Home / Tag Archives: australia

Tag Archives: australia

La Cina nel Pacifico spaventa l’Australia

L’inferenza cinese nel Pacifico spaventa l’Australia. La nazione oceanica ha deciso di rispondere a quello che viene visto come un disegno di influenza capillare nel sud-est Pacifico annunciando ingenti spese militari e l’esclusione di colossi come Hauwei dai piani di sviluppo tecnologico.

Il premier australiano Scott Morrison ha infatti promesso di aumentare l’impegno militare e diplomatico australiano nel Sud del Pacifico in risposta ai forti investimenti e alla presenza massiccia di vettori navali cinesi nella Regione. E’ stato annunciato dall’Australia la creazione un fondo infrastrutturale da $ 2 miliardi (1,26 miliardi di Euro) per l’area del sud Pacifico, aumentando di fatto gli schieramenti navali. Inoltre, come accade nell’Europa Orientale con la NATO e gli USA, anche l’Australia svolgerà più esercitazioni militari con le nazioni insulari della zona.

Se molti sostengono che la Cina, in termini prettamente geopolitici e militari, non sia una potenza globale, ma regionale è indubbio che il suo attivismo dal Mediterraneo (nel quale ha ripreso influenza e basi la Russia, salda alleata di Pechino).

L’Australia, alleato chiave degli Stati Uniti nel Pacifico con il Giappine, ha toccato un terreno diplomatico roccioso lo scorso anno con la Cina, il suo principale partner commerciale. Le tensioni sono state sollevate quando il governo ha espresso preoccupazione per le società sostenute da Pechino che finanziavano le infrastrutture nelle nazioni del Pacifico. Tra i timori vi è la paura che Pechino possa aprire basi militari cinesi nella regione, cosa accaduta in passato nell’Oceano Indiano.

A tal proposito il governo australiano ha recentemente respinto l’offerta di 13 miliardi di dollari (9,4 miliardi di dollari) di CK Group per l’operatore del gasdotto APA Group per timori sulla sicurezza nazionale, una decisione che ha il potenziale per infiammare ulteriormente le tensioni diplomatiche.

 

Mentre il Pacifico è stato tradizionalmente considerato il territorio diplomatico australiano ed è il maggior beneficiario di aiuti esteri da Canberra, la Cina ha aumentato i prestiti alle piccole e indebite nazioni delle isole del Pacifico alfine di entrare in uno spazio d’influenza maggiore. L’annuncio di Morrison di un maggiore coinvolgimento nel Pacifico arriva dopo che la settimana scorsa ha detto che l’Australia sta formalmente impegnandosi in un’iniziativa congiunta con Papua Nuova Guinea per sviluppare una base navale, a margine di un’offerta della Cina.

A seguito di un annuncio di giugno, l’Australia contribuirà a finanziare un nuovo cavo di telecomunicazioni che va da Sydney alle Isole Salomone, spremendo Huawei Technologies Co. – una società che nel mese di agosto è stata vietata la fornitura di apparecchiature wireless di prossima generazione agli operatori di telecomunicazioni australiani a livello nazionale motivi di sicurezza.

 

Morrison ha recentemente affermato che “la Cina è il paese che sta cambiando maggiormente l’equilibrio del potere” e “esercitando un’influenza senza precedenti nell’Indo-Pacifico”.

 

L’occidente, gli Usa e  i suoi alleati sono avvertiti.

The Babadook, horror a testa in giù

 

 

nightmarish-new-trailer-for-the-babadook

Sono sicuro che gli australiani siano gente molto per bene, ma è un po’ di tempo che mi sono fatto convinto che la loro collocazione nell’uncanny valley sia problematica. Questo sentire è veicolato al 99% da suggestioni cinematografiche, ma sta di fatto che in quel campo tendo sempre a ricollegarli a una versione leggermente sfasata e pericolosa degli americani dei sobborghi, che già di per loro fanno un po’ paura. Detta così sembra una cosa negativa, ma in realtà la generale familiarità condita da vago disagio che spesso mi capita di riscontrare nei non moltissimi film oceanici che ho occasione di vedere suscita notevole interesse nel sottoscritto.

Case in point: ieri sera ho visto questo horror australiano che ha fatto recentemente parlare di sè, intitolato The Babadook. Il film racconta la storia di Amelia e Samuel, madre e figlio, intrappolati in uno spiacevole vortice a base di paura dei mostri, morte del padre, violenza sottocutanea e inquietudini varie.

Il tono e l’atmosfera del film sono abbastanza classicamente riconducibili agli stilemi del cinema dell’orrore, ma il potenziale metaforico/allusivo della faccenda viene anch’esso esplorato abbastanza da garantire soddisfazioni agli appetiti esegetici di recensori migliori del sottoscritto.

In tutto questo la fa però da padrona quel vago senso di spostatezza di cui sopra. Lo strano accento, all’apparenza gioviale ma in fondo un po’ sospetto, la casa enorme per solo due persone, l’imitazione di casalinghe americane prese a esempio di ipocrisia e mancanza di empatia, la vecchina della porta accanto.

Mi rendo conto che questo elenco di cose che ci sono nel film difficilmente potrà spiegare cosa intendo, e dubito ancor più che getti luce su come il tutto sia causato dall’australianità della pellicola, ma mettiamola così: trovo molto interessanti film che si presentano in larga parte come variazioni su temi ampiamente conosciuti, e che però lasciano quel sentore, quella punta di sospetto che qualcosa non sia andato come doveva, che ci sia stata subliminalmente somministrata una salutare dose di angoscia varia ed eventuale, e trovo che questa qualità sia riscontrabile più spesso della media nei film australiani.

Ipotesi da verificare, sicuramente. Vi terrò informato sui progressi sperimentali.

David Malet Armstrong. Un memoriale dell’Australian Way

«La mia speranza è che i filosofi dalle inclinazioni realiste saranno immediatamente attratti dall’idea che una verità, una qualsiasi verità, debba dipendere […] da qualcosa di “esterno” ad essa, in virtù di cui essa è vera». Truth and Truthmakers (2004).

David Malet Armstrong

Il 13 Maggio 2014 ci ha lasciato forse uno degli ultimi metafisici del novecento: David Malet Armstrong, nato a Melbourne nel 1926; l’australiano che rilanciò durante gli anni ’60-’70 gli studi di ontologia e metafisica nell’ambiente della filosofia analitica. Oltre che padre di quello stile di fare filosofia nel continente dei canguri, spesso radicale nelle sue posizioni di fondo, chiamato per l’appunto “Australian Way”. Forse si può capire maggiormente il contributo del suo pensiero contestualizzando storicamente, in questo breve memoriale, la situazione accademica del tempo. Influenzando successivamente filosofi come lo stravagante David K. Lewis.

Verso la seconda metà del Novecento, sia nell’ambiente europeo della filosofia continentale sia tra i filosofi di tradizione analitica in Inghilterra e Stati Uniti, la metafisica intesa nella sua forma più classica di solida indagine della realtà era messa fortemente in crisi: pensiero linguistico, post-modernismo e così via misero in discussione la valenza epistemologica di tale branca del filosofare. Ecco, in assoluta controtendenza e provocatoriamente Armstrong rilanciò invece lo studio della metafisica e dell’ontologia classica. Riprese per l’appunto problemi come gli universali, la sostanza, l’empirismo e così via, rileggendoli in maniera originale ed equilibrata. Riportò sostanzialmente studi al tempo considerati obsoleti, alla ribalta della scena filosofica internazionale.

È difficile riassumere qui tutti i contributi forniti alla filosofia nel corso della sua carriera, in metafisica e non solo: anche in campi come la logica, l’epistemologia e la filosofia della mente. Più che altro si cercherà qui di delineare il nocciolo e lo spirito che guidò la sua ricerca intellettuale.

Innanzitutto, il suo fu un realismo scientifico. In che senso? Che fece notare l’estrema importanza che la questione degli universali ricopre per le scienze empiriche: infatti in cosa consiste una legge scientifica, se non in una connessione nomologica fra universali? In fondo, egli ammetteva, l’indagine della filosofia e quello della scienza riguarda lo stesso ambito: il mondo spazio-temporale. Su questo punto fu sempre molto chiaro: «Accettare il naturalismo è rigettare entità come le menti cartesiane, gli spazi visuali e tattili privati, gli angeli e Dio» (Universals and Scientific Realism).
Quello che effettivamente rende vere le nostre teorie non sono semplici fatti linguistici, bensì uno stato di cose dato dall’unione fra appunto l’universale e il particolare manifestato di quell’entità universale. Tale congiunzione rappresenterebbe un fatto e il fatto è il truthmaker di una teoria (o di un singolo enunciato): ciò che permette di predicare “l’essere vero”.

Per tale ragione si scagliò sempre contro qualsiasi forma di nominalismo: ovvero, che le proprietà che predichiamo di oggetti siano semplici classi a nostro uso e consumo, non istanziate dalle singole entità. Una proprietà o un oggetto appartengono a una classe in quanto sono quella precisa proprietà o cosa. Se riducessimo tutto questo a nostre semplice applicazioni di categorie al reale, allora non ci sarebbero strumenti epistemici per distinguere ontologicamente cose come “l’acqua” o “l’essere rosso”.

Per Armstrong il realismo non fu una semplice posizione teorica rispetto a un’altra; ma un vero e proprio approccio alla realtà e a tutte le cose che esso contiene, affermando sempre la possibilità di dire qualcosa di veramente significativo sul mondo. Senza complessi d’inferiorità rispetto al campo delle scienze e in controtendenza al mainstream filosofico odierno.

Ma la lezione probabilmente più importante che ci ha lasciato con il suo impressionante lavoro non sono tanto le sue riflessioni, che riescono a unire le semplici intuizioni del senso comune a un’analisi serrata e puntuale, quanto la sua grande onestà intellettuale: non è difficile trovare parole come «non sono sicuro», «probabilmente» e «dovrò riflettere ancora» nei suoi scritti. Un pensatore che ci ha insegnato che la filosofia non è un seguire le mode, quanto affermare senza peli sulla lingua, rigore concettuale e semplicità una ricerca della verità sempre attuale. Perché no, anche con un umiltà di fondo. Che le grandi questioni non vanno mai fuori moda.

“Lo scontro delle idee provoca scintille di verità”, come affermò un proverbio australiano.

The sun goes down

Darwin, Australia; www.the5thsunproject.com

 Brando Giannoni

Where women glow and men plunder

Il programma per questo venerdì prevede una piccola escursione spazio-temporale che ci porterà nell’emisfero australe indietro di 18 anni. Vorrei infatti parlare di due film usciti nell’ormai maggiorenne 1994 che ebbero una discreta risonanza all’epoca della loro uscita, dando anche l’avvio a qualche carriera, ma che forse oggi come oggi in pochi ricordano.
I film in questione sono l’australiano Muriel’s Wedding e il neozelandese Once Were Warriors, opere apparentemente molto distanti in quanto a tono e tematiche, ma che per certi aspetti possono essere considerate due facce di una stessa medaglia.
Muriel’s Wedding è una commedia musicale, a tratti molto nera, che racconta il percorso di emancipazione della protagonista -il cui nome potete immaginare- dalla sua alquanto disfunzionale famiglia e dal soffocante ambiente di cittadina provinciale in cui è cresciuta. Once Were Warriors al contrario è un film apertamente e duramente drammatico, che non risparmia colpi anche molto duri allo spettatore per raccontare il declino e la definitiva spaccatura all’interno di una famiglia maori, squarciata dall’alcolismo e la violenza del padre che uno ad uno finisce con l’alienarsi tutti gli altri membri del nucleo.
 

Seppur presa da lati molto differenti (MW è pieno di canzoni degli ABBA, OWW di violenze domestiche) la decostruzione del mito del nucleo familiare come mattone indivisibile ed insostituibile della società è una tematica fondamentale di entrambi i film. Il padre di Muriel non è violento nella maniera in cui lo è Jake (sì, Jake la furia, mai appropriazione di un nome fu più indebita), ma la sua indole da traffichino egoista, la sua mancanza di tatto e la sua becera pretesa di essere considerato un self-made man hanno sui suoi figli e sua moglie effetti possibilmente ancor più devastanti di quelli delle nocche dell’omaccione aborigeno, che se non altro scatenano un sentimento antagonistico da parte prima del figlio maggiore e poi della moglie che finalmente lo lasceranno solo.
 
D’altra parte se Muriel’s Wedding racconta le difficoltà del ritrovare una propria identità dopo aver rifiutato quella che ci pesava sulle spalle da troppo tempo, entrambi i film mettono in guardia dai rischi che un taglio troppo netto con le proprie origini può comportare. La situazione dei maori neozelandesi è simile a quella di molte altre popolazioni investite dall’onda d’urto dell’imperialismo occidentale: la storia di intere nazioni è stata spezzata in due, e i superstiti si ritrovano privi di un posto in cui stare, sia geograficamente, sia all’interno della nuova società ipocritamente “multiculturale” che impedisce loro di ottenere lo stile di vita dei bianchi, ma li tiene egualmente distanti da quello dei loro avi. La frustrazione e la violenza di Jake nascono nel buio di uno di questi squarci nel tessuto sociale degli aborigeni neozelandesi, e il film indica chiaramente un ritorno alle origini, un’accettazione del proprio passato culturale come unica via per riacquisire l’autostima e la sicurezza necessarie a non soccombere sotto il peso della nuova epoca.
 
Sia MW che OWW sono girati con competenza ma senza particolari slanci, e sono dunque gli attori a dare la marcia in più, il che rende entrambe le pellicole molto “gradevoli” e accessibili per una serata sul divano, nonostante la scarsa digeribilità di alcune tematiche soprattutto nel secondo, per cui decisamente try this at home.

Tame Impala live @ Magazzini Generali (Milano) 26.10.2012

Lo scorso 26 Ottobre a Milano sono stati di scena i Tame Impala, band australiana balzata all’onore delle cronache con il loro esordio Innerspeaker, un convincente mix fra psichedelia di stampo beatlesiano, garage, e vaghi echi stoner. Ripartiti in tour con alle spalle il nuovo Lonerism, cercano di riconfermarsi dopo quell’esordio che aveva destato l’interesse di tutti gli appassionati di rock psichedelico e non solo. Michele, a cui va un ringraziamento speciale, ha deciso di condividere con noi le sue impressioni di questo attesissimo live.
L.C.
“21st century problems” dice Kevin Parker trafficando tra cavi ed effetti a metà del concerto.
Dopo poco più di un anno i Tame Impala tornano in Italia con un nuovo album in repertorio, ai Magazzini Generali di Milano.
L’estate scorsa sono stati a Torino: concerto davvero d’impatto, a cui ho partecipato un po’ per caso, e un po’ per caso ho scoperto lo straordinario potenziale musicale ed esecutivo dei quattro ragazzi di Perth. Capite dunque che le aspettative per questa sera volano alte.
A Milano piove. Arrivo al locale e, non appena entro, cominciano. La prima è “Be Above It”. Con non poca fatica riesco a guadagnare la zona intermedia fra  pubblico e palco. I primi suoni che percepisco chiaramente sono quelli della batteria, tratto distintivo del brano, con un ritmo che ti picchietta ossessivamente in testa. Il pubblico subito si scalda, investito dal sound inconfondibile dei Tame Impala, bandiera dello psych-pop di ultima generazione.
Sono colpito da un fatto: il quartetto australiano che conoscevo non è più un quartetto, ora sono in cinque. Kevin Parker (voce e chitarra), Dominc Simper (basso), Nick Allbrook (tastiere e chitarra) rimangono invariati ai loro strumenti, Jay Watson invece va ai synth e alla seconda voce, con il subentrante Julien Barbagallo alla batteria.
Dopo il brano d’apertura segue “Endors Toi”, e ciò mi fa pensare che suoneranno Lonerism dall’inizio alla fine. Non ho neanche il tempo di formulare il pensiero che la band attacca con “Solitude is bliss”, un classico che fa esaltare un pubblico già su di giri. Sempre più ragazzi (me compreso) cercano di avvicinarsi il più possibile al palco. Ma, causa sold out, è impossibile avanzare molto, quindi sospiranti ci tocca rimanere sul posto maledicendo il fatto di esser arrivati troppo tardi. I sospiri non durano più di qualche secondo perché questa musica è una terapia psichedelica, tutti sono amici di tutti e nessuno si arrabbia se per sbaglio gli spingi la ragazza o magari gli passi davanti.
Quando arriva il momento “Elephant”, protesa per il doppio della durata effettiva, realizzo che sto assistendo ad un’esibizione che non ha nulla da invidiare a quella torinese, anzi forse è ancora più d’effetto.
Arriva anche il momento di “Feels like we only go backyards”, episodio più pop della serata. Kevin oscilla quasi impercettibilmente la testa, mentre tiene le sue classiche movenze. I lunghi capelli ondeggiano leggeri e suona la sua Rickenbacker forse perché davvero “si sente come un elefante che scuote la sua grande proboscide grigia solo per il gusto di farlo”.
Dominic si è tinto i capelli di nero e sta in disparte, vicino alla batteria.
I cinque australiani sembrano in una sorta di altro mondo, totalmente in pace. Continuano proponendo un corretto mix fra vecchio e nuovo repertorio. Le attessissime hit vengono suonate tutte: “Desire be desire go”, “Why won’t you make up your mind”, fra le più acclamate. Anche i pezzi nuovi riscuotono molto successo, alcuni fra tutti meritano una menzione speciale: “Keep on lying” e “Apocalipse dreams”.
La performance si può riassumere come una fusione di chitarre ondeggianti e synth spaziali.
Tornati sul palco per il bis, i Tame Impala chiudono lo show con l’irrinunciabile “Half glass full of wine”. La allungano, dura quasi tre volte di più rispetto alla versione originale e il tempo si dilata. Non sono più le 22.00 del 26 ottobre 2012. O almeno ce lo dimentichiamo tutti. E’ una “Fantastic explosion of time” come potrebbero dire i loro cugini Pond, o meglio, una “Fantastic explosion of Tame” . E noi, per un ora e mezza, esplodiamo con loro. BOOOM.
Michele Apicella