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Stallo alla coreana

In Corea la Guerra Fredda non è mai finita. Anzi, per meglio dire, la guerra non è mai finita, dal momento che la conclusione delle ostilità tra la coalizione nordcoreana e la coalizione sudcoreana non è stata seguita da nessun trattato di pace regolare. Il congelamento delle posizioni statunitensi e cinesi, ai margini della cosiddetta “fascia demilitarizzata” non ha mai portato ad una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra le due coree, e tanto meno tra Corea del Nord e Stati Uniti. Ma, per quanto strano possa sembrare, l’attuale sfida somiglia ad un braccio di ferro nel quale i due contendenti, con i gomiti poggiati sulle due coree, sono a ben vedere Stati Uniti e Cina.

L’esplosione del “problema coreano” è avvenuta in un contesto particolarissimo ed era in un certo senso perfino prevedibile.
Kim Jong Un è arrivato al potere in un momento strategicamente delicato. Il programma di test nucleari nordcoreano, iniziato nel 2006, ha provocato il riarmo del Giappone, innescando una corsa agli armamenti di cui vediamo ora le conseguenze. Questo programma è stato ampliato da Kim Jong Un sia per cercare di pareggiare lo squilibrio militare, sia come mossa di propaganda interna.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump è alle prese con una crisi politica molto acuta, con un congresso diviso e incapace di approvare le leggi del governo, e con un’opposizione dura da parte di una fetta consistente della società civile. Gli interventi militari di Trump, per lo più estemporanei e per lo più affidati al proprio entourage militare, sono serviti a distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni e a creare l’immagine di un presidente forte.

Eppure, al contrario dei raid in Siria e Afghanistan, quello in Corea non è un intervento estemporaneo. Per comprenderlo appieno, bisogna considerare l’avversione di Trump per la Cina.

La Cina possiede l’unica economia globale a poter insidiare, sul lungo periodo, il primato statunitense. Per Trump, che identifica molto strettamente i problemi politici con i problemi economici, è naturale individuare nella principale competitrice economica degli Stati Uniti un rivale da combattere. Donald Trump, va ricordato, è stato eletto anche grazie ai voti degli ex operai della Rust Belt statunitense, che hanno perso il lavoro a causa delle delocalizzazioni e identificano la Cina come la causa delle proprie condizioni precarie. Ormai da un anno e mezzo Trump ci ha abituato con la sua propaganda anticinese. Il presidente statunitense sembra infatti intenzionato a combattere adesso questo avversario, temendo un sorpasso dell’economia statunitense da parte del colosso cinese. Per questo motivo Donald Trump ha deciso di colpire il tallone di Achille della Cina, ovvero la Corea del Nord.

La Corea del Nord si presta perfettamente a questo esercizio di potenza svolto dagli Stati Uniti. Si tratta di un paese governato con mezzi autocratici da un dittatore che è facile, per quanto del tutto fuorviante, definire “folle”. Si tratta di una nazione isolata, economicamente arretrata, e militarmente debole (nonostante le dichiarazioni della propaganda nordcoreana e USA, la Corea ha un esercito arretrato tecnologicamente di almeno trent’anni rispetto a quello statunitense).

Un tempo la posizione delle due coree era fondamentalmente quella di stati cuscinetto tra il blocco socialista e quello capitalista, governati da due dittature di stampo ideologico diverso. Questa posizione ha perso di importanza già a partire dalla normalizzazione dei rapporti tra Cina e USA, ed è diventata secondaria dal 1991.

In un mondo in cui le aggressioni avvengono soprattutto attraverso le vie della finanza e dell’informatica, in cui i missili balistici a lunga gittata dettano le regole della deterrenza, e in cui una superpotenza come gli Stati Uniti è in grado di dislocare enormi masse militari in quasi ogni angolo nel mondo nel giro di poche settimane (come nel caso dell’operazione Desert Shield), i confini geografici stanno perdendo sempre più di peso.

La Corea del Nord, in particolare dopo il 1991, è diventata per la Cina un’appendice arretrata e sempre più marginale. Per quanto gli aiuti cinesi alla Corea del Nord aiutino l’economia cinese a disfarsi dei propri prodotti obsoleti, si tratta comunque di un mercato troppo piccolo per avere un’influenza significativa sulla seconda economia del Mondo.
In passato la Corea del Nord è stata per la Cina il bastione contro l’infiltrazione capitalista nel Mar Giallo settentrionale. Con l’abbandono dell’economia di stato e con l’accresciuto potere navale (la Cina ha da poco varato la propria seconda portaerei), il governo cinese ha sempre meno bisogno di questo alleato scomodo.

Tuttavia, il presidente cinese Xi Jinping non ha ancora tagliato del tutto i propri aiuti economici alla Corea del Nord, e questo per un preciso calcolo politico. Gli aiuti cinesi alla Corea del Nord, è bene specificarlo, sono l’unico motivo per cui Kim Jong Un non ha ancora premuto il bottone rosso. Un’interruzione degli aiuti cinesi porterebbe la Corea del Nord ad un’immediata crisi industriale e alimentare, e il governo nordcoreano sarebbe portato a quel punto a giocarsi il tutto per tutto prima che i cittadini nordcoreani, stremati dalla fame, decidessero di ribellarsi contro il governo. Si tratterebbe di una mossa disperata, una sorta di colpo di coda con cui la Corea del Nord cercherebbe di ritrovare un’unità interna in una lotta che la vedrebbe sconfitta, ma solo dopo aver provocato ingenti distruzioni.

Sono questi i motivi che spingono Xi Jinping e il suo politburo, insieme a Putin, ad evitare un embargo totale contro la Corea del Nord, che equivarrebbe ad un atto di guerra.

Donald Trump afferma di essere disposto ad arrivare ad un conflitto aperto. Eppure, quasi sicuramente non è alla guerra che sta puntando. Quello che interessa a Trump è danneggiare l’immagine della Cina sul piano internazionale.
Probabilmente, il confronto tra Cina e USA riguarda l’enorme traffico commerciale del Mar Giallo, da cui salpano ogni giorno centinaia di navi cargo cinesi dirette verso i porti di tutto il Mondo. Questa fittissima rete di rotte commerciali verrebbe paralizzata da una recrudescenza della crisi in Corea.

È possibile che sia questo il vero scopo delle azioni di Trump, finora indirizzate ad alzare il tono contro la Corea del Nord: innescare i prodromi di una crisi militare che blocchino almeno per un certo tempo il commercio cinese sul Mar Giallo, provocando un danno economico non indifferente alla Cina, la cui economia si basa principalmente sull’import-export di prodotti industriali. Il calcolo statunitense in tal senso sembrerebbe più ponderato e realistico rispetto a quello di una guerra di annientamento che rischia facilmente di sfociare in un conflitto nucleare.

Al momento, comunque, nessuna delle parti coinvolte ha intenzione di “sparare il primo colpo”. La Corea del Nord è frenata dalla certezza di una sconfitta militare rovinosa; la Corea del Sud dalle devastazioni che dovrebbe affrontare durante il conflitto e gestire nel dopoguerra; il Giappone dall’eventualità di un attacco atomico sul proprio territorio; la Cina dalla possibilità di distruzioni collaterali sul proprio territorio e di un’interruzione dei commerci; gli Stati Uniti dalla pessima reputazione che si attirerebbero provocando un conflitto aperto nell’area.

Gli Stati Uniti sono gli unici vincitori di questo stallo, grazie alla psicosi bellica che ha aumentato le esportazioni di armi in Corea del Sud e Giappone.

Quel che sembra certo, comunque, è che la posta in gioco è molto alta e un eventuale conflitto danneggerebbe inevitabilmente tutte le parti in causa, Stati Uniti compresi.

La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

VALORI ASIATICI

Il paradosso della corrispondenza tra confini asiatici e valori asiatici

Immaginiamo la storia dell’incontro/scontro tra l’Ovest e l’Est del mondo come un loop di partite a dama, dove per secoli si è giocato su molteplici terreni di competizione -religiosa, razziale, culturale, filosofica- prima ancora di giungere all’attuale sfida economica.
Ciò che si è giocato, semplificando il discorso al minimo, è l’attribuzione del ruolo “fondamentale” della partita tra civiltà: chi fosse lo specchio e chi fosse lo specchiato, chi fosse l’origine, la “madre”, chi delle due civiltà si fosse costruita sull’immagine creata dall’altro. Una contrapposizione orizzontale che vedrà utilizzati più volte i termini “Eurocentrismo” e “Orientalismo” nella loro accezione negativa: il primo a identificare il senso di superiorità e dominio occidentale, il secondo a racchiudere forzatamente tutti quegli interessi verso la civiltà e la cultura orientale, determinando una presunta omogeneità di essi. La Critica dello scrittore palestinese E. Said nel saggio “Orientalism” ne sviluppa ampiamente le tematiche.

Il trascinarsi dell’immagine collettiva di un costante contrasto tra blocchi antagonisti, ha portato il consolidarsi dell’attributo “Asiatico” come insieme omogeneo e unificato di civiltà. In realtà questo blocco racchiude un’infinità di differenze al suo interno, così come una matrioska può contenere innumerevoli altre matrioske differenti.

Uno dei più grandi problemi legati all’illusorietà di quest’unione è quello concernente i “valori asiatici”, questione ripetutamente rimarcata dal filosofo politico e Nobel per l’Economia Amartya Sen, strenuo difensore della democrazia quale efficace creazione autonoma, anche asiatica e non solo occidentale (“La democrazia degli altri”, A. Sen).


Nel 1993, con la Dichiarazione di Bangkok, in corrispondenza alla Vigilia della Conferenza Mondiale sui Diritti umani di Vienna, i rappresentanti dei paesi asiatici si riunirono per discutere quali fossero le effettive convergenze ideologiche e molti rifiutarono diritti civili e politici contrari ai loro valori: come l’ex primo ministro di Singapore Lee Kwan Yew, definito da Sen, ironicamente, il “sommo campione dei valori asiatici” tentò di indirizzare le scelte comunitarie verso i valori confuciani, difendendo gli ordinamenti autoritari “adducendone l’efficacia nel promuovere il successo economico”, così anche molti altri mostrarono le loro differenti condotte.

   Da un punto di vista diverso la difesa della causa di un canone pan-asiatico può essere ricondotta al “bisogno di resistere all’egemonia occidentale”, e la rivendicazione di una pretesa superiorità di questi valori può essere la risposta alle accuse provenienti dall’Occidente di violare alcuni diritti umani fondamentali (che ahimè anche gli stessi occidentali violano ripetutamente). Il mantenere quest’unità illusoria deve pur servire a qualcosa, e vederne una forma di autodifesa e di forza comunitaria può esserne una lettura plausibile. Allo stesso tempo l’idea di “valori asiatici” comuni, suggerisce lo stesso Sen, dovrebbe essere reinterpretata: non più un insieme unificato di pensiero che attraversa l’Asia, ma una costruzione che, al pari delle costruzioni comunitarie occidentali, serva a rafforzare le differenti identità proprio in questa loro diversità, e a ridefinire e i confini interni a partire dalle diverse richieste di integrazione legate alle politiche antitetiche tra stati democratici, alcuni dei quali India, Bangladesh, Corea del Sud, Filippine, Pakistan, Indonesia e Tailandia e stati autoritari, come Cina e Corea del Nord.

“La tesi di una grande dicotomia tra valori asiatici e valori europei aggiunge poco alla nostra comprensione e molto alla confusione sulle basi normative della libertà e della democrazia”, ricorda Amartya Sen durante un convegno tenuto a New York quasi vent’anni fa insieme alle prime osservazioni sul tema dei valori asiatici, la cui attualità in questi giorni d’inasprimenti interni ai paesi asiatici, dal regime dittatoriale della Corea del Nord, alla crescita del nazionalismo indiano, al contrasto ideologico cinese, ci porta alla conclusione che forse non sia più realistico far coincidere i confini geografici asiatici con quelli dei loro valori, ma che in questo momento di riassesto dei confini e di crisi interne, ancora serva pensarli.




Costanza Fino




Apple: tra Asia e nuove strategie passando per l’iPhone 5

Giornata uggiosa a Roma con un caldo ed umidità stile India. Stesso trantran settimanale con la Biblioteca del Senato a farmi da seconda casa ed il solito panino come pasto. La cornice del Pantheon invece è da far invidia a chiunque. C’è Emiliano accanto a me e mentre il mio sguardo si perde sulla ragazza ventenne o poco più che dalla festa NoBrain dello scorso venerdì non riesco a scordare, si fa ora di rientrare a studiare. Riavviandoci verso Piazza della Minerva Emiliano mi chiede – Anto, ma a te quanto ti dura la batteria? – Da lì è un susseguirsi di considerazioni sugli smartphone e sui possibili risultati trimestrali di Apple, Samsung e Nokia. Ad ogni modo capisco che per la terza volta avrò da scrivere della protagonista della settimana: l’Apple.

Purtroppo e senza alcuna remora nell’affermarlo a tenere banco su tutti i media, nelle discussioni sul web e anche in quelle da bar (a Roma se la gioca con la S giunta Polverini) c’è l’Apple. Sostengo ciò, concordando a pieno con le parole espresse sul New York Times dal premio Nobel Paul Krugman – Un altro modo per evitare di parlarci o di guardarci negli occhi – e a mio modo di vedere di focalizzarci sulle reali problematiche e su prossimi scenari dell’economia reale e finanziaria. Tant’è che comunque la corazzata di Cupertino ha presentato al mondo il nuovo Iphone 5 con gli appassionati e nerd del mondo delusi dalle poche innovazioni rispetto al predecessore, ma con analisti finanziari ed economici concentrati sulla nuova tipologia d’investimento lanciata da Apple.

La nuova strategia messa in campo da Apple, non si basa più sulla sola ricerca tecnologica, ma tanto più nel potenziamento della capacità produttiva e nell’organizzazione delle spedizioni. In poche parole il contrario di quel che fa Fiat. Da una personale analisi del report di bilancio di Apple lo scorso anno, più della metà degli gli oltre 7 miliardi di Usd d’investimenti in conto capitale sono stati dedicati allo sviluppo delle tecniche di sviluppo gestionale dell’azienda. Di fatto, grazie a questa strategia, l’azienda che da sola ha un valore di oltre 200miliardi di dollari, superiore all’intera capitalizzazione della Borsa di Milano, è riuscita il primo giorno ad immettere l’Iphone 5 in quasi il doppio dei paesi rispetto al precedente lancio dell’Iphone 4 ed entro la fine dell’anno saranno 100 i paesi ove sarà possibile acquisire il cosiddetto “melafonino”. Per quel che concerne il lato tecnologico il nuovo dispositivo ha un peso del 20% inferiore al 4S ed è più sottile per un 18%, anche se la vera novità è rappresentata dal LTE (ribattezzato 4G). LTE (Long Term Evolution) è l’ultimo standard di riferimento per la trasmissione dati sulla rete mobile, con prestazioni che a pieno regime possono superare di ben venti volte la velocità dell’Adsl.

Se le competenze tecniche non riguardano questa rubrica, gli scenari che dall’immissione di un prodotto così annunciato possono scaturire nell’economia globale sì. Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il fatto che non solo i prodotti ormai sono usufruibili e commercializzati in tutto il mondo, ma che anche la fase produttiva riguarda in vasta scala il globo nelle fasi di inventiva e assemblaggio di ogni singolo oggetto. Quel che molti non leggono (poiché scritto in ogni custodia Apple) è che il design è sviluppato in California, mentre la produzione è in Cina. Il paese che un tempo viveva dei precetti di Mao Tse Tung ora è il fulcro della produzione di tutti i prodotti della corazzata stelle e strisce ove le recenti rivolte avvenute nella Foxcoon (che gestisce l’appalto della produzione) rispecchiano la fragilità nella diffusione dei diritti dei lavoratori da parte del sistema capitalista ormai globalizzato. L’azienda di Cupertino ancora paga i danni d’immagine provocati dal report giornalistico di un inviato in incognito dell’agenzia Shangai Evening ove si dimostravano le pessime condizioni lavorative dei dipendenti della sopracitata Foxcoon. Oltre a rappresentare il luogo prediletto dalle multinazionali per produrre, la Cina rappresenta anche il più vasto mercato al mondo, il che è facilmente intuibile visto che essa rappresenta il 20% della popolazione del mondo .

Per l’analisi finora condotta, il lancio dell’Iphone 5 può essere considerato il più importante della storia di Apple, infatti l’azienda californiana si appresta ad invadere l’Asia. Se fino a ieri la Samsung ha liberamente introdotto i propri prodotti nel paese e continente dell’acerrima rivale (e dell’alleata Google-Android), l’Apple era impossibilitata da una serie di fattori, tra cui la gestione della produzione e distribuzione dei prodotti, e lo sviluppo del mercato in gran parte dell’oriente. Per questo motivo ci si appresta ad osservare quali saranno i margini di crescita dell’Apple e quelli della Samsung, con la seconda che ha citato in molteplici tribunali mondiali l’azienda che fu di Steve Jobs per violazione dei brevetti che riguardano l’applicabilità della tecnologia LTE agli smartphone.

Tornando alla Cina, secondo il Financial Times potrebbe scavalcare gli Stati Uniti come il più grande mercato mondiale per gli smartphone. Resta lo scoglio per l’azienda californiana dovuto al fatto che i programmatori dell’Apple ancora non hanno sviluppato un dispositivo che si adatti alla rete dati 3G della China Mobile, ma viste le recenti applicazioni agli Iphone della LTE presto da Cupertino si potrebbe giungere ad invadere la Cina con i melafonini californiani.

Se vi chiedete a che punto dello scontro siamo, dovete sapere che la partita è a metà del primo tempo nella lotta tra Apple e concorrenti, con Samsung che continua a rimanere il primo produttore al mondo in tandem con Android, e con molti analisti (come anticipato da questa rubrica) che scommettono sulle proiezioni che danno Microsoft/Nokia nel prossimo biennio ad un +15%. Detto ciò resta il fatto che Apple non produce semplici apparecchiature, ma veri e propri status symbol, capaci di creare isterie collettive. Mentre noi giorno dopo giorno ci guardiamo sempre meno negli occhi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli