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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Gli architetti di Obama

Questa è una di quelle storie il cui finale potrebbe rischiare di perdersi, di non essere mai raccontato, per la moltitudine di altre storie che contiene al suo interno.

Eppure, siamo prossimi alla sua conclusione.

Nel gennaio 2014 l’Obama Foundation ha iniziato la sua opera di raccolta fondi legata alla costruzione della quattordicesima biblioteca presidenziale americana, quella che porterà il suo nome. L’opera, il cui costo è fatto rientrare intorno ai 500 milioni di dollari, sorgerà come da tradizione nello Stato di provenienza politica del presidente committente. Parliamo quindi dell’Illinois, nello specifico di Chicago, la capitale dell’architettura americana. 

Per quanto il National Archives and Record AdministrationNARA – guidi il programma delle presidential libraries solo dal mandato di Herbert Hoover (1929-1933), la tradizione che lega la figura del presidente degli Stati Uniti d’America ad una biblioteca a lui intitolata ha radici ben più lontane nel tempo. Già con il primo presidente George Washington si avverte l’esigenza di tutelare e custodire una collezione di libri e documenti di inestimabile importanza, ora presenti nel centro studi e biblioteca nazionale a lui dedicati, a Mount Vernon in Virginia. Ma è con Thomas Jefferson, terzo presidente, che si comprende quanto questo sistema sia profondamente legato all’architettura che un’istituzione così prestigiosa andrà ad utilizzare.

La storia della tenuta di Monticello ha un che di leggendario: il presidente diventa architetto – o viceversa – disegnando lui stesso il progetto, partendo dalle istruzioni neoclassiche impartite e sistematizzate dal maestro veneto Andrea Palladio – una sorta di International Style ante litteram. Ritenuto patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, il sito, mediante la sua facciata principale, è raffigurato tutt’oggi sul nickel, la piccola moneta dei cinque centesimi.

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Da Jefferson ad Obama il passo non è immediato, ma di certo era da tempo che un presidente degli Stati Uniti non riusciva a catalizzare su di sé un’attenzione così trasversale ed internazionale. Basti pensare all’ultima strepitosa performance oratoria, lo scorso aprile, durante la cena per i corrispondenti della carta stampata alla Casa Bianca. Poco dopo, domenica primo Maggio, il Presidente e la First Lady hanno accolto le sette delegazioni di architetti rappresentanti i sette studi rimasti in gara per aggiudicarsi la progettazione della biblioteca presidenziale intitolata ad Obama. Non sara’ facile bissare la convergenza tra edificio e presidente che questa iniziativa ha generato nelle ultime occasioni grazie ai binomi Clinton/Polsheck e Bush/Stern.

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La short list, selezionata tra i centoquaranta portfolio raccolti, ci offre uno spaccato di assoluto valore per comprendere lo stato delle cose in campo architettonico a stelle e strisce. Adjaye Associates è certamente presente anche – soprattutto – per questioni razziali. Nato in Ghana e con un headquarter a Londra, David Adjaye è l’architetto nero più importante al mondo e a casa Obama questo avrà avuto il suo peso. Non poteva mancare un architetto locale, non vediamo altre motivazioni infatti per convocare ad una partita così delicata John Ronan, se non il fatto che rappresenti una delle voci più autorevoli della città di Chicago in campo architettonico. Eccoci quindi alla compagine newyorkese, foltissima. Tre studi che hanno rimodellato la Grande Mela: Diller Scofidio + Renfro, Shop, Snoetta (gli ultimi fanno base anche ad Oslo da dove sono partiti). Basta citare un lavoro a testa, realizzato dai suddetti proprio a NY, per averne chiaro il peso specifico nella competizione: la High Line, il Barclays Center e la nuova Times Square. Tutti per altro alle prese con un promettente stato di grazia favorito/generato dai recenti successi. Il quarto newyorkese è altra cosa, uno dei pochi architetti-autori di New York. Il Tod Williams Billie Tsien Architects è uno studio con i tormenti e le complessità di un atelier europeo, per scala, approccio e tratto potrebbe essere collocato senza problemi oltreoceano. Anche la parabola recente lo vede in una fase distinta rispetto ai tre giganti di sopra. E’ stato da poco smantellato l’intervento più prestigioso concepito da Williams a NY, ovvero l’American Folk Art Museum – peraltro per far spazio ad un ampliamento del MoMA ad opera di Diller Scofidio + Renfro.

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L’American Folk Art Museum

Infine arriviamo a Renzo Piano. Il Nostro si e’ distinto in lungo ed in largo per il continente nordamericano. Di certo per questa chiamata pesano i successi conseguiti tra New York e Chicago, dove la sua nuova ala dell’Art Institute si distingue per eleganza e compostezza nell’inserirsi in un contesto molteplice.

Non abbiamo parlato di edifici ma bensi’ di curricula poiche’ i progetti non li conosciamo, il vincitore verra’ decretato entro la fine di giugno dagli Obama. Lo stesso sito e’ incerto: sebbene per ospitare la library sia stato individuato il quadrante meridionale della citta’, non e’ ancora stata individuata con esattezza l’area. Le opzioni sono due: il Washington Park ed il Jackson Park. Vicenda che ci riporta agli albori della stessa Windy City, quando in previsione della celeberrima World’s Columbian Exposition del 1893, la citta’ discusse a lungo su dove collocare il complesso di edifici. Scelta che poi ricadde sul Jackson Park.

In conclusione non possiamo esimerci da un pronostico.

Il traffico aereo americano consente ai professionisti di scambiarsi battute tra un check-in ed un imbarco, cosi’ le consuete voci di corridoio montano. Ronan sembra essere ancora in gara e molti affermano che l’architetto vincitore sara’ comunque americano. Potremmo d’altraparte assistere ad un finale a sorpresa ma che saprebbe di cliche’, con il primo presidente afroamericano che affida la sua biblioteca al primo architetto africano di fama mondiale. Potremmo veder vincere un grande studio newyorkese o Piano, architetto per tutte le stagioni. Ma in fondo mi auguro possa essere la coppia di architetti/sposi Williams-Tsien ad aggiudicarsi il progetto.

 

 

 

 

 

 

Tsipras l’uomo in più di Putin

 

La Madre Russia ha da  sempre un appeal particolare sui leader della sinistra socialista autentica. Nell’attuale assetto liberista incentrato sul riconoscimento di fatto dell’economia di mercato come fondamento della struttura sovranazionale UE, l’unico leader di quel mondo che ha le sue origini nel neo marxismo è Tsipras. A differenza di molti leader europei la sua autentica predisposizione al socialismo non è capace di spiegare l’importanza del passo economico e geopolitico che la Grecia si appresta a fare.

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Infatti, Tsipras ha modificato l’attuale assetto europeo del gas aprendo la strada alla partecipazione della Grecia a una pipeline russo-turca dopo lo stop al progetto South Stream. È questa una delle conclusioni dell’incontro durato circa due ore e mezzo al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier greco. La visita di urgenza del Segretario di Stato statunitense John Kerry dopo le minacce di aprire alla Russia lo scorso febbraio assume un senso profondo. Perché energia significa in primis un partenariato geopolitico. Ora Merkel, Hollande e Renzi dovranno indubbiamente cercare di recuperare una frattura così ampia nella zona di interesse occidentale, in special modo per gli Stati Uniti d’America. Infatti, era dai tempi della Jugoslavia di Tito che la Russia non otteneva a ovest di Cipro un partner.

L’incontro tra Tsipras e Putin si è incentrato sulla crisi ucraina, e soprattutto sulla cooperazione energetica. La Grecia «è interessata alla realizzazione di un prolungamento della pipeline che porti il gas russo in Europa» ha detto Tsipras, un riferimento alla partecipazione di Atene al progetto di gasdotto che attraverserà la Turchia: ogni Stato membro, ha precisato, «ha diritto a firmare accordi bilaterali in campo energetico». Questo progetto può assicurare la «sicurezza energetica rispettando le regole sia della Grecia che dell’Unione Europea». Tsipras ha più volte sottolineato che la Grecia, pur facendo parte dell’Unione Europea, è un Paese sovrano e quindi ha il diritto di tutelare i suoi interessi nazionali in linea «con il suo ruolo geopolitico di Paese mediterraneo e balcanico». Atene, ha detto, è contraria alle sanzioni imposte dalla Ue a Mosca, una forma di «guerra economica» che non condivide affatto: spero, ha affermato, che sorga «una nuova primavera nelle relazioni tra i nostri due Paesi».

In cambio della partecipazione e messa a disposizione del proprio territorio Atene ha chiesto forti aiuti economici sotto forma di anticipi ai lavori. Una tecnica già sperimentata dalla Grecia nella vendita del Porto del Pireo a una società cinese. La Grecia ha un forte e disperato bisogno di aiuti o entrate per tener fede agli impegni presi. Non tanto nella tipologia di politiche economiche impostali, quanto più nei confronti dei sottoscrittori dei suoi titoli di Stato.

 

In questo quadro se Troika e il trio Merkel – Hollande – Renzi credevano di stringere nella loro morsa le aspirazioni di Alexis Tsipras e di un Paese stremato; ora dovranno correrre ai ripari. Ma, come sempre, l’incapacità europea dell’ultimo secolo, sarà rimessa in piedi da Washington. Washington che dopo il successo di Obama a Losanna sul Nucleare Iraniano dovrà recuperare al caos mediterraneo ampliato dai suoi alleati, con Mosca che si riprende le sue rivincite su chi le ha imposto sanzioni. Ma, si sa che quella greca è una delle tante battaglie in una guerra tra Usa-Nato e Russia-Cina ormai globale.

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

USA: Sorry we’re closed!

Dalla mezzanotte di martedì primo ottobre gli Stati Uniti d’America sono entrati nella procedura di “shutdown”. La Costituzione degli Stati Uniti d’America, posta come fonte gerarchica dai padri fondatori nel 1789, prevede che il Congresso approvi la legge di spesa che finanzia il governo federale entro lo scadere dell’anno fiscale (il primo ottobre di ogni anno). Non raggiunta l’intesa tra Repubblicani e Democratici, che guidano rispettivamente Camera e Senato, gli USA sono in “arresto”. Lo shutdown non avveniva dal 1995, quando per ventuno lunghissimi giorni il “governo federale” venne rallentato in molte delle sue funzioni. La procedura imposta dallo “shutdown” prevede un rallentamento delle funzioni amministrative fatta eccezione per quelle essenziali: forze armate, le agenzie di sicurezza, gli agenti del fisco, le Corti di Giustizia ed i membri del Congresso. A bloccarsi sono tutti quei “servizi” considerati superflui come musei, biblioteche, zoo e parchi. Anche gli istituti clinici di ricerca hanno dovuto sospendere da martedì l’accettazione di nuovi pazienti. Questi servizi non prioritari sono attualmente in fase d’arresto e coinvolgono lo stop lavorativo di 818.000 addetti amministrativi a cui si aggiunge il milione di lavoratori federali che rimarranno privi dello stipendio, tra cui il 97% degli operatori e ricercatori della NASA. Eccezione fanno i dipendenti del distretto di Washington D.C. per i quali il Consiglio e l’amministrazione locale hanno previsto una legge d’emergenza e stanziato fondi speciali, resi disponibili dal recupero del fondo di riserva per l’emergenze. Nonostante trattative serrate e la chiusura immediata della Statua della Libertà, simbolo di un’intera nazione e del suo essere, lo Stato Federale è entrato in “arresto” con pesantissime conseguenze a livello amministrativo ed economico.

LA VENDETTA ALL’OBAMACARE – Un detto popolare recita come “La vendetta sia un piatto da servire freddo”. Lo stesso hanno pensato i Repubblicani guidati dal senatore texano Ted Cruz che hanno bloccato l’approvazione della legge di spesa che finanzia il governo federale. I Repubblicani che hanno il controllo della Camera bassa hanno provocato l’avvio dello “shutdown” sostenendo che la legge di spesa debba contenere emendamenti che annullino la copertura delle spese per la Patient Protection and Affordable Care Act (la cosiddetta Obamacare). Di fatto, il partito repubblicano, ha bloccato ogni finanziamento all’obamacare proponendo un via libera ai fondi a patto che si ritardasse di un anno l’entrata in vigore della celebre riforma, prevista proprio per martedì 1 ottobre. Giunti al Senato, a maggioranza democratica, gli emendamenti sono stati rispediti al mittente. Da questa partita parlamentare esce chiaro ed inequivocabile l’intenzione repubblicana e delle frange del Tea Party di vendicarsi della riforma sanitaria, voluta ed approvata durante il primo mandato di Barack Obama,a loro dirsi di “stampo socialista” e costruita su un innalzamento tributario. Un interesse di parte a scapito della copertura finanziaria di un’intera nazione su cui si basano le differenze ideologiche degli statunitensi. Ironia della sorte, la mancata approvazione della legge di spesa, non dovrebbe bloccare l’implementazione della Obamacare poiché gli exchanges, in quanto ritenuti essenziali, sono attivi dalla giornata di ieri anche per le nuove polizze assicurative.

IL COSTO DELL’ARRESTO FEDERALE TRA PIL E MUTUI – Nel 1995 lo “shutdown”, che durò per ventuno giorni, costò all’erario stelle e strisce 2 miliardi di dollari. Dai report finanziari, resi noti dalla CNBS, si evince come la mancata approvazione della legge di spesa costi lo 0.2% del Prodotto Interno Lordo nazionale. Quindi, qualora lo “shutdown” non dovesse essere risolto nelle prossime dodici settimane, gli “States” potrebbero vedere bruciata tutta la crescita prevista ovvero l’1.4%. Tra le varie implicazioni previste dallo “shutdown” vi è quella che riguarda il rallentamento nella concessione di mutui e prestiti sostenuti dal governo. Secondo quanto riportato da Bloomberg, lo shutdown potrebbe allungare l’attesa per i mutuatari in cerca di approvazione per i mutui garantiti dalla Federal Housing Administration perché il suo personale a tempo pieno è ora meno di un decimo della sua dimensione normale e il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti , che sostiene i mutui nelle zone rurali , ha deciso di non adempiere a nessuno dei nuovi contratti durante la procedura d’arresto.

 LO SPETTRO DEL DEFAULT – Dalle varie analisi degli economisti pare sostenibile, purché sia trovato in un breve periodo un accordo, la procedura d’arresto delle attività del governo federale per gli Usa. Quel che realmente preoccupa il mondo finanziario globale e non solo è il possibile “default” della più importante nazione al mondo. Infatti, in caso di mancato accordo entro il 18 ottobre sul “debito federale” gli Stati Uniti dovranno dichiarare il “default”, in quanto incapaci di onorare i propri impegni di pagamento. Il debito del Tesoro, attualmente attestato intorno ai 16,699 trilioni di dollari, nell’eventualità in cui il proprio tetto spesa non dovesse esser aumentato con voto dal Congresso porterebbe gli Usa e l’intera finanza mondiale ad un punto di non ritorno. Le premesse per uno scontro epico tra Repubblicani e Democratici , dato il nuovo shutdown, appaiono esserci tutte. E così una disputa congressuale potrebbe portare il mondo in una crisi ancor più acuta dagli effetti inimmaginabili.

Ora, nonostante il braccio di ferro e le ideologie contrapposte, entro i prossimi sette giorni il Congresso troverà un accordo. Ciò non avverrà ne’ per senso di responsabilità, ne’ per l’affossamento dell’Obamacare. Piuttosto,come nel 1995 quando Bill Clinton ne usufruì per ottenere il secondo mandato, i Repubblicani visti i sondaggi sfavorevoli nell’opinione pubblica americana faranno un passo indietro. Il tutto condito dal declino dell’Amministrazione Obama, che dal mese di agosto sta vivendo un incubo apparentemente senza fine. Stati Uniti che non solo sembrano in difficoltà nelle decisioni internazionali, ma anche nella salvaguardia dell’economia del proprio Stato.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il Datagate che oscura l’amministrazione Obama

Pare non esser mai troppo lontana la realtà dalla leggenda. Tra il Primo e il Secondo Dopoguerra si diffonde, in contrapposizione alla corrente letteraria utopistica, la distopia. Capolavori quali “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley e in special modo “1984” di George Orwell segneranno la storia del pensiero e della letteratura a cavallo delle due Guerre Mondiali. In “1984”, George Orwell descrive un “sistema di controllo” sociale alienante e invasivo incarnato dal fantomatico Grande Fratello. Il mondo attuale, alla luce del Datagate, appare non esser molto distante da quello immaginato da Orwell nel 1948.

L’AFFAIRE VERIZON – A scoperchiare il vaso di Pandora è stato il quotidiano britannico The Guardian. Così, mentre nella Sala Ovale si pensava a stigmatizzare le continue sconfitte dei “ribelli” in Siria, il più celebre quotidiano dell’alleata Gran Bretagna dava all’Amministrazione insignita del “Nobel per la Pace” una stoccata letale. Letale non perché con essa finirà, l’era dell’Amministrazione Obama, ma per il significato ricolmo di speranze che ella era riuscita ad incarnare. In un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza dell’intelligence straniera (FISA), emessa dal giudice Roger Vinson, il The Guardian ha trovato quella che certamente può esser considerata la “notizia” per eccellenza del decennio. Alla compagnia telefonica Verizon, il FISE ha imposto di consegnare tutti i dati IMEI (International Mobile Equipment Identity) ovvero il codice numerico che identifica univocamente una rete mobile. A tale richiesta è seguita quella di fornire di tutti i numeri telefonici composti in entrata e in uscita dagli e per gli Stati Uniti d’America. Uno scandalo enorme per Barack Obama, il Presidente entrato nella storia come primo afroamericano alla Casa Bianca e come il “Comandante in Capo” che guidò i Navy Seals alla cattura di Osama Bin Laden. Secondo il sondaggio diffuso dalla NbcNews / The Wall Street Journal il 55% degli statunitensi ha seri dubbi riguardo l’onestà e l’integrità dell’Amministrazione Obama.

IL CASO GIURIDICO – Assieme ai Vigili del Fuoco di New York City, nell’immaginario collettivo dell’America del XXI secolo, vi è la Team Six dei Navy Seals. Se vi state chiedendo se quella è la squadra che ha ucciso Osama Bin Laden, la risposta è sì. A distanza di due mesi, dalla missione più attesa dallo Sbarco in Normandia nella terra a stelle e strisce, in un’operazione della stessa Team Six nel Tangi (Afghanistan) viene ucciso Michael Stringe. E’ la vendetta dei Talebani, che in una trappola attirano le forze della Navy Seals, uccidendo ventidue dei trenta membri del corpo. L’errore dell’intelligence e della Casa Bianca fu di rivelare gli autori dell’uccisione di Osama Bin Laden. I genitori del soldato Michael Stringe attraverso denuncie, conferenze stampa ed interviste dall’agosto del 2011 hanno avviato una battaglia contro l’Amministrazione Obama. L’errore contestato dalla coppia di Filadelfia all’ex Senatore dell’Illinois è di aver fatto divenire la Team Six l’obiettivo prediletto delle formazioni talebane e Jihadiste.

Ora vi chiederete cosa intercorre tra “Lo scandalo Verizon” e l’uccisione di Michael Stringe. Ebbene, coadiuvati dall’avvocato Larry Klayman della conservatrice Judicial Watch, hanno presentato una denuncia legale. L’importanza della presenza di Larry Klayman è dovuta alla forte rilevanza che ha l’associazione Judicial Watch tra i media e nell’opinione pubblica statunitense. Essa, fin dal Patriot Act di George W. Bush, si è sempre trovata in prima fila nel tutelare il rapporto tra cittadini ed Amministrazione. Il risarcimento chiesto dalla famiglia del soldato Stringe, per il supposto spionaggio da accertare in sede processuale delle telefonate, è di tre miliardi di dollari. L’accusa e la richiesta di risarcimento sono state presentate nei confronti di Barack Obama, del Ministro della Giustizia Eric Holder, del direttore della Nsa Keith Alexsander e del Ceo della compagnia Verizon Lowell McAdam. Oltre alla violazione della privacy e della libertà d’espressione, l’accusa più grave imputa è quella di violazione della Costituzione. Il tutto mentre il Datagate è paragonato da Bloomberg al caso delle intercettazioni telefoniche del Watergate Complex che travolsero l’Amministrazione Nixon.

Sede della National Security Agency

IL “PRISM” CHE METTE PAURA – Se l’“Affaire Verizon” può esser catalogato a questione interna, le rivelazioni circa il sistema di spionaggio verso i paesi ed i cittadini non statunitensi sta creando non pochi problemi a Washington. La “talpa” Erin Snowden avrebbe rivelato che, attraverso il software Prism, l’intelligence americana sarebbe in grado da anni di controllare i server di colossi quali: Google, Microsoft, Yahoo e Apple. L’attacco ai titoli finanziari delle compagnie, ha fin da subito fatto dichiarare con note ufficiali la loro totale estraneità riguardo al sistema di spionaggio. Secondo Snowden, la NSA avrebbe da tempo esteso il controllo a persone, società ed istituzioni straniere. In particolar modo, secondo fonti Reuters, sarebbero state condotte operazioni migliaia di pirateria informatica dal 2009. Obiettivo prediletto della NSA secondo Swaden sarebbero state Hong Kong e la Repubblica Popolare Cinese. Il tutto mentre da poco si era arrivati a risultati concreti per porre rimedio alla cyber guerra che intercorre tra Washington e Pechino.

Ora come nel romanzo di Orwell il tutto è finalizzato alla sicurezza dei cittadini. Il generale Keith Alexander, direttore della National Security Agency, ha affermato che il controllo – ha impedito decine di attentati terroristici -. Sarà anche così, ma da giurista mi chiedo cosa resti delle Carte Costituzionali.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Corea del Nord mette paura al mondo

Da decenni la musica scandisce gli avvenimenti storici, in maniera più consapevole e meno racchiusa in se stessa, delle arti figurative. Prendete la traccia più celebre del gruppo britannico “Orchestral Manoeuvres in the Dark” ove con un ritmo contagioso, capace di far ballare tre differenti generazioni, si racconta la tragedia dell’atomica sganciata dagli USA su Hiroshima nel 1945. Il nome di quella traccia è “Enola Gay”, lo stesso della madre del pilota Paul Tibbets che con un gesto ha cambiato irrimediabilmente la storia dell’umanità. Questo cambiamento non dipende dalla vittoria degli “alleati” sui Nipponici, bensì dal fatto che da quel giorno l’umanità possiede un ‘arma capace di annientare essa stessa. Sessantotto anni dopo il mondo del terzo millennio in queste ore vive la medesima paura e sconforto a causa del nucleare nordcoreano.

KIM JONG-UN ED IL PROGETTO NUCLEARE – Per comprendere la crisi di queste ore bisogna partire da un dato di fatto storico ovvero che la Guerra di Corea non è mai terminata. E’ rimasta sopita, ha visto scontri a bassa intensità, ma il progetto di fondo del Nord Corea marxista non si è mai modificato. Le analisi militari in stato d’allarme vengono condotte su numeri oggettivi e motivazioni di fondo. Dai rapporti statunitensi, russi e cinesi appare chiaro che le unità coinvolte nello sviluppo e nell’assetto nucleare nordcoreano sono 3.000. A capo della struttura militare che sta facendo tremare il mondo ed in particolare il Pacifico vi è il leader marxista Kim Jong-un. Centro di controllo dell’intera filiera nucleare è il sito di Yongbyon ove si parla di almeno due decine d’impianti dediti allo stoccaggio di uranio e plutonio per la produzione del nucleare.Dati per certi i dati su Yongbyon e altri siti dediti allo sviluppo nucleare, Washington riconosce come unica pedina, data anche la struttura gerarchica della Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea, quella di Kim Jong-un. Motivo principale di questa rincorsa al nucleare del nuovo leader nordcoreano risiede nella convinzione di molti analisti geopolitici che da tempo registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang.

L’INTERVENTO DI MOSCA E PECHINO – Da molti mesi l’intelligence e non solo di Mosca e Pechino sono a lavoro per contenere il fanatismo atomico di Piongyang. Xi Jinping, dallo scorso Marzo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in queste ore è spinto da un duplice timore ad affievolire i venti di guerra. Il primo motivo risiede nella consapevolezza che se Pyongang dovesse perdere un eventuale scontro militare, tutta la penisola coreana finirebbe sotto l’egemonia geopolitica statunitense. Il secondo timore risiede nel non doversi sbilanciare troppo a favore del non-amico statunitense a discapito del compagno nordcoreano. Vladimir Putin, dopo aver ridato un’importanza geopolitica alla Russia post crollo sovietico, sta aiutando tramite il fortissimo apparato moscovita a rendere, tramite canali non ufficiali, più quiete le acque nel Mar di Corea. A spingere tale decisione vi è la consapevolezza che, qualora venisse evitato uno scontro dovuto a Kim Jong-un, Obama non dovrebbe più perseguire nell’estromissione della Russia dal Mar Mediterraneo tramite la campagna di Siria. Ciò è confermato dal fatto che a diramare le inquietanti intenzioni di Pyongyang sia stato il Ministero degli Esteri di Mosca.

OBAMA E LE MANOVRE MILITARI – Se ad Oslo avessero saputo che la veridicità del premio Nobel per la Pace “preventivo” ad Obama sarebbe stata una crisi nucleare molto probabilmente lo avrebbero dato a “Medici senza Frontiere”. Eppure, il Presidente degli Stati Uniti d’America non sta sbagliando una mossa in questa difficilissima situazione. Come comandante in capo delle Forze Armate ha autorizzato lo spostamento dalle basi del Giappone interno e da Okinawa verso la base di Osan in Corea del Sud, al fine di evitare attacchi a sorpresa. Non appena la CIA ha confermato le notizie provenienti dai servizi russi ha disposto lo spostamento dei bombardieri nucleari B2 ed inviato una grandissima flotta di portaerei a propulsione nucleare nell’Oceano Pacifico. Diplomaticamente ha rafforzato il rapporto con la minacciata Tokio e avviato nuovi rapporti informativi con le uniche due potenze capaci di dare una mano in questa situazione. Londra e Parigi? No, Pechino e Mosca.

Resta un dilemma: Obama attaccherà preventivamente Pyongyang per poi avviare un’intera campagna militare nella penisola coreana o aspetterà la mossa del giovane Kim Jong-un? Presto lo sapremo. Ciò che già sappiamo è che la storia si fa nell’Oceano Pacifico.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Life, Liberty and pursuit of Happiness



A partire da oggi Polinice inizia il conto alla rovescia verso il 6 novembre, giorno delle elezioni presidenziali americane. Per una settimana, dunque, i nostri articoli saranno dedicati a tematiche legate alla cultura degli Stati Uniti.

Ci sembra infatti che, in un mondo globalizzato, non si possa semplicemente chiudere gli occhi davanti ad un evento del genere.
Nel caso della nostra rubrica, proveremo a capire qualcosa della cultura politica americana leggendo alcune parole della Dichiarazione d’Indipendenza redatta da Thomas Jefferson.
La Dichiarazione venne adottata il 4 luglio del 1776 dal Congresso Continentale, un’assemblea che riuniva i rappresentanti delle tredici colonie all’epoca in guerra contro la madrepatria britannica. Un passaggio particolare del documento recita:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti: che tutti gli uomini siano stati creati uguali, che abbiano ricevuto in dono dal loro creatore alcuni Diritti inalienabili e che tra questi vi siano il diritto alla Vita, alla Libertà, alla ricerca della Felicità»1.

Diamo un’occhiata a questa frase più da vicino.
Anzitutto, il soggetto. «Noi riteniamo». Noi chi? A parlare sono i coloni, i ribelli. Questi ribelli hanno qualcosa da dire a sua maestà re Giorgio III di Gran Bretagna. Ritengono infatti che ci siano alcune verità che, per la loro stessa natura, la ragione umana non possa non accettare. Il testo originale recita «self-evident»2. Ora, “evident” è un aggettivo derivato dal sostantivo “evidence”. Chi di voi è un fan di serie tv del tipo di C.S.I. sa che una “evidence” è una prova che può essere portata in tribunale. Nel nostro caso, dunque, i nostri coloni stanno presentando delle prove davanti al tribunale della Ragione umana, nella consapevolezza che tale giudice non potrà dargli torto, poiché queste prove sono “a prova di bomba”. Giorgio III è, in sostanza, chiamato a riconoscere la forza di queste argomentazioni.
Queste argomentazioni sono due.
La prima è che «tutti gli uomini siano stati creati uguali». Qui è chiaro il riferimento alla cultura dell’Illuminismo francese. In effetti l’autore, Jefferson, conosceva bene tale modello di pensiero. Non c’è da stupirsi dunque che sostenesse l’uguaglianza tra gli uomini. Soffermiamoci ora sul verbo utilizzato. In effetti tutti noi siamo imbevuti di cultura egualitarista, anche chi non ne riconosce la legittimità sa di cosa stiamo parlando. Il verbo che Jefferson utilizza è invece qualcosa che spesso viene tralasciato. È invece fondamentale. L’autore dice che gli uomini siano stati creati uguali. Fermi tutti. “Creare” è una parola grossa. È grossa perché “creare” vuol dire “produrre dal nulla”. C’è solo un individuo capace di tale gesto: il creatore, Dio.
In effetti, poco più avanti, ecco che il creatore si presenta. Nella seconda argomentazione, i ribelli dichiarano che tali uomini abbiano ricevuto in dono (endowed)3 dei Diritti (Rights)4. Il donatore è proprio il creatore. Immaginate la faccia di Giorgio III quando lesse che quattro coloni sediziosi si dichiaravano convinti che quello stesso Dio che aveva legittimato la sua ascesa al trono si fosse anche preso la briga di fare dei doni, dei regali a quei transfughi pezzenti.
Le cose sono due: o Dio s’è sbagliato, o il re ha preso una cantonata. In effetti i coloni propendono per la seconda, tanto che asseriscono di non aver ricevuto dei doni qualsiasi, ma dei diritti! Dei diritti in base ai quali costoro si ritengono indipendenti, non soggetti all’autorità di un sovrano da loro non riconosciuto.
I diritti sono tre: «Life, Liberty and pursuit of Happiness». Qui il riferimento è a John Locke5, teorico del diritto naturale inglese, il quale riteneva che la stessa natura umana garantisse all’individuo il diritto di vivereLife», appunto) riconoscendo l’autorità della sola Ragione e di Dio creatore. Di vivere, in un a parola, liberamente («Liberty»). Il terzo Diritto, poi, è molto suggestivo. I ribelli sono figli e nipoti di uomini giunti sulle coste americane in fuga dai dolori delle guerre di religione che avevano sconvolto l’Europa nei secoli XVI e XVII. Nel Nuovo Mondo cercavano dunque non altri dolori, ma felicità. È dunque legittimo che i figli si ritengano legittimati a continuare il percorso di ricerca iniziato dai padri.
In altre parole, gli estensori della Dichiarazione erano fermamente convinti di dover obbedire a Dio, alla loro testa e a nulla più. L’esercizio del governo va, in ultima analisi, attribuito solo a chi sia rispettoso di questo stato di cose. I ribelli ritenevano che re Giorgio III non fosse nel novero di costoro e si vedevano dunque giustificati a rifiutarne l’autorità, anche a costo di fargli guerra.
La forma di governo che emerse dalle dinamiche storiche che, oggi, in parte, abbiamo richiamato fu una democrazia liberale molto dinamica. L’esercizio del potere pubblico è, negli Stati Uniti, finalizzato a garantire al cittadino quegli stessi diritti che abbiamo visto sopra, ma non di più. Al contrario delle socialdemocrazie del Nord Europa, la presenza dello Stato nella vita dei cittadini è bassa. Martedì il popolo americano sceglierà se mantenere tale presenza al livello attuale o se abbassarlo. Nel primo caso la vittoria andrà a Barack Obama, nel secondo a Mitt Romney.

Giulio Valerio Sansone


1. Nell’originale: «We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness»
2. È un probabile riferimento al pensiero di Cartesio, sostenitore della presenza, nella mente umana, di idee innate chiare e distinte, oggetto di conoscenza evidente, appunto. Vedi, in tal senso, il celebre Discorso sul metodo
3. La parola “endowed” ha la stessa radice del termine “dowry”, in italiano “dote”. I coloni si ritengono figli che hanno ricevuto da un padre generoso e attento alle loro esigenze (Dio) delle dotazioni per vivere nel pieno possesso della loro maturità intellettuale. 
4. “Diritto” viene dal latino “directa (via)”. In inglese si traduce con “right”, lo stesso termine che indica la (mano) destra. Con una metafora un po’ libera, potremmo quasi dire che i diritti siano delle corrette interpretazioni della realtà umana, in base alle quali gli uomini possono con mano ferma (destra, appunto) tracciare la loro strada (via), il loro cammino di vita. Perdonate i giochi di parole, ma è il passatempo preferito di molti appassionati di filosofia. Il sottoscritto è uno di loro. 
5. Vedi i «Two Treatises of Government» e l’ «Essay Concerning Human Understanding». 

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY