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Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.

 

Siria, dall’attacco chimico alle torture nelle carceri: nuovi importanti sviluppi

L’8 dicembre scorso il giornalista statunitense Seymour Hersh ha pubblicato sul sito della London Review of Books (LRB) un lungo articolo, intitolato «Whose Sarin» (articolo tradotto in italiano e comparso su Repubblica del 10 dicembre), nel quale accusa il governo americano di non aver detto la verità per ciò che riguarda l’ormai famoso attacco chimico del 21 agosto scorso. Attacco chimico che, è bene ribadirlo, avrebbe potuto portare all’intervento militare proprio degli Stati Uniti. 76 anni, Hersh è un giornalista molto famoso: nel 1970 vinse il Pulitzer per le rivelazioni del massacro di My Lai in Vietnam e nel 2004 fece conoscere al mondo intero gli abusi ad opera dei militari statunitensi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Questa volta il giornalista di Chicago mette nel mirino l’operato dei servizi segreti statunitensi e del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Scrive Hersh (di cui riporto solo alcune parti dell’articolo):

Nei mesi precedenti, le agenzie di intelligence americane hanno prodotto una serie di rapporti altamente riservati contenenti prove che il Fronte Al Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad Al Qaeda, possedeva le competenze tecniche per creare il sarin ed era in grado di fabbricarne in abbondanza. […] Un ufficiale di alto livello dell’ intelligence, in una mail spedita a un collega, ha definito le assicurazioni dell’ amministrazione Obama sulla colpevolezza di Assad una «furberia». […] Il 29 agosto, il Washington Post ha pubblicato estratti del budget annuale per tutti i programmi nazionali di intelligence, fornito da Snowden.[…]Gli estratti del Washington Post hanno fornito anche la prima indicazione di un sistema segreto di sensori all’ interno della Siria per conoscere in anticipo qualsiasi cambiamento nella situazione dell’ arsenale chimico del regime. I sensori sono monitorati dall’Nro (Ufficio nazionale di ricognizione), l’organismo che controlla tutti i satelliti dei servizi segreti americani. Secondo il riassunto del Washington Post, l’Nro ha anche il compito di «estrarre i dati provenienti dai sensori sul terreno», dislocati all’ interno della Siria. Questi sensori forniscono un monitoraggio costante dei movimenti delle testate chimiche in mano all’ esercito siriano, ma nei mesi e nei giorni prima del 21 agosto, dice sempre l’ ex funzionario, non hanno riscontrato alcun movimento. È possibile, naturalmente, che il sarin sia stato fornito all’ esercito siriano attraverso altri mezzi, ma non essendoci stato nessun preallarme le autorità americane non erano in grado di monitorare gli eventi a Ghouta Est nel momento in cui si stavano svolgendo.La Casa Bianca ha avuto bisogno di nove giorni per mettere insieme le prove contro il governo siriano. Il 30 agosto ha invitato a Washington un gruppo selezionato di giornalisti e ha distribuito loro un documento che recava scritto in bell’evidenza «Valutazione del Governo» (e non dei servizi segreti). Il documento esponeva una tesi essenzialmente politica a sostegno della posizione della Casa Bianca contro Assad: i servizi segreti Usa sapevano che la Siria aveva cominciato a «preparare munizioni chimiche» tre giorni prima dell’ attacco.[…] Il documento diffuso dalla Casa Bianca e il discorso di Obama non erano descrizioni degli eventi specifici che avevano portato all’ attacco del 21 agosto, ma un’ esposizione della procedura che l’esercito siriano avrebbe seguito per qualunque attacco chimico. «Hanno messo insieme un antefatto», dice l’ ex funzionario dei servizi, «con un mucchio di pezzi e parti differenti.» Sia in pubblico che in privato, dopo il 21 agosto l’ amministrazione Obama ha ignorato le informazioni disponibili sul potenziale accesso al Sarin di al-Nusra e ha continuato a sostenere che il Governo di Assad era l’ unico a disporre di armi chimiche […].

A corredo dell’articolo, segnalo sia l’articolo del Washington Post, sia il documento di «Valutazione del Governo» citati da Hersh nella sua inchiesta.

LE TANTE CRITICHE MOSSE A HERSH – L’articolo di Hersh ha scatenato numerose polemiche e lasciato spazio a molte critiche. Innanzitutto, il portavoce dei servizi segreti americani, Shawn Turner, ha commentato:«Qualsiasi insinuazione sul fatto che siano state taciute prove di intelligence a sostegno di presunte alternative, sono false». Il blogger Brown Moses (alias Eliot Higgins che, come abbiamo visto, non nasce come esperto di armi) sostiene che i missili impiegati sarebbero i Volcano, di cui sarebbe in possesso solo l’esercito siriano sin dal novembre 2012. Secondo Higgins, l’attacco chimico è chiaramente opera dei «compari di Assad» e l’attacco non sarebbe un’iniziativa improvvisa ma parte precisa di un’operazione militare durata più di tre mesi. La fondazione EA WorldView (dell’Università di Birmingham) ritiene invece che il Pulitzer abbia volontariamente omesso alcuni particolari. Ad esempio, Hersh non avrebbe tenuto conto del fatto che non è stato colpito un solo luogo ma molti di più (tra i 7 e i 12). Secondo la fondazione (che rivolge molte altre critiche al giornalista statunitense) solamente l’esercito regolare avrebbe avuto la forza di condurre simili operazioni. EA WorldView sospetta anche che l’articolo di Hersh sia stato in gran parte “riciclato” da una vicenda risalente al maggio scorso, quando 12 uomini di Al-Nusra furono arrestati con l’accusa di possedere il Sarin. Alle critiche ha risposto Christian Lorentzen, redattore capo della LRB, che ha dichiarato che l’articolo è stato scrupolosamente sottoposto a fact-checking (ossia alla verifica dei fatti) da parte di un ex fact checker del New Yorker (un settimanale rinomato proprio per la sua attività di controllo delle notizie che vengono pubblicate) che già in passato aveva lavorato con Hersh. Tuttavia vien da chiedersi perché l’articolo non sia comparso sul New Yorker, di cui Hersh è una delle firme più illustri, o sul Washington Post, al quale lo stesso giornalista aveva inviato una mail per proporre l’inchiesta. Interpellato sul punto, Hersh ha dichiarato che il New Yorker «ha mostrato scarso interesse per la vicenda», mentre il redattore esecutivo del Washington Post, Marty Baron, dopo aver inizialmente mostrato interesse per l’articolo ha risposto al famoso reporter dicendo che «le fonti non erano in linea con gli standard di credibilità del Post». I portavoce di entrambi i periodici hanno preferito non commentare pubblicamente la vicenda.

L’ULTIMO RAPPORTO RIMETTE IN GIOCO TUTTO? – Nel suo articolo, Hersh aveva chiesto anche il parere del professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachussets Institute of Technology (MIT), Theodore Postol.

In un allegato al rapporto dell’ Onu erano riprodotte foto, prese da YouTube, di alcune munizioni recuperate, tra le quali un razzo che «corrisponde indicativamente» alle specifiche di un lanciarazzi da 330mm. Il New York Times scrisse che la presenza di quei razzi sostanzialmente era la prova che la responsabilità dell’ attacco era del governo siriano, poiché «non risultava che la guerriglia fosse in possesso delle armi in questione». Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza Nazionale al Mit, ha analizzato le foto dell’ Onu insieme a un gruppo di suoi colleghi ed è giunto alla conclusione che quel razzo di grosso calibro era una munizione di fabbricazione artigianale, molto probabilmente realizzata localmente. Mi ha detto che era «qualcosa che si può produttore in un’ officina modestamente attrezzata». Il razzo delle foto, ha aggiunto, non corrisponde alle specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, a disposizione delle forze armate siriane.

Thedore Postol non è un semplice professore di università: secondo quanto ha scritto Roberta Zunini su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio, stiamo parlando del «massimo esperto di balistica al mondo nonché scienziato e professore di Tecnologia e sicurezza nazionale al Mit di Boston [sic], il più accreditato istituto di tecnologia del mondo». Il 14 gennaio lo stesso Postol ha pubblicato insieme a Richard Lloyd (ex ispettore delle Nazioni Unite sugli armamenti) un interessantissimo rapporto il cui titolo dice già molto: “Possibili conseguenze delle errate interpretazioni tecniche dei servizi segreti statunitensi sull’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco”. A pag.36 del rapporto si legge che I missili utilizzati nell’attacco erano a cortissimo raggio e potevano essere lanciati da una distanza massima di 2 Km: il che sembra dimostrare che l’esercito, che si trovava più lontano dai luoghi dell’attacco (come si evincerebbe anche da una cartina della Casa Bianca), non sia il responsabile.

LE “SOMIGLIANZE” SOSPETTE DEI RAPPORTI SULL’ATTACCO – Il 26 settembre scorso un ricercatore associato proprio del MIT, Subrata Ghoshroy, aveva scritto un lungo e dettagliato articolo intitolato “Seri interrogativi sull’integrità del rapporto delle Nazioni Unite”. Nel suo articolo, Ghoshroy ricostruisce bene i momenti salienti di quei giorni e dedica un passaggio proprio al ruolo del blogger Brown Moses/Elliot Higgins, “voce” sempre più ascoltata dai media internazionali. Goshroy di analisi se ne intende, visto che ha lavorato per quasi 10 anni come senior analyst al GAO – Government Accountability Office del Congresso degli Stati Uniti. A pag.4 riporta di aver visionato tanti file di foto o video utilizzati da Higgins per dimostrare la colpevolezza dell’esercito di Assad per l’attacco del 21 agosto e di averne notati alcuni che risalivano al Gennaio 2013 (ossia ben sette mesi prima degli attacchi di Ghouta). Riempire il blog di foto che si riferiscono ad eventi diversi può essere perlomeno fuorviante. Il ricercatore del MIT ricorda anche come ad inizio settembre proprio Postol e Lloyd furono sentiti dal New York Times a proposito dell’attacco di Ghouta. In quei giorni il quotidiano statunitense aveva pubblicato sul proprio sito una presentazione in PowerPoint fatta da Lloyd sugli elementi (allora) conosciuti dell’attacco; di Postol aveva invece pubblicato un’analisi preliminare sull’attacco. Due documenti molto importanti anche perché pubblicati prima del rapporto dell’ONU (questi studi furono pubblicati sul sito del NY Times il 5 settembre, mentre il rapporto dell’ONU fu reso noto ben 11 giorni dopo, il 16 settembre ndr). Tra questi 2 studi e il rapporto dell’ONU, ci fu quello di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 10 settembre e basato (tra gli altri) sulle foto e i video reperiti da Brown Moses. Le date di pubblicazione non sono affatto elementi secondari, soprattutto se nell’analisi del ricercatore del MIT si legge:«Precedentemente alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, altri due importanti rapporti erano stati resi pubblici. Uno è comparso sul New York Times e l’altro è il rapporto di Human Rights Watch. Entrambi i rapporti mostravano i dettagli di una testata che avrebbe potuto contenere tra i 50 e i 60 litri di Sarin – una quantità che potrebbe spiegare l’elevato numero di vittime indicate dal governo USA. Il rapporto dell’ONU, rilasciato qualche tempo, ha ripetuto le loro conclusioni [dei 2 rapporti NDR]. Avendo studiato e analizzato attentamente tutti questi rapporti, ho trovato che quello dell’ONU ha incluso diagrammi e fotografie che si trovavano nei rapporti sopramenzionati senza citarli.[…] Credo ci siano stati contatti tra il gruppo di ispettori ONU e gli analisti esterni che hanno influenzato il rapporto.» A corredo della sua tesi, Goshroy propone numerosi esempi di “somiglianze” sospette tra i rapporti del NY Times, di HRW e quello dell’ONU.

Non ci sarebbe stato niente di male se l’ONU avesse reso noto che si era servita anche di altri rapporti. Ciò non solo non è stato fatto, ma il rapporto stesso (che sin da subito presentava elementi perlomeno poco convincenti) è stato preso e in molti casi presentato da buona parte della stampa nazionale e internazionale come un documento che metteva la parola fine a qualsiasi dubbio. Un rapporto che doveva costituire la conferma ufficiale della dinamica dell’attacco e, seppur implicitamente, la riprova che il responsabile fosse l’esercito siriano. Il fatto che alcuni commentatori come – tra gli altri – la giornalista Sharmine Narwani avessero fatto notare che questo documento non sembrava rispondere ai tanti dubbi ma piuttosto aggiungerne altri è stato (volutamente o meno) ignorato dai più. Eppure già il 4 settembre (ossia ben 12 giorni prima della pubblicazione del rapporto) il segretario di stato, John Kerry, aveva di fatto ridimensionato la rilevanza del rapporto dell’ONUdichiarando al Washington Post:«Le indagini delle Nazioni Unite non ci diranno chi ha utilizzato queste armi chimiche. Per stessa definizione del suo mandato, l’ONU non potrà dire nulla di più di quanto vi abbiamo detto noi questo pomeriggio o che già non sappiamo».

TORTURE PRESENTI E PASSATE – Il fatto che (molto probabilmente) non sia Assad il responsabile dell’attacco chimico non deve però far credere che il presidente siriano possa essere considerato una vittima. Anzi, due giorni prima dell’inizio della conferenza internazionale “Ginevra 2” il Guardian e la CNN hanno pubblicato una sintesi in anteprima di un rapporto che sembra attestare le torture del regime nelle carceri. Il rapporto nasce da 55.000 scatti fotografici di Caesar (nome finto utilizzato per motivi di sicurezza), un disertore che – si afferma nel documento – è ora un “sostenitore di coloro che si sono opposti all’attuale regime” ma che ha dichiarato al gruppo di inchiesta di aver lavorato per 13 anni nella polizia militare. Tra le sue mansioni vi era quello di fotografare i cadaveri degli ex detenuti nelle prigioni; il duplice scopo era quello, da un lato di informare le autorità che le esecuzioni erano state portate a compimento, dall’altro di assicurarsi che nessuna foto fosse fatta arrivare alle famiglie dei prigionieri morti, alle quali veniva detto che i prigionieri erano morti per “infarto” o per “problemi respiratori”. Caesar è stato ritenuto un testimone credibile perché non ha mai dato l’impressione di voler gonfiare i propri racconti: ha infatti ammesso di non aver mai assistito direttamente ad alcuna esecuzione ma di aver solo fotografato i corpi (sarebbero addirittura 11.000 i detenuti morti). Il rapporto è stato stilato da David Crane – professore di diritto ed ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone riuscito a far condannare l’ex presidente della Liberia Charles Taylor a 50 anni di carcere per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” – Desmond de Silva (che ha lavorato nella medesima corte) e l’avvocato Geoffrey Nice. Le foto pubblicate sono molto crude e 35 di queste – cosa non di poco conto – sono state analizzate da un esperto che ha confermato come non siano state in alcun modo alterate digitalmente. Nelle conclusioni del rapporto si legge che sono state raccolte «prove evidenti [… ] di una tortura sistematica e di uccisioni ai danni delle persone detenute da parte degli agenti del governo siriano». Se Crane ha dichiarato:«Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove – le foto e l’intera operazione. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime», De Silva ha paragonato le foto a quelle dell’Olocausto.

Il rapporto, come era prevedibile attendersi, ha suscitato forti polemiche, anche solo per la tempistica. Il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem, ha dichiarato che quelle foto sono false e che non hanno alcun legame con le carceri siriane (ma d’altronde sarebbe stato strano attendersi un’ammissione). Ha inoltre etichettato il rapporto come «politicizzato e carente in obiettività e professionalità» e lo studio legale che lo ha stilato come «noto per avere legami con paesi che sono ostili alla Repubblica Araba Siriana sin dall’inizio della crisi». Effettivamente lo studio legale Curter-Ruck (come conferma la stessa CNN) è stato finanziato dal governo del Qatar, paese che, insieme all’Arabia Saudita, ha fornito forse maggior supporto ai ribelli. La CNN, pur avendo pubblicato il rapporto, ha poi precisato di «non poter esser essere in grado di confermare in maniera indipendente l’autenticità delle fotografie, dei documenti e delle testimonianze citate nel rapporto e di affidarsi per questo alle conclusioni della commissione di inchiesta». Inoltre, seppur ritenuto credibile da questo gruppo d’inchiesta (che, va detto, non è composto da quattro pagliacci), il testimone anonimo Caesar è l’unica fonte dal quale si evince che queste foto sarebbero collegate alle carceri del regime (molti dubbi sono stati espressi dal giornalista e scrittore Francesco Santoianni). Sapere che le terribili foto non sono state ritoccate è confortante sino ad un certo punto, se il contenuto delle stesse non viene supportato da argomenti più validi di una testimonianza anonima (per quanto ritenuta affidabile).

Va inoltre ricordato come quello dello studio Curter-Ruck non è il primo rapporto che chiama in causa il regime per le torture uscito a guerra in corso. Già nel luglio del 2012 HRW ne aveva pubblicato un primo, in cui si denunciavano dettagliatamente arresti arbitrari, detenzioni illegali e torture ai danni dei manifestanti scesi in strada per opporsi al regime. C’è chi considera HRW spudoratamente di parte e a favore dei ribelli, ma la stessa organizzazione ha pubblicato lo scorso ottobre un lunghissimo resoconto dei sanguinosi avvenimenti di Latakia del 4 agosto 2013in cui incrimina non Assad e il suo esercito, ma le forze dell’opposizione armata di aver ucciso almeno 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini, 14 anziani e almeno 67 persone disarmate che stavano scappando, a cui vanno aggiunte molte donne e bambini presi in ostaggio.

Del resto, gli stessi Stati Uniti (che per bocca del Segretario di Stato, John Kerry, si dicono inorriditi) sapevano da tempo che nelle carceri siriane si praticasse la tortura; e lo sapevano con certezza, perché la Siria era solo uno dei paesi in cui gli Stati Uniti spedivano i sospetti terroristi almeno sin dai tempi di Bush (figlio), come dichiarò al Senato americano il capo della CIA, John Brennan. E in qualche caso ad essere coinvolte furono persone del tutto innocenti come Maher Arar e Suleiman Abdallah, che terroristi non lo erano affatto. Maher Arar era un cittadino canadese di origine siriana che, arrestato all’aeroporto JF Kennedy di New York senza alcuna prova, fu tenuto in carcere per 2 settimane e successivamente spedito prima in Giordania, dove fu interrogato e picchiato, e poi in Siria dove fu imprigionato per 10 mesi e torturato dai servizi segreti siriani nella “Sezione Palestina”, una delle carceri tristemente note per la durezza delle torture. Arar è stato poi risarcito di 10 milioni di dollari dal governo canadese mentre gli Stati Uniti non ancora mai chiesto scusa pubblicamente ad Arar per le ingiuste sofferenze inflittegli. L’intero sistema delle extraordinary renditions (i trasferimenti dei sospetti terroristi nelle prigioni illegali sotto gli ordini degli USA) è stato descritto per filo e per segno nel dettagliatissimo rapporto intitolato “Globalizing Torture”. Ad essere coinvolti a vario titolo sono stati 54 paesi di un po’tutti i continenti, Italia compresa (vedi caso Abu Omar, di cui nel rapporto si dà conto). E chissà se nel 2009 a tavola – quando proprio Kerry (allora “solo” senatore) e Assad cenavano insieme con rispettive signore – si stesse parlando anche di questo. Kerry guidava una delegazione USA che si trovava in Siria ufficialmente per «discutere di idee e progetti per favorire la pace nella regione».

UNA REALTÁ COMPLESSA – Ovviamente ridurre il dibattito sulla Siria sulla colpevolezza o meno del regime sull’attacco chimico o sulle torture è riduttivo rispetto alla complessità del dramma che si sta consumando e del quale, purtroppo, non sembra facile trovare una soluzione. Non basterebbe un articolo e neanche due o tre per esaurire l’argomento. Né d’altronde si può ridurre tutto agli errori (non sempre involontari) o alle bufale diffuse dai media internazionali, che pure ci sono stati e che ci continuano ad essere. E se è giusto ricordare le terribili esecuzioni che le bande armate integraliste che seminano il terrore in Siria mostrano orgogliose sul web, è altrettanto giusto porsi altre domande: che fine hanno fatto i tanti attivisti scomparsi (sempre che non siano stati uccisi come Ghiyath Matar) che si sono esposti in prima linea nei primi mesi di proteste? La «lotta senza quartiere contro i terroristi» (che pure abbiamo visto effettivamente esserci) può giustificare gli arresti e le varie ingiustizie inflitte a chi voleva semplicemente far sentire la propria voce per un cambiamento? Era un terrorista anche il vignettista Ali Ferzat, a cui furono spezzate le mani durante un pestaggio? E che dire del collega di Ferzat, Akram Raslan, arrestato dai servizi segreti e mai più rilasciato (secondo alcuni sarebbe addirittura morto, notizia non confermata)? E ancora: anche ammettendo che la “parte pacifica” della protesta fosse del tutto minoritaria sin dall’inizio (come sostengono in molti), siamo sicuri che la reazione delle autorità sia stata impeccabile? Tanto per citare un esempio concreto, perché arrestare per 48 ore la dissidente moderata, Rima Dali (alauita proprio come il presidente siriano), “colpevole“di aver esposto davanti al parlamento lo striscione “Fermate la violenza. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”? E perché riarrestarla successivamente, più e più volte, anche dopo che dichiarò:«Credo che sia importante lanciare un messaggio, per quanto piccolo sia, perché questo può cambiare le cose. Il mio messaggio è stato recepito anche da coloro che sostengono il regime. Perché tutti vogliamo fermare le uccisioni e costruire una patria per tutti i siriani.[…] Cerchiamo di aprire un dialogo tra persone che hanno visioni diverse.»? Terrorista anche lei?

Andrea Cartolano – AltriPoli

Le “dimenticanze” della versione ufficiale sulla crisi siriana

Da quando sono iniziate le proteste in Siria, sfociate poi nel conflitto che tutti noi conosciamo, tante cose sono successe. Per quasi due anni la versione più ricorrente sui nostri principali organi d’informazione è stata: il presidente siriano fa bombardare i civili pur di vincere la guerra contro i ribelli, gli unici difensori del popolo siriano e delle sue battaglie per la democrazia (è ovviamente una banalizzazione, sebbene non del tutto lontana dalla realtà). Nel nostro paese per mesi e mesi si è voluto continuare a sostenere la tesi della guerra tra il “cattivo”, il presidente siriano, e i “buoni”, i ribelli, dando in pasto ai lettori dei principali quotidiani una visione semplificata e distorta di ciò che stava avvenendo e ignorando ogni ricostruzione difforme (non importa, se fosse dettagliata) che potesse mettere in discussione la “versione ufficiale”. Patrick Boylan su Confronti aveva già scritto che in Siria sin dall’inizio non operava una sola opposizione e la rivolta non si poteva definire come del tutto spontanea. Il Washington Post, citando alcuni cable di Wikileaks, aveva riportato già nell’aprile del 2011 come il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti avesse segretamente finanziato i gruppi di opposizione siriana e come nel 2009 avesse aperto un canale satellitare anti-regime chiamato Barada TV. In Italia molte delle informazioni sulla Siria non sono, per così dire, arrivate. Solamente dopo il rapimento (per fortuna conclusosi con la liberazione) dell’inviato de La Stampa, Domenico Quirico, il rapimento di Padre Paolo Dall’Oglio e l’uccisione di Giuliano Delnevo, il 25enne di Genova morto in Siria nel giugno scorso mentre combatteva tra i ribelli, anche i quotidiani italiani non hanno più potuto far finta di niente e hanno cominciato a scrivere, ad esempio, che tra i cosiddetti “ribelli” vi erano forze e gruppi jihadisti composti da combattenti stranieri, in alcuni casi da europei e italiani (ovviamente non si vuole sostenere la tesi che tutti gli oppositori di Assad sono jihadisti stranieri). Tutte cose già note sin dall’inizio del conflitto per i pochi che avevano gli strumenti conoscitivi per saperlo ma che sino all’ultimo si è voluto negare alla maggior parte dei lettori. Così come si sono voluti ignorare i numerosissimi video caricati su Youtube con barbariche esecuzioni di molti dei gruppi estremisti islamici che hanno preso piede in Siria. Che cos’altro non ci è stato detto?

I NUMERI – Nei “bollettini di guerra” trasmessi da gran parte della stampa nazionale e internazionale viene solitamente citato l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, che ente non è, se con questa definizione ci si riferisce ad “un organismo o istituto che ha determinati interessi e scopi generalmente superiori ai singoli individui o gruppi”. È importante sottolineare, inoltre, che tale osservatorio non ha base in Siria. Infatti, come riporta il New York Times, questo “istituto” si compone di un uomo solo, un siriano che vive in Inghilterra, a Coventry. Il suo vero nome è Osama Suleiman, anche se è conosciuto col nome di Rami Abdul Rahman, uno pseudonimo che utilizza da quando ha cominciato a mobilitarsi per opporsi al regime. Dalla sua casa di Coventry, con un computer, una connessione internet e due cellulari, Abdul Rahman coordina quattro persone in Siria che raccolgono le informazioni da oltre 230 attivisti sul terreno in tutto il paese. Possiede due negozi di vestiti e riceve sussidi dall’Unione Europea e da un paese europeo che preferisce non rivelare. Nessuno dei nostri principali quotidiani ha speso mai neanche una riga su come si compone questo osservatorio. Non che sia illegale o fuori legge affidarsi a quest’osservatorio, ma prendere dati da quest’uomo senza informare i lettori che riceve sussidi dall’Unione Europea (e da un altro paese, non meglio precisato) e che non si tratta di un’organizzazione presente in territorio siriano non è deontologicamente corretto.

LA STRAGE DI HULA – Il 25 maggio 2012 arriva la notizia di un bombardamento che avrebbe provocato la morte di più di 110 civili. Riprendendo l’articolo di repubblica.it, si capisce come il colpevole è subito stato individuato:

Almeno 110 civili sono stati uccisi ieri a Hula, nella provincia siriana di Homs, dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad. La conferma che si sia trattato di un attacco dell’esercito è arrivata dal capo degli osservatori dell’Onu, il generale Robert Mood, che ha condannato oggi come “una brutale tragedia” il massacro.

Per quasi tutti, quella strage è rimasta uno dei crimini contro l’umanità commessi dal presidente siriano Bashar Al-Asad. Dopo pochi giorni però un’inchiesta portata avanti da Rainer Hermann, inviato del Frankfurter Allgemeine Zeitung (non proprio un giornale al soldo di Assad), ribalta la versione: i responsabili del massacro non sarebbero i soldati lealisti, ma forze sunnite vicino all’Esercito Libero Siriano (una traduzione parziale dal tedesco all’inglese dell’articolo si trova qui). Questa inchiesta sarà subito oggetto di ampie critiche, al quale lo stesso Hermann risponde dettagliatamente con un altro articolo (tradotto in italiano su Pressenza). Questa inchiesta verrà perlopiù ignorata dai principali quotidiani italiani con l’unica eccezione de Il Foglio, che ne dà conto sul proprio sito. La BBC addirittura commette un errore macroscopico: pubblica sul suo sito una foto risalente al 2003 in Iraq scattata dal fotografo italiano Marco di Lauro (la foto verrà in seguito rimossa) che verrà subito ripresa dai siti di molti quotidiani internazionali.

IL MINISTRO TERZI – Se tante pagine di giornali sono state riempite da critiche e analisi sul comportamento del nostro ex ministro degli esteri a proposito della vicenda dei due Marò in India, non altrettanto si può dire sulla vicenda della delegazione siriana composta dai parlamentari Maria Saadeh, Waeel Al Ghabra e Sameer Al Khateeb. I fatti: a settembre 2012 la federazione Assadakah – Centro Italo Arabo del Mediterraneo invita in Italia i 3 parlamentari siriani con una lettera ufficiale presentata all’ufficio visti dell’ambasciata italiana. I visti, in un primo tempo concessi, vengono poi improvvisamente e inspiegabilmente negati per diretto intervento dell’allora Ministro degli Esteri. Assadakah spiega:“La Delegazione, invitata dal Centro Italo Arabo, avrebbe dovuto partecipare ad incontri istituzionali con i membri della Commissione Affari Esteri al Senato e con il Presidente della Commissione On. Lamberto Dini, avrebbe inoltre dovuto incontrare i rappresentanti della Commissione Affari Costituzionali e Presidenza del Consiglio ed Interni. […]Era inoltre previsto l’incontro con la Comunità di Sant’Egidio. La Deputata Cristiana Maria Saadeh aveva chiesto espressamente che fosse organizzato un importante incontro con le Comunità Cristiane.” Gli onorevoli Alfredo Mantica (PDL) e Antonello Cabras (PD) il 9 ottobre 2012 presentano un’interrogazione al ministro Terzi. Non giungerà alcuna risposta e dai principali quotidiani di informazione la vicenda verrà completamente ignorata. Assadakah allora si rivolge con una lettera anche a Giorgio Napolitano, ma anche il Presidente della Repubblica preferirà non rispondere.

LE ARMI CHIMICHE E I RAPPORTI – Il 21 agosto giunge la notizia di un attacco chimico sferrato contro gli abitanti di Ghouta. La maggior parte dell’opinione pubblica mondiale accusa Assad, mentre viene “trascurata” una notizia pubblicata su Mint Press News: secondo questa ricostruzione ad usare il gas nervino sarebbero stati ribelli che perlopiù ignoravano di star maneggiando armi chimiche. Dietro di loro ci sarebbe la responsabilità dell’Arabia Saudita. Vengono in mente le parole pronunciate dal membro della commissione sulle violazioni dei diritti umani in Siria, Carla del Ponte, in merito all’attacco chimico ad Aleppo del 19 marzo (dichiarazioni in seguito oggetto di critiche). Del Ponte aveva dichiarato che erano stati raccolti elementi che dimostravano l’utilizzo di armi chimiche da parte dei ribelli.

I primi video che compaiono in rete sull’attacco chimico lasciano più di qualche dubbio. Alcuni di questi erano stati addirittura caricati su youtube il giorno prima dell’attacco, ma molte televisioni li trasmettono ugualmente senza chiedersi (almeno apparentemente) il perché di quella divergenza di date. L’ONU invia dei propri ispettori in Siria per verificare l’effettivo utilizzo di armi chimiche. Il rapporto, pubblicato il 16 settembre, preparato dagli ispettori conferma l’utilizzo di gas sarin anche se (ufficialmente) non il responsabile. Ciò che non viene detto del rapporto è (a pag. 10) che ad occuparsi della tutela degli ispettori è un leader dell’opposizione locale. Tale “custode” non si limita solo a fare in modo che agli ispettori non accada nulla, ma (come scritto nel rapporto) è stato utilizzato “per facilitare l’accesso ai casi/testimoni più critici da intervistare”. Il che non vuol dire che il rapporto sia finto o costruito, ma che forse sarebbe stato più opportuno contattare anche un rappresentante del governo, in modo da avere due diversi “punti di accesso” ai casi da intervistare (altri dubbi e critiche sul rapporto sono espressi in maniera più esauriente su sibialiria.org). Anche William Polk, ex alto consigliere agli affari esteri nell’Amministrazione Kennedy, sembra essere piuttosto scettico sulla colpevolezza di Assad ed evidenzia in un lungo articolo pubblicato su Atlantic Magazine quanto il rapporto sia perlomeno incompleto e poco approfondito.

Tutto qui? Niente affatto. Qualche giorno dopo esce un altro rapporto, questa volta dell’ISTEAMS, International Support Team for Mussalaha in Syria (Mussalaha in arabo vuol dire “riconciliazione” ndr) che mette in dubbio la veridicità di molti dei video e delle foto utilizzati per dimostrare l’impiego di armi chimiche a Ghouta. L’unico a parlarne in Italia (tra i principali quotidiani) è ancora una volta Il Foglio con un piccolissimo riferimento. Clamoroso (a pag.20 del rapporto) è il caso di una foto utilizzata dall’opposizione siriana che mostrerebbe le vittime causate dall’attacco chimico. La stessa identica foto era stata scattata due anni fa in Egitto. Inoltre il rapporto si chiede perché vengano ripresi nei video quasi solo dei bambini e perché nelle immagini che dovrebbero raffigurare i villaggi dei civili si vedano solo uomini, mentre le donne sembrano essere del tutto scomparse.

Se in Italia il rapporto viene quasi del tutto ignorato, nel resto del mondo fa molto rumore, al punto che cattura l’attenzione anche di alcuni “giganti” del mondo dell’informazione. La BBC gli dedica un articolo mettendo in primo piano la presidente dell’ISTEAMS, la suora libanese Madre Agnès de la Croix, superiora del Monastero di San Giacomo Mutilato a Raqqa che si trova a 60 chilometri da Homs. Nel servizio sulla Madre Superiora (molto discusso, al punto che lo stesso sito del canale inglese, come riporta a fondo pagina, dovrà modificare il titolo originale “Mother Agnes: Syria’s detective nun who denies gas attack”) viene interpellato Peter Bouckaert, direttore delle indagini di Human Rights Watch, che risponde punto per punto ai risultati del rapporto, smentendoli, e ricorda come la suora non sia un esperto in tecniche militari. Sentito a margine dell’incontro tenutosi all’università di Roma Tre “Siria, regime e opposizione oltre la confusione dei media”, Lorenzo Biondi, redattore esteri di europaquodiano.it e tra i relatori del dibattito, invece, è più cauto:«Il rapporto dell’ISTEAMS in alcuni punti mi convince. Certo, è molto difficile essere completamente sicuri di ciò che sta avvenendo in Siria e quindi bisogna sempre essere estremamente cauti su ciò che si legge. È credibile – come sostiene il documento – che alcuni dei video dei corpi dei bambini non siano autentici. Ma quanti di questi dettagli ci vogliono per ricostruire la storia nella sua interezza? È giusto analizzare ogni singolo video, ma da qui a trarre conclusioni “sicure al 100 per cento” il passo è lungo».

Madre Agnès è una figura molto controversa. È accusata, tra le altre cose, di essere al servizio del regime anche se, interpellata sull’argomento, lei stessa risponde: «Il regime di Bachar è un regime totalitario socialista e stalinista. Non è per amore del Regime ma per amore del popolo siriano e per la Chiesa che perderebbe di autorevolezza se si astenesse dall’affermare la verità dei fatti, occultata per considerazioni politiche. Credo che la società siriana non debba essere studiata attraverso il filtro di uno schema binario: Pro regime – Anti regime. L’assoluta maggioranza del popolo siriano non è politicizzata. Esiste un’immensa maggioranza silenziosa che rifiuta di essere strumentalizzata, di essere destabilizzata e di veder affondare lo Stato (che non va confuso col Regime).»

POSIZIONI DIFFERENTI – Sulla situazione in Siria dopo pochi mesi si sono sviluppate molte scuole di pensiero: da chi pensa che sia in atto un vero e proprio complotto ai danni della Siria a chi invece ricorda come sia davvero improponibile difendere il presidente siriano. Naman Tarcha, giornalista siriano di Aleppo e redattore del programma Babzine su Babel Tv, riconosce che la Siria non si poteva definire un paese democratico (seppur migliore in termini di diritti civili e politici rispetto a tanti altri paesi della zona) ma questo non giustifica ciò che sta avvenendo.

«In Siria vi erano tanti problemi e il sistema politico aveva tante falle, questo è innegabile. Il problema è che le tanto sbandierate proteste pacifiche erano non pacifiche sin dall’inizio e non per colpa di Assad. Basta farsi un giro su Youtube per trovare tanti video aggiustati, ad esempio finti manifestanti che si cospargono di sangue finto. Non esiste più un esercito siriano ma solo milizie fedeli ad Assad? Questo non è assolutamente vero: in Siria vi è il servizio di leva, l’esercito siriano esiste eccome, è composto da ragazzi siriani di tutte le confessioni religiose (a differenza dei ribelli, che non si sa da dove vengono) e funziona anche bene. La quantità di balle e invenzioni che sono state dette e scritte sulla Siria è enorme».

Questo vuol dire che Assad è una vittima e che non ha alcuna responsabilità? O che tutti gli oppositori del regime sono solamente composte delle squadracce di terroristi al soldo delle monarchie del Golfo? In occasione di un incontro tenutosi a Roma in luglio scorso, il segretario generale del Partito Comunista Siriano (che ora sostiene Assad), Ammar Bagdash, ammette: «Tra gli oppositori ce ne sono alcuni che hanno trascorso molti anni nelle carceri siriane e di cui abbiamo chiesto e ci siamo battuti per la loro liberazione. Questi oppositori ad Assad sono però contrari ad ogni ingerenza o intervento esterno. Alcuni vivono a Damasco e lavoriamo insieme per il dialogo nazionale. Anche Haytham Menaa del Coordinamento democratico condanna l’uso della violenza da parte dell’opposizione armata e le ingerenze esterne. Altri come Michel Kilo hanno una storia di sinistra ma l’hanno rinnegata e comunque non possono modificare la sostanza reazionaria della ribellione».

La già citata deputata cristiana Maria Saadeh invece pensa: «Una cosa è costruire un sistema democratico, altra è abbattere lo Stato. Lo Stato va difeso come principio assoluto, bisogna lavorare dall’interno per costruire regole democratiche, partecipazione e libertà. Non possiamo sprecare questa occasione. […] Il partito Baath per anni ha pervaso il tessuto sociale Siriano, si è sostituito allo Stato, ha creduto di poter fare le veci delle istituzioni, ha coltivato dentro di sé fenomeni di corruzione pesante, questo è tutto vero, ma per cambiare dobbiamo accettare la logica del pluripartitismo, proporre riforme interne, superare la supremazia del partito unico. Non possiamo accettare che questo accada con un intervento esterno, io difenderò fino alla fine il mio Paese, ed allo stesso tempo combatterò per ottenere le riforme».

La questione è quindi molto, molto complessa, senza considerare che in questi due anni le forze in campo si sono moltiplicate. Lorenzo Trombetta, collaboratore per l’ANSA da Beirut e autore di Siria. Dagli Ottomani agli Asad. E oltre. (Mondadori, 2013), in occasione della presentazione del suo libro al festival di Internazionale, avverte che è fuorviante dare notizie che riguardino solo ed esclusivamente l’attualità e che il parere politico che il lettore si fa è diverso se gli viene fatto conoscere tutto il contesto (affermazione del tutto condivisibile, al parer di chi scrive).

Quello che però si è verificato in Italia, sia in tv, che sulla carta stampata è stato l’esatto contrario. Vi è stata un’aprioristica ed entusiastica accoglienza delle “primavere arabe” (altra definizione sulla quale si potrebbe dibattere) accomunando paesi completamente diversi tra loro per storia e società: non si può parlare di Tunisia, Egitto, Libia e Siria in egual misura. Vi è stata inoltre una cattiva informazione su alcuni importanti avvenimenti (il pressoché totale silenzio sulla vicenda della negazione del visto alla delegazione siriana è piuttosto emblematico), ma anche un sostanziale disinteresse per molte questioni precedenti allo scoppio della crisi. Solo tre anni fa (sembra passata un’eternità) Giorgio Napolitano conferiva ad Assad l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce e non risparmiava elogi al ruolo della Siria per “la stabilizzazione del Medio Oriente”, senza provocare, a memoria, nessuna levata di scudi da chicchessia. E nel 2010 erano passati già 10 anni da quando Assad era al potere.

Con l’inizio della crisi la stampa italiana si è invece “ricordata” che la Siria non era una vera democrazia. Le innegabili colpe di Assad sono state giustificate per tacere moltissime notizie, commettendo inaccettabili errori di trasparenza e correttezza nei confronti dei lettori. Nel caso siriano non solo non si sono tenuti separati i fatti dalle opinioni (intento questo, abbastanza utopico, soprattutto nel giornalismo italiano) ma è avvenuto qualcosa di ben più grave: si sono nascosti o modificati alcuni fatti per difendere un’opinione. Anzi, una versione. Quella “ufficiale”.

Andrea Cartolano – AltriPoli

Il nuovo Martirio dei Cristiani

Si avvicina come ogni anno la Pasqua dei cristiani. Essa nella sua millenaria ritualità riporta alla luce il martirio di Gesù di Nazaret. E’ in questo momento della vita di Gesù di Nazaret e nel suo “martirio” che si concentra e si basa la religione cristiana. Scopo di questa rubrica e di Polinice non è assolutamente parlare di religione; eppure in quest’ultimo anno non si può che notare il continuare nel mondo della strage dei Crisitiani. Sì, perchè se si calcola che negli ultimi mesi sono stati uccisi, per motivazioni religiose e politiche, più di 105.000 aderenti al Cristianesimo, allora ci si renderà facilmente che di fronte a tale martirio ci sono ragioni ben più grandi del semplice odio religioso. Infatti, da sempre le religioni vengono utilizzate da nazioni e potenti per celare moventi politici ed economici di maggior rilievo. Essi utilizzano il fanatismo per i lori fini e le loro strategie.

Un morto ogni cinque minuti dovrebbe far fermare a riflettere l’occidente, tanto laico quanto “Cristiano”, su questo “Olocausto cristiano” a cui nessun pare abbia intenzione di porre fine. Analizzando lo scenario internazionale successivo all’undici settembre 2001 si evince come in ogni attacco della cosiddetta “coalizione nord atlantica” a rimetterci siano sempre stati i cristiani. Esempio ne è l’Iraq post Saddam, ove nella faida Sunnita – Sciita la concentrazione maggiore di attacchi si è verificata a danno dei cristiani e dei loro luoghi di culto, come se essi fossero basi da conquistare nella lotta tra i due schieramenti. L’occidente, e in special maniera l’Unione Europea, sembrano totalmente incapaci di far valere le loro ragioni d’essere, ovvero la difesa di ogni minoranza e la libertà dei popoli in qualsiasi luogo. Questo è il loro scopo dichiarato, eppure troppo spesso le loro azioni sembrano porsi in tutt’altra maniera. In tale scacchiere emerge, oltre a i classici persecutori islamici o appartenenti a regimi totalitari d’ispirazione marxista-leninista, anche la componente Indù.

Le aree a rischio sono i paesi islamici quali Somalia, Iraq, Afghanistan, Mali. Particolare crudeltà e ritualità nell’eccidio è stata dimostrata in Nigeria dalla cellula “Ansaru” di Boko Haram. Tant’è che Ahmad Salkida, l’unico ad avere un contatto diretto con il leader di Boko Haram, ha recentemente dichiarato che Ansaru “Non esiste affatto, è una mistificazione della realtà”. Ciò può far pensare ancor di più che dietro a quegli attacchi definiti esclusivamente religiosi si nascondano “affari” ben più grandi. Ad ogni modo, anche se ogni domenica i cristiani di Nigeria vengono trucidati, il sindaco Alemanno in Campidoglio non porrà mai uno striscione per fermare il loro martirio come con Sakineh. Altro luogo a rischio è l’India, ove il fondamentalismo Indù, in special modo nella regione dell’Oressa, miete ogni anno centinaia di morti innocenti.

Discorso a parte va fatto per paesi come la Corea del Nord e la Cina, ove la paura di organizzazioni religiose non dipendenti da comitati centrali ostacola la presenza del culto cristiano con ogni mezzo.Infine, con le “Primavere Arabe” e con la caduta dei regimi nel mondo nordafricano, la profonda ignoranza dei più e la sterile propaganda dei media occidentali hanno consegnato a cristiani morte e persecuzione. Stesso discorso vale per la Siria, ove il criticato regime controllato da Bashar al-Assad ha da sempre fatto da garante alle venti differenti confessioni religiose presenti sulla terra siriana, di fatto evitando di ripercorrere gli errori siriani e misfatti commessi in Libano. La prova di ciò che affermo è L’Egitto post Mubarak ove i Copti vengono attaccati mensilmente ed un tempo erano protetti dal regime.

Da questa analisi dell'”olocausto cristiano” si evince un mondo ancora incapace di dialogare. Un occidente che gioca la sua partita solo ed esclusivamente per far spazio a multinazionali e non per difendere la libertà di culto. Probabilmente l’errore dell’occidente non risiede nella poca forza d’azione, ma nella convinzione che l’annientamento di ogni differenza e religione sia la chiave di volta. Chiave di volta che ci fa adorare il dio denaro e dimenticare l’uomo e la sua essenza. Ma, come ha detto il vescovo Matteo Zuppi: “Se non ci fossero i martiri non ci sarebbe il Vangelo”.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli