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Le terza gemella di Piazza del Popolo

Di certo, passeggiando nei pressi della romana piazza del Popolo, vi sarà capitato di dare un occhio alla strana coppia di chiese gemelle che vi si affacciano. Si tratta di Santa Maria di Montesanto e Santa Maria dei Miracoli, due edifici sacri la cui vicenda storico-costruttiva, che a prima vista potrà apparirvi banale, cela invece curiosità tutt’altro che scontate.

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Marcello Avenali-Piazza del Popolo, Olio su tela

Tutto comincia nel 1655 con l’arrivo in città della regina Cristina di Svezia la quale, unica reale convertitasi al cattolicesimo in mezzo ad un’eresia dilagante, decise di trasferirsi a Roma per occuparsi della difesa della cristianità assieme al papa. Ovviamente, venendo da nord, la regale dama sarebbe dovuta entrare per la porta settentrionale della città e di qui passare per la piazza del Popolo. Un grande corteo avrebbe poi dovuto accoglierla e accompagnarla e, a tal proposito, fu chiamato Gian Lorenzo Bernini che senza troppi complimenti abbellì la vicina chiesa di Santa Maria del Popolo, riqualificò l’antico accesso nelle mura romane con le enormi effigi papali (tutt’oggi visibili) e allestì una serie di strutture mobili che celebrassero il felice ingresso. Frattanto che accedeva tutto questo però, il papa Alessandro VII, Fabio Chigi, si accorse che le testate edilizie della spina del tridente romano erano non solo irrisolte ma ormai indegne di rappresentare l’accesso nord della città, sempre molto frequentato dai numerosi pellegrini che da sempre vi giungevano per la via Flaminia. Così il pontefice commissionò a Carlo Rainaldi, architetto influenzato dalle nuove esperienze barocche ma sempre molto autonomo nelle sue scelte, di costruire due chiese che degnamente onorassero coloro che giungevano a Roma, sia che si trattasse di regali ospiti come di comuni viandanti.

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Carlo Rainaldi – Progetto per le chiese gemelle di Piazza del Popolo, 1661 circa

Al principio Rainaldi immaginò due chiese a croce greca, il che gli avrebbe consentito di realizzare due edifici uguali senza dover tener conto della posizione, tagliando, come si dice, la testa al toro. Questa soluzione però, forse troppo sbrigativa e semplicistica, fu ben presto scartata anche perché di tal maniera, le cupole avrebbero avuto una dimensione eccessivamente ridotta. Così decise di costruire una delle due chiese circolare (Santa Maria dei Miracoli) e l’altra ovale (Santa Maria di Monte Santo); in tal modo, infatti, le cupole avrebbero potuto avere una maggiore dimensione e, sfruttando il punto di vista privilegiato della porta del Popolo non perfettamente in asse con via Lata (via del Corso), si sarebbe potuto ingannare lo sguardo e lasciar intendere allo spettatore che entrava in città che i due edifici sacri fossero uguali.

E non si è parlato del valore simbolico della scelta. Se infatti la porta del popolo rappresentava l’accesso fisico alla città santa, centro e roccaforte della cristianità cattolica, le due chiese della piazza avrebbero rappresentato l’ingresso ideale, sacro, spirituale alla nuova Gerusalemme.

Alcune malelingue sostengono che dietro questo trucchetto ci sia stato lo zampino di Bernini e che il povero Rainaldi non abbia quindi fatto tutto da solo. Al di là di questi pettegolezzi certo è che nei due cantieri furono coinvolti sia Bernini che il suo allievo prediletto, Carlo Fontana, un architetto che di lì a poco diverrà la figura egemone della sua epoca. Ed effettivamente sul piano tecnico la scelta di collocare antistante entrambe le chiese un pronao libero è molto simile alla soluzione che Bernini aveva portato avanti nella chiesa di Santa Maria Assunta ad Ariccia.

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confronto fra i progetti delle chiese gemelle e la chiesa di Francesco da Volterra

La storia tuttavia non si conclude qui. C’è infatti una chiesa, non molto distante sulla via Lata che presenta, rispetto queste chiese, incredibili somiglianze. Si tratta di San Giacomo degli incurabili, una chiesa progettata e realizzata da Francesco da Volterra, che, come le chiese gemelle di piazza del Popolo, presenta un unico ambiente centrale (ovale nella fattispecie) coronato da cappelle laterali e completato da una profonda abside. Ma non basta. Anche la trabeazione segue il medesimo criterio in tutti e tre i sacri edifici, continuando in corrispondenza del presbiterio.

Le due chiese gemelle, quindi, dipendono direttamente da questo precedente storico che, sebbene spesso dimenticato, ebbe in realtà un grandissimo successo giacché fu il primo progetto religioso capace di coniugare le istanze di longitudinalità, imposte dalla nuova chiesa controriformata, con la pianta centrale umanista.

A questo punto però ci si potrebbe chiedere come mai ci si sia ispirati ad una chiesa tardo cinquecentesca. La risposta è doppia. Innanzitutto perché il barocco non si definisce in contrapposizione al passato; se infatti il Rinascimento aborriva il mondo medievale e il neoclassicismo rifiuterà categoricamente la deriva rococò che lo precede, il barocco, per suo conto, si pone in continuità con il passato, accettando le sue soluzioni e facendole proprie. In secondo luogo è necessario notare che il gusto dominante, già verso la fine della vita dei grandi maestri barocchi, stava mutando. Bernini, come anche Borromini e Cortona, difatti, agivano in piena libertà perseguendo ogni volta obiettivi specifici e giungendo a risultati unici. Per questo non utilizzavano linguaggi consolidati ma, altresì, si confrontavano volta per volta con la situazione del luogo ricercandone i punti di forza da sfruttare. Dunque la loro architettura era difficilmente imitabile e ben presto si cominciò a sentire la necessità di razionalizzare il problema, di normalizzare e chiarificare il barocco, al fine di renderlo trasmissibile. E, proprio nel tentativo di perseguire questo complesso obiettivo, Carlo Rainaldi, come altri, ripropose nei suoi progetti modelli cinquecenteschi consolidati e sicuri, come San Giacomo degli Incurabili, su cui poi innestare specifiche soluzione ed accorgimenti.

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Gaspar Van Wittel – Piazza del Popolo, olio su tela, 1718

Così, svelato l’arcano, le due chiese gemelle di piazza del Popolo possono finalmente ricongiungersi alla loro sorella maggiore per costituire insieme un unico magnifico esempio della ricerca architettonica cinque-seicentesca.

Le grandi battaglie dell’ovale

Siamo quindi finalmente giunti al cuore della storiella sull’ovale.
San Giacomo degli Incurabili di Volterra (vista interna)
Al primo progetto realizzato di chiesa centrica con andamento ovale, San Giacomo degli Incurabili, progetto di Francesco Capriani da Volterra. Siamo ormai nella Controriforma; quei papi, che solo pochi anni prima potevano pensare di radere al suolo la vecchia San Pietro per farne una nuova, più grandiosa e magnifica, ora non ci sono più e seppure Gregorio XIII, Ugo Boncompagni, ricerchi nei suoi limiti un ritorno a quella magnificenza che la controriforma aveva accantonato, l’estremo rigore religioso è un imperativo categorico. Le tradizioni della Chiesa di Roma sono inalterabili e non si possono evadere in alcun modo. Non si può pensare di spostare la tomba di Pietro, non si può non coprire tutto il terreno consacrato o non fare una chiesa longitudinale; non si può pensare nemmeno di dipingere un cagnolino in una rappresentazione dell’Ultima Cena senza che ciò sia testimoniato in qualche Vangelo, pena il carcere. In questo contesto si inserisce questa chiesa sulla odierna Via del Corso, che con il suo andamento ovale, longitudinale, provvisto di cappelle devozionali tutte intorno come se fossero una corona, rispettava le esigenze della controriforma senza però abbandonarne quella ricerca di novità che il Rinascimento aveva avviato.
È questo un passaggio cruciale, poiché questa chiesa diverrà il modello di riferimento per tutti i futuri maestri del Barocco.
Di chi sto parlando? di Bernini, Borromini, Rainaldi e persino Guarino Guarini. Certo se vi raccontassi tutti gli intrecci che legano questi personaggi potrei scrivere un’altra volta la Divina Commedia di Dante, quindi continuerò seguendo il filo rosso dell’ovale.
Opportuno è cominciare da Francesco Castelli detto il Borromini, non perché sia migliore o peggiore degli altri ma solo per una questione temporale; infatti le chiese di Gian Lorenzo Bernini risalgono alla tarda età del Maestro e quindi sono sostanzialmente venute dopo. Borromini dell’ovale si può dire che abbia ripreso il concetto distorcendolo alla sua maniera, trasformandolo e plasmandolo a seconda delle sue esigenze. L’esempio che vi propongo è chiaramente San Carlino alle Quattro Fontane. Ora qualcuno che ha retto sveglio fino a questo punto del discorso direbbe che la chiesa è totalmente diversa. Non ha tutti i torti. In effetti la geometria di questa piccola chiesa lungo la via Pia (oggi via XX Settembre) è assai complessa e non riassumibile in poche parole. Quindi mi limiterò a dire che il trucco per capire la geometria di una chiesa di Borromini sta nel guardare la trabeazione che non solo è un elemento unificatore in generale, ma consente di capire la complessa idea per cui si imprime una contrazione sull’asse trasversale, schiacciando e deformando il disegno geometrico di partenza fino a raggiungere un impianto simile ad una croce greca oblunga.
Gian Lorenzo Bernini, invece, che era un architetto molto più sveglio di quello che si potrebbe pensare, coglie appieno tutte le innovazioni introdotte precedentemente e le ripropone secondo una sua maniera, che risponde a quell’idea di teatralità per cui la progettazione è in funzione di ciò che si vuole far vedere, ciò che si dispiega agli occhi. Con queste premesse nascono le chiese di Sant’Andrea al Quirinalee Santa Maria Assunta ad Ariccia. La prima, commissionata dal cardinale Camillo Pamphili nei pressi del Palazzo del Quirinale, sfrutta al meglio lo spazio presente proponendo addirittura un ovale trasversale. Questa è una novità assoluta se si pensa che fino ad allora i pochi  ovali progettati e realizzati erano tutti ovali longitudinali. In realtà qui ci sarebbe da fare un flashback e ricordare che Bernini, in maniera un poco autoreferenziale fa riferimento a se stesso riprendendo concetti che aveva già sviluppato trenta anni prima con il salone ovale di Palazzo Barberini e con la piccola Cappella di Propaganda Fide, poi abbattuta per far largo al progetto dell’acerrimo rivale Borromini. Ciononostante le novità sono incredibili dal punto di vista percettivo, basti solo pensare al piccolo dettaglio di un pieno lungo l’asse trasversale dell’ovale che spinge l’attenzione dell’osservatore tutta sull’altare. La seconda chiesa, invece, non è strettamente collegata con l’ovale, anzi non è neppure un’ovale. Eppure Bernini ricerca proprio questo effetto, anelando la dilatazione spaziale attraverso l’utilizzo lungo l’asse trasversale, questa volta, di due profonde cappelle.
La seconda generazione del Barocco, devotissima alla prima, riprenderà questi concetti berninianisoprattutto in virtù del loro utilizzo visivo. Sto parlando sostanzialmente dei “magheggi”. Si dia il caso infatti che una celebre regina, di un regno lontano, si converta al cattolicesimo e decida di venire in pellegrinaggio a Roma. Tralasciando i suoi gusti sessuali, interessanti, ma non certo in questa sede, la suddetta principessa arriva a Roma da Nord e si trova il tridente bello bello che è finito ma senza una testata edilizia della spina degna della nuova Gerusalemme (questa era sempre l’idea incalzante). Apriti cielo! Il papa di allora, Alessandro VII, Fabio Chigi, è indignato. La regina di Svezia, Cristina non può entrare in simili condizioni. Eppure sua altezza dovrà accontentarsi; infatti se Bernini riesce a compiere il miracolo e riorganizza la porta e la scalinata di Santa Maria del Popolo per il regale ingresso, lo stesso non si può dire per le testate per cui ci vuole del tempo. Le chiese, d’altro canto non crescono in una stagione. L’idea però c’è, e così a Carlo Rainaldi viene affidato l’incarico da papa Alessandro VII, Fabio Chigi, di progettare due chiese gemelle che chiudano le testate edilizie in direzione della porta nord.
Le due chiese di Piazza del Popolo (incisione)
A quei tempi però piazza del Popolo non era come noi oggi la vediamo. La forma ovale (sarà un caso?) è un’idea successiva del Valadier che reinventa la piazza già conclusa dall’opera di papa Sisto V, Felice Perretti, che aveva collocato al suo centro il maestoso obelisco egiziano che ancora oggi possiamo ammirare. Ai tempi di Rainaldi quindi cosa c’era? c’era una interessante piazza ad invaso rettangolare dove però la porta non era affatto allineata con via del Corso. Questo potrebbe sembrare banale ma se immaginiamo di creare due chiese gemelle salta fuori il pasticcio. Infatti se fossero state due chiese a pianta a croce greca avrebbero avuto due cupole uguali ma assai piccole. Come fare quindi per ingannare l’occhio umano dei poveri pellegrini che entravano in città? Alcuni maligni dicono che ci sia stato lo zampino di Bernini, altri che invece il povero Rainaldi abbia fatto tutto da solo. Tanto sta che comunque l’idea fu di creare una chiesa a pianta ovale ed un’altra a pianta circolare che quindi sembrassero, ad un occhio inesperto, uguali.  Non mi perdo nel raccontarvi i dettagli architettonici che potete ammirare entrando nelle due chiese (scavalcando gli emo che sono lì alloggiati), ma dico solo che quella ovale, Santa Maria di Montesanto, assomiglia tantissimo ad un’altra chiesa. Quale?  San Giacomo degli Incurabili.
Piazza San Pietro di Bernini (incisione)
Il cerchio quindi si chiude e così pure la nostra storiella. Ma non senza raccontare un ultimo episodio, un ultimo colpo di coda dell’ovale, che è apice e conclusione degna di un percorso quasi emozionante. Si tratta di una piazza che nasce proprio dall’unione di due cerchi che danno origine, nella loro interrelazione e fusione, ad un ovale trasverso. Un ovale che viene cinto, per volontà dell’ormai noto papa Alessandro VII, Fabio Chigi, da un portico triplice con una navata principale più grande e una soluzione trabeata estradossata. Un ovale che fosse un grande spazio per raccogliere i fedeli ma che allora consentisse anche il passaggio laterale delle carrozze al riparo dalla pioggia. Un ovale che risolvesse, almeno in parte, la chiattezza della facciata straordinaria del Maderno che l’impossibilità di erigere i campanili laterali aveva rovinato. Un ovale che esaltasse il grande lavoro dei maestri che si erano succeduti nel cantiere, da Bramante allo stesso Bernini, passando per Peruzzi, Raffaello, Sangallo il Giovane, Michelangelo e Maderno. Sto parlando della celebre Piazza di San Pietro, simbolo della teatralità barocca, dell’inganno visivo, conclusione della fabbrica mai realmente finita della basilica del Principe degli apostoli, che ben duecento anni prima aveva cominciato la sua trasformazione  proprio a  partire anche dall’idea di un ovale.
Iacopo Benincampi
Bibliografia di riferimento
  • W. Lotz, Architettura in Italia 1500-1600, a cura di D. Howard, Milano, Rizzoli 1997.
  • R. Wittkower, Arte e architettura in Italia 1600-1750, Torino, Einaudi, 1993.
  • J. S. Ackerman, L’architettura di Michelangelo, Torino 1968.
  • S. Benedetti, Architettura e Riforma cattolica nell’Italia del Cinquecento, Roma 1975.
  • S. Benedetti, L’architettura a Roma nel tempo della transizione, in Dopo Sisto V. La transizione al Barocco, Roma 1997, pp. 161-179.