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“The Art of the Brick” a Roma. L’incredibile, mattoncino dopo mattoncino

Quanti pomeriggi e quante serate avete passato a giocare con i LEGO® da bambini? Costruire edifici e personaggi immaginari, la casa dei sogni o tentare di riprodurre la propria? Che foste con gli amici, o da soli, nella cameretta o in salotto, sparpagliando i mattoncini colorati sul pavimento noncuranti delle grida dei vostri genitori perché troppo presi a progettare la città del futuro? Che quel mattoncino fighissimo, punta di diamante della vostra costruzione, fosse vostro, un regalo o provenisse dalla scuola (si lo ammetto, ho rubato un paio di mattoncini all’asilo!!!) quanto ci avete giocato?

Certo, oggi le nuove generazioni sono sicuramente (ahimè) prese da altri tipi di giochi, fruitori perfetti delle nuove tecnologie, i bambini “digitali”, neanche il tempo di imparare a camminare che già tengono sotto scacco computer, i-pad, i-phone e centrali nucleari. Ma si divertono più di noi analogici? Perché sì, sapranno scattare e condividere foto e video in meno di tre secondi, sapranno gestire tutti gli elettrodomestici da un solo dispositivo, magari loro scopriranno le leggi del teletrasporto ma volete mettere con il divertimento di costruire la propria navicella spaziale e farlo sul tappeto della propria camera?

Quanti bambini hanno sognato che quel gioco potesse diventare il loro lavoro e quanti genitori hanno pensato “guarda come è bravo con i LEGO, diventerà un architetto da grande!”?

Sicuramente sarà accaduto che qualcuno abbia intrapreso la carriera di architetto o di ingegnere spinto dalla passione per i mattoncini colorati, chissà che a Fuksas l’idea della Nuvola non sia venuta da bambino proprio mentre ci giocava…Certo è che una volta cresciuti, i giocattoli si lasciano, si mettono in una scatola, si regalano o si conservano e ne rimane solo il ricordo.

É così che va per la maggior parte delle persone, ma non per tutte.

Nathan Sawaya, è il fortunato adulto che del suo gioco di bambino è riuscito a farne il suo lavoro o meglio la sua arte!

Nathan, americano classe 1973, aveva ricevuto la sua prima confezione di LEGO a 5 anni e fin da subito mostrò capacità e creatività. Negli anni ha costruito di tutto, dalle case, agli animali, addirittura un cane a grandezza naturale, in risposta al rifiuto dei genitori di adottarne uno vero, alle automobili, fino a una vera città di LEGO di ben 10 metri quadrati.

Una volta cresciuto aveva messo da parte i LEGO, si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza della New York University e si era dedicato alla carriera di avvocato. Dopo anni di pressioni e frustrazione per la vita frenetica che stava conducendo, il bambino e l’artista che erano in lui hanno preso il sopravvento, così ha lasciato il lavoro e si è dedicato alla sua passione, essere un “LEGO artist” a tempo pieno.

Dopo aver lavorato alcuni mesi per la compagnia danese, Nathan si è messo in proprio e ha aperto uno studio tutto suo a New York, anche se non più impiegato all’azienda di giocattoli, ha ricevuto dalla stessa i titoli di LEGO Master Builder e LEGO Certified Professional.

Ad oggi, Nathan Sawaya possiede milioni e milioni di mattoncini colorati, ha aperto un secondo atelier a Los Angels ed espone le sue creazioni in tutto il mondo.

Dopo aver registrato oltre 120.000 presenze l’anno scorso a Roma, la sua mostra “The art of the brick” torna a colorare la capitale, prorogata fino al 26 marzo 2017 all’ Auditorium Parco della Musica. Una delle dieci mostre da vedere al mondo secondo la CNN, ha già conquistato il cuore di grandi e piccoli da New York, a Los Angeles, da Melbourne a Shangai, da Londra a Singapore.

Le sculture esposte sono più di settanta e dalle grandi dimensioni, spaziano dalla figura umana, semplice o surrealista, come l’uomo che si squarcia il petto, alle riproduzioni, come la Gioconda di Leonardo Da Vinci, La ragazza con l’orecchino di Perla di Vermeer, L’Urlo di Munch e Il Bacio di Klimt, da installazioni imponenti come quella di un grande T-Rex, alle raffigurazioni della Cappella Sistina e della Notte Stellata di Van Gogh.

Vi è poi una zona interattiva dove tutti possono cimentarsi nelle costruzioni, dando spazio alla propria creatività utilizzando i LEGO.

L’artista ha centrato pienamente il suo obiettivo, elevando un semplice giocattolo, un oggetto familiare ad un ruolo che non aveva mai occupato prima, regalando allo spettatore emozioni e percezioni, come l’inquietudine umana, la sua debolezza che riesce ad essere superata grazie all’elemento “gioco”, al bambino che vive dentro ognuno di noi.

Ha ragione Nathan, i mattoncini LEGO sono più di un semplice giocattolo, hanno segnato l’infanzia di milioni di bambini, stimolato la loro fantasia e hanno dimostrato che tutto è possibile, anche costruire un elefante in cucina.

C’ERA UNA VOLTA L’URSS

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Il 16 dicembre è stata inaugurata presso la sede di Azimut in via Flaminia la nuova mostra curata da Giovanni Argan, intitolata C’era una volta l’Urss, grande pittura figurativa d’oltrecortina.
La mostra presenta al pubblico una rassegna di opere d’arte sovietiche, realizzate tra gli anni ’20 e gli anni ’80, con l’obiettivo di ripercorrere le grandi linee dell’evoluzione del movimento artistico socialista, fino a sottolinearne l’influenza sull’arte contemporanea. Scene di lavoro in fabbrica e nel kolchoz, momenti di vita intima e quotidiana, vedute cittadine e industriali aprono scorci inediti su un mondo ormai dissolto.

C’era una volta l’Urss è un viaggio alla riscoperta dell’universo d’oltrecortina, che si propone di far conoscere al pubblico italiano uno straordinario periodo artistico, che ridiede centralità all’uomo, al lavoro e alla vita collettiva.  «Oggi che l’avventura dell’Unione Sovietica si è oramai conclusa, è giunto il momento di guardare quest’arte figurativa con uno sguardo nuovo, curioso e libero da sterili preconcetti ideologici» questo è il sentito auspicio di Giovanni Argan.

Sarà possibile farsi guidare sapientemente e gratuitamente tra le pennellate larghe e sciolte che caratterizzano il cosiddetto “impressionismo sovietico”.

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Come spiega il curatore, “Le opere esposte provengono da due collezioni private romane: le opere di Fedor Malaev e Adriana Magidson, marito e moglie nati all’inizio del ‘900 che hanno avuto un travagliato percorso di vita. Le opere esposte sono degli anni ’50, sono interessanti perché segnano l’epoca del disgelo e anche in pittura una pennellata più larga, si parla di “impressionismo sovietico”. Finisce lo stalinismo e in pittura c’è un rifiorire. Si nota un rinascere della vita anche perché la guerra è stata vinta e c’è tutta la società da ricostruire.

Inoltre, per quel tocco di originalità, giovinezza e reinterpretazione che mai manca nelle mostre curate da Argan, accanto ai grandi maestri russi è possibile apprezzare anche le opere del giovane artista romani Leonardo Crudi, il quale riprende lo stile delle avanguardie russe restituendogli lo smalto della modernità.

Oltre all’indiscutibile valore artistico delle opere esposte, quello che preme sottolineare è anche il fondamentale e per nulla scontato discorso storico su cui si fonda la mostra: per quanto discutibile, controverso, politicamente intricato, il periodo sovietico era fortemente intriso di pensiero marxista e leninista, fondamentale per comprendere buona parte dell’iconografia di questa epoca e che pertanto non può essere ignorato oppure omesso, se si vuole dare una lettura completa, onesta e ragionata della produzione artistica presentata al pubblico.

Senza questo presupposto si perderebbe consapevolezza degli importanti mutamenti stilistici e tematici che le opere in mostra rappresentano. A partire dagli anni ’50 infatti si insinuarono nel movimento artistico di stato del realismo socialista dei germogli che portarono al risveglio dell’attenzione per la vita interiore dei soggetti rappresentati e per la pittura di paesaggio. Durante il periodo chruščëviano (1953-1964), infatti, alcuni artisti iniziarono a conferire ai protagonisti delle loro opere un’umanità del tutto nuova, abbandonando l’austerità eroica che caratterizzava i personaggi dell’epoca staliniana mentre altri si dedicarono alla pittura di paesaggio, dipingendo en plein; è per questo possibile parlare di “impressionismo sovietico”, come anticipato in precedenza.

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È un’opportunità piuttosto rara di avere una mostra di questo genere, di così facile accessibilità e con la possibilità di farsi guidare e dare risposta alle proprie curiosità storiche.

Da non perdere questa esclusiva finestra  su un mondo artistico che resta spesso  ingiustamente inesplorato e che invece fino al 30 dicembre  si aprirà per noi grazie alla sapiente e sempre elegante guida di chi ha finalmente portato la pittura figurativa sovietica oltrecortina.

La coesistenza tra conservatorismo ed innovazione nell’arte

E’ attualmente il principale terreno di scontro tra conservatori e contemporanei del mondo dell’arte: è possibile coniugare le classiche forme d’arte con l’arte contemporanea? una compenetrazione tra spazi storici ed opere d’avanguardia che per molti grida allo scandalo, mentre per altri rappresenta una vera e propria forma artistica nuova, l’evoluzione di un mondo che vuole riscoprire il vecchio con l’accostamento del nuovo.

L’ultimo terreno di scontro passato alla cronaca ha riguardato l’opera “Maestà tradita” di Gaetano Pesce, installata in Piazza Santa Maria Novella a Firenze.

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Una scelta aspramente criticata da molti esperti del settore, primo fra tutti da Tomaso Montanaro che nella sua invettiva ad una sacralità violata sulle pagine di Repubblica ha ricalcato quanto già manifestato dal presidente della  Soprintendenza ai Beni Archeologici della Toscana Andrea Pessina, che in una missiva inviata al Comune aveva manifestato “le perplessità di questo ufficio circa le scelte generali di codesta amministrazione relative a proposte di installazioni temporanee di opere di artisti moderni/contemporanei in vicinanza dei monumenti/luoghi di cultura/luoghi di culto”.

Un argomento che, ovviamente, si intreccia con problematiche ben maggiori ed estranee alla dialettica artistica, connesse a scelte politiche e a precari equilibri di potere tra vari organi comunali e statali, ma che appare attuale soprattutto nel capoluogo fiorentino, dove installazioni di tale tenore si sono susseguite e moltiplicate in tempi recenti (si pensi alle sculture di Jan Fabre in Piazza della Signoria e intorno a Palazzo Vecchio, o ai gommini di Ai Weiwei di Palazzo Strozzi di cui abbiamo già parlato nella nostra rubrica).

In realtà, la posizione espressa del critico toscano non si basa su un perentorio rifiuto della compenetrazione tra antico e privato (scrive Montanaro che Non c’è nulla di sbagliato (o di dissacrante, o di irriverente) nel dialogo tra antico e contemporaneo” ma sulla mancanza di dialogo tra l’opera proposta e l’ambiente circostante, tra l’altro differente rispetto a quello inizialmente scelto da Gaetano Pesce per la sua opera contro le violenze sulle donne (“non dialoga con niente, se non con se stessa. Qui non siamo alla sartoria, siamo al grande magazzino”).

E’ un dato di fatto, comunque, che opere “estemporanee” vengano sempre maggiormente installate in contesti a loro estranei, non solo in quanto caratterizzati da criteri e rigori classici ma anche avulsi da alcuna rappresentazione storica, diretti discendenti del Dito Medio di Cattelan davanti Piazza Affari, nel luogo (di culto) bancario milanese.

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Opere d’arte che si (auto)presentano come monumenti celebrativi e narrativi, “commenti della realtà” usando le parole di Pesce; una sorta di evoluzione delle antiche colonne celebrative romane o dei monolitici obelischi che erano appositamente costruiti per stridere con l’ambiente circostante, elevarsene e risaltare in una contrapposizione tra l’ordinario e il magnificente in essi simboleggiato.

In definitiva, il tentativo di far conciliare il nuovo e il vecchio attraverso una loro contrapposizione, compresa in una ben più ampia riflessione sull’evoluzione dell’arte che tormenta gli artisti contemporanei (l’identità collettiva persa e indagata da Cultrise ad esempio) può essere visto come un’usurpazione della storia dell’arte e della sua stessa concezione, un mostro ecologico da rifiutare ed abbattere, oppure è solo un’avversione figlia della nostra difficoltà a superare le consuetudine e le concezioni con cui ci siamo cresciuti  e formati, destinato a scomparire in un mondo come quello attuale, pieno di ossimori e contraddizioni? probabilmente anche i contadini medievali avrebbero considerato gli immensi castelli nobiliari dei veri e propri mostri ecologici rispetto al rurale scenario che li circondava, se solo avessero creato tale concetto come noi…

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C’è arte pubblica e “pubblica”: il precario equilibrio tra libertà e sicurezza nella sua fruizione

 

Quando “l’arte” è “pubblica” e quando un qualcosa di “pubblico” diventa “arte”, con il conseguente diritto all’apposita tutela e valorizzazione correlata a tale riconoscimento? E fino a che punto la fruizione collettiva dell’arte e il suo scopo di arrivare ad una platea più ambia possibile può arrivare a mettere in pericolo lo stesso stato dell’opera?

Sono sicuramente tra le più grandi problematiche discusse in questi giorni nel mondo dell’arte: partendo dalla questione relativa alla tutela, questa è stata sollevata in primis da Paolo Bulgari, mecenate che grazie al suo intervento ed a una donazione di un milione e mezzo ha permesso il restauro della Scalinata di Trinità dei Monti; pochi giorni dopo il lungo intervento di recuperò però, la situazione è tornata ad essere precaria e pericolosa per uno dei monumenti più famosi di Roma: abbandono e degrado hanno di nuovo invaso i 135 scalini in travertino, ritornati ad essere nuovamente lo scenario di “bivaccamenti” e sporcizia.

“Ci ho provato. Ho cercato di buttare un sasso nello stagno ma non mi sembra sia servito a molto” ha dichiarato il mecenate pochi giorni fa a Repubblica; e così è ventilata l’idea dell’istallazione protezione fissa, in vetro e/o in ferro idonea a preservare l’opera realizzata da Francesco De Sanctis nel Settecento.

 

Roma 10 settembre 2016 La famosa scalinata di Piazza di Spagna è chiusa per lavori di ripulimento. FOTO DI FERDINANDO MEZZELANI -GMT

L’idea di una “teca” protettiva è tornata alla ribalta la scorsa domenica, quando nella notte è stato sfregiato l’Elefante realizzato da Bernini e simbolo di piazza della Minerva a Roma, di cui ancora non sono note le vicende (sebbene dal Comune facciano sapere che la zanna divelta “non può essersi staccata da sola”).

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Si può quindi escludere la fruizione collettiva di un’opera, per un tempo indeterminato, al fine di conservarne nel tempo lo stato? Sul punto anche la sovrintendenza ai Beni Culturali ha espresso parere negativo: “non si può preservare il patrimonio monumentale attraverso le cancellate. La Scalinata deve essere percorribile sia di giorno sia di notte: è stata progettata e realizzata per questo, per dare la possibilità alla gente di passeggiare. Bisogna lavorare sulla prevenzione a cominciare dall’educazione” ha affermato il sovrintendente Claudio Parisi Presicce; parole riprese anche dall’assessore alla Cultura capitolino Luca Bergamo per cui “non si possono proteggere i monumenti mettendo dei cancelli, il patrimonio è tale in quanto parte della vita della persona…Penso che l’elemento di prevenzione più forte verso i danneggiamenti sia in termini di educazione, sensibilizzazione”.

L’unica via di uscita idonea a non snaturare le opere e la loro funzione, sembra essere quindi la prevenzione, attraverso un’educazione al senso civico ed artistico troppo spesso denunciata come carente in Italia.

Se le opere d’arte pubbliche “classiche” vengono messe in pericolo dalle abitudini cittadine, di converso le più recenti opere pubbliche sembrano esser osteggiate dagli stessi organi che dovrebbero tutelare: il primo pensiero va ovviamente alla street art, spesso banalmente accomunata al fenomeno dei “tag” e identificata come uno strumento di degrado da eliminare. Si pensi agli eventi capitolini, con il murales del Papa realizzato da Mauro Pallotta, alias Maupal, nelle vicinanze del Vaticano, prima cancellato e poi addirittura consacrato dalle scuse di Luca Bergamo e della convocazione al Campidoglio alla presenza della stessa Sindaca Virginia Raggi (incontro coronato con tanto di magliette celebrative e annuncio di partecipazione al documentario “Un Selfie con il Papa”; una mercificazione dell’arte pubblica per eccellenza osteggiata dai più grandi seguaci di tale forma artistica, di cui abbiamo già parlato in merito alla mostra museale realizzata con le opere di Bansky); stessa sorte era toccata solo 2 anni prima al suo Papa-Superman.

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Una “continuità di intenti” che giunge da ogni parte d’Italia, si pensi alla cancellazione delle strisce pedonali realizzate a Torino da uno street artist al fine di riqualificare il quartiere; e di esempi ce ne sarebbero molti di più.

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“Bisogna lavorare sulla prevenzione a cominciare dall’educazione” appare perciò come un monito corretto non solo per la popolazione indigena, ma anche per coloro che istituzionalmente ed accademicamente sono deputati a tutelare le opere d’arte, spesso troppo conservatori ed attenti a quello che è “classico” più che a quello che è “pubblico”, di fruizione e di interesse artistico, sperando che nel frattempo esempi come quello di Bulgari non rimangano isolati.

“Sì lo rifarei” ammette il mecenate, aggiungendo però che non sarebbe disposto a ripetere un tale intervento per nessuna altra opera d’arte a Roma.

Lapidarium- l’arte dei vinti

Una mandria di cavalli in bronzo,ferro,legno, marmo e travertino che cavalcano dall’arco di Costantino ai Mercati di Traiano passando per il Colosseo: si chiama Lapidarium. Waiting for the barbarians” la mostra dell’artista messicano Gustavo Aceves che si può ammirare lungo il cuore dell’area archeologica romana dal 15 settembre grazie alla collaborazione tra l’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e l’Ambasciata del Messico.

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40 sculture di dimensioni differenti raffiguranti cavalli scevri di parte del proprio corpo e privi delle proprie gambe, sostituite da simboliche strutture di barche appartenenti a differenti epoche e stili;

Le privazioni e l’immobilismo delle opere rappresentano il pensiero che l’artista portare all’attenzione del proprio pubblico: le sorti dei migranti, abbandonati e sofferenti come le state equestri piene di cicatrici e ferite che pervadono il loro corpo, immobili nel loro destino intrecciato indissolubilmente con quello delle navi a cui affidano il proprio futuro. Si tratta di opere in onore dei vinti: a differenza delle maestose state equestri che elogiano le grandi gesta e le vittorie più famose della storia, queste opere rappresentano ognuna una specifica diaspora e il dramma connesso ponendo in correlazione i barbari di un tempo, invasori di terre e saccheggiatori di fortune, e i migranti di ora, accolti anch’essi come “invasori”, usurpatori di costumi e tradizioni indigene.

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Un tema tra i più dibattuti e rappresentati oggi nel mondo artistico così come al di fuori di esso,  che l’artista ha deciso di far proprio dopo aver visto con i propri occhi le violenze e le condizioni di vita dei popoli africani.

La mostra fa parte di un percorso espositivo inaugurato nel 2014 a Pietrasanta e proseguito con la collocazione delle statue equestri sotto la porta di Brandeburgo a Berlino nel 2015.

Dopo la tappa romana, che terminerà il 7 gennaio, Lapidarium “sbarcherà” a Istanbul e Parigi per tornare in Italia a Venezia nel 2017 prima della conclusione del ciclo espositivo a Mexico City nel 2018.

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CultRise – Chi ha detto che a Roma non si fa nulla?

Nel panorama italiano da un decennio si ripete, in una banalità degna di Severgnini, che a Roma non si fa mai nulla. Una generazione attanagliata da disoccupazione e perdita del più grande patrimonio storico artistico del mondo, cerca svaghi in luoghi lontani e spesso privi di concretezza tecnica e senso della bellezza.

Nulla è più falso del considerare Roma una città morta. Essa, lontana da fiere del mangiare ogm e musei in 3D pulsa nuove energie lontane dai riflettori, ma con i riflessi che si irradiano nel futuro.

Così nel Rione Monti, nel lato lontano dalla Banca d’Italia, da stasera apre la serranda del network artistico e multidisciplinare CultRise a Via Madonna dei Monti 27. Il tutto con una ” Mostra d’arte ” che ha scelto di essere legittimata attraverso i contenuti e non in un titolo ( brand ) iper concettuale.

I contenuti della mostra spazieranno tra pittura tradizionale sia figurativa che astratta, street art, illustrazioni, sculture , installazioni, oggetti di design, fotografie e recycled art. Sette artisti, divisi da stili e tecniche e uniti nel network di CultRise: Luca Barrel, Jerico, Gian Maria Marcaccini, Jacopo Brogioni, Simone Martini, Flavia Grazioli e Cecilia Caporlingua ( fondatrice di CultRise).

Alle 20 Jacopo Troiani presenterà il suo nuovo album dal titolo: “Alba o Tramonto ?”. In versione acustica per travolgere elegantemente il pubblico che accompagnerà il pomeriggio monticiano.

Chi ha detto che a Roma non si fa nulla? 

La Decima Arte: quando il Videogioco diventa Medium

Arte? I videogiochi? Può darsi.
L’intrattenimento videoludico è una realtà ormai assodata: non parliamo più di roba da secchioni sfigati chiusi nella loro cameretta. Produzioni milionarie competono su un mercato sempre più ampio, fatto di titoli variegati in grado di soddisfare i palati più differenti. Videogiocano tutti: il quindicenne, il trentenne, il cinquantenne e, udite udite, anche LE RAGAZZE. E non parliamo di quelle aberrazioni dei giochi-app per smartphone ma di giochi veri, magari comprati su una piattaforma digitale come Steam o, con sprezzo del pericolo, piratati su un torrent (oh-ooooh!).
Se la “Decima Arte” è stata senza dubbio legittimata su un piano commerciale restano ancora poco chiari i confini entro cui possiamo parlare di “arte” in ambito videoludico. E’ arte un gioco tecnicamente realizzato alla perfezione? E’ possibile. La realtà virtuale ha ormai raggiunto un grado di definizione tale da far strabuzzare gli occhi anche ai più scettici: basta prendere uno degli ultimi titoli tripla A sul mercato (sparatutto, gdr…) per trovarci dinanzi mondi realizzati alla perfezione, sconfinati, dotati di un’interazione con l’ambiente credibile e complessa. Per altri l’elemento che fa la differenza in un videogioco è un gameplay allo stato dell’arte. Anche qui gli esempi si possono sprecare: posso citare la serie Portal che, a fronte di un comparto grafico non sublime, ha saputo mettere in piedi un platform dalle caratteristiche uniche e pressoché perfetto.

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Io appartengo però alla terza scuola: da amante delle “belle storie” mi hanno sempre affascinato le possibilità del videogioco come medium unico, come strumento per narrare dotato di un coinvolgimento emotivo che non trova eguali. Non “subire” una storia, come al cinema o in tv. Viverla. Un po’ come la differenza tra un gioco di ruolo “live” e il teatro: due forme d’espressione, due media, che possono toccare corde diverse. Ma torniamo ai videogiochi. Su questo fronte ultimamente abbiamo assistito a dei bei tentativi: non è un caso che uno dei titoli che ha raccolto maggiori consensi negli ultimi anni sia stato The Last of Us, una produzione che univa un comparto grafico eccezionale ad una narrazione di primo livello. Si è fatto un gran parlare di David Cage e dei suoi ultimi lavori, Heavy Rain e Beyond: Two Souls: vero e proprio pioniere nella sperimentazione dei confini del medium videoludico, Cage è andato alla ricerca di soluzioni di gameplay innovative per creare una narrazione eccezionalmente coinvolgente. Ma non possiamo tacere nemmeno sui progetti di Telltale: Walking Dead e A Game of Thrones, per esempio, hanno avuto il merito di regalare a tanti appassionati la possibilità di vivere da protagonisti una avventura (grafica) nel proprio universo immaginario preferito, misurando una narrazione mai banale e scontata.

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Spesso però è dalle produzioni minori che arrivano i veri gioielli… titoli di rara potenza espressiva capaci di “rompere la gabbia”, fare qualcosa di nuovo, cambiare le regole “del gioco”. Su tutti cito giochi ormai un po’ datati ma che hanno rappresentato, a mio avviso, delle vere e proprie BOMBE ATOMICHE nel mondo delle produzioni indie e non solo. Come non parlare di The Stanley Parable? Mod di Half-Life 2, visuale in prima persona, atmosfera surreale: tante decisioni da prendere sulla nostra strada e una voce narrante che ci guida indicandoci un percorso ben preciso. Ma che succede se facciamo la scelta opposta? Se ignoriamo la voce e ci ribelliamo? Che limiti può avere un videogioco?

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All’estremo opposto due titoli aspramente criticati per il loro essere “eccessivamente” narrativi: parliamo di “Dear Esther” e di “To The Moon”. L’elemento ludico è qui ridotto al minimo: totalmente assente nel primo e solo una sorta di “mini-game” per il secondo. Eppure questi giochi “funzionano”. Nonostante la loro evidente, quasi sbandierata, limitatezza sono in grado di lasciare il segno nel giocatore, incollandolo allo schermo per la loro (invero molto breve) durata. Dear Esther è essenzialmente un esplorativo ma senza alcuna interazione con l’ambiente se non il passeggiarvi all’interno. Il mondo di gioco è però talmente curato e disegnato ad arte che diventa parte essenziale di una narrazione composta da stralci di una misteriosa lettera che pian piano vanno ad affrescare la storia, mentre il giocatore esplora l’isola sconosciuta. To The Moon è un pezzo di cuore. Realizzato semplicemente con rpg maker, come i gdr di una volta, rappresenta ad oggi il top del narrative design, abbinato ad una colonna sonora da urlo. Di gioco ce n’è poco, di scelte… praticamente nessuna. Veniamo presi per mano da una narrazione sincopata incentrata sul mondo dei “ricordi e, a colpi di flashback, finisce per coinvolgerci ed emozionarci come solo le migliori storie sanno fare. Ed in fondo è questo il punto. Poco importa la forma che assume un videogioco, gli elementi di cui è composto, quando la sua storia riesce a infrangere lo schermo ed arrivare fino al giocatore. C’è chi dice che “tanto vale leggerle in un libro, storie del genere”.

Io penso invece che la “forma-videogioco” sia stata necessaria ad esaltare queste narrazioni, altrimenti incapaci di legare così tanto col giocatore.

Penso che sia stato il giusto medium per trasformare semplici storie… in ARTE.

Quando la filosofia ispira l’arte

Due ambiti della filosofia sono sia quello dell’estetica, che quello della filosofia dell’arte. Il primo è la riflessione filosofica sul che cosa sia il bello e in cosa consista esattamente, indagando quali siano i criteri per predicare di un’opera d’arte (letteraria, pittorica, musicale, cinematografica, ecc.) la proprietà di essere bello. D’altronde la filosofia dell’arte cerca di capire che cosa si possa definire arte e cosa no. Ma spesso passa in secondo piano il contrario, ovvero quando la filosofia diventa ispirazione dell’arte (se non l’oggetto stesso). Molte sono le opere filosofiche che hanno dato spunto ad artisti e musicisti per produrre qualcosa di originale.

Per esempio, Gustav Mahler per il  quarto movimento della Sinfonia n°3 (Quello che l’uomo mi racconta) si ispirò a Nietzsche al suo Così Parlò Zarathustra. Infatti la voce narrante, che riecheggia in tal movimento, pronuncia alcune frasi del libro appena citato. Precisamente si tratta del “Canto di Mezzanotte”.

Un filosofo che invece è diventato un privilegiato del panorama artistico è appunto Wittgenstein. Già nel 1992 il musicista ungherese Tibor Szemző compose una suite musicale di mezz’ora nota come Tractus, in cui tentò di mettere in musica il libro più famoso del logico e filosofo viennese, il Tractatus Logico-philosophicus. In tale brano la musica è alternata da voci di varie nazionalità che nella propria lingua leggono alcune proposizioni dell’opera. Per non parlare poi del film biografico di Derek Jarman Wittgenstein (1993): un tentativo fra monologo, cinema e teatro di tradurre in immagini e simbolismi la sua vita e il suo pensiero.

Ritratto di John Rawls, filosofo politico.

O per quanto riguarda l’arte pittorica, aldilà della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio,  sono già diventati cult e fenomeno pop i quadri di Renee Bolinger: dottoranda della University of Southern California, ha la peculiarità di rappresentare graficamente gli esponenti più importanti della storia della filosofia e della filosofia contemporanea secondo lo stile di vari artisti: imitando la pittura di Pablo Picasso per dipingere Immanuel Kant o Philippa Foot cercando di copiare le pennellate di  Toulouse Lautrec. Potrete trovare tutti i suoi lavori sul suo sito personale della facoltà: http://www-scf.usc.edu/~rbolinge/

Brevissima introduzione all’estetica

Non vi è mai capitato durante una visita al museo di soffermarvi davanti ad una statua o a un quadro, di stare in silenzio per un po’ e dopo affermare “questa statua, o quadro, è bella/o”? A me è capitato di affermare la medesima cosa, però oggi con voi vorrei riflettere proprio sul concetto di bellezza e sul modo in cui l’uomo giudica. Quando noi esclamiamo che un’opera d’arte è bella, non abbiamo fatto altro che scrutarla attentamente cercando di cogliere ogni minimo dettaglio per poter giudicare. Ma la questione è: la bellezza è soggettiva o oggettiva? appartiene all’oggetto o siamo noi ad attribuire ad esso la bellezza? Alcuni affermano che la statua è bella perché essa ha il bello, altri, come il sottoscritto, afferma che il bello è soggettivo.

Ora vediamo perché dal mio punto di vista la bellezza è soggettiva. Tutti noi siamo cresciuti in un determinato luogo, con culture differenti, anche con istruzioni differenti, ma ciò che mi preme sottolineare è che l’insieme di tutti questi fattori esterni a noi definiscono il nostro grado di sensibilità. Questo grado di sensibilità, determina il nostro giudizio della realtà che ci circonda.

In foto: “la nobile semplicità e la quieta grandezza”(J. J. Winkelmann, Geschichte der Kunst des Altertums ) della copia romana del Discobolo di Mirone, Museo Nazionale Romano.

Partiamo da un esempio: un ragazzo che è cresciuto in una famiglia che non ha mai dato importanza allo studio, che a livello educativo non ha ricevuto una buona educazione, e che non sa valorizzare le cose importanti della vita, ma pensa solo a divertirsi, non entrerà mai in un museo, a meno che non sia costretto da forze superiori.

Questo esempio ci aiuta ad affermare che esiste in ognuno di noi un grado di sensibilità, che è determinato da tutti quei fattori che abbiamo elencato sopra, e spetta alla responsabilità di ciascun individuo raffinarlo. Per spiegare meglio perché il bello non possa essere oggettivo cito ora una delle definizioni che dà l’enciclopedia on.line della Treccani al termine è oggettivo:

“Che vale per tutti i soggetti e non soltanto per uno o per alcuni individui, ed è quindi universale, non condizionato dalla particolarità o variabilità dei punti di vista: sapere o.; giungere a conclusioni oggettive.” (http://www.treccani.it/vocabolario/ oggettivo/) .

Se noi affermiamo che la bellezza è oggettiva, deve essere riconosciuta da tutti gli uomini esistenti, anche da una persona che ha il grado di sensibilità al minimo, che non ha un livello culturale di un critico d’arte, che non apprezza i musei, però nonostante tutto anche lui deve riconoscere la bellezza se si afferma che sia oggettiva. Ma a mio modo di vedere, la bellezza non è mai oggettiva bensì soggettiva, in quanto è il soggetto giudicante che determina la bellezza in base a quel grado di sensibilità che gli appartiene. Per concludere, gli oggetti che si manifestano a noi sono filtrati da tutti i fattori esterni, che contribuiscono a formare la nostra identità e, allo stesso tempo, a formare il nostro grado di sensibilità, che determina il nostro giudizio. Ecco perché esistono molti giudizi rispetto ad un solo oggetto preso in esame.

Architettura: non si vede più l’arcobaleno

Era il 28 Novembre del 1922 e Paul Klee teneva lezione al Bauhaus, la più grande scuola d’arte e d’architettura del Novecento, che per ultimo sogno portava con sé l’idea di un’unione tra le arti. Varie erano le figure che affollavano le aule della sede di Weimar tra le quali Kandinskij, col quale Klee già era entrato in contatto nel 1911 quando aderì al gruppo Espressionista del Die Brüke, insieme a Macke e Marc. In quel fervore d’idee e di grandi nomi la figura spirituale ed illuminata di Klee aveva deciso di istituire come struttura per il corso una serie di lezioni sulla Teoria del Colore.

La natura sottopone l’occhio ad un continuo stimolo di colori: “ma c’è un fenomeno che sta al di sopra di tutte le cose colorate – racconta Klee – l’astrazione d’ogni applicazione, elaborazione e combinazione di colori, la pura astrazione cromatica: questo fenomeno è l’arcobaleno.” [1]

Nell’arcobaleno si riscontrano i colori essenziali: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro e viola. Quest’ultimo si dividerebbe in viola indaco e viola rosso, ma per chiudere i colori dell’arco in un cerchio, lo uniremo in un unico colore. I colori primari sono tre: rosso, azzurro e giallo. I tre restanti sono prodotto della miscela dei tre primari. Rapporti di opposizione diametrale si avranno tra il verde ed il rosso, tra il giallo ed il viola, tra l’arancione e l’azzurro: colori complementari tra di loro che si richiamano e risaltano vicendevolmente. Rapporti periferici e di prossimità si avranno tra rosso e arancione, arancione e giallo, giallo e verde e così via.

Sopra: i rapporti cromatici diametrali e perimetrali. – Sotto: La sovrapposizione di due colori complementari.

La sovrapposizione tra due colori complementari mostra le varie possibilità cromatiche che può avere un rosso su cui vengono applicati strati di verde e viceversa. Nella parità di colore, ovvero tanto rosso quanto verde è curioso realizzare che si ottiene il grigio. Così vale per arancione e azzurro, giallo e viola. Nell’equilibrio delle dosi i complementari si annullano nel grigio.

“Si finirebbe col limitarsi al solo grigio, che è il centro del tutto, con la scusa che nel grigio son compresi tutti i colori: azzurro, giallo e rosso. Ed anche nero e bianco. In ossequio a questa legittima verità bisognerebbe dunque bandire tutti i colori, anche il nero e il bianco? Soltanto il grigio è permesso, il solo grigio centrale. Il mondo grigio nel grigio, allora? No! Ancor meno: il mondo come un unico grigio, come il nulla. A questo assurdo può portare la semplificazione, a un estremo impoverimento, alla perdita della vita.” [2]

Nelle Avanguardie del Novecento la scoperta dell’astrazione e del potere espressivo del colore rappresenta un grande fervore rivoluzionario rispetto alle rigide leggi oggettive del figurativismo ottocentesco: colore è vita. Così come il disegno è sguardo, l’altro è spirito. Oggi che il colore dell’architettura è vivo per lo più nel rosso dei capannoni commerciali di OVS, nel giallo e blu di Ikea o nel verde di Leroy Marlin, viene a cuore la lezione del grande maestro del “Making visible”, colui che del colore costruì un linguaggio scientifico e che nei suoi quadri riportò incredibili equilibri cromatici a dimostrazione di uno studio teorico illuminato e meticoloso.

Rosso extraurbano, 2014, I. Zaccagnini

Simpatizzando i tentativi cromatici un po’ goffi ed esuberanti di Jean Nouvel al padiglione della Serpentine gallery del 2010 e dell’intervento sempre londinese di Renzo Piano nel quartiere di Saint Giles il maestro del colore dell’architettura che solitario viene in mente è l’ormai passato a miglior vita premio Pritzker Louis Barragan. Architetto messicano, portò avanti la tradizione e cultura popolare del proprio paese fondendola con le suggestioni dell’Architettura Mediterranea ed in particolare quella araba. In lui la sapienza del contrasto, della manipolazione della luce e della sorpresa attraverso il colore. Richiamo attrattivo e dimensione di stasi silenziosa, nella casa Giraldi di Barragan la vita, il pigmento vibra all’interno e si ripara dal grigio della città polverosa.

Louis Barragan, Casa Gilardi, Città del Messico, 1976; Patrimonio UNESCO dal 2004

Il mondo arabo segna fermamente anche la produzione pittorica di Klee. Il viaggio in Tunisia insieme a Macke lo farà tornare illuminato da nuove visioni cromatiche e solo in quel momento arriverà a dichiarare:

“Il colore mi possiede. […] Il colore ed io siamo un tutt’uno. Sono un pittore.”

Klee suonava il violino e conosceva le leggi dell’armonia, eppure dopo il viaggio tunisino vi sembra essere una presa di coscienza: la sua strada espressiva è quella pittorica.
L’artista trova ispirazione anche nei mosaici bizantini osservati nel suo viaggio a Ravenna del 1926. La tradizione mediterranea chiama fortemente il colore, così come anche nell’architettura greca, radice delle nostre raidici, i templi ebbero a tingersi là dove l’elemento non fu strutturale: il marmo restava bianco per colonne ed architrave, ma il fregio, il frontone e gli acroteri erano espressione di rossi blu e gialli.

Paul Klee, Strada principale e strade secondarie, 1929

La componente cromatica è dunque un elemento essenziale del linguaggio compositivo architettonico, ma ad oggi nelle facoltà di architettura non si insegna alcuna Teoria del Colore e l’occhio dello studente non viene educato ad una scientifica conoscenza degli equilibri del colore e dei loro perché. Eppure la città ha bisogno di risvegliarsi da un torpore grigio, viene da pensare alle periferie e alle aree degradate quanto potrebbero godere di un sapiente uso del linguaggio cromatico. Una vitalità ormai sconosciuta che concilierebbe i confini tra arte ed architettura. Il colore non ingombra spazi ma dilata le proporzioni. E proprio Klee ci ricorda:

“Cosa fa l’artista? Crea forme e spazi! Ma come li crea? Scegliendo proporzioni… Oh satira,
pena degli intellettuali. Paul Klee, 1905 [3]

 

Isabella Zaccagnini – PoliLinea

[1] Paul Klee, Teoria della forma e della figurazione, Mimesis, 2009
[2] Ibidem
[3] Paul Klee, Poesie, Carte d’artisti, 2008