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Ogni mattina, in Africa…, una gazzella…


Arthur Schopenhauer è un autore che non va tanto di moda. Ho studiato qualche anno dai simpatici padri gesuiti della Gregoriana di Roma: di Schopenhauer neanche l’ombra. Derubricato tutt’al più ad un tale che ha influenzato quel sovversivo di Nietzsche. Ora studio a Roma Tre. Di Schopenhauer appena una penombra. Derubricato tutt’al più ad un tale che ha influenzato quel gran fico di Nietzsche.

Cambi l’ordine degli addendi, ma il risultato non cambia. Il soldato Arthur è M.I.A., missing in action.
A me, però, il Nostro sta simpatico. Un articoletto non glielo leva nessuno.
Iniziamo dalle basi. Schopenhauer nasce nel 1788. Il suo capolavoro è Il mondo come volontà e rappresentazione. Già il titolo dice molto. Vediamo.
Tre sono i termini sui quali focalizzarsi: «mondo», «volontà», «rappresentazione». Il mondo può essere inteso, direbbe Wittgenstein, come la totalità dei fatti. Detto più semplicemente, il mondo è il pentolone in cui si mischia tutto quello che accade. Ora, il titolo in questione ci dice che questo pentolone di avvenimenti può essere inteso in due modi: come volontà e come rappresentazione, dove il primo termine indica il fondamento, la verità delle cose, il secondo l’apparenza delle cose.
«Volontà» ha una radice comune alla parola «violenza». In effetti, secondo Schopenhauer, quello che accade nel mondo ha un’origine, un fondamento, appunto, violento. Questo fondamento è, come già detto, la volontà, la volontà di affermarsi, di prevalere, di essere il “numero uno”. E questo non solo negli uomini o negli animali. Prendiamo in considerazione il tempo: ogni istante, ogni minuto, ogni ora vuole letteralmente inglobare, ingurgitare quella precedente. Ed il problema si ripresenta in ogni ambito del reale: ogni mattina, in Africa, una gazzella… vuole evitare di finire sul tavolo del sig. Leone che, invece, vuole magnarsela. I fiumi, esondando, vogliono prevalere sugli argini. La gravità e le masse si prendono a sberle dalla mattina alla sera perché l’una vuole prevalere sull’altra. Il mondo è fatto così. C’è poco da fare.
Questa drammatica situazione, tuttavia, non ci è poi tanto familiare. Ci sembra contro-intuitiva. Perché? Perché siamo schiavi delle apparenze. Come recita il titolo, il mondo può essere considerato in due modi: mettendoci gli occhiali dell’apparenza, che ci fanno apparire la realtà tutta rosa, con lo zucchero a velo che cresce sugli alberi e i pony che saltellano (mondo come rappresentazione), oppure togliendoci gli occhiali e allora il mondo, concedetemi il francesismo, è un gran troiaio (mondo come volontà).
Che si fa? Noi piccoli abitatori del pianeta terra, cosa dovremmo fare? Continuare a vivere di apparenze? Mh. Non è da fighi. Chuck Norris non lo farebbe. Lottare? Sìììì. Ma per cosa? Ecco il punto.

Secondo Schopenhauer, ogni donna e uomo con un po’ di fegato – e di interesse per il pensiero speculativo – dovrebbe impegnarsi a cercare di sfuggire, liberarsi dal meccanismo perverso della volontà. E può farlo in quattro modi.
Anzitutto, con l’arte. L’arte ci consente di sputare fuori le nostre rabbie, i nostri istinti più volenti, la nostra aggressività. Ci permette di espellere la volontà in maniera sana. Purtroppo, però, l’effetto dell’arte è condizionato dal tempo: i quadri si riempiono di muffa, i palazzi, prima o poi, crollano, e la musica non si suona da sola. Serve qualcuno che la suoni. E quel qualcuno non suonerà per sempre.
Seconda idea. La giustizia. Essere giusti vuol dire astenersi dal far violenza al prossimo. C’è un problema. Il grado di astensione dal far violenza la prossimo, chi lo decide? Il soggetto. Sono io che decido cosa voglio che sia giusto. Anche qui, come vedete, la volontà sembra fregarci.
Si potrebbe tentare con la compassione, dice Schopenhauer. Peccato che anche nella compassione per i malcapitati ci sia sempre un certo grado di narcisismo, di «Eh eh, ma quanto sono bravo? Ma quanto sono buono?!».
Quarta ed ultima soluzione. Concentrarsi. Focalizzare tutte quante le proprie forze per riuscire, come un monaco tibetano, a non-volere. Quella che Schopenhauer chiama noluntas è una forma di allontanamento estremo dalla violenza della volontà, che si può raggiungere solo alla fine di un lungo e profondo cammino di ascesi.
Vi avevo detto che Schopenhauer mi sta simpatico, è vero. Però non mi ha mai convinto davvero. In che modo il non-volere ci libera dalla volontà? Non-volere non è pur sempre una forma di volizione? Ho l’impressione che, se le cose stanno effettivamente come dice il Nostro, allora la volontà è una bestiaccia che ti frega sempre. È come la verità. Chi nega il vero è convinto che tale negazione sia… vera. E dunque riafferma il vero stesso. Chi nega l’esistenza della storia, lo fa pur sempre all’interno della storia. Allo stesso modo ogni negazione della volontà riafferma l’esistenza e la potenza della volontà stessa.
Ecco perché apprezzo Nietzsche. Perché se veramente la volontà è il fondamento della realtà, allora bisogna arrendersi ad essa, farla propria e utilizzarla per sopraffare il prossimo. Ecchissenefrega, una volta per tutte, del buon Samaritano.
Ma ripeto, solo se la volontà fosse effettivamente il fondamento del mondo. E qui uso il congiuntivo, perché, temo, le cose stiano diversamente.

Giulio Valerio Sansone

Enrico Ghinato. Divertire dipingendo il rombo di un motore.

“Ma come fa?”. In tutta sincerità é questo il primo pensiero che mi é venuto in mente quando ho ammirato per la prima volta un’opera di Enrico Ghinato.
Ciò che affascina dell’arte contemporanea in senso ampio, é il suo essere profondamente enigmatica. Nell’arte contemporanea la bellezza e l’allusione, il simbolismo e la disincantata profondità si incontrano mettendo in primo piano il significato filosofico, la dimensione interiore, il pensiero che l’artista intende esprimere. Enrico Ghinato, pur essendo un artista tra i più contemporanei, si discosta da questa visione. Ciò che colpisce al primo sguardo, in un quadro di Ghinato, è la tecnica pura, la quasi maniacale precisione delle sue mani, la bravura estrema, l’abilità con cui raffigura i suoi soggetti: le automobili. In controtendenza con artisti che prediligono l’invito alla riflessione, Enrico Ghinato pone come soggetto della sua opera la bravura tecnica. Le automobili di Ghinato sono perfette, bellissime, così vicine alla realtà, sembra quasi di poterle toccare, di poter aprire la portiera di una delle sue decappottabili, accendere il motore e partire a tutta velocità. Le fiancate, i fanali, gli specchietti sono caratterizzati da colori accesi, sfumature raffinatissime, riflessi di luci e ombre, in termini semplici e senza alcuna esagerazione, sembrano vere. Per un attimo si ha l’impressione di udire il rombo assordante del motore, di rimanere abbagliati da lame di luce che si riflettono sul cofano dell’automobile fiammante, di essere incantati da figure indefinite che si specchiano sulla superficie. Basta trovarsi a un solo metro di distanza ed osservare il quadro, per essere convinti di essere di fronte a una stampa, una fotografia. Poi avvicinandosi lentamente, e, accostando lo sguardo, ci si rende conto che non si tratta di un poster, ma di un dipinto olio su tela.

Enrico Ghinato inizia la sua formazione pittorica giovanissimo, studiando i pittori fiamminghi, per poi avvicinarsi progressivamente all’iperrealismo americano di grande successo negli anni ’70. Sarà questa la sua fonte di ispirazione, ed un numero veramente esiguo di artisti sono riusciti a raggiungere quel livello di precisione quasi chirurgica in grado di compiere un’opera di avvicinamento pressoché totale alla realtà. Enrico Ghinato é uno di questi.
E’ curioso come un autore così avvenieristico e dinamicamente moderno si avvicini tuttavia, in maniera paradossale, alla mentalità caratteristica di tutte le varie correnti artistiche sviluppatesi nei secoli fino ai primi decenni dell’ottocento, fino all’invenzione quindi  della macchina fotografica. Questo apparecchio cambierà a tal punto il modo di interpretare l’ ispirazione artistica, tanto da rivoluzionare il concetto stesso di arte.
Prima dell’avvento delle pellicole fotografiche, l’intenzione artistica era quella di rappresentare la realtà nella maniera più precisa possibile, con tecniche pittoriche basate sull’immensa bravura tecnica dell’artista (attenzione, senza mettere in secondo piano la sensibile profondità e l’enorme intensità caratteristica delle opere dei grandi artisti di ogni epoca).
Dopo l’avvento della macchina fotografica, andava progressivamente diminuendo il desiderio di rappresentare le cose per come appaiono all’occhio dell’osservatore. Il concetto, il pensiero implicito dell’artista prende il posto della tecnica in quanto tale.
Enrico Ghinato dipinge automobili modernissime con uno spirito tipico di epoche lontane. Avvicina il passato al presente. Ghinato abbraccia l’iperrealismo portandolo all’estremo delle sue possibilità. L’effimero dettaglio di un’automobile viene elevato, esaltato, posto al centro dell’attenzione. Un particolare viene spiegato in tante sfaccettature, ognuna a sua volta caratterizzato da una moltitudine di altri dettagli, ognuno rappresentato in maniera unica, con il massimo della cura e con esasperata attenzione per ogni suo tratto.
Personalmente ritengo che un’opera di Ghinato abbia un potere molto particolare. Lo sguardo viaggia tra le spigolature delle automobili, tra i riflessi, tra i bagliori di colori metallici. L’attenzione naviga in maniera rilassata su ogni dettaglio, perdendosi e ritrovandosi, senza sforzarsi di ricercare un significato, solo contemplando la forte bellezza dell’immagine, per poi dissolversi lentamente e lasciare la mente libera di pensare a qualsiasi cosa.
Giovanni Alfonso Chiariello

L’arte giovane: intervista a Giampiero Celani Piendlbach

 Proponiamo un’intervista ad un giovane artista emergente e disegnatore del noto marchio di occhiali LGRGiampiero Celani Piendlbach.

 

D: Perché e quando è iniziato il tuo interesse per il disegno? Raccontaci la tua storia.

R: Disegno da quando ho memoria, fin da bambino ho avuto una predisposizione come tutta la mia famiglia da parte di linea maschile. I miei quaderni scolastici erano già pieni di schizzi e disegni.

 

D: Hai seguito dei corsi di disegno o sei autodidatta?

R: Autodidatta ma ovviamente sono e sono stato influenzato da altri artisti. Osservo e osservavo molto. I miei primi, goffi disegni, credo di averli tracciati osservando i numerosi animali impagliati e trofei di caccia da sempre presenti in casa mia. Un grande contributo, o meglio una piccola rivoluzione, l’ebbi grazie ad un bidello delle elementari, Tulio, che m’insegnò la prospettiva e il “punto di fuga”. Più recentemente, l’incontro con il maestro Giovanni Antoci, ha contribuito ad una maggiore consapevolezza dell’uso dei colori ad olio nella pittura, nonché ad approdare ad una maggiore sintesi delle linee e liberarmi di certi schemi per approdare (ma al momento solo in pittura…) ad uno stile più astratto.

 

D: Parlaci delle tue esperienze passate.

R: Sono in continua evoluzione, sempre alla ricerca di un miglioramento. Del passato, parlo poco, i disegni tracciati già solo un anno fà, mi fanno orrore… se li trovo, generalmente, li distruggo! Alchemicamente, potrei dire che sto lavorando sulla pietra grezza nel tentativo di trasformarla in Oro, tentativo (vano?) di migliorare la mia Opera.

 

D: Su cosa stai lavorando?

R: In questo periodo mi sto concentrando nel ritratto, di volti, di nudi. Le donne rimarranno sempre un inesauribile oggetto d’ispirazione e riflessione, non ha un senso estetico l’artista che non sente il bisogno d’immortalarle. Ogni singola ragazza ha in sé una parte dell’intera ricchezza indivisibile dell’infinito e nei miei ritratti tento di cogliere queste “particelle d’infinito”, però la strada è ancora lunga e non basterà tutta una vita forse.

LGR Celani Piendbalch

 

D: Dove preferisci disegnare?

R: Adoro starmene da solo nei caffè o nei parchi. Spesso mi si può incontrare seduto con il mio album di disegni e la penna davanti ad una tazza di tè in un bar o su di una panca in qualche parco. Per esser ispirato, ho bisogno di quell’atmosfera dei racconti di Hermann Hesse o di Proust che ho sempre amato.

 

D: Da dove prendi l’ispirazione? Cosa ti aiuta a sviluppare la creatività?

R: Come ho appena detto, l’atmosfera e l’odore dei Bar/Caffe, un libro, una passeggiata un lungo viaggio, anche perché non parto mai senza un album dei disegni. Sopratutto però, vengo ispirato dalla natura, la solitudine di una foresta o di un tramonto marino mi fa conoscere sensazioni ignorate da molti “cittadini”, sentimenti che la bellezza e la semplicità della natura sanno offrire a chi è disposto ad ammirarle con compiacimento. Nessun’altra cosa mi dà più creatività e gioia di un vagabondaggio attraverso una campagna o un bosco di abeti della Stiria (Regione nel cuore dell’Austria), quelle foreste nordiche che Oswald Spengler paragonava alle forme architettoniche delle grandi cattedrali gotiche. Mi piace sentirmi parte di quella natura: neve, bosco, silenzio, animali.

Nudo di donna, 2013, G. C. Piendlbach

 

D: Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato? Qual è la tua tecnica e che strumenti utilizzi?

R: Sicuramente ho tratto ispirazione da tanti artisti di area fiammingo-mitteleuropea: Bruegel, Dürer, i nudi di Leonardo, Alfons Mucha e il più contemporaneo (si fa per dire) Georg von Sluyterman. Uno stile ed una tecnica tutta mia, ancora, come già detto, non è maturata, potrei definire quello che sta emergendo, come una sintesi d’incisioni del 500, un po’ di schizzi di Leonardo, un pizzico di Romanticismo nordico, Jugend Stil ed anche un po’ di fumetto. La maggioranza dei miei disegni sono realizzati con una praticissima penna Bic, ma utilizzo per le parti più scure, anche dei pennini o inchiostro. Ultimamente arrivo a realizzare il tutto combinando varie tecniche.

 

Quercia, 2011, G. C. Piendlbach

D: Progetti futuri? Mostre?

R: Devo vincere la mia pigrizia, timidezza e riluttanza ad espormi…perché non ho ancora realizzato o espresso ciò che vorrei nel disegno. Ho, comunque, ricevuto varie proposte da parte di locali, caffè e discoteche d’esporre i miei disegni/tele ma ancora non ho accontentato nessuno ma credo che tra breve mi darò da fare e qualcuno sentirà parlare di me…sto preparando delle grandi “Opere urbane” che esporrò, diciamo, a suffragio della collettività cittadina (ride, nda). Inoltre con la mia amica e sempre solare Jenny Bleakly, stiamo realizzando, dei foulard e scialli in seta pregiatissima cuciti a mano, recanti dei miei disegni ispirati alla campagna ed ai suoi animali, associati al suo eccezionale intuito e gusto maturato in anni di lavoro ed esperienza nel campo della moda parigina.

 

D: Un consiglio per i disegnatori di oggi?

R: Quando sarò in grado di consigliare qualche disegnatore, vorrà dire o che son diventato un vecchio savio, o un artista realizzato e al momento, non sono nessuna delle due cose.

 

Planimetria tratta dall’alto, dal punto di vista di Dio, 2011, G. C. Piendlbach

Di Noemi Russo

A cura di Assia Federica Orneli e Antonio Maria Napoli

Il business dell’arte in tempi di crisi

Ogni anno, puntualmente, nella settimana antecedente al Natale, le porte della casa del mio amico Giuseppe si aprono per “sfamare” e divertire amici ed amiche. Come in tutti gli appuntamenti fissi annuali, si ripetono, due avvenimenti: il primo consiste nella conoscenza dell’amica di famiglia del padrone di casa che diverrà un’inseparabile compagna nel corso della giornata, il secondo consiste nella ormai matematica certezza che tale ragazza non rivedrai mai più se non al pranzo di Natale dell’anno successivo. Quest’anno la ragazza in questione si è rivelata essere Beatrice. Così tra il racconto della sua vita a Londra, delle sciate a Rivisondoli e del fatto che essa ami fare merenda a Shanghai e la cena a Praga si è giunti a discutere dell’arte e delle esposizioni in giro per il mondo. Vi chiederete cosa c’entri il resoconto di questa conoscenza con un approfondimento sul mondo dell’arte. Ebbene, di un’ora di colloquio per un’intera settimana mi sono rimaste fisse, come chiodi nella mente, tre parole: Munch, Sotheby’s e Christie’s.

Se la prima parola si riferisce al “pittore dell’angoscia” Edvard Munch, le altre due sono i nomi delle più importanti case d’aste al mondo. Il nesso tra queste tre parole è il “Mercato dell’arte” ed i suoi paradigmi, con l’opera più celebre del sopracitato artista norvegese “L’urlo”, la quale è stata battuta all’asta per l’astronomica cifra di 119.922.500 dollari dalla casa d’aste londinese Sostheby’s. L’Urlo di Munch è l’emblema di come in un periodo di crisi congiunturale di livello e contagio mondiale, il business che deriva dall’arte ha fatto registrare un forte interesse da parte di fondi d’investimento e della finanza.

Due terzi delle transazioni di questo mercato provengono dall’arte moderna e contemporanea. A contendersi in ogni angolo del globo questo mercato, vi sono case d’aste finanziate e controllate da fondi d’investimento e banche mondiali, con Sotheby’s e Christie’s a farla da padrone. Per comprendere l’immenso giro d’affari che deriva da questo segmento del mercato basta pensare al bilancio della major Sotheby’s che dai 4,8 miliardi di dollari dichiarati nel 2010 è passata ai 5,8 miliardi del 2011.

La diretta rivale Cristie’s, controllata dall’imprenditore francese François Pinault, è stata al centro di molteplici studi di settore, allorchè, nel 2010 con un +53% annuo, fece pensare ad una bolla. Il successivo bilancio in attivo del 2011 ed il trend positivo di quest’anno hanno dimostrato che non si trattava di speculazione, bensì di una nuova concezione delle opere d’arte.

Questa concezione non riguarda la sensibilità di chi acquista, né tanto meno una maggiore attenzione per ciò che di più alto l’uomo può fare, bensì una nuova tipologia di prodotto. Il mercato dell’arte sta attraversando un periodo di notevoli trasformazioni. Innanzitutto, esso viene sempre più considerato un mercato dove è possibile trovare ottimi “beni rifugio”. Basti pensare al mercato finanziario italiano, ove il FTSE MIB che raggruppa più della metà delle transazioni della Borsa di Milano, ha visto in dieci anni calare il proprio valore nominale del 60%. Se esso lo si paragona al “mercato dell’arte”, nello stesso arco di tempo, si noterà come le opere dei cinquanta artisti italiani maggiormente quotati da ArsValue abbiano incrementato il proprio valore del 60%. Ciò non è estendibile all’intero mercato dell’arte italiano che ha fatto registrare nell’ultimo anno una flessione del 15% rispetto all’anno precedente.

Ulteriore trasformazione è rappresentata dalla incessante crescita del mercato statunitense che nell’ultimo biennio ha registrato un +38,7% e dall’alto numero di aste multimilionarie per opere di grande pregio, ove, dati alla mano riguardo alla sola quotazione, resta la predilezione per l’arte moderna rispetto a quella contemporanea da parte degli investitori/collezionisti.

Infine, ed in questo a mio modestissimo parere risiede la chiave di volta e il futuro di questo segmento del mercato, è da un lustro in constante aumento il numero di “new clients”. Per “New clients” s’intendono persone mai interessatesi prima al collezionismo, il cui carattere distintivo risiede nella predilezione per i cosiddetti “private sale” e per le aste online. Nel frattempo non mi resta che guardare il secchio dell’immondizia del Bar La Mescita ove è impresso lo stencil dell’artista romano Sten, come a dire che anche un cappuccino ti può far ammirare ciò che di più bello e sublime i nostri tempi ci donano.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Se un muro prende vita. Se la materia lascia posto all’emozione… forse allora si può dipingere un sentimento

Il muro. Questa immagine ha sempre evocato nell’immaginario collettivo qualcosa di fermo, stabile,  che limita l’accesso a un elemento della realtà. Mario Arlati trasforma questa immagine in qualcosa di diverso, una rappresentazione dinamica, in divenire, colma di sfumature e di movimento. Il Muro di Arlati non rappresenta un ostacolo, ma al contrario fornisce la chiave per accedere a un mondo a tratti inesplorato, regalando all’osservatore stesso gli strumenti per poter espandere la propria immaginazione in una continua ricerca interiore. Non è un caso, infatti, che “I Muri” di Arlati continuino a rappresentare negli anni dei veri e propri gioielli nello scenario dell’arte contemporanea.

Come molti artisti contemporanei, Mario Arlati parte dall’utilizzo della materia. Una materia, tuttavia, che già dal primo momento non appare statica, ma assume una dimensione dinamica e in continuo divenire, che attrae l’osservatore come uno spettatore davanti ad un’ avvincente pellicola. Scrive Enzo De Martino: “Mario Arlati prende a pretesto la materia per immedesimarvisi, per esplorarne le più segrete possibilità espressive.” E ancora scrive Claudio Cerritelli : “La pittura è per Arlati materia che non disperde alcuna energia fuori da sé, perchè è materia entro cui si nasconde altra materia”.

Arlati, vero artista contemporaneo, conosce bene come interpretare l’anima e l’essenza che caratterizzano la pittura di questo periodo storico. Il linguaggio, il mezzo utilizzato, non è solo uno strumento per trasmettere un messaggio, ma rappresenta il messaggio stesso. Un’opera d’arte è tale quando è in grado di evocare sensazioni, emozioni, modificare lo stato d’animo dell’osservatore e indurlo in uno stato di contemplazione.

E’ interessante notare come un muro di Arlati, nella sua incredibile bellezza estetica, sia pervaso da ferite, tagli, lacerazioni, rotture della tela, che rappresentano e richiamano i numerosi conflitti mai risolti dell’animo umano con i suoi persistenti interrogativi.

 Senza ricorrere alla figurazione, la tela viene usata da Arlati come un muro che delimita un luogo magico in cui, alla gestualità continua della pennellata di colore cui sovrappone un’altra ancora, si affida il compito di rievocare frammenti sparsi di una realtà vissuta intensamente” (Giulia Coccia). Dietro tali violente lesioni della materia e stratificazioni interne, si nascondono i colori forti, accesi, che in un primo momento sembrano imprigionati e trattenuti dalle fenditure del muro, ma che successivamente, sembrano voler fuggire dalla tela, ed esplodere all’improvviso per scatenare tutta la loro potenza nell’animo dell’osservatore.

Arlati utilizza in modo innovativo ed audace le ombre come se fossero un nuovo colore. Tali ombre, dovute alla luce di un ambiente che illumina le increspature del quadro, conferiscono all’opera un aspetto più che mai in divenire, come le onde del mare, riflettendo le infinite sfaccettature dell’animo umano. Scrive Emanuela Dottorini di Torlonia “il muro di Arlati è un respiro che riflette la propria luce e la propria ombra dentro i meandri e le fenditure irregolari del quadro finito”.

L’intenzione di Arlati non è quella di descrivere. L’arte figurativa, narrativa, è completamente abbandonata. Il soggetto dell’opera non è un elemento della natura o una figura umana. Al contrario, questo straordinario artista parte dalla materia per dipingere emozione, utopia, sentimento; non il sentimento in quanto tale, ma un sentimento personale suscitato intimamente nello spettatore. L’osservatore viene coinvolto dall’opera stessa e indotto in uno stato di contemplazione e ricerca interiore.

Ciò che affascina enormemente in questo artista è che l’osservatore riesce a percepire solo uno spiraglio dell’opera stessa. Il dialogo con la materia, come lo definisce Enzo Di Martino, è un dialogo segreto, che tuttavia è in grado di evocare sensazioni enigmatiche e misteriose nella loro intensità, alle quali l’osservatore stesso ha difficoltà a dare un nome.

Scrive ancora Claudio Cerritelli: “La pittura è per Arlati materia che non disperde alcuna energia fuori da sé, materia entro cui si nasconde altra materia, frammento che rimane ancorato alla tensione dello spazio in cui è stato concepito, manipolato, esaltato”.

Ci troviamo di fronte a un artista che non ha avuto timore nel compiere qualcosa di incrediblmente unico. Arlati non soltanto evoca un’emozione. Mario Arlati rappresenta l’emozione stessa.
Scaglie di luce, ombre estese e affilate, colori vivi come il rosso del sangue, il blu intenso del cielo d’estate, il bianco della purezza e innocenza, il giallo-arancione delle fiamme tendente verso sfumature dorate, il nero dell’ignoto che provoca paura e inquietudine nell’ animo umano,  intravisti come lame attraverso le lacerazioni, o prepotentemente “liberati” sulla tela. Sono questi gli elementi che uniti in una tela danno vita a un “Muro” di Arlati.

Un muro che non rappresenta un ostacolo, ma una porta verso un suggestivo ed emozionante viaggio nella propria dimensione interiore.

Giovanni Alfonso Chiariello 

"Enzo Fiore"

Stupire, colpire, emozionare. E’ questo lo scopo che ogni giovane e promettente artista contemporaneo cerca di inseguire attraverso la ricerca di uno stile che lo identifichi. Pochi ci riescono, ma soprattutto pochi artisti, come Enzo Fiore, riescono davvero ad impressionare l’osservatore che rimane rapito dall’intensità delle sue opere. Enzo Fiore, giovane artista si presenta al mondo poco più che trentenne, proponendo un tipo di arte completamente nuovo e originale. Non utilizza, infatti, le classiche tecniche pittoriche, ma le sue figure sono composte da terra, foglie, radici, muschio e perfino insetti secchi, fissati alla tela mediante resine particolari. Le radici con cui compone le forme rappresentate richiamano il sistema venoso, attraverso uno studio attento dell’anatomia umana. Il mondo vegetale si unisce a quello animale in un divenire unico. L’essere umano, per Enzo Fiore, è composto da materiale biologico appartenente all’universo della natura, e come tale deve essere riprodotto. Nelle sue opere la natura non viene rappresentata, viene “utilizzata”, non è più l’oggetto da rappresentare, ma diviene il soggetto, diviene la rappresentazione stessa.
Un ritratto di Enzo Fiore, osservato ad una distanza di qualche metro, ha un aspetto più freddo, i tratti somatici hanno un contorno definito, chiaro, semplice. Ma la vera opera di Fiore, si materializza gradualmente agli occhi dell’osservatore, mentre ci si avvicina lentamente alla tela. Gradualmente l’opera prende vita, acquista una dinamicità crescente e impressionante. La sensazione è quella di essere catturati da radici che si inerpicano e si diramano lungo la chioma o i lineamenti di un personaggio ritratto, insetti che sembrano nascondersi dietro il muschio, frammenti di terra e foglie che sembrano muoversi come agitate dal vento. Il soggetto, da lontano chiaro e nettamente definito, a distanza ravvicinata tende ad azzerare se stesso, perde i suoi contorni, la sua compattezza arrivando ad una sorta di astrattismo in perenne movimento. Afferma l’artista stesso: “Nei miei quadri c’è prima e dopo, l’origine e il punto di arrivo. Cerco di ricostruire la vita, non di riprodurla”.
L’artista afferma inoltre, di essere ossessionato dai due cardini dell’esistenza umana, la vita e la morte. Nella sua opera, Fiore, le unifica e le riassume nella stessa rappresentazione. Le figure dinamiche, vive, persino gli sguardi espressivi, sono rappresentati con materiali come terra, fango, pietre, che esprimono la materia nella viscerale concretezza e fragilità dell’esistenza umana.
In occasione della celebre mostra del 2012 presso il complesso del Vittoriano a Roma, intitolata “I Miti della Storia”, l’artista mostra di aver raggiunto il culmine della sua maturità artistica, esprimendosi con uno stile forte, personale, marcato ed estremamente suggestivo. Ormai celebri sono i ritratti di personaggi che hanno scritto la storia come Renoir, Amedeo Modigliani, Dalì, John Lennon, Maria Callas, Paul Newman, Michael Jackson, Pablo Picasso, Jimi Hendrix, Marilyn Monroe, Gandhi, rappresentati secondo il suo personalissimo stile. Fiore ama proporre anche soggetti già raffigurati da eccellenti artisti di immortale memoria, quali “La Gioconda” di Leonardo o l’ “Infanta Margherita” di Velàzquez. Indipendentemente dal soggetto rappresentato, tutte le opere sono accomunate dallo stile unico e dalla scelta dell’artista di appropiarsi di un’iconografia immortale per sottometterla alla sua visione della realtà e della natura. La sua tecnica artistica parte da un disegno iniziale con cui si definiscono i contorni della figura, per poi divenire istintiva, coinvolgente. Allo stesso tempo concreta per i materiali, e astratta per l’incredibile espressività.
La tecnica utilizzata da Fiore non ammette sbagli né correzioni. Se nel corso dell’opera, l’artista si accorge di aver commesso un errore, distrugge la tela e passa al ritratto successivo. Praticamente una metafora della vita. Gli eventi passano, non si torna indietro, si può solo andare avanti. Enzo Fiore nei suoi ritratti rappresenta la vita, intensa e concreta.
E’ impossibile non stupirsi di come questo incredibile artista riesca a dare un’intensità così forte ed un’espressività così viva, agli sguardi dei suoi ritratti, utilizzando materiali come terra, radici, foglie. Dichiara l’artista in una recente intervista: “Siamo fatti di materia organica e con i miei quadri cerco di avvicinarmi il più possibile alla nostra sostanza, all’origine dell’uomo, ricostruendone cellula su cellula la sua immagine”.
Giovanni Alfonso Chiariello

Casa di bambola: tra moda e fotografia

Angela-Lo-PrioreDonne tutte uguali, con lo sguardo fisso davanti a sé. Capelli a caschetto, unghie laccate, rossetto rosso, ti guardano fisso ma non ti vedono. Si apre oggi la cinque giorni dell’haute couture capitolina, ma non è solo sulle passerelle che sfilano le mannequins. Nel cuore del quartiere di San Lorenzo, lo Studio d’arte Contemporanea Pino Casagrande presenta i lavori fotografici di Angela Lo Priore. 16 immagini in bianco e nero e a colori ritraggono manichini alternati a corpi di donne che sfilano immobili in uno spazio senza tempo. In tempi in cui la bellezza made in Italy sambra essere una questione di bisturi, una mostra intitolata “Manichini – Mannequins” è più di un semplice gioco di parole.

Moda e fotografia confluiscono l’una nell’altra dalla notte dei tempi: non parlano, si fanno guardare, si fanno ammirare…ma nel momento in cui riescono a trasmetterti “quel” qualcosa..diventano arte. L’intuizione dell’artista è geniale: la fotografia è un’infedele riproposizione della realtà perchè sempre la interpreta ma mai la fa rivivere, ma con questo lavoro Angela Lo Priore dimostra di essere consapevole che anche la realtà si può fare gioco di noi. Se i manichini imitano meccanicamente le modelle e queste ultime somigliano fin troppo ai manichini, cos’è realta e cos’è finzione?e soprattutto, chi è l’originale tra le copie? Manichini in serie, donne in serie, una catena di montaggio senza fine. Le fotografie sono ambientate in un ex stabilimento metalmeccanico in Montenegro. Una fabbrica enorme e fatiscente, fredda e deteriorabile come la plastica delle bambole che produce.

Che siano manichini o che scorra del sangue nelle loro vene, queste donne plastiche e artificiali sono belle ma inquietanti, ti intrigano nella loro perfezione ma intimoriscono. Il solo fatto che sia stato possibile trovare donne identiche a manichini fa gelare il sangue. Si torna al tema dell’omologazione, della bellezza ad ogni costo, delle modelle troppo magre, dei ritocchi estetici: si torna all’alta moda. Tutto in una foto.
Secondo il britannico The Economist l’Italia sale sul podio, dietro soltanto a Corea del Sud e Grecia, per quanto riguarda il numero di interventi di chirurgia estetica. Inutile citare esempi, pubblicità immerititata nominare qualche starletta.

php5uyWhPAMAltaroma si è aperto con una mostra, (fotografica ancora) dedicata a Bianca Balti e intitolata appunto “Bianca Balti.Immagini di una favola di moda”. Quarantuno gli scatti di fotografi internazionali, quali Vincent Peters, Giampaolo Sgura, Settimio Benedusi, Ellen Von Unwerth, Camilla Akrans, Marcin Tyszka, Miles Aldridge, Patrick Demarchelier, Karl Lagerfeld, Txema Yeste, Signe Vilstrup e Dylan Don, che ritraggono Bianca nelle campagne pubblicitarie che dal 2005 la vedono protagonista della moda italiana. Dal debutto con Dolce&Gabbana a Roberto Cavalli, Revlon, Anna Molinari, Guerlain, Rolex, Missoni, Blumarine fino a ”The Cal – Mitology”, lo storico calendario Pirelli con gli scatti di Karl Lagerfeld. Una ragazza che e’ riuscita ad arrivare, caratterizzando il nostro Made in Italy a livello internazionale attraverso la sua bellezza, ma anche grazie alla sua solarita’, al suo carattere, a degli atteggiamenti che non sono artefatti, ma che sono suoi.

Bella come una bambola, Bianca rappresenta quello che i manichini non hanno: la voce. Non si tratta solo di saper incrociare bene le gambe in passerella. Non si è mai trattato solo di quello.