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Haec est civitas mea: le opere di giovani artisti dell’Accademia I.S. Glazunov di Mosca

Haec est civitas mea

Roma 3 marzo – 2 maggio 2018 – Monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano) –Sala Zanardelli

Dallo scorso sabato 3 marzo 2018 a Roma, per la prima volta in Italia, Haec est civitas mea, esposizione curata da Ivan Glazunov, Julija Glazunova delle prestigiose opere realizzate dagli allievi e diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv.

La mostra – organizzata dal Governo della Federazione Russa, il Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, l’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, il Centro dei festival cinematografici e dei programmi internazionali, l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura “I.S. Glazunov”, la Fondazione Internazionale Accademia Arco e il Centro Studi sulle Arti della Russia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia promossa dal Polo Museale del Lazio – è il primo appuntamento del più ampio progetto culturale internazionale Stagioni Russe voluto dai Ministeri della Cultura di Russia e di Italia, un meraviglioso pretesto per rinnovare la tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti e per restituire un’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi nella Città eterna.

“Roma e l’Italia hanno avuto e in parte hanno un ruolo importante nella storia della cultura e dell’arte. Questa mostra è una dimostrazione del peso e della vitalità, dell’efficacia di questo ruolo. Sotto la gestione del Polo Museale del Lazio, il Vittoriano conferma la sua capacità di saper coniugare in termini originali e moderni quel che resta il suo mandato principale, la rappresentazione dell’identità nazionale italiana, nei valori originari di Libertà e Unità”.

 

(Edith Gabrielli, Direttrice del Polo Museale del Lazio)

 

L’esposizione presenta giovani pittori russi che hanno assimilato i principi della scuola accademica formatasi, nel XVIII secolo, sulla base della tradizione europea antica e rinascimentale. Con il linguaggio della pittura giovani artisti russi di talento raccontano pagine della propria storia, trasmettono la bellezza della natura nazionale, dipingono ritratti di personalità contemporanee. Le opere degli artisti dell’Accademia “I.S. Glazunov” sono il luminoso esempio di un grande magistero e della perpetuazione delle tradizioni artistiche nazionali più significative nell’ambito della cultura mondiale.

Si tratta di una delle prime iniziative nel contesto delle “Stagioni russe” in Italia, un progetto che nel corso del 2018 farà conoscere al pubblico italiano tutto ciò per cui la cultura russa è famosa: balletto, opera, teatro, pittura, cinema. Sono certo che l’esposizione «Haec est civitas mea» desterà vivo interesse tra gli abitanti e gli ospiti della Città eterna. I lavori presentati raccontano la vita popolare e la storia russa, talvolta s’ispirano a soggetti evangelici.  La storia della scuola pittorica russa è strettamente legata all’Italia. È qui che venivano, e continuano a venire, i nostri pittori, per studiare i migliori modelli artistici e perfezionare la propria maestria.

(Sergej Razov, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa)

IL PROGETTO

Non è un caso se, come titolo dell’esposizione, è stata scelta la frase latina «Haec est civitas mea»: nella storia russa i pittori italiani hanno avuto un ruolo quanto mai rilevante. Tradizionalmente nel XIX secolo i migliori diplomati dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, come stabilito dall’Imperatore in persona, venivano mandati in Italia per un lungo soggiorno, nel corso del quale godevano il privilegio di ricevere una speciale “pensione”, di viaggiare e creare, studiando i sublimi modelli dell’arte, dall’antichità ai tempi moderni. L’Italia divenne luogo di pellegrinaggio sui generis degli artisti russi, fondamento del forte e secolare legame culturale tra le nostre nazioni.

È una gioia particolare vedere ora lo sviluppo e la continuazione di questa interazione culturale. L’anno delle «Stagioni russe» in Italia è un meraviglioso pretesto per rinnovare l’insigne tradizione dell’Imperiale Accademia di Belle Arti, per restituire l’esperienza accumulata nel tempo, presentando giovani artisti di oggi, diplomati dell’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura di Il’jà Glazunòv, nella Città eterna.

Un elemento d’interesse dell’esposizione consiste nel fatto che questi pittori russi contemporanei portano avanti, sulla base della grande scuola greca e romana, a sua volta fondata su tradizioni più antiche, un tema nazionale, e che come all’epoca del Rinascimento italiano raccontano, con linguaggio classico, pagine della propria storia. Questo significa che nel mondo attuale le tradizioni del classico sono vive, e che tale rilettura riesce interessante a chi guarda. Siamo convinti che nell’artista del nostro tempo, educato al classico e già padrone dei rudimenti necessari, si perpetui lo spirito della nostra grande e comune civiltà artistica. E se Roma è il cuore dell’Italia, il cuore della vita artistica e culturale di Roma è il Vittoriano.

  

Quale gioia, nel vedere gli sguardi luminosi e i giovani volti ispirati di ragazze e ragazzi che vengono a studiare da noi dalle più remote città dell’immensa Russia. Arrivano a Mosca, accedono all’Accademia in virtù del loro talento, affrontando prove difficili, sostenendo esami, superando un concorso. Hanno la meravigliosa opportunità di copiare dai grandi maestri all’Ermitage e alla Galleria Tret’jakòv, e di fare pratica nelle antiche città russe, studiando le icone, gli affreschi, l’architettura. Sono persuaso che un artista non può intraprendere il proprio percorso creativo prima di aver varcato le soglie del classico. Sono sempre stato molto innamorato dell’Italia e dei suoi grandi artisti. Oggi, nel secolo XXI, il nostro compito è preservare e trasmettere ai giovani il retaggio della grande scuola europea di pittura, e io sono felice che i miei allievi si mettano, con abnegazione, al servizio di questo ideale.

Il’jà Glazunòv

 

L’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura

Nel 1987 l’eminente artista russo Il’jà Glazunòv è riuscito a fondare l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura nella storica sede moscovita dell’insigne Istituto di pittura, scultura e architettura di Mosca, del quale ha resuscitato le tradizioni. La convinzione che «gli studi sono le ali, senza le quali un artista non può innalzarsi fino alle vette dello spirito e della maestria», comune a Il’jà Glazunòv e ai suoi allievi, continuatori della tradizione della scuola russa, ha dato lo stimolo alla creazione di un’istituzione russa che, alla base del suo processo formativo, ha il metodo classico di educazione artistica. La presente esposizione è dedicata al trentennale dell’Accademia, e presenta opere pittoriche di diplomati di diverse annate, eseguite alla fine del corso di studi. Nelle varie facoltà dell’Accademia studiano più di quattrocento giovani: pittura, scultura, architettura, restauro e storia e critica d’arte, oltre alla cattedra, unica nel suo genere, di salvaguardia del retaggio culturale. Benché gli studenti sappiano lavorare in diversi generi e settori della pittura, in una fase precisa della loro formazione possono scegliere, in base alle aspirazioni, alle capacità e ai progetti creativi, a quale indirizzo riservare un’attenzione speciale: la classe di ritratto, di paesaggio o di pittura storico-religiosa. Nelle migliori accademie europee dei secoli passati, al primo posto stava l’insegnamento della composizione complessa con varie figure, su temi storici o religiosi. Per questo presso l’Accademia russa di pittura, scultura e architettura è stato aperto un corso di pittura storico-religiosa, guidato da Ivàn Il’ìč Glazunòv, rettore pro tempore, titolare della cattedra di composizione, membro effettivo dell’Accademia russa di Belle Arti e pittore emerito della Federazione Russa. Ai giovani artisti s’insegna a restituire la viva plastica delle figure, le relazioni psicologiche tra i personaggi, la capacità di organizzare gli spazi e la perizia nella pittura en plein air. Gli studenti dipingono quadri su temi evangelici, su soggetti tratti dalla storia nazionale e universale, dalla mitologia e dalla vita quotidiana del popolo russo. La classe di paesaggio, a sua volta, perpetua le tradizioni del realismo, ricevute in eredità dall’esperienza ottocentesca. Esperienza insostituibile per gli aspiranti pittori rappresentano le escursioni di studio e pratica creativa, grazie alle quali gli studenti hanno la possibilità di perfezionare la propria tecnica in luoghi di particolare rilievo per la storia e la cultura russa. C’è poi la classe di ritratto, alla quale gli studenti accedono alla conclusione del terzo anno di corso. Qui si studiano i modelli di ritratto classico. Comprendere la forza di un’influenza prodotta dal sincretismo di virtuosità nel disegno, tecnica sopraffina e talento psicologico – imprescindibile prerogativa dell’artista – è condizione per il viatico al pittore principiante che si avventura negli spazi, complessi e seducenti, della ritrattistica. La maggior parte delle tele esposte sono lavori di diploma: si tratta dell’ultimo lavoro da studente e della prima opera creativa di un giovane artista. Il compito dell’accademia è di armonizzare, attraverso la pratica, i contenuti personali e una professionalità di alto profilo. Per tradizione, gli studenti dell’Accademia scelgono liberamente il soggetto del quadro di diploma. Il sesto anno di corso è interamente dedicato a questo lavoro. Si considera che a questo punto lo studente padroneggi in modo compiuto tecnica e metodi del lavoro dal vero, sia dal punto di vista della memorizzazione che da quello dell’inventiva. Il diplomando al sesto anno di studi si prepara a un percorso creativo autonomo. Indipendentemente da quale scelga, per ogni studente dell’Accademia il quadro di diploma è destinato a rimanere senz’altro una delle esperienze creative più rimarchevoli. Per la scuola classica russa di arte figurativa, gli antichi maestri europei sono sempre stati un punto di riferimento fondamentale. Gli Italiani in particolare. Proprio la scuola europea, a suo tempo, innescò in Russia la scuola pittorica accademica, destinata a divenire la scuola nazionale russa. Oggi nel paese l’Accademia Russa di pittura, scultura e architettura è famosissima. Esposizioni di lavori di studenti e diplomati dell’Accademia si svolgono regolarmente a Mosca, a Pietroburgo e in altre città. I talenti dell’Accademia sono richiesti in tutto il mondo, dal Vaticano e molti paesi europei fino agli Stati Uniti.

Le esposizioni dei nostri diplomati hanno grande successo in Russia e all’estero, e oggi io ho l’onore di presentare le loro opere a Roma, la Città eterna. È una gioia constatare che la nostra Accademia sia divenuta oggi il centro di tutela della scuola nazionale. I nostri professori e studenti condividono l’amore per la classicità, e come tutte le persone di talento sono originali e poliedrici. È bellissimo che giovani pittori, scultori e architetti contemporanei non abbiano smesso di vivere l’ispirazione sprigionata dal contatto con le grandi tradizioni della scuola classica e con le immagini della storia russa; ed è bellissimo che guardino al presente attraverso la tradizione.

(Ivan Glazunov, Rettore pro tempore dell’Accademia russa di pittura, scultura e architettura di Il’ja Glazunov)

 

Luoghi dell’antichità: Palazzo Massimo alle terme

Ho una passione per i luoghi. Soprattutto per quelli poco frequentati, un po’ nascosti, in cui ti accorgi proprio che si respira un’altra aria nel momento stesso in cui ne varchi la soglia. Vi sfido a prendere una metro affollata, scendere esasperati in una caotica Stazione Termini, cercare un modo per attraversare la strada incolumi ed entrare nel Palazzo Massimo alle Terme.

Si tratta di uno dei quattro poli del Museo Nazionale Romano (gli altri sono Palazzo Altemps, Crypta Balbi e Terme di Diocleziano visitabili tutti con un unico biglietto, che non guasta affatto).

Quattro piani di storia pura: un’immersione nella realtà spazio-temporale della Roma antica lungo corridoi che espongono monete, ritratti, affreschi.
Al piano seminterrato una collezione numismatica affiancata da meravigliosi monili ed elementi di oreficeria recuperati da ricchi corredi funerari fanno sognare sugli usi e costumi dei Romani.
Al piano terra e al primo piano una carrellata di ritratti, ma anche una serie di opere scultoree di una bellezza mozzafiato, capolavori che popolavano le residenze imperiali e tantissime riproduzioni di celeberrime opere greche che diventano così facilmente accessibili anche per noi.
Infine al secondo piano si può sognare tra gli affreschi, gli stucchi e i mosaici che documentano il fasto delle prestigiose residenze romane. Un suggestivo allestimento ricompone gli ambienti della Villa di Livia a Prima Porta e della Villa della Farnesina nelle loro dimensioni originali.

Simbolo stesso del Palazzo Massimo, la bellezza della statua bronzea di un Pugile. La statua, rinvenuta a Roma sulle pendici occidentali del Quirinale, ritrae un pugile in riposo al termine di un incontro. Questo capolavoro è stato prevalentemente attribuito a uno scultore della tarda età ellenistica (II-I sec. a.C.) ispiratosi allo stile di Lisippo (IV sec. a.C.).
L’atleta, spossato, siede su una roccia con le gambe appena divaricate e il torso piegato in avanti; indossa ancora i pesanti guantoni in cuoio con inserti metallici e pellicciotto. Sul volto sono riconoscibili i segni dell’ultimo combattimento: le ferite sotto l’occhio destro e sul naso sanguinano copiosamente, le orecchie sono gonfie e tumefatte.

Impossibile poi non perdersi in un labirinto di fantasticherie alla vista degli affreschi provenienti dalla Villa della Farnesina e dalla Villa di Livia.

I primi, inconfondibili per l’uso del rosso pompeiano, provengono dalla  splendida residenza che fu scoperta in via della Lungara a Roma nel 1879 durante i lavori per la costruzione degli argini del Tevere. I resti della villa, che si affacciava scenograficamente sul Tevere, furono esplorati solo in parte e distrutti, ma l’elevata qualità delle decorazioni impose il recupero di affreschi, mosaici e stucchi, da allora conservati nel Museo Nazionale Romano.
Nell’allestimento museale a Palazzo Massimo le decorazioni asportate sono state ricomposte all’interno di stanze ricostruite nelle dimensioni originarie. Si è cercato di ricreare, per quanto possibile, la sequenza delle percezioni visive che si potevano avere in antico, percorrendo la lunga galleria del criptoportico fino al giardino, dove si affacciavano il triclinio invernale e due cubicoli dalle pareti rosso cinabro, per poi raggiungere, attraverso un altro corridoio, un terzo cubicolo.


I secondi invece sono un esempio di  decorazione di tardo Secondo Stile pompeiano, il quale riproduce in modo sorprendentemente naturalistico una grande varietà di piante (tra cui l’alloro, il pino domestico, la quercia, l’abete rosso, la palma da datteri, il mirto, l’oleandro, il cipresso, alberi da frutta come il melograno e il melo cotogno) e di uccelli (tra cui merli, colombe, passeri, cardellini, rondini, usignoli, ghiandaie, capinere).
La visione idilliaca trasmette un messaggio di serenità e pace perfettamente in tema con quella che era l’ideologia augustea.

Il fascino della collezione è però accresciuto enormemente dal luogo stesso che la ospita.
Il palazzo fu infatti realizzato nel corso dell’ultimo ventennio dell’Ottocento in un sobrio stile neorinascimentale, in perfetto accordo con  lo stile dell’Ordine dei Gesuiti che l’aveva commissionato per realizzarvi un collegio (e collegio rimase fino al 1960).

Una passeggiata nel chiostro interno, tra le grandi statue che lo popolano, è un’esperienza da regalarsi. Nel silenzio che vige e nella calma che infonde, se non fosse per l’affaccio sui più antichi edifici della “Suburra” romana difficilmente ci si ricorderebbe di essere nel cuore caotico e pulsante di Roma.

The Disaster Artist: Un iconico trash d’autore

Divertente e dissacrante. Con «The Disaster Artist»,  James Franco ci mostra l’altra faccia del sogno americano.

Prendete la bacchetta magica e recitate con fermezza “Audentes fortuna iuvat!”. Fatto? Bene. Immagino che ora penserete che io sia impazzito del tutto. Sebbene quest’ipotesi non sia totalmente remota, mi duole comunicarvi che sono ancora sano di mente (almeno per il momento). L’espressione da me utilizzata, o meglio, il modo con il quale ho deciso di enunciarla, non è altro che l’esatta rappresentazione di ciò che avviene puntualmente nella mia testa quando incappo nei proverbi latini (tranquilli, mi è capitato solo un paio di volte in tutto l’arco della mia vita).

Comunque, accantonando le mie speranze di ricevere la letterina da Hogwarts, il detto “Audentes fortuna iuvat”, noto ai più come “la fortuna aiuta gli audaci” è, a mio avviso, una tra le migliori chiavi di lettura di cui potremmo disporre se volessimo comprendere a pieno il significato che si cela dietro l’espressione “The American Dream”.

Immagino che ora stiate pensando “ma come? Sei partito da un detto latino per arrivare a parlare del mito americano? Ma non si doveva parlare di cinema in questo articolo?”. Se questo è quello che avete pensato, per quanto il mio compito consista nel levarvi ogni dubbio, devo perlomeno convenire con voi che il volo pindarico da me creato è considerevole. Tuttavia, per quanto contorto vi possa sembrare, abbiate la pazienza di seguirmi nel seguente ragionamento.

Ebbene, se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese dove tutto è possibile, dove l’impegno e la determinazione vengono sempre ripagati, è altrettanto vero che essi sono anche il paese in cui solo chi è disposto a correre qualche rischio può sperare di farcela. Perché in America puoi anche essere l’Einstein della situazione ma se decidi di rimanere tutto il giorno spaparanzato sul divano, puoi anche scordarti la gloria. Lì la strada del successo appartiene solo a coloro che (oltre che di un bel conto in banca) dispongono di una certa dose di coraggio.

Insomma, se si vuole realmente “sfondare” nel nuovo continente bisogna dimostrare di possedere gli attributi. Soprattutto se si sceglie di farlo nel mondo dello show-business. E di questo ne sa qualcosa James Franco che con il suo The Disaster Artist (già vincitore di un Golden Globes e di un nomination ai prossimi Oscar) è riuscito a  trasformare un’idea folle in una trovata geniale. Tanto che potremmo dire che a Hollywood il motto vincente più che essere “la fortuna aiuta gli audaci” sia “la fortuna aiuta i folli”. Ma andiamo con ordine. Che cos’è e come nasce The Disaster Artist?

The Disaster Artist, uscito nelle sale italiane il 21 febbraio del 2018, è un film tratto dall’omonimo romanzo «The Disaster Artist: my life inside the Room, the Greatest Bad Movie Ever Made» il quale ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione di quel lungometraggio che risponde  al nome di: The Room. Se non ne avete mai sentito parlare state pure tranquilli, nessuno ve ne farà una colpa, anzi ritenetevi più che fortunati. Questo perché The Room senza ombra di dubbio è il film più brutto che sia mai stato realizzato. Non è un caso che la critica l’abbia definito come “Il Quarto Potere dei film brutti”.

Scritto, diretto ed interpretato dal quanto mai eccentrico Tommy Wiseau, la pellicola ruota attorno ad un tormentato triangolo amoroso tra il protagonista Johnny, la sua futura sposa Lisa e il suo migliore amico Mark. Se a questo punto vi state chiedendo se ciò che ha indignato il mondo della critica sia stato semplicemente la realizzazione dell’ennesimo film dalla trama stucchevole quanto banale, fidatevi di me quando vi dico che non sapete ancora di cosa sto parlando. Questo perché nei cento minuti di visioni offerti da The Room, lo spettatore più che vivere un dramma sentimentale, assiste ad uno spettacolo senza precedenti, che potremmo definire  “Fantozzianamente” come una «cagatapazzesca!» Se pensate che sia un giudizio troppo lapidario, il video che vi propongo qui sotto (dalla durata di poco più di 40 secondi) saprà levarvi ogni dubbio.

Come avrete avuto modo di constatare, ciò che è totalmente assente in The Room è il benché minimo talento recitativo. E credetemi, quel senso di smarrimento che avete provato dopo aver premuto play, non è causato dalla totale decontestualizzazione del video rispetto al resto della pellicola. Se non volete credermi, godetevi pure quest’altro piccolo estratto tratto dal film.

The Room è semplicemente questo. Un susseguirsi interminabile di dialoghi privi di qualsiasi logica, di battute banali e di scene al limite del grottesco. Non a caso è considerato per antonomasia come la massima espressione del cinema nonsense. Ciononostante, o forse proprio per questo, WiseauThe Room godono oggi di una popolarità incredibile. Una fama tanto inspiegabile quanto radicata, capace di spingere, nel 2015, il regista/attore James Franco a realizzare un film che raccontasse la genesi di questo “fallimentare successo mondiale”.

The Disaster Artist ripercorre quindi la vita di Tommy Wiseau alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, con l’aiuto del suo amico attore Greg Sestero, un film che mostri al mondo le proprie qualità artistiche. Insomma, quello proposto da James Franco è un esilarante spaccato di vita due uomini che sfidano la sorte per tentare di inseguire i propri sogni, andando contro tutto e tutti, perfino contro se stessi. Tuttavia è importante capire che The Disaster Artist non è né la presa in giro di The Room né tanto meno del suo creatore, tutt’altro. Si tratta di un omaggio al folle coraggio di quei due uomini che, stanchi e delusi di un Hollywood incapace di percepirli, decidono di rischiare tutto e di puntare solo su se stessi. “The American dream is still alive”.

A mio modesto parere la scelta di James Franco è vincente. Prendere il miglior film trash che esista e renderlo un prodotto unico. Ma ora basta con le chiacchiere inutili, fate largo a The Disaster Artist!

Addio Ciao ciao Auf Wiedersehen Googbye – serata di chiusura di Lab.174

Serata di chiusura di Lab.174 – Via Pietro Borsieri 14

Venerdì 2 marzo a partire dalle 19:00 andrà in scena la serata di chiusura del Lab.174, un laboratorio artistico che ha ospitato artisti di tutti gli ambiti e di tutte le carature e dove anche noi di Polinice abbiamo deciso di organizzare una conferenza su un tema attuale e strettamente legato a varie forme artistiche

Un luogo non solo di esibizione dei maggiori ed emergenti artisti nel panorama capitolina, ma anche uno spazio di incontro, riflessione e confronto.

Da domani questo spazio assumerà una veste nuova, ma la chiusura di Lab. 174 avverrà in grande stile: per celebrare lo spazio culturale a Lab.174 torneranno, per l’ultima volta, tutti i più importanti artisti che sono entrati in contatto con il Laboratorio per esporre ancora una volta i propri lavori.

Una serata con più di 30 artisti, ma anche con i compagni di viaggio e gli amici di un centro culturale che ora prenderà altre strade per un ultimo brindisi di saluti.

L’ultima mostra per celebrare un luogo che è stato più di una semplice galleria, ma un posto di ritrovo per una comunità di amici e di slancio per nuovi artisti e progetti connessi.

Link all’evento: Addio Ciao ciao Auf Wiedersehen Googbye

Il recupero dei beni abbandonati tramite l’arte: il Forgotten Project

Storia, abbandono ed arte di recupero: sono queste le peculiarità su cui si muove il Forgotten Project, il progetto che mira a recuperare gli edifici abbandonati e “dimenticati”, facendoli riscoprire attraverso l’arte.

Nato nel 2015 quasi per gioco, il progetto è progressivamente cresciuto, alimentandosi anche del particolare contesto storico in cui è venuto alla luce: difatti il connubio arte-abbandono è oramai particolarmente inflazionato, recentemente molto in voga per motivare (o giustificare?) attività che altrimenti rientrerebbero nell’illegalità e sarebbero (o almeno dovrebbero essere) rifiutate e combattute.

Così la storia di un bene viene utilizzata per conseguire un proprio fine, in cui la fruizione pubblica non può che esser lo specchietto delle allodole dietro cui nascondere l’interesse privato.

Ma Forgotten Project è ben altro: gli edifici dismessi divengono oggetto di un’operazione di street art. Un intervento esteriore ma che mira a muovere le coscienze delle persone: il cuore dell’attività non è la sola manifestazione artistica in sé e per sé, ma l’edificio su cui effettuato, volendo creare una riflessione sull’aspetto edilizio-urbanistica della città.

Per questo nella prima edizione erano stati prescelti i principali luoghi sociali di aggregazione, sia lavorativa che più prettamente ludica: così, cinema chiusi e mercati rionali, ma anche ex-fabbriche oramai dismesse o stazioni in stato di abbandono, sono diventati la tela per una nuova rinascita in una nuova veste di fruibilità comunicativa.

Alla commistione tra architettura ed arte figurativa si è voluta sommare l’ulteriore congiunzione tra diverse realtà artistiche: per effettuare tali interventi sono stati chiamati 5 artisti portoghesi: così Daniel Eime si è occupato del Mercato Guido Reni, Bordalo II è intervenuto alla Stazione San Pietro, Frederico Draw ha dato una nuova veste alla ex fabbrica Mira-Lanza, mentre Add Fuel ha dedicato la sua arte all’Ex-Siar, mentre ±MAISMENOS± si è interessato dei cinema abbandonati del Metropolitan, Pasquino e Troisi, situati in luoghi nevralgici della città.

Il connubio tra esperienze artistiche differenti caratterizzerà anche la seconda edizione del progetto che partirà a marzo di quest’anno: per l’occasione alcuni dei più importanti street artist del Regno Unito interverranno su edifici scolastici e sportivi, nonché strutture ospedaliere e teatri in situazioni critiche. Dalla terra madre della street art arriveranno Dan Kitchener, Lucy McLauchlan, My Dog Sighs e Phlegm.

Da una prima fase dedicata più prettamente alle realtà socializzanti Forgotten Project ha quindi deciso ora di concentrarsi sui luoghi di formazione e di cura, fisica e mentale, inaugurando questo nuovo ciclo di interventi con l’intervento di My Dog Sighs sul Nuovo Regina Margherita della ASL Roma 1.

Tale opera di arte urbana avverrà il 17 Marzo, e per l’occasione la Forgotten Project realizzerà a Roma, da un’idea dello stesso artista britannico, il primo Free Art Friday: un evento durante il quale gli artisti, che possono liberamente aderire all’iniziativa mediante un apposito form, lasceranno delle opere a Trastevere che i visitatori potranno portar via gratuitamente.

Oltre a ciò gli ideatori hanno in mente di realizzare varie ulteriori attività per permettere la riscoperta del territorio romano: con il patrocinio dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale e della Regione Lazio, nonché grazie al supporto della Casa dell’Architettura di Roma e della British Embassy of Rome e British Council e puntando sul ruolo primario dei vari municipi sostenitori, nel corso del periodo di interventi urbani verranno organizzati tour, urban game, e anche aperitivi- incontri con gli artisti coinvolti.

Il progetto urbano Forgotten è quindi molto di più che una semplice manifestazione artistica: porre in risalto le criticità di edifici spesso situati in zone centrali e densamente frequentati della Capitale che per diverse ragioni di carattere sociale, edilizio ed urbanistico risultano abbandonate o in stato di degrado, perdendo la loro originaria funzione ed importanza e finendo così nel dimenticatoio.

L’arte come recupero della memoria storica della città e riscoperta di ciò che è stato, che ci ha portato ad essere come si è ora, per conoscere la nostra storia e riflettere sui possibili scenari futuri.

Nel leitmotiv della necessità di ridestinare dei beni alla loro originaria funzione alla luce dell’odierna architettura delle città moderne, invase da edifici abbandonati e dimenticati, oramai analizzati approfonditamente e spesso in primo piano nei dibattiti pubblici, Forgotten Project è tra i pochi esempi, che cerchiamo sempre di documentare nella nostra rivista, che mostra un’effettiva coscienza della necessità di fare qualcosa di concreto per invertire la rotta di questi derelitti edilizi e ridestare l’interesse popolare in veste positiva e costruttiva.

Per ulteriori info sul Forgotten Project, sugli interventi e sulle varie ulteriori attività in programma:

http://www.forgottenproject.it/it/

Habemus hominem – Jago e la scultura moderna

Michelangelo 2.0. Un blocco di marmo da cui far nascere un’immagine, con la sola forza di martello e scalpello, con la sola delicatezza delle mani e della pietra pomice.
Jago, lo sculture; Jacopo Cardillo, trentenne di Frosinone. Un artista che parla di tempi moderni con il linguaggio della tradizione.

Il Museo Carlo Bilotti di Roma ospita le sue opere in una mostra intitolata alla sua scultura Habemus Hominem – Il Papa è nudo. From Benedetto XVI to Ratzinger.

Quanti artisti della tradizione culturale italiana hanno rappresentato e ritratto i Papi: le nostre gallerie d’arte custodiscono un patrimonio di pontefici.  Allo stesso modo un giovanissimo scultore ha immortalato nel 2009 Papa Benedetto XVI in un ritratto in marmo bianco. Poi però nel 2013 Joseph Ratzinger si è dimesso dal suo ruolo ed è qui che l’opera di Jago ha preso davvero vita, diventando umana, seguendo da vicino la trasformazione stessa dell’uomo. Ha perso centimetri di marmo ma ha acquistato uno spessore artistico unico.

“Nel 2009 ho realizzato un ritratto di Benedetto XVI, nel 2016 l’ho distrutto per svelare l’Uomo dietro il personaggio. Con Habemus Hominem ho lavorato su me stesso in un modo del tutto nuovo. Distruggere un’opera in favore di una nuova immagine della stessa ha voluto dire per me andare oltre l’attaccamento e l’identificazione con l’oggetto della mia stessa creazione.”

La prima versione dell’opera, Habemus Papam, era un ritratto molto formale del Pontefice;  tuttavia il Vaticano rifiutò il dono per via della scelta stilistica di Jago di lasciare vuote le cavità degli occhi. Nel 2013 Jago espose la scultura alla sua prima e personale e, ironia della sorte, proprio il giorno di chiusura dell’allestimento Benedetto XVI chiuse il suo pontificato.

Jago spogliò il Papa per farlo tornare uomo, riempì gli occhi e Habemus Papam divenne infine Habemus Hominem.

Tra le altre opere in mostra, una in particolare ha una potenza espressiva dirompente.

Un “banale” cuore, nella sua rappresentazione anatomica. “ Muscolo minerale” è il suo titolo. Gli effetti sonori dell’allestimento fanno pulsare davvero questo organo lucente al centro di un sasso di marmo grezzo. Da dove deriva questa pulsazione sa dirlo bene solo l’artista. “Qualche anno prima, durante una visita alla galleria d’arte moderna di Roma assieme alla Storica dell’Arte Prof.ssa Maria Teresa Benedetti, all’entrata rimasi colpito da una scultura di donna ricavata da un grande blocco di marmo. Osservandola mi resi conto che alla sua base la superficie era semplicemente sgrossata, e fu allora che mi venne in mente il suono prodotto dal martello che colpisce lo scalpello producendo un ritmo uguale a quello di una pulsazione cardiaca, un leggero colpo di assestamento seguito da un deciso colpo di rottura. Muscolo Minerale sarebbe nato da un sasso di marmo recuperato nel greto del fiume Serra e già utilizzato per una precedente scultura, che successivamente avrei distrutto in favore di un cuore di pietra che mi pareva di aver visto e sentito al suo interno.”

E per un artista il cui cuore batte qui e ora, nel contemporaneo, è possibile non toccare temi delicati che a questa epoca appartengono?  Due opere di riflessione sui tempi  di oggi, Facelock ed Excalibur. Un bambino chino sul telefono e pressato sempre più dalla morsa del social network più famoso hanno fatto guadagnare al giovane scultore un po’ di critiche, dovute al fatto che lui stesso promuove spesso la sua arte attraverso i social. E onestamente questa reazione critica potrebbe spingere alla riflessione più dell’opera stessa: utilizzare uno strumento comunicativo significa per forza doverne accettare anche le storture e le esagerazioni, significa dover autoimporsi una limitazione della propria libertà di pensiero?

“Se commentare negativamente un oggetto che utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se nel lo fai? Se evidenziare il lato negativo di una cosa che tu stesso utilizzi ti rende ipocrita, cosa sei se non lo fai?”

La guerra, la violenza, sono invece all’origine di una moderna Excalibur, un terribile Kalashnikov nella roccia. I tempi che cambiano e le armi che si adeguano. Mancando gli eroi, che nessun Re Artù riesca a tirare fuori dal marmo quello strumento di morte.

Questo percorso a tutto tondo si sviluppa all’interno di un luogo che merita di essere raccontato.

Il Museo Carlo Bilotti sorge all’interno di quella che era l’Aranciera di Villa Borghese, un piccolo edificio che ha sperimentato numerosi cambiamenti nell’arco dei secoli. Era presente nell’area già prima della realizzazione di Villa Borghese; quando poi sorse la Villa, a fine Settecento Marcantonio Borghese lo fece ampliare e decorare dagli artisti di maggiore fama dell’epoca, facendo diventare l’edificio il luogo chiave della zona della Villa caratterizzata dalla presenza del pittoresco Giardino del Lago. Si trattava, però, di un periodo glorioso destinato a breve vita a causa dei disastrosi cannoneggiamenti subiti durante gli scontri che portarono alla caduta della Repubblica Romana nel 1849. Ridotto in ruderi e ricostruito molto liberamente e senza più tracce del ricchissimo apparato decorativo, fu adibito ad Aranciera, ricovero invernale dei vasi di agrumi. Nel 1903, all’epoca del passaggio di Villa Borghese al Comune di Roma, era sede di uffici e abitazioni; ospitò quindi un istituto religioso e successivamente, dal 1982, uffici comunali.

Nel 2006 è stato riaperto al pubblico nella veste di Museo Comunale e, oltre a mostre temporanea, ospita una collezione permanente di opere donate da  Giorgio de Chirico a Andy Warhol, da Larry Rivers a Gino Severini fino a Giacomo Manzù.

Come ogni piccolo gioiello della nostra cultura, da esplorare (gratuitamente grazie al circuito Musei in Comune) per lasciarsi incantare da un inaspettato Ninfeo  nascosto.

 

Loving Vincent: il genio oltre la follia

Non è né un romanzo né una mostra. Loving Vincent è un omaggio cinematografico alla bellezza.

Anche l’occhio meno esperto sa riconoscere un van Gogh. Le tele del pittore olandese godono di fama mondiale. I paesaggi di campagna, le notti stellate, le composizioni floreali, i ritratti e gli autoritratti fanno tutti parte dell’immaginario collettivo. Insomma, si può dire che chiunque conosce van Gogh. Ma è veramente così?

Già il fatto che sbagliamo la pronuncia del suo nome dovrebbe essere un dato indicativo. Eh si, signore e signori, Vincent van Gogh si pronuncia Vincent fan Hoock. Il trucco per non sbagliare sta nel ricordarsi che la “G” di Gogh è muta e nel saper emettere un suono gutturale quando si  pronuncia Hoock. Il video qui sotto potrebbe esservi d’aiuto.

Bene, se siete stati in grado, come me, di superare la sfida lanciata dalla fonetica olandese è giusto ammettere a noi stessi  (per una volta) che abbiamo raggiunto un traguardo importante nella nostra vita. Malgrado ciò,  la domanda che ci siamo posti all’inizio attende ancora una risposta. Conosciamo veramente van Gogh? ( questa volta sono sicuro che l’avete pronunciato bene)

È ormai assodato che chiunque sa della storia legata all’orecchio e delle turbe psichiche ed emotive che hanno reso celebre Vincent come il pittore più folle d’Olanda, ma oltre a questo? Certo, è anche vero che abbiamo un’eredità artistica notevole. Più di 800 quadri, esposti per lo più al Van Gogh Museum di Amsterdam, che proprio per il loro valore simbolico e culturale diventano spesso merci itineranti nelle varie mostre in giro per il mondo. E poi che altro? Insomma, siamo veramente sicuri che sia possibile comprendere l’essenza di un’artista esclusivamente guardando le sue opere?

Fortunatamente nell’ottobre del 2017, il film Loving Vincent è venuto in nostro soccorso. Proponendoci un viaggio unico nel suo genere, Loving Vincent ripercorre l’esistenza di Van Gogh attraverso gli occhi di chi lo ha amato, odiato e pianto. Non è di certo la prima volta che un film tenta di far luce sulla tormentata quanto misteriosa vita del pittore, tuttavia Loving Vincent è senza alcun dubbio una delle trasposizioni cinematografiche più originali mai realizzate. Definirlo semplicemente come un film d’animazione sarebbe quanto mai riduttivo o, più propriamente, è impossibile considerarlo come un pellicola d’animazione qualsiasi. Questo perché per la prima volta nella storia del cinema gli attori fatti di carne ed ossa lasciano il posto ai dipinti su tela.

La tecnica utilizzata si chiama Rotoscope, e consiste nel prendere le scene girate con attori veri e usarle come riferimento per ricrearle a mano successivamente. In pratica, in un primo momento il film è stato  girato in modo tradizionale e poi, in fase di post-produzione, ogni singolo fotogramma realizzato è stato trasformato in un dipinto. Per ottenere questo straordinario risultato Loving Vincent ha richiesto 6 anni di lavoro e uno staff composto da 125 pittori che, tenendo sempre fede allo stile di Van Gogh,  hanno rielaborato all’incirca 65.000 fotogrammi. E’ il caso di dirlo, siamo di fronte ad una vera e propria impresa titanica.

Ma si sa, la pazienza è la virtù dei forti e si può dire che quella dei registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman è stata ampiamente ripagata. Loving Vincent oltre ad ottenere una nomination sia ai Golden Globes che agli Oscar ha  incassato 30 milioni di euro a fronte di un modesto budget di 5.5 milioni. Un risultato davvero notevole se si considera che in molti paesi europei la pellicola è stata proiettata solo per un week-end. A tal proposito fa piacere ricordare che l’Italia nel suo piccolo ha giocato un ruolo rilevante nel raggiungimento di questo successo.

In soli 3 giorni di programmazione, dal 16 al 18 ottobre dello scorso anno, Loving Vincent ha attirato 130 mila spettatori  arrivando ad incassare più di 1.2 milioni di euro, divenendo così il film evento più visto di sempre in Italia. Un successo tanto eclatante quanto inaspettato, infatti, sebbene la pellicola fosse stata distribuita in ben 283 sale, gli innumerevoli sold-out hanno costretto gli esercenti ad  aggiungere una data extra fissata per il 20 novembre 2017. Ma come si spiega questo trionfo?

Semplice, è bastato unire due ingredienti fondamentali: un’esecuzione impeccabile ed una trama originale. Appena si spengono le luci, dopo i primi minuti di spaesamento iniziale, Loving Vincent trascina lo spettatore nel turbine delle meraviglie create dal massimo rappresentante dell’arte post-impressionista, facendo sentire il pubblico parte attiva di un processo creativo. Come se non bastasse ad “animare” il tutto vi è una trama coinvolgente, in bilico tra una lezione di storia ed un’indagine poliziesca. Ma non vi darò altri elementi a riguardo. Come ho già avuto modo di dire precedentemente, Loving Vincent deve essere vissuto come un viaggio e come tale nessuno ha il diritto di rovinarvelo anticipandovi le tappe che percorrerete.  Il mio compito è stato solo quello di farvi salire la voglia di partire, quindi non mi resta che augurarvi, Buon Viaggio!

INQUERCIATA VOL. III

Da non perdere la terza edizione di Inquerciata che si terrà il prossimo venerdì 2 febbraio al Nuovo Cinema Palazzo di Roma

Inquerciata è una manifestazione artistica itinerante, la terza edizione si svolgerà a Nuovo Cinema Palazzo (pag. Fb)(Piazza Dei Sanniti, 9a) e Communia (Pag. Fb) (Via dello Scalo S. Lorenzo, 33).

Cuercia, un collettivo multidisciplinare romano composto da musicisti, fotografi, videomaker, pittori e grafici.

Il nostro obiettivo è quello di riqualificare gli spazi sociali attraverso rassegne, eventi e incontri che coinvolgano artisti di ogni genere e provenienza tramite collaborazioni, progetti collettivi e personali

Al piano inferiore il main stage ospiterà sette gruppi provenienti da realtà musicali italiane affermate ed emergenti. Il percorso musicale è stato pensato in relazione alla mostra così come la mostra è strettamente legata al concerto. Queste due parti convivranno per tutta la durata della rassegna.

Timmeline Nuovo Cinema Palazzo:

Ore 18.00 – Inizio Mostra [Fotografia/Pittura/Scultura/Visual Mapping/Installazioni/Illustrazioni] Ore 19.00-21.00– Apericena Sociale a base di canapa a cura di “Società Agricola Antichi Grani
Ore 19.00 -20.00– Concerto Cuercia Jazz Quartet
Ore 21.00 – 1.00 – Concerti

  • Cernit – Alternative Rock
  • Inesatto – Post Hardcore
  • Moblon – Art Rock
  • Super Dog Party – Rock ‘n Roll
  • Antares – Speed Rock
  • The Bone Machine – Wild Rockabilly

Cernit
Quattro i Cernit, solo due primogeniti, partoriti umidi da tre madri differenti.
Ruvidi, irregolari, pesanti. Noise, fuzz, inquietudine e fischi.

Inesatto
Post hardcore a pedali, riff spaziali.
Sono queste le armi da battaglia di questo giovane power trio romano mai banale. Hanno all’attivo diverse produzioni in studio e live di pregio.

Moblon
Moblon è un trio art-rock romano.
Tra retaggi grunge e tensioni jazz, il Moblon fissa il suo esordio il 16 giugno 2017, uscendo con l’album “t.i.n.a.” (“tutti i nostri alieni”/ “there is no alternative”) per Bravo Dischi.

Super Dog Party
Una miscela incendiaria di Rock & Roll Blues iniettata di Funk, Punk e Hardcore.
Reduci dal tour californiano sono pronti a spettinarci per bene.

ANTARES
Power trio Punk Rock dall’entroterra pesarese. Ben sette studio album, più un pugno di altri dischi tra Ep, compilation e demo.
Non hanno bisogno di tante presentazioni…sono gli ANTARES.

THE BONE MACHINE
La diabolica perversione del Rock’n’Roll nasce nella palude nell’anno del signore 1999.
Dal vivo non c’è spazio per i convenevoli, per le inutili chiacchiere, per le belle parole: The Bone Machine non è un intrattenitore spiritoso da balera, non è una scimmia ammaestrata da circo. The Bone Machine è un provocatore psicotico, antipatico e diabolico che suona per chi e con chi si rende partecipe e artefice e non semplice spettatore.
Ascoltare The Bone Machine è come fumare Marijuana che ha radici all’Inferno.

La balconata che affaccia sul palco ospiterà le visioni di più di trenta artisti provenienti da diversi ambienti romani e non.

Lo spazio espositivo curato dal collettivo Cuercia, avvolto in un mosaico di opere, prenderà la forma di un vero e proprio percorso nell’arte.
Lo spettatore potrà intraprendere un viaggio nell’introspezione del singolo artista rimanendo coinvolto nella totalità dell’ evento.

Saranno presenti lavori inediti tra cui una serie di scatti a tiratura unica realizzati per il “Pinhole Project”, oltre che dipinti, fotografie, installazioni, illustrazioni, stampe, sculture e nuovi mezzi di comunicazione visiva come visual mapping e proiezioni. Più di trenta artisti parteciperanno all’esposizione e saranno presenti durante l’evento poiché il progetto Cuercia Factory mira anche a creare un interazione tra l’artista e lo spettatore.

Finita la rassegna musicale partirà dal Nuovo Cinema Palazzo una migrazione circense.
Alla testa del corteo Eddy Harper ci guiderà verso Communia a tempo di beatbox, dove continuerà il dj set di “Mondocane” (Balkan, Afro Tekno Kinshasa, Global bass).

Verranno proiettati visual a cura di Cuercia Factory ed esposta una Ziqqurat creata con materiali di scarto.

 

INGRESSO:

Nuovo Cinema Palazzo:  5 euro con bicchiere di vino per chi arriva prima delle 21.00

Communia: 2 euro. Gratuito per chi viene dal Nuovo Cinema Palazzo

CONTATTI: cuerciafactory@gmail.com

EVENTO FACEBOOK: www.facebook.com/events/159965821443585/?active_tab=about

Media Partner: Lab-tv

 

The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains

«A Roma la prima tappa europea dopo Londra per The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.»

Retrospettiva epocale a 50 anni dalla nascita di uno dei gruppi musicali più innovativi e influenti della storia, dal 19 gennaio arriva a Roma, acclamata dalla critica e in esclusiva per l’Italia, la mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.

Hanno presentato la mostra, in conferenza stampa a Roma, uno dei membri fondatori della band, Nick Mason, insieme al Vicesindaco con delega alla Crescita culturale, Luca Bergamo. L’esposizione – promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale – verrà inaugurata al MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma di via Nizza il prossimo 19 gennaio e sarà la prima ospitata dal museo con la nuova gestione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Dopo l’enorme successo del debutto di qualche mese fa al Victoria and Albert Museum di Londra, che ha visto la partecipazione di più di 400.000 persone, la mostra si sposta a Roma per la prima tappa internazionale.

Ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey ‘Po’ Powell di Hipgnosis, che ha lavorato in stretta collaborazione con Nick Mason (consulente della mostra per conto dei Pink Floyd), The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains è un viaggio audiovisivo nei 50 anni di carriera di uno dei più leggendari gruppi rock di sempre e offre una visione inedita ed esclusiva del mondo dei Pink Floyd.

Il colossale allestimento del Victoria and Albert Museum di Londra, descritto dai quotidiani inglesi come “impressionante”, “un’autentica festa per i sensi” e “quasi altrettanto emozionante che ascoltare i Pink Floyd dal vivo”, è stato il più visitato di sempre nel suo genere.

In esclusiva per l’Italia il MACRO ospiterà l’esposizione e lo stesso Mason ricorda che – a meno di 1 km di distanza – proprio al Piper ebbe luogo uno dei primi concerti dei Pink Floyd in Italia nell’aprile del 1968. La mostra racconta quale fu il ruolo della band nel cruciale passaggio culturale dagli anni sessanta in poi. Grazie al suo approccio sperimentale – che rese il gruppo inglese esponente di spicco del movimento psichedelico che cambiò per sempre l’idea della musica in quegli anni – la band venne riconosciuta come uno dei fenomeni più importanti della scena musicale contemporanea.

I Pink Floyd hanno prodotto alcune delle immagini più leggendarie della cultura pop: dalle mucche al prisma di The Dark Side of the Moon, fino al maiale rosa sopra la Battersea Power Station e ai “Marching Hammers”. La loro personale visione del mondo si è realizzata grazie a creativi come il moderno surrealista e collaboratore di lunga data Storm Thorgerson, l’illustratore satirico Gerald Scarfe e il pioniere dell’illuminazione psichedelica Peter Wynne-Wilson.

Il percorso espositivo che guida il visitatore seguendo un ordine cronologico, è sempre accompagnato dalla musica e dalle voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, tra cui Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, appositamente mixata con l’avanguardistica tecnologia audio AMBEO 3D della Sennheiser, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione del gruppo a Pompei.

The Pink Floyd Exhibition è prodotta e organizzata dalla Concert Productions International B.V. di Michael Cohl, da Mondo Mostre e da Live Nation. È curata dal direttore creativo dei Pink Floyd, Aubrey ‘Po’ Powell (dello studio graficoHipgnosis) e da Paula Webb Stainton, che ha lavorato a stretto contatto con membri del gruppo tra cui Nick Mason (consulente per i Pink Floyd), con il contributo di Victoria Broackes del Victoria and Albert Museum. La mostra è in collaborazione con lo studio Stufish, uno dei maggiori studi di architetti d’intrattenimento e progettisti di lunga data dei palchi della band, e con gli interpretativi exhibition designer di Real Studios.

Il libro ufficiale per i 50 anni della band è edito da Skira ed è già disponibile nelle librerie.

Informazioni

Luogo

MACRO Via Nizza
Orario
Dal 19 gennaio all’ 1 luglio 2018
Per dettagli su orari e costo biglietti vai su www.museomacro.it

Tipo

Mostra

Prenotazione obbligatoria:

No
Altre informazioni

Una mostra Concert Productions International B.V.

Promossa da
Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale

In collaborazione con
Azienda Speciale Palaexpo
MondoMostre
Live Nation

Sound Experience By Sennheiser

 

QUALE ONORE… Dal 16 al 28 gennaio al Teatro San Genesio

Quale onore… lo spettacolo teatrale che si terrà dal 16 al 28 gennaio presso il teatro San Genesio (zona Prati) è l’unione felice tra teatro e responsabilità sociale.

Ciò che li unisce, l’amore e la fiducia nell’uomo, la consapevolezza che il contatto tra le persone, a teatro come nei progetti di cooperazione allo sviluppo, è il contrario di uno e basta e della sua solitudine insufficiente (parafrasando Erri De Luca). Un punto di arrivo che è anche un, sempre nuovo, punto di partenza per gli Squinternati, compagnia teatrale che porta in scena lo spettacolo.

La parola chiave? libertà. Anche il prezzo del biglietto infatti è libero e tutto il guadagnato (credetemi!)  ricavato finanzierà progetti di scolarizzazione per bambini svantaggiati in India, gestiti dalla Onlus, AMAR E L’INDIA (http://www.amarelindia.it/).

La regia di Paolo Battisti, l’adattamento d​ella penna di Cinzia Giambenedetti e l’interpretazione degli Squinternati, fatti da persone di tutte le età, taglie, altezze e orientamenti vi faranno planare, liberi da ogni regola ma trasportati da ogni turbamento.

LA TRAMA CHE CI TREMA

Esistono luoghi sacri dove le regole sono dettate dai più alti e nobili sentimenti umani. La casa è un luogo sacro per una famiglia, la chiesa per i fedeli, il teatro per gli attori.

Ogni luogo può essere sacro e in quanto tale può essere sconsacrato e profanato.

Il difficile compito per gli attori sul palco sarà proprio questo;  quello di creare dei paradossi in alcuni luoghi sacri, di vivere situazioni irreali (che poi tanto irreali non sono), con grande rispetto e semplicità.

Gli  attori si fanno spettatori di ciò che accade e i loro comportamenti e le loro parole vi sveleranno l’universo che si cela dietro alla realtà appiccicosa fatta di caramelle e zucchero filato,  falsità e l’ipocrisia vive attorno ai momenti più importanti dell’uomo.

Gli attori vi dimostreranno quanto piace alla gente il bla, bla, bla e il  puntare il dito del giudizio, senza conoscere persone e fatti.

Non cadete nello stesso errore, perché prima o poi lo farete anche voi 

Ah no?

Andate a teatro, poi ne riparliamo ….

Pagina FB dell’eventohttps://www.facebook.com/events/237265403481728/

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