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Se un muro prende vita. Se la materia lascia posto all’emozione… forse allora si può dipingere un sentimento

Il muro. Questa immagine ha sempre evocato nell’immaginario collettivo qualcosa di fermo, stabile,  che limita l’accesso a un elemento della realtà. Mario Arlati trasforma questa immagine in qualcosa di diverso, una rappresentazione dinamica, in divenire, colma di sfumature e di movimento. Il Muro di Arlati non rappresenta un ostacolo, ma al contrario fornisce la chiave per accedere a un mondo a tratti inesplorato, regalando all’osservatore stesso gli strumenti per poter espandere la propria immaginazione in una continua ricerca interiore. Non è un caso, infatti, che “I Muri” di Arlati continuino a rappresentare negli anni dei veri e propri gioielli nello scenario dell’arte contemporanea.

Come molti artisti contemporanei, Mario Arlati parte dall’utilizzo della materia. Una materia, tuttavia, che già dal primo momento non appare statica, ma assume una dimensione dinamica e in continuo divenire, che attrae l’osservatore come uno spettatore davanti ad un’ avvincente pellicola. Scrive Enzo De Martino: “Mario Arlati prende a pretesto la materia per immedesimarvisi, per esplorarne le più segrete possibilità espressive.” E ancora scrive Claudio Cerritelli : “La pittura è per Arlati materia che non disperde alcuna energia fuori da sé, perchè è materia entro cui si nasconde altra materia”.

Arlati, vero artista contemporaneo, conosce bene come interpretare l’anima e l’essenza che caratterizzano la pittura di questo periodo storico. Il linguaggio, il mezzo utilizzato, non è solo uno strumento per trasmettere un messaggio, ma rappresenta il messaggio stesso. Un’opera d’arte è tale quando è in grado di evocare sensazioni, emozioni, modificare lo stato d’animo dell’osservatore e indurlo in uno stato di contemplazione.

E’ interessante notare come un muro di Arlati, nella sua incredibile bellezza estetica, sia pervaso da ferite, tagli, lacerazioni, rotture della tela, che rappresentano e richiamano i numerosi conflitti mai risolti dell’animo umano con i suoi persistenti interrogativi.

 Senza ricorrere alla figurazione, la tela viene usata da Arlati come un muro che delimita un luogo magico in cui, alla gestualità continua della pennellata di colore cui sovrappone un’altra ancora, si affida il compito di rievocare frammenti sparsi di una realtà vissuta intensamente” (Giulia Coccia). Dietro tali violente lesioni della materia e stratificazioni interne, si nascondono i colori forti, accesi, che in un primo momento sembrano imprigionati e trattenuti dalle fenditure del muro, ma che successivamente, sembrano voler fuggire dalla tela, ed esplodere all’improvviso per scatenare tutta la loro potenza nell’animo dell’osservatore.

Arlati utilizza in modo innovativo ed audace le ombre come se fossero un nuovo colore. Tali ombre, dovute alla luce di un ambiente che illumina le increspature del quadro, conferiscono all’opera un aspetto più che mai in divenire, come le onde del mare, riflettendo le infinite sfaccettature dell’animo umano. Scrive Emanuela Dottorini di Torlonia “il muro di Arlati è un respiro che riflette la propria luce e la propria ombra dentro i meandri e le fenditure irregolari del quadro finito”.

L’intenzione di Arlati non è quella di descrivere. L’arte figurativa, narrativa, è completamente abbandonata. Il soggetto dell’opera non è un elemento della natura o una figura umana. Al contrario, questo straordinario artista parte dalla materia per dipingere emozione, utopia, sentimento; non il sentimento in quanto tale, ma un sentimento personale suscitato intimamente nello spettatore. L’osservatore viene coinvolto dall’opera stessa e indotto in uno stato di contemplazione e ricerca interiore.

Ciò che affascina enormemente in questo artista è che l’osservatore riesce a percepire solo uno spiraglio dell’opera stessa. Il dialogo con la materia, come lo definisce Enzo Di Martino, è un dialogo segreto, che tuttavia è in grado di evocare sensazioni enigmatiche e misteriose nella loro intensità, alle quali l’osservatore stesso ha difficoltà a dare un nome.

Scrive ancora Claudio Cerritelli: “La pittura è per Arlati materia che non disperde alcuna energia fuori da sé, materia entro cui si nasconde altra materia, frammento che rimane ancorato alla tensione dello spazio in cui è stato concepito, manipolato, esaltato”.

Ci troviamo di fronte a un artista che non ha avuto timore nel compiere qualcosa di incrediblmente unico. Arlati non soltanto evoca un’emozione. Mario Arlati rappresenta l’emozione stessa.
Scaglie di luce, ombre estese e affilate, colori vivi come il rosso del sangue, il blu intenso del cielo d’estate, il bianco della purezza e innocenza, il giallo-arancione delle fiamme tendente verso sfumature dorate, il nero dell’ignoto che provoca paura e inquietudine nell’ animo umano,  intravisti come lame attraverso le lacerazioni, o prepotentemente “liberati” sulla tela. Sono questi gli elementi che uniti in una tela danno vita a un “Muro” di Arlati.

Un muro che non rappresenta un ostacolo, ma una porta verso un suggestivo ed emozionante viaggio nella propria dimensione interiore.

Giovanni Alfonso Chiariello 

"Enzo Fiore"

Stupire, colpire, emozionare. E’ questo lo scopo che ogni giovane e promettente artista contemporaneo cerca di inseguire attraverso la ricerca di uno stile che lo identifichi. Pochi ci riescono, ma soprattutto pochi artisti, come Enzo Fiore, riescono davvero ad impressionare l’osservatore che rimane rapito dall’intensità delle sue opere. Enzo Fiore, giovane artista si presenta al mondo poco più che trentenne, proponendo un tipo di arte completamente nuovo e originale. Non utilizza, infatti, le classiche tecniche pittoriche, ma le sue figure sono composte da terra, foglie, radici, muschio e perfino insetti secchi, fissati alla tela mediante resine particolari. Le radici con cui compone le forme rappresentate richiamano il sistema venoso, attraverso uno studio attento dell’anatomia umana. Il mondo vegetale si unisce a quello animale in un divenire unico. L’essere umano, per Enzo Fiore, è composto da materiale biologico appartenente all’universo della natura, e come tale deve essere riprodotto. Nelle sue opere la natura non viene rappresentata, viene “utilizzata”, non è più l’oggetto da rappresentare, ma diviene il soggetto, diviene la rappresentazione stessa.
Un ritratto di Enzo Fiore, osservato ad una distanza di qualche metro, ha un aspetto più freddo, i tratti somatici hanno un contorno definito, chiaro, semplice. Ma la vera opera di Fiore, si materializza gradualmente agli occhi dell’osservatore, mentre ci si avvicina lentamente alla tela. Gradualmente l’opera prende vita, acquista una dinamicità crescente e impressionante. La sensazione è quella di essere catturati da radici che si inerpicano e si diramano lungo la chioma o i lineamenti di un personaggio ritratto, insetti che sembrano nascondersi dietro il muschio, frammenti di terra e foglie che sembrano muoversi come agitate dal vento. Il soggetto, da lontano chiaro e nettamente definito, a distanza ravvicinata tende ad azzerare se stesso, perde i suoi contorni, la sua compattezza arrivando ad una sorta di astrattismo in perenne movimento. Afferma l’artista stesso: “Nei miei quadri c’è prima e dopo, l’origine e il punto di arrivo. Cerco di ricostruire la vita, non di riprodurla”.
L’artista afferma inoltre, di essere ossessionato dai due cardini dell’esistenza umana, la vita e la morte. Nella sua opera, Fiore, le unifica e le riassume nella stessa rappresentazione. Le figure dinamiche, vive, persino gli sguardi espressivi, sono rappresentati con materiali come terra, fango, pietre, che esprimono la materia nella viscerale concretezza e fragilità dell’esistenza umana.
In occasione della celebre mostra del 2012 presso il complesso del Vittoriano a Roma, intitolata “I Miti della Storia”, l’artista mostra di aver raggiunto il culmine della sua maturità artistica, esprimendosi con uno stile forte, personale, marcato ed estremamente suggestivo. Ormai celebri sono i ritratti di personaggi che hanno scritto la storia come Renoir, Amedeo Modigliani, Dalì, John Lennon, Maria Callas, Paul Newman, Michael Jackson, Pablo Picasso, Jimi Hendrix, Marilyn Monroe, Gandhi, rappresentati secondo il suo personalissimo stile. Fiore ama proporre anche soggetti già raffigurati da eccellenti artisti di immortale memoria, quali “La Gioconda” di Leonardo o l’ “Infanta Margherita” di Velàzquez. Indipendentemente dal soggetto rappresentato, tutte le opere sono accomunate dallo stile unico e dalla scelta dell’artista di appropiarsi di un’iconografia immortale per sottometterla alla sua visione della realtà e della natura. La sua tecnica artistica parte da un disegno iniziale con cui si definiscono i contorni della figura, per poi divenire istintiva, coinvolgente. Allo stesso tempo concreta per i materiali, e astratta per l’incredibile espressività.
La tecnica utilizzata da Fiore non ammette sbagli né correzioni. Se nel corso dell’opera, l’artista si accorge di aver commesso un errore, distrugge la tela e passa al ritratto successivo. Praticamente una metafora della vita. Gli eventi passano, non si torna indietro, si può solo andare avanti. Enzo Fiore nei suoi ritratti rappresenta la vita, intensa e concreta.
E’ impossibile non stupirsi di come questo incredibile artista riesca a dare un’intensità così forte ed un’espressività così viva, agli sguardi dei suoi ritratti, utilizzando materiali come terra, radici, foglie. Dichiara l’artista in una recente intervista: “Siamo fatti di materia organica e con i miei quadri cerco di avvicinarmi il più possibile alla nostra sostanza, all’origine dell’uomo, ricostruendone cellula su cellula la sua immagine”.
Giovanni Alfonso Chiariello

Casa di bambola: tra moda e fotografia

Angela-Lo-PrioreDonne tutte uguali, con lo sguardo fisso davanti a sé. Capelli a caschetto, unghie laccate, rossetto rosso, ti guardano fisso ma non ti vedono. Si apre oggi la cinque giorni dell’haute couture capitolina, ma non è solo sulle passerelle che sfilano le mannequins. Nel cuore del quartiere di San Lorenzo, lo Studio d’arte Contemporanea Pino Casagrande presenta i lavori fotografici di Angela Lo Priore. 16 immagini in bianco e nero e a colori ritraggono manichini alternati a corpi di donne che sfilano immobili in uno spazio senza tempo. In tempi in cui la bellezza made in Italy sambra essere una questione di bisturi, una mostra intitolata “Manichini – Mannequins” è più di un semplice gioco di parole.

Moda e fotografia confluiscono l’una nell’altra dalla notte dei tempi: non parlano, si fanno guardare, si fanno ammirare…ma nel momento in cui riescono a trasmetterti “quel” qualcosa..diventano arte. L’intuizione dell’artista è geniale: la fotografia è un’infedele riproposizione della realtà perchè sempre la interpreta ma mai la fa rivivere, ma con questo lavoro Angela Lo Priore dimostra di essere consapevole che anche la realtà si può fare gioco di noi. Se i manichini imitano meccanicamente le modelle e queste ultime somigliano fin troppo ai manichini, cos’è realta e cos’è finzione?e soprattutto, chi è l’originale tra le copie? Manichini in serie, donne in serie, una catena di montaggio senza fine. Le fotografie sono ambientate in un ex stabilimento metalmeccanico in Montenegro. Una fabbrica enorme e fatiscente, fredda e deteriorabile come la plastica delle bambole che produce.

Che siano manichini o che scorra del sangue nelle loro vene, queste donne plastiche e artificiali sono belle ma inquietanti, ti intrigano nella loro perfezione ma intimoriscono. Il solo fatto che sia stato possibile trovare donne identiche a manichini fa gelare il sangue. Si torna al tema dell’omologazione, della bellezza ad ogni costo, delle modelle troppo magre, dei ritocchi estetici: si torna all’alta moda. Tutto in una foto.
Secondo il britannico The Economist l’Italia sale sul podio, dietro soltanto a Corea del Sud e Grecia, per quanto riguarda il numero di interventi di chirurgia estetica. Inutile citare esempi, pubblicità immerititata nominare qualche starletta.

php5uyWhPAMAltaroma si è aperto con una mostra, (fotografica ancora) dedicata a Bianca Balti e intitolata appunto “Bianca Balti.Immagini di una favola di moda”. Quarantuno gli scatti di fotografi internazionali, quali Vincent Peters, Giampaolo Sgura, Settimio Benedusi, Ellen Von Unwerth, Camilla Akrans, Marcin Tyszka, Miles Aldridge, Patrick Demarchelier, Karl Lagerfeld, Txema Yeste, Signe Vilstrup e Dylan Don, che ritraggono Bianca nelle campagne pubblicitarie che dal 2005 la vedono protagonista della moda italiana. Dal debutto con Dolce&Gabbana a Roberto Cavalli, Revlon, Anna Molinari, Guerlain, Rolex, Missoni, Blumarine fino a ”The Cal – Mitology”, lo storico calendario Pirelli con gli scatti di Karl Lagerfeld. Una ragazza che e’ riuscita ad arrivare, caratterizzando il nostro Made in Italy a livello internazionale attraverso la sua bellezza, ma anche grazie alla sua solarita’, al suo carattere, a degli atteggiamenti che non sono artefatti, ma che sono suoi.

Bella come una bambola, Bianca rappresenta quello che i manichini non hanno: la voce. Non si tratta solo di saper incrociare bene le gambe in passerella. Non si è mai trattato solo di quello.