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Bernini brutalista

Generalmente con il termine Brutalismo si intende un movimento architettonico di metà Novecento, caratterizzato dall’impiego di materiali rustici e dall’evidenza degli elementi strutturali delle costruzioni. Ricondotto all’opera di Le Corbusier, ariete nel rinnovamento del linguaggio architettonico che seguì l’azione demolitrice delle Avanguardie, questa ricerca si è sempre presentata come espressione del nostro tempo, come il tentativo dichiarato di avere un edificio senza diaframmi formali, anzi con sanguigna rudezza e polemica astinenza da ogni finitura gradevole[1].

Parole forti, addirittura stridenti se si pensa a tutta la produzione architettonica del passato, dove l’edificio era di per se un diaframma, un oggetto inserito in un contesto che filtrava uno status sociale, il potere di una famiglia, il controllo su un territorio proprio attraverso espressioni formali e finiture, più o meno gradevoli. Sembra quasi che l’architettura contemporanea (passatemi il termine anche se ormai è un po’ datato) volesse aprire un discorso polemico con la storia che, sebbene non rifiutata, va ora letta secondo una nuova accezione, personale, relativa, in ragione, diciamolo, dei propri obiettivi. Ma la verità è un’altra, forse. Se infatti si guarda indietro è possibile riconoscere germi di questo atteggiamento conflittuale anche nell’architettura a volte detta dell’Ancien Régime, e in particolare nel Barocco. Sembra un’opinione azzardata ma, chissà, vale la pena esplorare le sue possibilità.

Gianlorenzo Bernini è senza dubbio stato un genio del nostro mondo, secondo solo a Michelangelo in arte e capacità. Lui conosceva bene, avendo fatto molta gavetta, che la produzione artistica in generale, e l’architettura in particolare, non si potevano risolvere nelle rigide cristallizzazioni che, a partire dal Rinascimento, andavano ricercando canoni certi e regole ferree da rispettare nella pittura di un quadro come nell’intaglio di un capitello. Certo andare oltre è sempre possibile, ma lo si può fare solo se si conosce perfettamente tutto ciò che ci sta prima. Per dirlo in parole povere, Picasso poteva essere Picasso perché avrebbe saputo dipingere un’opera d’accademia meglio di un maestro della stessa istituzione e questo li conferiva dunque la licenza di sperimentare. Lo stesso vale per Bernini. Libero dall’apprensione di apprendere modelli di disegno scultura e progetto già noti ed esplorati, l’artista poteva procedere alla ricerca di qualcosa di nuovo, inaspettato, diverso.

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Le Corbusier, Unité d’Habitation de Marseille, 1947-1952

 

Ed è qui che, volente o nolente, anticipa il discorso brutalista, sebbene inconsciamente, timidamente, e senza alcun obiettivo dichiarato in tal senso. Con le Unité d’Habitation si realizzano le composizioni architettonicamente più classiche del brutalismo e, di solito, si fa riferimento a quest’opera per dare un’idea immediata della prima intuizione di ricerca di questo pensiero. Un’opera rigida, formale, imponente a livello paesaggistico per la ripetizione in serie di una cellula che definisce il sistema-edificio che così assurge al ruolo di grande segno nel territorio, confrontandosi con forza con l’intorno. Monumentalità e coerenza danno il tono all’opera e la pongono in un confronto serrato con la natura a cui non intende arrendersi. I materiali sono quelli di cantiere e l’idea è di qualcosa di non finito che ancora deve sorgere, liberarsi dal suo involucro informe per mostrarsi in tutta la sua vigorosità. Vecchia storia. Michelangelo, anch’egli genio ma anche uomo di riflessione, verso la fine della propria vita cominciò a sentire l’esigenza di cercare qualcosa oltre la formalità espressiva e la decorazione. Santa Maria degli Angeli ne era in tal senso un emblema: il silenzio dell’architettura che con grandi elementi e quell’idea di non finito smetteva di essere perfetta ed espressione dell’eternità ma si rimetteva in gioco, molto prima di Le Corbusier, per capire quale fosse il senso del proprio ruolo. E Bernini, attento osservatore, si inserì nel solco del suo Maestro, portando alle estreme conseguenze il suo ragionamento.

Non finito. L’opera che sembra doversi liberare del di più, della natura che la ostruisce e nasconde per giungere ad essere sé stessa, si va imponendo sulla propria creatrice sebbene ne mostri ancora le ferite. A Palazzo di Montecitorio, infatti, la pietra che scandisce le aperture non è rifinita; è ancora grezza, manca di lavorazione. Non è una mancanza dello scalpellino o una distrazione dell’architetto ma una scelta premeditata: è il sorgere dal contesto informe, come Venere dalla spuma delle acque. Ma non è solo questo. Anche nel progetto per il palazzo del Louvre di Parigi l’edificio si staglia su una scogliera da cui prende forma e con cui si confronta con forza. Ripetizione di un modulo, una cellula formale che scandisce i prospetti: questo ritmo genera la forza del progetto, la sua monumentalità e la sua capacità di imporsi sul contesto, proprio come a Marsiglia.

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Gianlorenzo Bernini, progetto del palazzo del Louvre, fronte laterale, 1664

 

Bernini però non è audace come Le Corbusier; anzi si può dire assuma un atteggiamento pacato. Non ha bisogno di rinnegare il passato per stravolgerlo ma lo trasforma da dentro, agisce dall’interno, segnando un punto di non ritorno e introducendo innovazioni uniche che cambieranno la concezione dell’architettura. Come Gaudì, che nel  rigido piano regolatore di Cerdà per Barcellona, riesce a modellare le forme dei suoi palazzi, Casa Batlló e Casa Milà per intenderci, ottenendo qualcosa di unico ed irripetibile, allo stesso modo Bernini anticipa grandi conquiste future rispettando i canoni di un linguaggio, di una sintassi e di un lessico che erano comunemente accettati perché interpretabili da tutti. E in questo senso, si potrebbe concludere, l’architettura si faceva già portavoce della democrazia. Certo, i tempi erano precoci, ma se si assume per vero che democrazia vuol dire dare a tutti le stesse possibilità, un’architettura che tutti possono comprendere è la più democratica che possa esistere. Ma non sono certo che lo stesso si possa dire del brutalismo classico di Le Corbusier.

[1] B. Zevi, Storia dell’architettura moderna, Einaudi, Torino, p. 407

Ahì Maria, da te tornerò!

Potrebbe apparire curioso prendere a prestito le parole di una canzone per parlare di vicende storico-religiose lontane nel tempo sebbene, in fin dei conti, non troppo nello spazio. Eppure in questo caso, forse, converrà fare un’eccezione. Nella Roma del XVII secolo, infatti, numerose erano le immagini sacre della Madonna, responsabili in genere di miracoli, più o meno consistenti, più o meno probabili, a cui i fedeli tornavano sempre a votarsi in cambio di una benedizione. Ad alcune di esse si attribuivano capacità sovrannaturali come la risoluzione delle sorti di una battaglia, magari contro gli eretici protestanti (Santa Maria della Vittoria); altre volte, invece, si assegnavano alla sacra icona comportamenti fisici miracolosi come il pianto (Madonna della Vallicella). Ciò rendeva queste figure oggetto di venerazione per i pellegrini e, di conseguenza, indegna era giudicata la loro collocazione in piccole ed anguste chiesine quando, altresì, avrebbero potuto trovare posto al centro di grandi ed importanti templi, opere di altrettanto considerevoli mecenati.

Questo fu il caso della sacra icona di Santa Maria in Campitelli, anticamente in Santa Maria in Portico, la cui storia di fede e miracoli permise a Carlo Rainaldi di erigere una delle più belle chiese della città di Roma. È il 1656 e nella capitale della cristianità infuria la peste. Il popolo romano, allora, non sapendo più come sfuggire alla terribile sciagura si affida alla sacra immagine della Vergine, che la tradizione voleva essere protettrice della comunità. L’antica chiesa medievale, però, per via della sua posizione nei pressi del lazzaretto era chiusa, ma questo non fermò le folle di cittadini imploranti che, incuranti delle restrittive misure sanitarie continuarono a radunarsi nelle strade adiacenti mentre le stampe della Vergine cominciavano ad essere assurte, nella percezione popolare, a simbolo di perfetta salute.

Micco Spadaro - Rendimento di Grazie dopo la peste
M. Spadaro, Rendimento di Grazie dopo la peste, 1657

Non c’era altro da fare: l’8 dicembre i rappresentanti tutti del popolo romano si recarono alla chiesa e pronunciarono un voto solenne di trovare alla sacra immagine una più degna collocazione qualora la peste avesse cessato. E così effettivamente avvenne. Già infatti l’anno successivo la quarantena era revocata e la nuova chiesa andava dunque edificata. Un’occasione d’oro per il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, che subito colse le potenzialità di questa operazione conscio del fatto che la promozione della nuova edificazione avrebbe potuto evocare nel rione Campitelli ciò che i filippini e Borromini erano stati capaci di determinare con il complesso oratoriano poco distante: la riqualificazione di un’intera fetta della città attraverso un edificio simbolo che innescasse un circuito virtuoso di rigenerazione dei tessuti edilizi come di quelli sociali, esaltando altresì, in maniera velata ma neppure troppo, la lungimiranza del pontefice, protettore e custode dei bravi cristiani che nella città Santa risiedevano.

Un’operazione ambiziosa dunque, ma difficile da realizzarsi senza appoggi nella nobiltà patrizia romana giacché a sfavore del Santo Padre militavano undici secoli di devozione dell’icona presso l’antica sede nonché una serie di importanti miracoli, non ultimo la recente liberazione della piaga bubbonica. Fu allora che nacque una nuova alleanza, la cui risonanza ancora oggi è possibile percepire nel perfetto inquadramento che si ha della nuova chiesa dal portone di palazzo Albertoni. Il piano era vantaggioso per tutti. Il papa avrebbe patrocinato una splendida chiesa, presumibilmente in grado di rivaleggiare con i monumenti votivi più importanti della penisola italiana, come la veneziana Santa Maria della Salute, anch’essa risultato di un ex voto simile[1].

Gli Albertoni invece, essendo allora una famiglia in ascesa sulla scena politica romana, avrebbero con questo gesto affermato la loro presenza in città, nel cuore di un’area tra le più vecchie della capitale e sede di antiche e prestigiose famiglie. Infine i rappresentanti del popolo avrebbero finalmente avuto una loro chiesa di riferimento in cui radunarsi e che, di nuovo non troppo implicitamente, avrebbe riaffermato la superiorità della Chiesa al potere dei legati del popolo, almeno a Roma.

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interno Santa Maria in Campitelli

Tutto era quindi pronto ma non tutti erano d’accordo. In primis i sacerdoti custodi fino ad allora della sacra immagine, contrari al cambio di location imposto dall’alto. Ma anche politici locali e non, come l’ambasciatore di Spagna. Contrattempi inaspettati che tardarono i progetti papali e costrinsero il pontefice ad istituire addirittura una congregazione ad hoc che, tuttavia, non poté opporsi al volere del suo sovrano che così già aveva deciso. La nuova chiesa, ad impianto inizialmente centrale e poi trasformata nella giustapposizione di due quadrati (destinati uno alla chiesa ed uno alla sacello votivo della sacra icona), sorse così tra contrasti e dissidi, lontana da quel desiderio primitivo di assolvere ad un voto sacro.

Le famiglie nel frattempo sorgevano e tramontavano. I pontefici, altresì, andavano e venivano, ma il capitolo finale di questa vicenda fu scritto dalla Congregazione della Madre di Dio, responsabile del complesso, la quale, priva dei fondi necessari e della volontà di portare a termine il grandioso progetto di Rainaldi, non realizzò entrambe le ali che avrebbero dovuto fiancheggiare la solenne facciata. Moriva così quella suggestione berniniana oramai affermatasi di un sistema a trittico, di una logica di contrapposti per cui un elemento centrale diverso dai due laterali si esaltava in ragione della sua ineguaglianza e definiva l’intero contesto. Moriva quell’idea di integrazione con l’intorno urbano e di dialogo con il resto della città. Moriva quell’ambizioso progetto di un tempio sacro cuore di un sistema simmetrico di ali conventuali che Carlo Fontana tanto cercherà di replicare in Spagna a Loyola.

Il risultato finale non sarebbe potuto essere più distante dallo spirito che mosse Alessandro VII seppure in fin dei conti non tutto fu vanificato giacché con la nuova chiesa, effettivamente, si tornò a venerare la figura di Maria.

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piazza Capitelli in una rappresentazione di G.B. Falda

 

[1] Per un resoconto completo della vicenda qui schematizzato vedi J. Connors, Alleanze e inimicizie. L’urbanistica di Roma barocca, Editori Laterza, Bari 2005, pp.51-74.

Lo spirito del Barocco passato, presente e futuro

Siamo nel 1761. Ange-Jacques Gabriel costruisce nella sontuosa reggia di Versailles degli appartamenti privati per il sovrano, Luigi XV, in uno stile austero, severo, in una parola classico. Quella tendenza all’iperdecorativismo, all’autocelebrazione, all’eccessiva ed inesauribile esaltazione delle forme non era più degna del re e della corte. Quel giorno finiva il Barocco, soppiantato da una nuova sensibilità più sobria e contenuta, avversa a quella deriva eccessivamente licenziosa che stava assumendo il Rococò.

Non c’era ancora la consapevolezza ma qualcosa stava cambiando. Il popolo, ma più che altro gli artigiani in genere, che sulle loro spalle sopportavano tutto il peso di uno stato in trasformazione, erano ormai stanchi e indispettiti da una nobiltà viziosa, corrotta e litigiosa. E i pochi aristocratici illuminati, consci del limite a cui si stava giungendo, cominciarono così a sentire inadeguato quella delicatezza, grazia, eleganza, gioiosità e luminosità libera da preoccupazioni propria del tardo barocco, volendo loro stessi apparire più degni del ruolo loro attribuito per grazia divina. Lo stile a la greque fu così il principio di un rinnovato amore per il mondo classico e la sua dignità, la sua autorevolezza, rigore e saggezza che sebbene non salvò Luigi XVI e Maria Antonietta dalla forca, tuttavia spianò la strada verso quello che poi comunemente sarà chiamato Neoclassicismo.

Ma il Barocco, finì veramente così? La storia è fatta di corsi e ricorsi e spesso a una grande novità segue sempre un periodo di freno, quasi che ci si volesse fermare un istante a valutare il percorso fino ad allora compiuto, le scelte intraprese e le sfide affrontate. Eppure può qualcosa concludersi senza mai più tornare? Forse no. Oggi si gira per la città e spesso sembra che solo l’architettura di edifici attuali come l’Ara Pacis o il MAXXI sia l’unica vera espressione della nostra contemporaneità, a cui tutti in qualche modo tendono. Ma poi, girato l’angolo, ci si imbatte nel passato di chiese come Sant’Agnese in Agone e si è trafitti, letteralmente, dalla magnificenza di un’opera che non solo pare essere ad occhio ben proporzionata, ma riesce perfettamente nel suo obiettivo, che nel Seicento era celebrare la grandezza di Dio, la supremazia della Chiesa di Roma sulle così chiamate eresie e anticipare a noi comuni osservatori mortali le delizie di un paradiso che, forse, ci sta attendendo. Sorge quindi una domanda: esiste una continuità fra Barocco e presente? è possibile stabilire un confronto, un nesso, un legame?

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1761, Ange-Jacques Gabriel, Petit Trianon, Versailles.

 

Formalmente sembrerebbe di no. Ci si può tentare, ma il percorso è arduo. Eppure una collegamento, un termine di paragone che medi fra queste due istanze agli antipodi, lontane nello spazio e nel tempo, deve esserci. E forse qualcosa c’è. Non si tratta di categorie a posteriori, imponibili e facilmente sostituibili da chi studia e si interessa della materia, ma di ricercare il messaggio o, forse, il tramite comunicante.

Con il Rinascimento l’uomo trova il suo posto al centro dell’universo; lui solo poteva infatti affermare se stesso e stabilire il suo destino. Per Pico della Mirandola, un grande pensatore forse morto troppo presto, solo l’essere umano può capire ed ammirare il lavoro di Dio. Ma, così facendo, implicitamente afferma anche qualcosa di molto diverso. Prometeo forgia l’uomo perché possa comprenderlo, autodeterminarsi, costruirsi le sue prerogative. Un Dio che non vuole ciò non sarebbe dunque altro che un Epimeteo, il fratello stolto di Prometeo. Blasfemia? Assolutamente no. Per l’intellettuale umanista l’individuo può effettivamente scegliere in autonomia ma non è completamente libero, perché creato da Dio. Questo discorso, spesso dimenticato, racconta quindi di un mondo in cui l’essere umano stabilisce la maniera attraverso cui comunicare se stesso, le proprie speranze e i propri desideri, indipendentemente da un fine superiore. E il Barocco fa dell’uomo il protagonista, inserendolo nello spettacolo dell’arte. Non è più solo l’osservatore della perfetta commistione delle arti di Raffaello nella cappella Chigi in Santa Maria del Popolo, o l’osservatore lontano del cortile del Belvedere di Bramante. È lui stesso parte della composizione, è il protagonista, l’elemento fondamentale, il tramite attraverso cui l’architettura si comunica e trasmette il proprio messaggio. Senza di lui non ci sarebbe significato e significante. In parole povere mancherebbe un senso.

In verità, a voler essere puntigliosi, niente esisterebbe senza l’uomo che gli da significato. La differenza tuttavia consiste nella passività dell’operazione stessa. Essere attivi, essere protagonisti, essere parte integrante di qualcosa (una sorta di rotella di un gigantesco marchingegno) è il punto di passaggio fra un’architettura pensata per se stessa e un’altra invece ragionata in funzione dello spettatore. È il principio del teatro barocco, in cui l’architettura è ideata per essere vista e non solo dunque per essere risposta a precisi canoni formali astratti. Il Barocco esisteva e viveva perché viveva ed esisteva l’uomo. E non sarebbe potuto essere alternativamente. È dunque una sorta di circolo vizioso che in qualche modo anche oggi si ripete e, forse, identifica l’unico debole filo rosso che lega il passato alla contemporaneità, un’attualità in cui quella plasticità e scultoreità del Seicento ha perso quel marchio di libertinaggio e inconcretezza per diventare, invece, padre nobile delle moderne forme in titanio.

D’altronde, come affermava anche le Corbusier, sebbene forse non con lo stesso spirito:

La nostra epoca fissa ogni giorno il suo stile. È là sotto i nostri occhi. Occhi che tuttavia non vedono.

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Correva l’anno 1780 e Jean Louis David presentava al termine del suo soggiorno romano un dipinto sulla figura di Belisario per essere giudicato dall’Accademia, sancendo così definitivamente il suo ruolo di artista. Il tema non era scelto a caso. Belisario, secondo la tradizione, fu un generale romano molto capace al tempo dell’Imperatore Giustiniano, mandato in Italia a riconquistare l’Occidente ormai perso che, sebbene vinse molto, cadde in disgrazia e per giunta divenne cieco. Povero e infermo, il grande condottiero si ridusse dunque a chiedere l’elemosina, ma David non lo interpretò come uno sconfitto bensì come una vittima della Natura che tuttavia non si perse d’animo e, indossata la propria armatura (per quanto scalzo), chiedeva un aiuto senza voler fare pietà e lasciando dunque intatta la propria dignità.

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Belisario, Jean Louis David, 1780

Sembrerebbe l’avvio di ciò che è stato chiamato Neoclassicismo ma non è così. L’emozione che attraversa la pittura, il gesto della figlia che aiuta l’anziano padre e il legionario sconvolto dall’aver riconosciuto il generale sono infatti indice di una vecchia reminiscenza che allora si cercava di dimenticare: la teatralità barocca, intesa nel suo senso più ampio di coinvolgimento passionale e morale.

Teatralità barocca, fasti e onori, angeli e santi, un insieme ricco e variegato dove la distinzione fra pittura, architettura e scultura si perde nel tentativo di dare vita a qualcosa di unico ed indivisibile. L’unitarietà era l’obiettivo, un congiunto inseparabile dove ogni elemento non poteva vivere senza il resto e dove la rigida scansione che Raffaello aveva ben chiarito nella Cappella Chigi si dissolveva per lasciare spazio all’emozione dell’unitarietà. Ma non è solo questo. La parola teatro dal greco théaomai, ossia “vedo”, infatti nel Barocco deve essere interpretata proprio nel senso stretto del suo significato, ossia ciò che si vede, che si da alla vista. Il teatro barocco non è quindi altro che progettare secondo le regole della visione, un progettare in funzione di ciò che dovrà essere visto.

Questo è il grande segreto dietro la cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria di Gian Lorenzo Bernini, dove l’unità tematica e visiva tra architettura, scultura, pittura e decorazione, è espressione piena di quell’idea di Bel composto che tanto cambiò la concezione dell’arte. Questo è il mistero nascosto dietro la progettazione della Piazza di San Pietro, il cui artificio ottico non sta altro che nel fatto di nascondere dalla via di Borgo Nuovo i due grandi colonnati che quindi, nella più completa sorpresa, appaiono alla fine della strada che inquadra solo il grande portone dei palazzi vaticani.

Ma il barocco è anche sinonimo di illusione e occulto. Illusione di uno spazio fittizio che si da alla vista pur celando la realtà che lo permea, come fa a Palazzo Spada nella celebre galleria Francesco Castelli, meglio noto come il Borromini. Occulto come gioco sottile di rimandi che è unico segnale, timido, di un più complesso confrontarsi di forze sociali, politiche ed economiche per cui, ad esempio, il portale della chiesa di Santa Maria in Campitelli è perfettamente inquadrato solo e soltanto dal frontale palazzo Albertoni, costringendo la facciata della bella chiesa di Carlo Rainaldi ad uno spostamento di circa 18 palmi a destra (circa 5 metri). Piccole variazioni dunque, con rispetto all’insieme del complesso che tuttavia appaiono come fiochi segnali luminosi nella notte che testimoniano altresì l’esistenza di un campo gravitazionale invisibile, spia della forza di attrazione esercitata dalle vicende politiche e culturali di una città in continua evoluzione[1].

Amici e nemici. Questo è il segno che contraddistingue la grandiosità del teatro barocco. Una continua rivalità e sfida che fa della città il palco di un’opera in cui vanno in scena le alleanze e le inimicizie di una grande quantità di artisti che, ritrovatisi tutti a lavorare nel poco spazio condensato di un piccolo centro italiano, ricco come nessun altro di storia, sfidano se stessi, le antichità che li circondano e i propri colleghi per essere i primi, i migliori, gli unici in grado di lasciare il segno più importante al pari degli antichi. Di questa maniera incarichi su incarichi si susseguono, progetti su progetti si avvicendano e alla fine il lavoro di uno viene terminato da un altro e così di nuovo quest’ultimo è sostituito dal precedente in un gioco perverso in cui solo appoggi politici e amicizie influenti possono fare la differenza. Questo avvenne a Sant’Agnese in Agone a piazza Navona  dove a Carlo Rainaldi succedette Borromini, che a sua volta fu sostituto nuovamente da Rainaldi, il quale tuttavia perse l’incarico della decorazione interna a favore di Bernini che non aveva esitato qualche tempo prima ad esprime il suo astio verso il cantiere da cui era stato escluso nella fontana della piazza antistante, facendo di uno dei personaggi della sua composizione il più timorato inquisitore della stabilità strutturale della chiesa in costruzione.

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Teseo sul Minotauro, Canova, 1783

Tale era il contesto vivo e variegato in cui crebbe e si affermò la teatralità barocca, una tendenza unica e spettacolare che non si fermava alla sola rappresentazione scenica ma che investiva indistintamente tutte le arti. L’obolo di Belisario è la chiave. In una concezione di assoluta pace e serenità, quale fu il rinato amore tardo-settecentesco per il mondo classico in cui viveva e cresceva David, cristallizzato e universale, mai un simile gesto sarebbe potuto avvenire, mai ci si sarebbe potuti trovare in una situazione di movimento, di richiesta di aiuto, di un atto in potenza. L’ideale era Teseo seduto sul corpo senza vita del Minotauro che, tuttavia, non si vanta della grandezza delle sue gesta ma, al contrario, medita e riflette su un mondo che, forse, non sarebbe stato più quello di prima.

 


[1] Cfr. Connors J., Alleanze ed inimicizie, L’urbanistica di Roma barocca, Editori Laterza, Roma, 2005

Un grande progetto romano costruito in terra straniera

Curioso è come qualcosa che si reputava poco importante nasconda invece un’intricata storia che, improvvisamente e senza preavviso, ne fa un interessante tema di ricerca. Questo è il caso del Santuario di Sant’Ignazio presso Loyola. Si tratta di un grande ed imponente complesso religioso poco distante da San Sebastian, nei Paesi Baschi Spagnoli, un luogo di pellegrinaggio e venerazione, giacché qui, secondo la tradizione, nacque e si convertì, Sant’Ignazio, il fondatore della Compagnia di Gesù, di cui fa parte anche l’odierno papa, Francesco. Tuttavia il santuario, sebbene l’attuale notorietà di uno dei membri dell’ordine che vi risiede, nel corso del tempo è stato spesso dimenticato e relegato ad un ruolo secondario per via della complessa vicenda storico-costruttiva che ha interessato la fabbrica e, più in generale, la Compagnia.

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La storia comincia nel 1622 quando, alcuni anni dopo la morte del patriarca dell’ordine, questi fu innalzato agli altari. Forte allora divenne tra i confratelli la volontà di erigere un tempio sacro intorno alla così chiamata Santa Casa di Loyola, ritenuta, dopo la chiesa del Gesù di Roma, il loro principale luogo di venerazione. Così, nel 1681, il Padre Generale Giovanni Paolo Oliva incaricò l’architetto Carlo Fontana, allievo di Bernini e figura egemone sul finire del XVII secolo, di progettare un grande complesso religioso che inglobasse l’antica preesistenza. Fontana, dunque, fu uno dei primi che, per necessità di culto, si trovò ad operare come i moderni architettii quali, di fronte agli antichi manufatti, devono cercare di instaurare un dialogo fra questi e l’architettura contemporanea del momento. Le dimensioni della casa, infatti, impedivano il posizionamento all’interno del nuovo edificio sacro come invece si era soliti fare, si pensi ad esempio alle tombe degli apostoli, o alla Casa di Maria, nella Basilica di Loreto, e pertanto era necessario individuare una soluzione ad hoc. Così l’architetto progettò una grande Basilica al lato dell’antico manufatto mentre quest’ultimo fu inglobato all’interno di una delle due ali del collegio così da essere nascosto alla vista esterna e conservato quasi come fosse una reliquia.
Il tema devozionale innerva ed informa tutto il progetto che si configura come un grande impianto simmetrico dominato al centro dall’edificio sacro, una chiesa a impianto centrale dotata di una vera e propria navata anulare, la quale riprende alcuni modi di fare tipici dei Martyria romani, come Santa Costanza, nonché le chiese di pellegrinaggio di carattere devozionale come, ad esempio, Santa Maria della Salute a Venezia, opera di Baldassarre Longhena, eretta pochi anni prima di Loyola in segno di ringraziamento alla Madonna per la liberazione dalla peste. Curioso e particolare è anche l’ampio portico curvilineo tripartito d’accesso alla chiesa riccamente decorato, la cui presenza pare, all’osservatore che si appropinqua al manufatto, quasi come un risarcimento visivo per la sempre maggiore carenza di visibilità della cupola. Un problema simile, peraltro, non è nuovo nella storia dell’architettura; anche a San Pietro a Roma, infatti, a ben pensarci, da lontano si percepisce in tutta la sua centralità, ma da vicino la medesima si perde e la cupola, uno dei suoi caratteri più forti, quasi svanisce. Così forse, senza esagerare, si potrebbe quasi immaginare una volontà, da parte dell’allievo di Bernini, di dare una risposta al medesimo problema percettivo che il Maestro aveva provato a risolvere con la creazione della grande piazza e il colonnato.

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 Ma non finisce qui. Un altro aspetto sorprendente di  questa chiesa romana che sembra trovarsi nella penisola sbagliata è proprio la ricchissima decorazione che, invece, richiama uno stile tipicamente spagnolo: il churriguerismo. Ci si chiederà dunque che cosa sia questa tendenza e, in poche parole, i Churriguera non furono altro che un importante insieme di artisti legati da un vincolo parentale, la cui arte, estremamente ricca e variegata, si caratterizzò come interprete dell’ultima fase del Barocco spagnolo segnando un trionfo delle forme non strutturali e l’esaltazione degli elementi decorativi. Questo modus operandi  informa tutto il santuario e non può sfuggire a questa ragnatela nemmeno l’altare principale.
Carlo Fontana però, probabilmente, tutto questo né lo aveva previsto, né probabilmente lo avrebbe gradito. La sua tendenza infatti verso la normalizzazione del linguaggio barocco ai fini di una sua più facile trasmissibilità, gli imponeva un rigido richiamo a modelli consolidati, e quindi, in parole povere, un ritorno a un qualcosa di più classico. Tuttavia l’architetto mai visitò il cantiere spagnolo e così la fabbrica, con il passare degli anni, sebbene le continue raccomandazioni da Roma di attenersi al progetto originale, andò assorbendo le influenze locali, diventando un unicum storico-artistico, espressione genuina del contatto fra la cultura barocca romana e l’arte propria della penisola iberica.
La testimonianza più importante di questa commistione di culture diverse è sicuramente la cupola. Questa, semisferica e a doppia calotta, come è tipico della tradizione romana, in origine probabilmente fu immaginata da Fontana in mattoni e priva di decorazione. I maestri de obras spagnoli, però, essendo abili costruttori della pietra e dunque poco abituati all’utilizzo del laterizio, la fecero di pietra e previdero all’interno complesse decorazioni intagliate su ciascun elemento lapideo. Un’operazione quindi complicatissima che i direttori di cantiere affrontarono con  l’utilizzo dello strumento concettuale della stereotomia, una vera e propria scienza proiettiva che consente il corretto taglio delle pietre e che in Spagna, come in Francia, ebbe una grandissima diffusione. Fecero quindi proprio un problema costruttivo che non sapevano affrontare con le tecniche moderne di allora e lo risolsero sfruttando le loro conoscenze locali. Ed è proprio per questo motivo che Loyola si configura come un caso unico nel suo genere, paragonabile solo al monastero-palazzo di San Lorenzo El Escorial, presso Madrid.
La sorte avversa, però, volle che nel 1767 la Compagnia di Gesù fosse espulsa per volontà di re Carlo III Borbone da tutti i suoi domini tra cui, ovviamente, rientrava Loyola, lasciando così incompiuto il santuario che, mancante ancora dell’ala destra, fu prima trasformato in carcere, poi in ospedale da campo, durante le guerre carliste, e infine abbandonato. Solo nel 1888 la tenace volontà dei gesuiti e la generosità degli abitanti del luogo permise la terminazione del grande complesso religioso che subito, una volta completato, si pose al servizio della comunità, diventando però, al contempo, un importante centro devozionale di pellegrinaggio per tutto il Nord della Spagna.