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Banche e ambiente: l’altro lato dei demoni finanziari

Banche, soldi, cittadini: delle istituzioni bancarie si parla solo relativamente il loro rapporto economico con i privati, attribuendo una menzione puramente negativa del loro fine istituzionale.

Causa di tutti i mali, poco importa che le banche siano un istituto che svolge un’attività imprenditoriale per sopravvivere, investire e guadagnare come qualsiasi altra impresa, e che, volenti o nolenti, garantiscano tramite i loro finanziamenti la nascita di nuove famiglie, nuclei familiari basati sui mutui a tassi non usurai.

Risentimento generico e generale che è esploso alla luce dei più recenti interventi legislativi, italiani ed europee.

Fondato o meno, è indubbio che “le tutele delle banche” abbiano caratterizzato per mesi le prime pagine dei giornali nazionali ed extranazionali; appare però giusto allignare anche alcuni aspetti virtuosi che caratterizzano le odierne politiche degli istituti bancari e che potrebbe (o meglio dovrebbe) portare a un nuovo connubio: banche e ambiente.

Tra questi, in linea con la crescente attenzione degli enti pubblici e privati a uno sviluppo ecosostenibile, spicca la proposizione di politiche virtuose evidenziate dall’indagine realizzata dall’ABI ESG Benchmark 2017.

Dallo studio si evince quanto sia sedimentato il connubio tra banche e ambiente: oltre il 90% delle banche eroga finanziamenti connessi all’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili, e il 60% delle banche ha predisposto apposite misure economiche agevolative dell’efficientamento energetico.

Tali investimenti virtuosi sono realizzati mediante le Green Bond, le obbligazioni verde di matrice europea costituenti, insieme alle Climate Bond di promozione della tutela climatica, le principali misure economico di sviluppo sostenibile.

Ma proprio dalla tanto altrettanto criticata Europa proviene un nuovo strumento finanziario destinato a cambiare ancora una volta il connubio tra sostenibilità ed investimento nel rapporto tra banche e ambiente: la Banca Europea degli Investimenti ha annunciato il lancio della prima obbligazione, nella iniziale trance di 500 milioni di euro, finalizzata a finanziare lo sviluppo sostenibile.

Se nella “prima edizione” i Sustainability Awareness Bonds saranno utilizzati per rispondere alle emergenze idriche e per il sostegno alla salute, la risposta del mercato promette una diffusione ben più ampia rispetto alla versione iniziale: gli investitori hanno già superato il primo tetto di erogazione stanziato dalla BEI, rendendo chiara la centralità di una misura che ha i propri riscontri anche nel mercato secondario e nelle risposte dei cittadini.

Se i principali strumenti volti a finanziare progetti di sviluppo sostenibile per l’ambiente sono una creazione della cattiva Europa, in Italia alcune banche hanno addirittura basato, fino quasi a sostituirlo, il proprio fine istituzionale su politiche di inclusione sociale e tutela ambientale, orientandolo alle esigenze delle comunità, siano essi i propri correntisti ed investitori o semplici cittadini, creando un definitivo ed indissolubile legame tra banche e ambiente.

Il primo pensiero non può che andare, nello scenario italico, alla Banca Etica, che, come tradisce la propria denominazione, finanzia oramai da tempo le principali manifestazioni ed attività volte sul a dare una risposta alle questioni sociali tramite bandi, finanziamenti, agevolazioni e concorsi-premi.

In tale scenario, le banche parrebbero poter assumere un ruolo predominante nello sviluppo sostenibile, non solo mondiale ma soprattutto autoctono, nel quale l’Italia non appare ancora allineata ai propositi comunitari ed internazionali: il rapporto Asvis 2018 da poco presentato  ha raffigurato il desolante scenario del nostro Paese, dove disuguaglianze e povertà crescono inesorabilmente ogni anno, e la stessa tutela ambientale non riesce a tenere il passo con le altre misure statali (sebbene l’Italia possa vantarsi di essere uno dei primi Paesi per diffusione della circular economy).

Lo sviluppo di strumenti finanziari consapevoli, volti a riconoscere l’importanza della dimensione socio-ambientale come discrimine equiordinato al profitto economico, potrà essere il mezzo principe per conseguire uno sviluppo sostenibile e strutturale, nel quale sarebbero le stesse banche a portare l’insegna del cambiamento.

Discorso che, spinto agli estremi dell’utopia, potrebbe modificare la stessa considerazione data agli istituti bancari ed al complessivo sistema bancario-finanziario quali alfieri dello sviluppo sostenibile.