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Gli Uomini del Capitano: pezzi scritti dai membri secondari di una band

Nelle grandi band, dietro alle personalità prorompenti dei frontman, si nascondono i loro compagni di gruppo, che spesso, oltre a essere musicisti eccellenti, sono ottimi artisti e figure interessantissime ma oscure, che meriterebbero di essere conosciute. Qui ci sono alcuni dei miei esempi preferiti di canzoni scritte da questi personaggi.

1) Graham Coxon (Blur) – You’re so Great
Il tenerone dei Blur. Oltre a questo pezzo, che è tratto da “Blur”, Coxon ha scritto “Tender”, uno dei più famosi singalong della band, contenuto in “13”.

2) Lee Ranaldo (Sonic Youth) – Eric’s Trip
Definire Lee Ranaldo come “subordinato” a Thruston Moore è un po’ una bestemmia, ma obiettivamente ha composto molti meno pezzi per i Sonic Youth. Se la sua scrittura in questa traccia è meno sperimentale di quella tipica del collega, non si può dire lo stesso del modo di suonare la chitarra. Inoltre, “Eric’s Trip” è la canzone che ha ispirato il nome dell’omonimo gruppo indie rock canadese.

3) Ringo Starr (The Beatles) – Don’t Pass me by
Ringo, per scrivere la sua prima canzone, ci ha messo cinque anni. Non che io sia uno di quei deprecabili detrattori di Ringo, anzi, ma la cosa mi fa ridere. Il basso e il piano di McCartney, uniti al violino che suona in stile bluegrass, dànno al pezzo una buffa atmosfera circense che sarà cara a molti artisti successivi, come Daniel Johnston o i musicisti dell’Elephant 6 Collective.

4) Pete Erchick (The Olivia Tremor Control) – I Have Been Floated
Il tastierista degli Olivia Tremor Control, dal 2001 attivo col suo progetto solista Pipes You See, Pipes You Don’t, ha scritto una sola canzone per gli Olivias, ma l’ha scritta davvero grossa. “I Have Been Floated” è spesso considerata dai fan il brano che più riassume lo stile dell’Elephant 6, dato che per la registrazione sono stati chiamati a cantare e suonare decine di membri del collettivo.

5) Tobin Sprout (Guided by Voices) – A Good Flying Bird
Tobin Sprout può essere considerato il Graham Coxon dei Guided by Voices (anzi, a dire il vero è Coxon ad essere lo Sprout dei Blur, ma vabbè). Se guardate un live dei GBV (fatelo), vedrete gli altri 4 membri che saltano e urlano in tutte le direzioni mentre Tobin se ne sta mesto da una parte, come se facesse parte di un altro gruppo. Sprout è invece il membro principale dopo Robert Pollard, e con questo pezzo esplosivo tratto da Alien Lanes, si dimostra l’anima più pop del gruppo.


6) Spiral Stairs (Pavement) – Kennel District
Eravamo davvero ubriachi pisti quando il mio amico Marcello mi ha detto che Scott “Spiral Stairs” Kannberg aveva scritto vari pezzi per i Pavement. Una vera benedizione, dato che avevo già in mente di fare questa playlist, e che “Kennel District” è un pezzone sin dal primo secondo. Ora però mi vergogno tantissimo del fatto che non lo sapessi già da prima, dato che i Pavement sono uno dei miei gruppi preferiti.

7) Dennis Wilson (The Beach Boys) – Be Still
Il Beach Boy “maledetto”, oltre che quello fico, ha avuto una vita turbolenta, tra gli eccessi alcolici, l’amicizia iniziale con Charles Manson e altri avvenimenti che vi consiglio di leggere su Wikipedia, prima di annegare ubriaco a Los Angeles nel 1983 in seguito ad una lite. Lascia molte splendide canzoni composte per i Beach Boys, tra cui questa gemma tratta dal capolavoro nascosto “Friends”, del 1968. La scrittura è ovviamente meno complessa di quella del fratello Brian, ma per niente da sottovalutare.

8) Hilarie Sidney (The Apples in Stereo) – Sunday Sounds
Hilarie Sidney è stata membro fondatore degli Apples in Stereo e moglie del frontman Robert Schneider fino al 2000, anno in cui la coppia ha divorziato; tuttavia ha lasciato il gruppo solo nel 2006. Questo pezzo tratto da “New Magnetic Wonder” (2007) testimonia il talento pop di Hilarie, che dimostra le sue capacità anche con “Winter must be Cold”, dall’esordio del ’95 degli Apples, e con gli High Water Marks, band di cui è principale autrice dal 2001.

9) Matt Hollywood (The Brian Jonestown Massacre) – Miss June ’75
Che devo dire, bomba!

10) Tobin Sprout (Guided by Voices) – Awful Bliss
Ecco, qui Sprout invece è proprio mesto. “Awful Bliss” è il suo pezzo più cantautoriale con i Guided by Voices, e forse il più famoso. Un vero capolavoro, sicuramente uno dei pezzi migliori degli anni ’90.

11) Chris Bell (Big Star) – My Life is Right
Altro personaggio “maledetto”, Chris Bell fondò i Big Star nel ’71 con Alex Chilton. Le canzoni sul primo disco, “#1 Record”, sono tutte firmate Chilton/Bell, come dei nuovi Lennon/McCartney, e le voci e la scrittura dei due erano inizialmente abbastanza simili, tanto che si fa un po’ di fatica a distinguere chi canta cosa senza leggere i crediti. Purtroppo l’amicizia tra i due andò degenerando, e, a causa dell’instabilità di Bell e della sua dipendenza dall’eroina, il chitarrista fu costretto a lasciare il gruppo dopo molte liti violente nel ’72. Chris Bell morirà nel 1978, a 27 anni, in un incidente d’auto.

12) Colm Ó Cíosóig (My Bloody Valentine) – Touched
Non sapevo che Touched fosse stata scritta dal batterista dei MBV fino a qualche ora fa. Daje.


13) Scott Spillane (Neutral Milk Hotel) – The Fool
L’unica traccia stumentale di In the Aeroplane Over the Sea si riconosce per la scrittura estremamente diversa da quella di Jeff Mangum. Il pezzo è infatti di Scott Spillane, carpentiere e suonatore di ottoni nell’Elephant 6 Collective, nonchè frontman dei Gerbils. Il carattere circense e misterioso di “The Fool” fa comunque sì che essa si inserisca perfettamente nel capolavoro dei Neutral Milk Hotel.

14) Mike Love (The Beach Boys) – All I Wanna Do
Ebbene sì. Mike Love. Se siete un minimo fan dei Beach Boys, sapete di cosa sto parlando. Quest’uomo è odioso, forse il più grande stronzo della storia del pop/rock. Ha vessato e sfruttato il genio di Brian Wilson tutta la vita, è un repubblicano reazionario, e ha scritto canzoni abominevoli come “Kokomo”. Eppure, ha avuto anche lui il suo momento, perchè nel 1970 ha inventato la Chillwave con 35 anni di anticipo. E con un pezzone. Ascoltare per credere.

15) Richard James (Gorky’s Zygotic Mynci) – Stood on Gold
Lo scrittore principale dei pregevolissimi Gorky è  il genietto gallese Euros Childs, ma in “How I Long to Feel That Summer in My Heart”, del 2001, viene dato agli altri compositori, la sorella Megan Childs e il bassista Richard James, molto più spazio. Il trio condivide molti aspetti stilistici, e il disco risulta estremamente omogeneo.

16) Dottie Alexander (of Montreal) – The You I Created
Questa follia totale, primo degli unici due pezzi mai pubblicati da Dottie Alexander, clarinettista e tastierista degli of Montreal, era inizialmente uscito come sua canzone solista, sotto lo psudonimo di My First Keyboard, per poi essere incluso in una collezione di singoli della band principale.

17) Kim Gordon (Sonic Youth) – Secret Girl
Su questo non so proprio che dire, se non che mi piace un sacco.


18) Ettore Pistolesi (Shout) – Ninnananna
Vi piace eh? Conoscete quella sensazione eh? Bene, leggete qui per scoprire il magico mondo si Strueia degli Shout.

19) Kevin Ayers (Soft Machine) – Why Are We Sleeping?
Kevin Ayers, in seguito celebre per la carriera solista, fece parte dei Soft Machine di Robert Wyatt per i primi anni del gruppo di Canterbury, ed è presente solo sul primo disco. È sua la seconda parte dell’album, in cui le composizioni si distinguono molto dallo stile sperimentale e jazz-rock di Wyatt, avvicinandosi spesso al rock psichedelico, sempre arricchite dal tocco folle di Ayers.

20) Georgia Hubley (Yo La Tengo) – Shadows
A dire il vero i crediti di scrittura di “Shadows”, come quelli di tutti i pezzi  su “I Can Hear the Hearts Beating as One”, sono attribuiti genericamente agli Yo La Tengo, ma voglio credere che questa canzone l’abbia scritta Georgia Hubley, perchè mi sta simpatica e assomiglia pure a una mia amica.

21) Lou Barlow (Dinosaur Jr) – Poledo
A differenza di “Lose”, altro pezzo di Lou Barlow sul disco d’esordio dei Dinosaur Jr, che presenta uno stile simile a quello del frontman J Mascis, “Poledo” è un chiaro precursore delle follie psichedeliche e lo-fi dei Sebadoh, gruppo con cui Barolw proseguirà dopo aver lasciato i Dinosaur a causa delle prepotenze di Mascis.

Sono le cinque e mezza di mattina, ciao.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

La rivoluzione in una canzone

«Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 

Bagism, Shagism, Dragism, Madism, Ragism, Tagism 

This-ism, that-ism, ism ism ism 
All we are saying is give peace a chance».


1969, durante la guerra del Vietnam, John Lennon e Yoko Ono trasformarono la loro luna di miele in una protesta incantata, un lungo “Bed In” iniziato ad Amsterdam e continuato a Montreal, passando per Vienna e le Bahamas (per una sola notte).
Due settimane di protesta non violenta, che sarà raccontata/cantata nella “ballata di John e Yoko” di Paul McCartney. Giocando con la forza attrattiva della loro immagine, vestiti di bianco, venerei ed esibizionisti, con grande ingegno mediatico portavano avanti una morbida lotta contro il sistema, spedivano ghiande di pace ai politici mondiali, comunicavano con cartelli scritti a penna, tennero una conferenza rinchiusi in un sacco.
Il loro fascino, l’immagine riportata da giornalisti, fotografi e dalla stampa, piacque talmente tanto da invadere apoliticamente i confini della politica.
«Why?» – domandò un giornalista – «..all we are saying is give peace a chance», rispose John. Quella risposta, canticchiata  durante tutta la protesta da John e Yoko, tra cori e chitarre, divenne uno dei motti di quegli anni di guerra e, il primo Giugno del 1969, nella camera 1742 del Queen’s Elisabeth Hotel di Montreal, quella frase divenne una delle canzoni più celebri dei Beatles.

Keny Arkana
La storia di questa canzone, come un albero con i suoi rami ha portato verso diverse direzioni: un ramo per la notorietà della coppia, poi ovviamente congiuntasi con quella dei Beatles stessi; un ramo per la lotta pacifista/anti-governo/anti-violenza/anti-sistema, che portò all’attenzione, seppur davvero minima, dei diretti interessati; un ramo per la potenza dell’immagine simbolica, seppur mediatica perché trasgressiva e non convenzionale, allo stesso tempo portatrice di un messaggio civile chiaro e diretto verso il raggiungimento di un intento. Molti altri sono i rami, ma, tra questi, l’aspetto secondo me più interessante, il tronco di questa storia, è l’utilizzo della propria notorietà a servizio degli altri, non solo di se stessi. Ovviamente, il riscontro sulla loro notorietà fu notevole, come è logico che sia, eppure allo stesso tempo l’apertura verso l’esterno, verso la folla, verso un interlocutore pubblico e  bisognoso di stimoli è l’immagine di un genere di protesta costruttiva, che con il fluidificarsi della globalizzazione e con il moltiplicarsi delle immagini a nostra disposizione, prende 
Zoa
esponenzialmente piede nelle nostre società. La protesta continua e il mondo dei giovani, seppur spesso accusato di inerzia politica, si esprime attraverso la musica e le arti alternative: dall’hip-hop pakistano di Adil Omar alla rapper franco-argentina Keny Arkana, o la street artist russa Zoa, che nei suoi stencil rappresenta donne col megafono “che gridano al popolo russo di svegliarsi”, o ancora, un po’ più spinte, le “femen”, le bionde a petto nudo anti-Putin e pro libertà d’espressione, follemente rivoluzionarie e costantemente arrabbiate. “La democrazia è donna”, gridano contro Putin e contro i potenti, sordi e chiusi nei loro affari; “noi non siamo marionette in mano dei politici e dei banchieri” gridano gli Indignatos spagnoli.
«La rabbia, perchè un giorno l’ingranaggio si romperà,
e la rabbia perchè troppi leggono verità sullo schermo della televisione,
la rabbia perchè questo mondo non ci corrisponde, 
ci nutriamo di falsi sogni per creare i loro muri»
(Keny Arkana, La Rage)

Sono solo pochi nomi di una protesta simbolica, genuina giovane e costante che prosegue negli anni alla ricerca di spazio per esprimersi, lottando contro un tempo che sfugge proporzionalmente all’aumentare dei disordini politici globali sempre nuovi, dalle minacce di guerra termonucleare provenienti dalla Corea del Nord, alle “missioni impossibili” di pace in Medio Oriente. 
Modi estremi di lanciarsi in un’attualità dove lo spazio di azione appare continuamente minacciato dalla burocrazia, dalla censura e ancora, da un controllo foucaultiano delle realtà sociali, nonché dall’inflazione di massa di stereotipi di false certezze.
  
«La causa principale dei problemi
è che al mondo d’oggi gli stupidi sono strasicuri,
mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi»
(Bertrand Russel, The Triumph of Stupidity)

La protesta si moltiplica anche attraverso l’indice crescente di immagini create a rappresentare la lotta contro questi “soliti stereotipi”, con un andamento simile al testo di John Lennon divenuto la canzone-simbolo della forza dei simboli, un collage di nomi conosciuti, simboli e ideologie, ironicamente messi insieme a manifestare la forza della loro unione simbolica come unico mezzo di una generazione per farsi ascoltare.

«Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 
Revolution, Evolution, Masturbation, Flagellation, Regulation, 
Integrations, mediations, United Nations, congratulations 
All we are saying is give peace a chance 
All we are saying is give peace a chance 

Ev’rybody’s talkin’ ‘bout 
John and Yoko, Timmy Leary, Rosemary, 
Tommy Smothers, Bobby Dylan, Tommy Cooper, 
Derek Taylor, Norman Mailer, Alan Ginsberg, Hare Krishna 
Hare Hare Krishna 
All we are saying is give peace a chance»

Costanza Fino