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La cravatta: storia e curiosità dell’ultimo baluardo dell’eleganza maschile

“Ditemi che ho sbagliato una battuta, ma non una cravatta.”

Affermava sicuro e vanitoso l’attore David Niven . Lui, emblema di quell’eleganza puramente britannica che non c’è più, possedeva ben tre stanze di cravatte, che venivano ordinatamente suddivise per toni di colore e fantasie.
Ma facciamo un passo indietro, e vediamo dove trova le proprie origini questo vezzo tutto maschile. Uno degli ultimi e pochi simboli d’eleganza tenuti in voga dalla barbara contemporaneità.knit-tie-and-striped-shirt

Nata non come abbellimento dell’essere, ma come timida maniera di ripararsi dal freddo, in molti sostengono che furono i legionari romani per primi a portare la cravatta. Si trattava di un pezzo di stoffa grezza, detto “focale”, che veniva fasciato intorno al collo già dal II secolo dopo Cristo. Se ne trova la testimonianza nelle raffigurazioni dei legionari sui rilievi della Colonna Traiana (101 -106 d.C.). Ad onor del vero però, non si intuirebbe un gran collegamento fra la cravatta intesa nel senso moderno e questa sua “antesignana”. I veri precursori della cravatta come la intendiamo noi oggi sono i fazzoletti da collo invece, che nella progressione sarebbero arrivati ad assomigliare all’ Ascott, tuttora in uso.


Il nome: “Cravatta” deriva probabilmente dal francese. 
Sembra infatti che sia stato l’uso di un capo simile a quello precedentemente citato ad ispirarne il nome: una specie di “foulard” questa volta (la kravatska, precisamente, dallo slavo krvat: croato), annodato attorno al collo dei mercenari croati al soldo del re di Francia Luigi XIV durante la guerra dei trent’anni. Esso portava con se un significato estremamente romantico, poiché si trattava del dono fatto da mogli e amanti ai soldati che partivano per la guerra, ed era testimonianza di legame e segno di fedeltà verso la donna amata. Dal 1650, la cravatta si afferma al collo dell’intera corte di Francia e nel 1661 lo stesso Luigi XIV istituisce la carica di “cravattaio” del re, un gentiluomo con il solo compito di aiutare il sovrano ad annodare la cravatta. A chi ne faceva uso allora donava audacia e personalità, aggiungendovi merletti e fasce di seta. Presto la moda si diffuse in tutta Europa, venendo adottata da reali e araldi. Il re inglese Carlo II degli Stuart indossava cravatte del valore di 20 sterline del tempo (1660), divenendo in seguito capo d’uso comune tra i ricchi Borghesi, e segno di riconoscimento dei primi dandy.

Lord Brummell, Le Beau, indossava regolarmente cravatte di mussolina leggermente inamidate di colore bianco assieme ai suoi innumerevoli frac blu e pantaloni beige. Si narra che ogni mattina il suo valletto gliene portasse una numerosa quantità, Lord Brummel tentava il nodo, e se non vi riusciva gettava immediatamente la cravatta in terra facendosene porgere un’altra.Un giorno un ospite mattiniero interrogò il valletto a cosa si dovesse quella montagna di mussolina sul pavimento, ed egli gli rispose affranto: “Quelli sono i nostri fallimenti”.

Avvicinandosi alla forma delle cravatte contemporanee, nel 1880, i membri dell’ Exeter College di Oxford decisero di togliere i nastri dai propri cappelli e di annodarseli al collo creando, di fatto, la prima vera cravatta da club. A seguito di questo strambo ma quanto mai riuscito costume, ordinarono ad un sarto di produrre dei nastri appositi con i colori del club da adoperare come cravattini, dando così il via ad una moda che contagiò presto tutti i club e i college inglesi. Da qui deriveranno difatti le così dette cravatte Regimental, ossia quelle cravatte a righe, notoriamente da giorno, che portano i colori e gli stemmi di club e in un secondo momento dei reggimenti d’appartenenza.

Nel XIX secolo la cravatta divenne quella che conosciamo oggi, una capo più funzionale che venne battezzato inizialmente “cravatta alla marinara” , e che fu la base di partenza da cui si sviluppò la cravatta moderna. Mr. Jesse Langsdorf fu il primo, nel 1926 a New York a trovare la soluzione giusta per la produzione industriale e di qualità: quella di tagliare il tessuto con un angolo di 45° rispetto al drittofilo, ed impiegare tre strisce di seta da cucire successivamente. L’idea, che venne brevettata ed esportata in tutto il mondo, rappresenta ancora oggi una cravatta di buona sartoria. Indossata in tutti i suoi colori e le sue fantasie, la cravatta al giorno d’oggi è di uso comune in tutto il mondo come simbolo di eleganza e formalità.

Dalla scuola al luogo di lavoro, essa rimane, insieme alla giacca, uno dei pochi capi significativi che ogni uomo impara a portare e fare suo per le grandi occasioni. E per quanto ministeri e nuovi movimenti politici devoti alla barbara informalità e comodità vogliano cercare di abolirne l’uso sul lavoro, noi sappiamo che il vero gentiluomo non l’abbandonerà mai. Due ricercatori di Cambridge alla fine degli anni ’90 hanno dimostrato attraverso modelli matematici che esistono 85 modi diversi di annodarsi la cravatta. Nel caso non siate ancora riusciti a trovare il vostro, potete consultare la guida recentemente pubblicata da Zalando.

Del resto come diceva l’adorabile Oscar Wilde: “Una cravatta bene annodata è il primo passo serio nella vita.”

Polo: non solo Ralph Lauren

Il primo banco di prova per le “good manners” della My Fair Lady interpretata da Audrey Hepburn, la fiera della vera eleganza, o della vanità come direbbe Thackeray, ma sopratutto un appuntamento a cadenza annuale che, ammettiamolo, è forse più social che sportivo. Stiamo parlando di Royal Ascot, la gara regina del circuito ippico inglese, quello di proprietà di Her Majesty The Queen, dove gli infiltrati sono facilmente riconoscibili e, almeno in questa occasione, l’aristocrazia britannica detta la legge in quanto a bon-ton.

 

 

 

 

Esclusivo tanto quanto un matrimonio reale, le regole per parteciparvi si rifanno principalmente agli abiti da indossare. Lo stile Ascot ,appunto, quel tocco di formalità british che non guasta mai, come il tè delle cinque.

Se nell’800 , quando è stata istituita la corsa, il dress code era implicito nel prestigio dell’evento, e sopratutto negli standard di eleganza che vigevano nella high society dell’allora Victorian Age, oggi il sito web www.Ascot.co.uk fornisce ai suoi futuri ospiti una guida dettagliata, con tanto di immagini e indicazioni su dove recarsi per fare gli acquisti, proprio per evitare possibili imbarazzi al momento del “varco dei tornelli”.

Per quanto riguarda gli uomini, a seconda del prestigio della zona c’è una scala del rigore, in vetta si trova la Royal Enclosure, che richiede ai propri gentlemen eleganti completi da giorno, in nero o in grigio, e, nel vietare foulard di ogni genere, impone categoricamente cravatta o papillon. Il cappello deve essere ben saldo in testa ed è permesso toglierlo solo in alcuni selezionatissimi luoghi. Fondamentale, ovviamente, la scarpa stringata nera.

Volendosi accontentare di sostare un po’ più lontano dai reali, ecco che la Grandstand Admission cancella l’obbligo di indossare il cappello e permette di sfoggiare abiti dai toni più chiari, avanzando proposte di stampe e fantasie tipicamente inglesi. L’ultima alternativa è il Silver Ring: nessun dresscode ufficiale, ma una serie infinita di divieti, niente “fancy dresses” o indumenti a scopo promozionale, bandite le imitazioni così come lo sfoggio di gadget di poco valore.

Ma oltre a fanti e fantini, sono i cappelli delle signore i veri protagonisti. Nonostante il dress code rigidissimo (bandite scollature e spalle scoperte) e l’inderogabile etichetta, il Royal Ascot da sempre si configura come l’occasione, per le ladies d’Inghilterra (in primis quelle della famiglia reale), di sfoggiare i migliori (e stravaganti) cappellini del loro guardaroba.

Presentarsi con i copricapi più favolosi che si possano immaginare è una missione che queste signore hanno davvero a cuore. Le espressioni che hanno mentre vengono fotografate è colma di orgoglio e autentica gioia: più strambo è, meglio è.

 

Fiori, uccelli, frutta, piume, rami, corna, farfalle, niente è esagerato; le falde non sono mai troppo ampie; i colori accesi sono i benvenuti. Le donne al Royal Ascot lasciano correre la loro immaginazione e provano ad andare dove nessun’altra si è spinta prima: ogni anno è una sorpresa e fonte di grandi risate.

La Royal Ascot si correrà nel Berkshire a partire dal 18 Giugno, ma già oggi, sabato 15 giugno, si potrà respirare un po’ d’aria british..I prati della campagna romana come l’Inghilterra dei lord. Questo weekend i giovani appassionati di polo da tutta Europa si danno appuntamento sui campi dell’Acquedotto romano polo club per sostenere le loro squadre. Si sfidano Harvard, Cambridge, University of London e Sapienza. Non più solo ludico passatempo dei regnanti inglesi dunque (del Principe Filippo, del Duca di Edimburgo, del principe di Galles e dei Principi William ed Harry), il gioco del polo conquista l’Italia. E chissà se anche qui ad attirare l’attenzione sarà più la gara di stile che la gara di cavalli..

L’evento è aperto a tutti e avrà inizio alle ore 16.00 e come in ogni evento mondano che si rispetti, al termine delle gare si aprirà un ricco banchetto..Fashion Poli(ni)ce sarà presente e premierà il suo “best glamour player”..

 

 

..insomma, per i cavalli o per i cavalieri, non mancate!