giugno – Eugenia de Petra w/ (Ir)regular Lines
14-18 giugno – Andrea De Fusco | Prove Remote
Info e orari: https://lastanzamonti.tumblr.com/
Per iscriversi alla mailing list: https://goo.gl/EA2wHs
Instagram: https://www.instagram.com/lastanzamonti/
Per avere informazioni sullo spazio: lastanza@studiopivot.it

La Stanza – Via Cimarra 57/a – Rione Monti

La figura e l’opera di Marc Chagall

La figura e l’opera di Marc Chagall

a cura di Giovanni Argan

Martedì 13 giugno dalle ore 17:00- presso l’Istituto di Cultura e Lingua Russa – Via Farini 62 – Roma

Evento riservato agli studenti dell’Istituto di Cultura e Lingua Russa

In occasione del 130° anniversario della nascita di Marc Chagall,  Istituto di Cultura e Lingua Russa presenta i tratti salienti della sua opera e della sua figura che ha attraversato la storia dell’arte del novecento.

Giovanni Argan, giovane critico d’arte specializzato nella pittura russa, curerà il commento e l’analisi dell’artista.

Aurore, il vernissage organizzato da CultRise

A partire dall’8 giugno 2017 presso la galleria The Popping Club a Roma a via Baccina 84 a Roma, nei pressi di una ex sottostazione dell’Atac verrà presentata “Aurore” la nuova mostra organizzata dall’associazione CultRise.

IL VERNISSAGE

L’aurora è un istante inafferrabile di una metamorfosi. Non appartiene né al giorno né alla notte ed è proprio in questo suo essere indefinita che ci preannuncia una rinascita.

La mostra Aurore ci porta attraverso un susseguirsi di queste rinascite, traghettando il visitatore in una oscillante esperienza tra discesa e ascesa.

Negli spazi del Popping Club di via Baccina 84, aperti per la prima volta al pubblico nella loro interezza, cinque artisti, come demiurghi, fanno venire alla luce una pluralità di mondi. Spazi, Installazioni fisiche e multimediali, sculture e dipinti sprigionano la propria forza simbolica e producono una trasformazione nel visitatore. Se ognuna di queste opere fossero uno sguardo dietro il velo della realtà, tutte insieme raccontano i passi di una traversata mitologica.

Si tratta di un percorso artistico esperienziale, che con il proposito di annullare le distanze tra arte, spazio espositivo, artisti e visitatori, vedrà alternarsi installazioni architettoniche, sculture, installazioni pittoriche e opere audiovisive.
Gli artisti, che hanno lavorato assieme per oltre tre mesi nello spazio per realizzare opere e allestimenti site specific, danno vita a cinque diverse atmosfere fuse assieme, ognuna delle quale si presenta come tappe di un’unico viaggio iniziatico per il visitatore.

Così l’installazione Spring/Horizon di James Hillman sfrutta la compressione spaziale e il tamburellare ancestrale dell’acqua per guidarci verso una iniziazione, spingendoci in un mondo interiore. La luce gialla solare ci attira dentro Declinazione del Liminale di Eugenio Carrabba. Attorno a noi una serie di sculture vive sono sospese prima del tempo, in uno spazio dominato dal vuoto in cui il visitatore ha davanti a sé qualsiasi scelta. Una di queste scelte è la sala pittorica di Giulia Mangoni. Qui si viene travolti da una molteplicità opprimente di forme di vita, in cui infinite individualità ci sussurrano una unità. Lasciandoci alle spalle le forme, simboli e sostanze andiamo incontro al mondo umano. Lucrezia de Fazio lo racconta con suoni e immagini inafferrabili che ci suggeriscono la carnalità e la perversione del nostro essere effimero. Nell’ultima ascesa ci avviciniamo alle opere di Gianfranco Toso: un’ambizione muta, ultraterrena e assoluta dalla quale non possiamo che riscendere per affrontare nuovamente il ciclo infinito di questo limbo incerto

Ognuno di questi artisti fa emergere, con un gesto intimo e titanico, un istante di presente in cui storie personali di vita passate e future collassano per farsi universali. Aurore è un susseguirsi di opere in grado di cristallizzare l’istante in cui ombre indefinite mutano in figure.

Il buio, la luce, i colori e le forme dell’Aurora sono simboli che si rincorrono durante il percorso. Simboli che annunciano l’apertura di un portale attraverso il quale ci innalziamo al di sopra dello spirito di gravità. Questo costante movimento sia fisico che emotivo risveglia alcuni meccanismi interiori. Nuovi paradigmi di una nuova mitologia in cui il visitatore può immergersi.

GLI ARTISTI

James Hillman – Spring/Horizon (2017)
Il suo processo ciclico di sovrapposizione di strati materici, naturali e di interferenze umane è un’esplorazione di territori fra l’astratto e il simbolico. Nella installazione proposta Hillman cerca di solidificare la linea che divide il mondo sotterraneo con quello etereo, presentando un portale che esercita forza centripeta sul visitatore spingendolo dentro di sé, obbligandolo all’attenzione e al coraggio.

Eugenio Carabba – Declinazioni del Liminale (2017)
Una composizione di sculture e interventi site-specific sono immerse in un mare acido, giallo e senza tempo. Un brodo primordiale in cui un interminabile istante si è cristallizzato. Forme, oggetti e infinite direzioni occupano il vuoto senza riuscire ad impossessarsene. Una radura in cui il concreto e l’intangibile convivono ancora, prima che qualsiasi scelta venga fatta.

Giulia Mangoni – Out of Darkness (2017)
Un elaborato processo di stratificazioni dà origine a ripetuti smembramenti e rinascite della forma. Una serie di morfologie e archetipi si manifestano sulla superficie dell’inconscio. Attraverso tentativi, errori e le specie dominanti di questi esperimenti, si inizia il racconto delle infinite pluralità di forme di vita che ci spogliano della nostra individualità.

Lucrezia De Fazio – When it’s Three in the Morning (2017)
Video Installation. Screen, projection mapping, sound.
Il suo lavoro affonda le radici nella trasformazione della materia, nella relazione tra organico e inorganico. Un incontro tra le forme plastiche e gli aspetti più intangibili della luce per dare vita ad una nuova forma, essenziale e conflittuale.

Gianfranco Toso – Fuga, ferro nero, 2016 – Senza Titolo, china su carta, 2014 (x4)
Le sue opere occupano gli spazi più alti e luminosi della mostra, sono forme di misura della terra e, attraverso lo strumento di una geometria intuitiva, di contemplazione del trascendentale. Non immediatamente percepibili ai sensi se non mediante un processo di conoscenza interiore, tali forme abitano lo spazio, trasformandolo in una officina platonica in cui si forgiano immagini di un mondo ideale.

CultRise

Un ecosistema di giovani talenti, artisti e menti creative che vivono l’arte e la creazione come necessità quotidiana. Dal luglio 2014 promuove e rappresenta l’arte e la cultura, offrendo questo ecosistema al servizio di aziende e istituzioni, curando la creazione, la gestione e la produzione di progetti artistico-culturali.
Nel 2015, CultRise insieme alla 999 Contemporany realizza la mostra The Pitiless Gaze of Hysterical Realism e collabora alla trasformazione di un intero lotto a Tor Marancia durante Big City Life. In favore di UNICEF CultRise è stato promotore e organizzatore del progetto Bring Back Those Colours, esponendo tra gli altri al MAXXI, all’Expo 2016 e al Crac di Lamezia Terme. Dalla fine del 2016 una prolifica attività di produzione artistica ha visto prender vita con cinque mostre di arte contemporanea tra Roma e Milano, il progetto Digital Unconscious presentato alla XXI Triennale di Milano e un intervento di design per la riconversione dello spazio EduLab del MAXXI.

 

Artfutura: se il vostro futuro è il 2008

L’arte contemporanea non è un pranzo di gala. L’aveva ben capito Alberto Sordi quando, nell’episodio “Le vacanze intelligenti” del film “Dove vai in vacanza?”, passando di fronte ad un critico che spiegava l’opera Muro di Mauro Staccioli diceva sconsolato: “spiega le cose che noi non potemo capì”.

Si fa per ridere, ma solo un po’. Perché che per godere dell’arte contemporanea ci sia bisogno di un livello di astrazione e di concettualizzazione maggiore rispetto all’arte classica è probabilmente vero. Così, non essendo un esperto di arte, prima di andare a vedere una mostra contemporanea cerco qualche informazione sull’autore, mi documento sui temi che affronta, cerco qualche chiave interpretativa per prepararmi alle opere che vedrò. Ma quando ho saputo che all’ex Dogana di Roma sarebbe stata allestita la mostra “Artfutura – Digital Creatures”, ho deciso di fare uno strappo alla regola. In fondo non sono un esperto d’arte, ma nel mondo digitale mi oriento più che bene. La prospettiva di godere di “sculture cinetiche che creano olografie galleggianti, campi magnetici che generano forme di ferrofluido dinamiche, esperienze audiovisive immersive in cui sperimentare proiezioni virtuali sconosciute” – come recita la descrizione sul sito dell’evento – mi entusiasmava. Ero pronto a godere di tutte le forme espressive della contemporaneità, pensavo con entusiasmo crescente a realtà aumentata, interazione fisica e simulata, intelligenza artificiale, robotica… e invece no! No, perché digitale è una di quelle parole che ingloba qualunque cosa, dall’orologio digitale anni ’70 ai computer quantistici, e se da una mostra del genere non era lecito aspettarsi i secondo, non mi aspettavo certo di trovare i primi. Capiamoci: non è certamente un’esposizione di vecchi Casio, ma rispetto alla promessa di sperimentare esperienze audiovisive immersive e proiezioni virtuali sconosciute la realtà della mostra è stata ben poca cosa.

L’inizio è stato in realtà promettente: una sala ben allestita con l’installazione Spinning Cosmos di Paul Friedlander che, pur nella sua semplicità realizzativa (che a dir la verità ha ben poco a che fare con il digitale anche in senso esteso) porta delle suggestioni percettive interessanti. Certo, non è una grande novità: nonostante il sito di Artfutura riporti che l’installazione “è stata prodotta esclusivamente per questa mostra”, Friedlander aveva portato l’opera in una versione piuttosto simile già all’Artfutura del 2012 a Montevideo. Ma questo non può certo essere un parametro di giudizio di una mostra, pensavo mentre osservavo i rotatori muovere le opere illuminate dalle luci cromostrobiche. Il dubbio che la mostra non fosse forse quello che mi aspettavo ha iniziato a cogliermi nel secondo hangar, in cui sono esposte le opere di Can Buyukberber. Mentre sedevo di fronte ad un’imponente proiezione dell’opera Morphogenesis, facendo scorrere lo sguardo da una parte all’altra della parete non riuscivo a non pensare: possibile che un’opera simile non sia stata pensata per la realtà virtuale? Come dicevo: non sono un esperto d’arte, ma so usare Google. Basta una rapida ricerca e si scopre che la stessa installazione montata a San Francisco godeva anche di un largo uso di VR. A Roma la realtà aumentata non c’è, ma una delle tre installazioni di Buyukberber implementa un Kinect per proiettare la sagoma del visitatore su uno schermo con un’animazione in loop: non è esattamente il livello di interazione che speravo ma è certamente un avanzamento! Nella sala successiva, dedicata ad Esteban Diàcono, ho capito che le mie aspettative sarebbero state certamente deluse: sei schermi ripetono in loop le animazioni che il motion graphics designer posta su Instagram. Affascinanti e un po’ disturbanti, certo, ma certamente non immersive, non dinamiche sicuramente non sconosciute. Certamente più divertenti le installazioni in ferrofluido di Sachiko Kodama, già note dal 2008, che però, anche in questo caso, non hanno nessuna delle caratteristiche promesse dall’evento. L’opera più interessante dell’esposizione è forse quella di Chico MacMurtrie, Organic Arches: una sequenza di archi gonfiabili che attraverso cambiamenti di pressione affrontano cambiamenti morfologici dall’apparenza organica. L’ultima grande sala, Screens of future, di Universal Everything è un’opera tautologica, almeno a metà: una serie di schermi con proiezioni video in riproduzione continua. Peccato che più che il futuro, rappresentino un presente quantomeno consolidato: edifici che cambiano colore, che cambiano il proprio rivestimento, una forma libera che cambia colore. Il centro della sala è un piccolo cinema sul cui schermo passano, come prima di un film in un cinema qualsiasi, dei corti di animazione. Lo confesso, non li ho visti tutti. Non li ho visti tutti perché, arrabbiato un po’ con me e un po’ con il curatore – Montxo Algora – mi sono diretto verso l’uscita cercando di metabolizzare la delusione. Ero arrabbiato con me stesso per non aver fatto quello che faccio di solito: guardare gli autori e capire di cosa si trattasse. Ero arrabbiato con il curatore perché la descrizione dell’evento e le promesse sull’esperienza sono state totalmente disattese. Ma voglio essere chiaro: opere di motion graphics e proiezioni video sono forme di espressione artistica interessanti e piacevoli. Ma perché promettere livelli di sperimentazione ed immersione che non rispondono alla realtà della mostra? Per una volta, ad una mostra che aspettavo con ansia, mi sono sentito come Alberto Sordi che cammina disinteressato davanti a Staccioli. Che ve devo dì, so cose che non potemo capì.

P.S. Parlando dell’abilità di utilizzare Google: se cercate Artfutura su Google immagini troverete molte foto, alcune delle quali utilizzate per pubblicizzare l’evento (non dalla pagina ufficiale però, questo sia chiaro). Ecco sappiate che molte di quelle foto non hanno a che vedere con l’esposizione all’ex Dogana. E ancora una volta so’ cose che non potemo capì.

STANZE D’ARTISTA E MUSEI COMUNALI

Talvolta, l’era della comunicazione e della popolarità social mi turba.

Si può aver tanto da dire ma non volerlo dire per forza a tutti da una pagina Facebook? Si può essere un po’ timidi ed esclusivi, di nicchia, riservati, senza foto profilo da migliaia di like scattata a un grande evento?

Si può essere un museo comunale di Roma senza grandi campagne di marketing e non essere necessariamente considerati come una povera Cenerentola?

Si può, ad esempio, essere Galleria d’Arte Moderna di Roma; sorella non affatto minore della Galleria Nazionale ma anzi custode esclusiva di oltre tremila opere esposte a rotazione. Come già la Galleria Nazionale, la Galleria d’Arte Moderna di Roma ospita capolavori italiani del diciannovesimo e ventesimo secolo e, in più, raccoglie testimonianze uniche dei maggiori rappresentanti del  fermento artistico capitolino come lo sono stati i pittori dei XXV della Campagna Romana e quelli appartenuti al movimento della Scuola Romana.

Anche il luogo è notevole, un ex monastero di clausura a due passi da Trinità dei Monti prima appartenuto all’ordine delle Carmelitane Scalze; nel corso del recupero dell’edificio è stato preservato il chiostro interno, angolo di bellezza e pace nel cuore della città.

Oltre alla già ricca collezione permanente, dal 14 aprile è inoltre possibile apprezzare nomi della portata di Mario Sironi, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Ardengo Soffici, Fausto Pirandello nello speciale allestimento della mostra Stanze d’Artista. Capolavori del ‘900 italiano.

Ad ogni artista è stato dedicato uno spazio esclusivo, un piccolo viaggio nei loro colori e nei loro pensieri, dal momento che le opere sono completate da estratti dei loro scritti, siano essi diari lettere o interventi critici. Quale migliore aiuto alla comprensione della produzione artistica della contestualizzazione e commento in qualche modo “originale” dagli artisti stessi? La parola è data direttamente alla fonte creativa.

Sono Stanze in cui rivivono interi mondi poetici grazie ai capolavori della Galleria d’Arte Moderna e altri provenienti da prestigiose raccolte private, circa sessanta opere di scultura, pittura, grafica tra le quali vengono valorizzati, per la prima volta, i dipinti di Massimo Campigli (Le spose dei marinai, 1934), di Ardengo Soffici (Campi e colline, 1925; Marzo burrascoso, 1926-27) e di Ottone Rosai (Paese, 1923), rispettando così il criterio della rotazione delle opere, adottato dalla Galleria d’Arte Moderna fin dalla sua riapertura nel 2011, che permette di scoprire ogni volta parti importanti del suo vasto patrimonio artistico.

In particolare Campi e colline di Soffici è una testimonianza eccezionale di questo artista, un’opera che permette di vedere espresso il suo proverbiale anticonformismo rispetto ai suoi tempi e di osservare quanto davvero abbia messo in atto, nelle sue opere, gli insegnamenti di quello che lui ha considerato suo principale maestro: Cézanne.

Negli scorsi mesi sono stati prodotti i dati sugli ottimi risultati ottenuti dai musei italiani, tuttavia è impossibile negare che sono numerosissimi i siti museali romani messi un po’ in ombra dai grandi nomi e delle grandi operazioni pubblicitarie a cui si affidano istituzioni culturali particolarmente frequentate e amate.

Sarà probabilmente una regola di mercato difficilmente aggirabile, ma per chi si nutre di solo amore per l’arte e cultura, basti sapere che anche dove non ci sono hashtag popolari e inaugurazioni con red carpet si custodiscono grandi patrimoni.

 

Il Fuorisalone, tutto quello che succede fuori da salone del mobile

 

“Il Design è uno Stato a sé. E Milano è la sua capitale”, ecco il motto dell’edizione 2017 del Salone del Mobile di Milano.

La fiera di Rho si trasforma nel più grande palcoscenico di design al mondo e la città di Milano la accompagna con performance, mostre ed eventi creati ad hoc per tutte le persone che giungono da ogni dove.

Decine e decine di eventi d’arte e design nel Fuorisalone http://fuorisalone.it/2017/ che

non va inteso come un evento fieristico, non ha un’organizzazione centrale e non è gestito da un singolo organo istituzionale: è nato spontaneamente nei primi anni ’80 dalla volontà di aziende attive nel settore dell’arredamento e del design industriale. Attualmente vede un’espansione a molti settori affini, tra cui automotive, tecnologia, telecomunicazioni, arte, moda e food. . Il design approcciandosi ad altri settori, uscendo dai suoi spazi ufficiali, diventa accessibile a tutti grazie all’utilizzo di strumenti e servizi studiati su misura.

Per Fuorisalone si intende l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano che avvengono in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile.

Oggi è l’ultimo giorno di una sei giorni che ha visto organizzarsi e prender vita 1498 iniziative divise su 13 percorsi distribuiti in diversi settori, dal design all’arte.

Tra gli altri eventi da non perdere c’è l’ Isola Design District. All’ombra del vosco verticale è la novità assoluta del FuoriSalone 2017, un progetto di marketing territoriale dove sono coinvolte oltre ai designer le attività commerciali, gli artigiani e i ristoranti della zona. The Essential Taste of Design è invece l’evento, che si svolge nel Castello Ovest di piazza Venezia, sviluppato intorno al tema del cibo in collaborazione con Matteo Ragni Studio ed Essent’ial. In mostra progetti legati al pane, taglieri d’autore e posate per la tavola. Il circuito propone anche un percorso food&wine e un tour gratuito dei aplazzi liberty dell’area.

Il Moleskine Movin Ideas è l’iniziativa che vede la presentazione di uno zaino concepito da Bradley Theodore insieme a Moleskine. Bradley Theodore è uno street artist di origini caraibiche basato a New York. E’ attratto e ispirato dal mondo della moda, famoso per il suo progetto di street art dedicato a due icone della moda: Anna Wintour e Karl Lagerfeld. I volti dei suoi personaggi, trasformati in amabili e cortesi teschi, scheletrici e variopinti, sono ritratti con pennellate rapide che disegnano linee apparentemente imprecise, di sapore vagamente espressionista, dove a predominare sono i colori e le combinazioni di tinte pastello.

Bradley Theodore

Claudio Luti, Ceo di Kartell definisce il Fuorisalone “un evento che abbraccia l’intera città, trasformandola in una vetrina dove la condivisione con la realtà metropolitana permette anche la contaminazione con altri mondi”. Dunque Arte, Moda e Food accompagnano i percorsi della cultura milanese nel Fuorisalone, l’evento nell’evento più atteso del design.

 

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. La mostra al museo dell’Ara Pacis

Primo secolo a.C., la Repubblica romana è nel periodo di maggiore espansione della sua storia e Spartaco è uno dei suoi protagonisti. Originario della Tracia, soldato dell’esercito romano in Macedonia, poi ridotto in schiavitù perché disertore, fuggì nel 73 a.C. e nell’arco di pochissimo tempo riuscì a raccogliere attorno a sé migliaia di schiavi fuggitivi. Nello stesso anno fu a capo della rivolta contro Roma diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori.

La mostra allestita al Museo dell’Ara Pacis dal 31 marzo al 17 settembre, porta il nome del condottiero e il racconto si articola partendo proprio dalla grande rivolta da lui guidata tra il 73 e il 71 a.C.

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma realizzata da un team di archeologi, scenografi, registi e architetti, con la curatela scientifica di Claudio Parise Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e la regia visiva e sonora di Roberto Andò, è un vero e proprio viaggio, reperto dopo reperto, circa 250, più una selezione di fotografie e installazioni audio e video, in cui lo spettatore viene accompagnato, alla riscoperta del più grande sistema schiavistico della storia. Le opere sono inserite in un racconto che si snoda attraverso 11 sezioni che riportano, una dopo l’altra, in vita suoni, voci e ambientazioni del contesto storico. Un’intera economia quella della Roma antica basata sullo sfruttamento di una “merce” cara e redditizia quanto deperibile: l’essere umano. La società, l’economia e l’organizzazione dell’antica Roma non avrebbero potuto raggiungere traguardi tanto avanzati senza lo sfruttamento pianificato delle capacità e della forza lavoro di milioni di individui privi di libertà, diritti e proprietà. Basti pensare che stime recenti hanno calcolato la presenza tra i 6 e i 10 milioni di schiavi su una popolazione di 50/60 milioni di individui.

Il percorso si chiude con il contributo fornito dalla ILO, International Labour Organization, Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite nei temi del lavoro e della politica sociale, impegnata nell’eliminazione del lavoro forzato e altre forme di schiavitù legate al mondo del lavoro.

Le sezioni

– Vincitori e vinti, in cui si racconta l’età delle conquiste e la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di vinti in ogni campagna militare;

Il sangue di Spartaco, ossia la sconfitta a opera delle legioni di Crasso dei circa 70.000 ribelli guidati, appunto, da Spartaco;

Mercato degli schiavi, fiorente in tutto il Mediterraneo e presente nella stessa Roma;

Schiavi domestici evidenzia il privilegio, rispetto agli addetti ai lavori pesanti, di chi condivideva quotidianamente la vita negli spazi domestici;

Schiavi nei campi, si tratta dell’agricoltura, contesto sicuramente più svantaggiato, per la fatica quotidiana, la presenza di un sorvegliante plenipotenziario e a volte per l’uso delle catene nei campi;

Schiavitù femminile e sfruttamento sessuale, per le quali la prostituzione era così frequente da renderne necessaria la proibizione per legge;

Mestieri da schiavi  alcuni dei quali conferivano ulteriore marchio di infamia, come le prostitute, i gladiatori, gli aurighi e gli attori;

Schiavi bambini, del cui impiego nell’economia domestica padronale restano molte testimonianze archeologiche;

– Schiavi nelle cave e miniere, descrive la condizione di lavoro e di vita cui erano costretti coloro che rifornivano di marmi e metalli preziosi la capitale e gli altri centri dell’impero;

Una strada verso la libertà, dedicata alla manumissio, vera e propria occasione offerta dal diritto romano agli schiavi più meritevoli e a quelli che erano riusciti, arricchendosi, a comprare la propria libertà;

Schiavitù e religione, esplora il rapporto della schiavitù con alcuni aspetti del culto ufficiale romano.

Curatore/i

Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini con Lucia Spagnuolo

Catalogo

De Luca Editore

Tipologia

Archeologia

 

INFO

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma

Museo dell’Ara Pacis. Lungotevere in Augusta, Roma

31 marzo – 17 settembre 2017

Tutti i giorni dalle ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Twitter: @museiincomune

Biglietto “solo mostra”: intero € 11, ridotto € 9; speciale scuola ad alunno € 4 (ingresso gratuito a un docente accompagnatore ogni 10 alunni); speciale Famiglie € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per non residenti a Roma: intero € 17, ridotto € 13

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per residenti a Roma: intero € 16, ridotto € 12

 

TIME IS OUT OF JOINT – SE IL TEMPO È UNA CONVENZIONE

Da anni la Galleria Nazionale (d’Arte Moderna e Contemporanea) rappresenta per me un luogo rifugio, uno di quei posti in cui chiudersi quando si ha un impellente bisogno di bellezza , quando si ha un urgente desiderio di circondarsi di opere d’arte dal valore impareggiabile.  Salire quelle scale e trovarsi nella Storia dell’Arte, percorrere con calma e sicurezza i due secoli di colori che vestono pareti calde, rosso e oro.

Poi, a seguito di sei mesi di lavori, lo scorso ottobre apre una nuova versione della Galleria e già dalle scale Cristina Collu, nuovo direttore, avvisa che è successo qualcosa al tempo, al mondo, alla natura che erano custoditi dentro: qualcosa si è scardinato, si è sconnesso. Pare che, citando Shakespeare, Time is out of joint.

Non c’è più ordine cronologico, né questo è stato sostituito da alcun approccio che segua la logica di un tema specifico o che raccolga insieme le opere di un movimento artistico o di un autore. Insomma, non c’è ordine alcuno.

Pioggia di critiche.

Il fatto che la Galleria abbia abbandonato il criterio cronologico, in qualche modo didattico, sembra aver destabilizzato molti, mandando in cortocircuito quanti avevano bisogno di collocare le opere nel tempo e nello spazio (Ottocento, Novecento, movimenti, scuole, Italia, non Italia…) per poterle apprezzare appieno.

L’accusa principale è quella di aver lasciato i visitatori orfani di qualsiasi guida storico artistica, abbandonandoli in balia del soggettivismo proprio e di quello della direttrice della Galleria.

Due membri del comitato scientifico si sono dimessi per protestare contro questo nuovo allestimento che decontestualizza le opere dalla loro storia e dalla loro genesi a vantaggio di un risultato meramente scenografico. Inaccettabile che nessuno studente di storia dell’arte potrà in futuro consultare la Galleria Nazionale come un libro di testo.

Ecco allora, forse, il punto vero della disputa: cos’è un museo, cosa vorremmo che fosse?

Un museo è un luogo morto, cristallizzato e ossidato nel tempo delle opere che ospita? O è piuttosto un luogo qui e ora, per chi vive e ne gode qui e oggi?

E chi è il pubblico destinatario di un museo monumentale (per struttura e contenuti) come la Galleria Nazionale, i soliti accademici e gli aspiranti tali, il gruppo di coloro che vivono del pensiero critico e speculativo sull’Arte? O invece il pubblico generico comune che dell’Arte vuole solo godere, allargando certo così i propri orizzonti culturali, ma soprattutto nutrendosi delle emozioni che l’arte e la bellezza sole possono donare?

Personalmente, dopo aver salito nuovamente quei gradini che mi avvisavano con onestà che in questo momento alla Galleria time is out of joint, ho trovato un luogo nuovo, molto lontano da quel mio vecchio luogo rifugio ma più bello, semplicemente, senza altre contorte definizioni.

E per me che ricordavo a memoria la disposizione di quasi tutte le opere, è stato affascinante affidarmi a questo nuovo percorso che consente di guardare cose note con occhio nuovo, da una prospettiva nuova, in un contesto nuovo.

È vero, forse uno spettatore non può approcciarsi consapevolmente a questa versione della Galleria se è completamente digiuno di Storia dell’Arte. Ma forse questo può essere anche più stimolante di un museo che accompagna didascalicamente per mano. Il contenuto della Galleria Nazionale, unica galleria d’arte moderna e contemporanea in Italia, rimane di eccezionale ed esclusivo valore comunque lo si disponga.
È  vero che c’è un forte fattore soggettivo dietro l’apprezzamento o la bocciatura di questo allestimento, ma citando proprio Cristina Collu “non penso affatto che coltivare delle “emozioni” sia qualcosa che eroda o svilisca il ruolo educativo del museo, al contrario ritengo che le emozioni possano trasformarsi in un input capace di stimolare lo spettatore ad una ricerca personale”.

Andate ad emozionarvi, a cercarvi e a trovarvi. Prima che il tempo torni a scorrere regolare alla Galleria Nazionale.

I superdirettori dell’arte italiana

Daniela Porro al Museo nazionale romano; Simone Verde al Complesso monumentale della Pilotta a Parma; Filippo Maria Gambari al Museo della Civiltà di Roma; Valentino Nizzo al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma; Andreina Contessa al Museo storico e il Parco del Castello di Miramare a Trieste; Adele Campanelli al Parco archeologico dei Campi Flegrei a Napoli; Rita Paris al Parco archeologico dell’Appia antica a Roma; Francesco Sirano al Parco archeologico di Ercolano a Napoli; Fabrizio Delussu prima nominato al Parco Archeologico di Ostia è stato recentemente sostituito; Andrea Bruciati a Villa Adriana e Villa d’Este a Tivoli, forse la scelta più discussa nel panorama.

Andrea Bruciati

Questi sono tutti i nomi dei nuovi superdirettori del Mibact. Sei dei nuovi direttori sono archeologi e quattro storici dell’arte, mentre sei, tre funzionari e tre dirigenti, provengono dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Si tratta della seconda fase della riforma Franceschini avviata tre anni fa, che come tutte le riforme è stata accompagnata da numerose polemiche. La diatriba si è accesa un mese fa all’indomani delle nomine, ma dopo quattro settimane ancora non sembra essersi placata. Su tutte come anticipato, la nomina di Andrea Bruciati, curatore e storico dell’arte già direttore di ArtVerona, esperto anzi super esperto nel suo campo, pochino in quello dell’archeologia, dove altrettanti grandi nomi erano in lizza per ricoprire quel ruolo.

C’è chi definisce questa scelta interessante, ma c’è anche chi dice che forse, una volta organizzate due mostre ed utilizzate Villa d’Este e Villa Adriana come gallerie a cielo aperto, Bruciati non saprà più come gestire il suo mandato.

Triste pensare che due siti archeologici di così grande importanza e attrazione vengano ridotti a mera destinazione di gita scolastica, quando potrebbero rendere, 100, 1000 volte di più. E allora senza far troppa polemica ci si augura che le nomine di Franceschini e del suo presidente di commissione Paolo Baratta siano azzeccate e che l’azzardo di collocare un esperto di arte contemporanea alla guida di uno dei siti archeologici più importanti del mondo sia la scelta più giusta.

Il tutto si inserisce in un momento felice per Musei e Parchi Archeologici. Il varo della Legge sull’Art Bonus, le presenze nei nostri spazi e luoghi di pregio ne sono prova.

Ai posteri, quindi, l’ardua sentenza.

 

 

 

AgNO3 @ Lab 174

“COLOR IS DESCRIPTIVE, BLACK AND WHITE IS INTERPRETIVE” (cit. E. Erwitt)

presso Lab.174 – via Pietro Borsieri 14, 00195 Roma

Inaugurazione:  sabato 4 marzo dalle 18:30
DOMENICA 5 MARZO: dalle 15:00 alle 18:00
DAL 6 AL 10 MARZO: dalle 16:00 alle 19:30

[ ingresso gratuito ]

Lab 174 vi invita alla seconda edizione di AgNO3, mostra di fotografia in bianco e nero che ha l’intento di far conoscere nuove realtà legate al mondo dello scatto in analogico della scena romana e internazionale.
Per l’occasione esporranno sette artisti, molti dei quali mai in mostra al Lab 174 con sette nuovi progetti e sette storie da raccontare.

ARTISTI IN MOSTRA:
Alejandra Arzola
Lucia Caputo
Giorgio Coen Cagli-Photographer
Michele Daniele
Elena Lasala
Filippo Romano Valtore
Francesca Zonars