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A cosa servono i Big Data

Questa è la storia delle informazioni del XXI secolo, è la storia delle tracce che ogni giorno lasciamo come le briciole di Pollicino per le strade che percorriamo, con unica differenza, che qualcuno le raccoglie. Questa è la storia dei ” Big Data “. Tecnicamente, con ” Big Data ” s’intende descrivere una raccolta di dataset così amplia e complessa da richiedere strumenti differenti da quelli tradizionali, in tutte le fasi del processo: dall’acquisizione, alla curation, passando per condivisione, analisi e visualizzazione. La casa di questi dati è il web, ma non solo. Ogni giorno dalla corsa calcola dall’app dell’I-Pod, al codice Rfid sulla maglia appena acquistata dalla vostra ragazza da Zara, passando per la Oyster Card tutto finisce nel vortice dell’analisi dei Big Data. Ad oggi Hadoop è il framework che si sente nominare più spesso parlando di Big Data perchè il suo lavoro è quello di prendere centinaia di milioni di informazioni e spezzettarle su tanti server, fino a che questi non riescono a “riunirle” in qualcosa che assume magicamente un senso. Ovviamente non avviene tutto per magia, bisogna programmare esattamente cosa ricercare in centinaia di migliaia di dati. La scienza della raccolta, curation e sviluppo dell’analisi dei dati ha l’obiettivo di estrarre informazioni aggiuntive rispetto a quelle che si potrebbero ottenere analizzando piccole serie, con la stessa quantità totale di dati. Ad esempio, l’analisi per sondare gli “umori” dei mercati e del commercio, e quindi del trend complessivo della società e del fiume di informazioni che viaggiano e transitano attraverso Internet. Attualmente, prima di massicci acquisti di stock azionari sui mercati finanziari, le grandi banche d’investimento compiono una pre analisi dei Big Data allo scopo di sondare gli umori degli investitori e sulla base di modelli standard matematici scegliere il momento più propizio per attuare la propria strategia.

Big Data - Polince.org

Se c’è qualcosa di estremamente valoroso che mi hanno insegnato uomini che con la Filosofia e le tendenze artistiche nulla hanno a che fare, è che dietro a ciò che viene ” offerto gratuitamente ” si nasconde un doppio sacrificio. È questo il lato oscuro dei social network, dove in cambio di un’agorá virtuale ti si chiede la cessione della conoscenza dei tuoi gusti, movimenti e caratteristiche personali. A tal proposito consiglio a tutti di digitare dashboard.google.com e dopo aver digitato le proprie credenziali scoprire come Google conosca più cose della vostra persona, anche rispetto a voi stessi. Certo Google non è un social network, ma è grazie a Mountain View che coordinate in modo pratico ed intelligente tutte le vostre attività.

Il processo evolutivo di raccolta dataset è alla base delle prossime strategie aziendali nel prossimo decennio, con alcuni gruppi capaci di implementare e sviluppare a proprio uso e del cliente l’analisi di questi. Non è un caso per cui quando passate la vostra Fidelity Card o effettuate da qualsiasi dispositivo un login che magicamente vi appaiono prodotti o articoli da voi ritenuti interessanti. Eppure, il ritardo nell’utilizzo di questo fondamentale strumento d’analisi è impressionante.
Infatti, analizzando i dati raccolti da un’indagine condotta lo scorso anno dalla IDC, società di ricerche di mercato e consulenza in ambito IT, su 1.651 imprese dell’Unione Europea (Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), più della metà delle aziende (il 53%) non ha adottato soluzioni per elaborare grandi quantità di Stando ai dati di un’indagine condotta nel 2013 da IDC, società di ricerche di mercato e consulenza in ambito IT, su 1.651 imprese dell’Unione europea (Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito), più della metà delle aziende (il 53%) non ha adottato soluzioni per elaborare grandi quantità di informazioni non strutturate.In base alla ricerca, presentata durante il convegno IDC Big Data & Analytics Conference 2014 a Milano, il 15% delle compagnie si dichiara addirittura non familiare con l’argomento.
Come la banda larga, lo sviluppo del nucleare di III generazione, il ritardo nell’utilizzo dei Big Data fin da quest’ultimo biennio sta creando molteplici problemi di crescita all’economia europea. Rendendola quasi totalmente incapace di essere competitiva con l’Asia e gli Stati Uniti.
Se si pone il riferimento alla sola Italia e a un campione più ristretto , dalla ricerca di IDC emerge che il 30% delle aziende ha puntato sui big data. Se il numero di compagnie prese in esame fosse stato simile a quello relativo allo studio sulle imprese continentali, il valore italiano sarebbe stato più alto rispetto agli altri Paesi Ue.
Se vi state domandando se i Big data sono legali, la risposta è affermativa. Meno per la libertà che si presume di avere nella sfera privata. Nel frattempo per comprendere la loro importanza sappiate che il Bayern München li utilizza da un anno. Ma, quello non è solo calcio, é Guardiola.

Un ago nel pagliaio

Da circa un mese a questa parte l’opinione pubblica si focalizza su varie declinazioni di un medesimo tema. L’attività spionistica che gli Stati Uniti d’America pongono in essere per tramite di enti governativi, National Security Agency in primo luogo.

Insomma, oggi parliamo del famigerato datagate.
Che c’entra con la filosofia? La domanda è legittima, ma ingenua. Vedremo tra poco perché.
In un articolo davvero ben fatto (qui il link), il settimanale tedesco Spiegel riporta una frase di Jeremy Bash, all’epoca a capo dello staff del direttore della CIA Leon PanettaIf you’re looking for a needle in the haystack, you need a haystack». Già. Se cerchi un ago nel pagliaio hai prima bisogno di un dannato pagliaio. Banale.
Il tutto diventa meno banale se capiamo come sono strutturati i ruoli: l’ago altro non è che un comportamento individuale o collettivo di matrice terroristica. Il pagliaio è l’enorme mole di documenti, opinioni, frasi, stronzate che l’utente medio mette in rete quotidianamente.
Ecco allora il senso dell’affermazione di Bash: ogni istituzione dedita alla prevenzione di atti potenzialmente dannosi per la comunità non può non interessarsi di quel che circola in rete, di quel che circola nel pagliaio.
Chiaramente, qui si aprono una serie di domande relative alla legittimità dei comportamenti dei cercatori di aghi. Un cercatore americano può frugare – di nascosto – in un pagliaio svedese?  Mi sa di no… Bho. I miei amici di AltriPoli ne sanno molto più di me, io lascio stare.
Quel che mi interessa è invece l’idea generale che sta alla base del data gate. E qui entra in gioco la filosofia.
Il nostro modo di pensare, vivere, scrivere, mangiare, bla bla bla è detto “moderno”. La modernità è una visione del mondο che si sviluppa a partire da un filosofo inglese – Francis Bacon – che, nel corso del XVI secolo, ebbe l’intuizione geniale di riformare il metodo delle scienze.
Bacon abbandona il modello aristotelico-deduttivo in favore del metodo induttivo. L’idea è semplice: se voglio sapere come funziona la natura, devo anzitutto osservarla. Osservare quello che accade, i suoi fenomeni, una, dieci, cento, mille volte. Quindi devo annotare sul mio bel quadernino quel che osservo. Da ultimo leggere quel che ho scritto nel quadernino e trarne delle conclusioni [1].
Esempio: voglio sapere quali animali hanno la facoltà di volare? Guardo il cielo. Lunedì vedo un corvo, martedì tre pappagalli, venerdì quattordici rondini. Segno tutto. Sabato mi rendo conto che tutti e diciotto gli animali hanno un tratto in comune: le ali. Risultato, induco che condizione necessaria per l’esercizio del volo è il possesso di ali.
La modernità funziona così. Non del tutto (vi ricordate Popper? [2]), ma l’elemento caratteristico rispetto al mondo classico è proprio questo: l’induzione, il metodo, la scientificità del procedere.

Internet ci mette a disposizione un “quadernino” di dati immenso. Di recente si usa un termine per definire il contenuto del quadernino: «big data». Dall’analisi dei big data, il Manchester City ha ottenuto un modello per impostare le traiettorie dei calci d’angolo, aumentando l’offensività della squadra e il conseguente numero di goal realizzati [3].

I cari omini in nero della CIA e gli spioni della NSA non fanno molto di più. Studiano la rete, cercano pattern, strutture, ripetizioni nel quadernino (il pagliaio di cui sopra…), alla ricerca di un simpatico amichetto che dica «bombabombabomba!» (un po’ come Ben Stiller in Ti presento i miei).
È chiaro che l’esercizio di questi metodi vada regolato dalle autorità competenti, ed è chiaro che le libertà individuali vadano tutelate. Quel che non è chiaro, o comunque poco tollerabile, è il pressapochismo con cui alcuni commentatori affrontano la questione.
Ecco il punto: dobbiamo distinguere il gesto dello spione americano dalla legalità del gesto medesimo.
È compito del legislatore chiarire quali siano i limiti di legalità all’interno dei quali operare. Di questi si può e si deve discutere. C’è chi li preferisce più stretti e chi si sente più protetto da limiti più generosi.
Quel che non può essere oggetto di discussione è però il gesto. Ribadisco: cercare aghi nel pagliaio è l’essenza della modernità. C’è un filo che unisce Bacon, Galilei, l’NSA e il Manchester City. Occhio ad ignorarne il valore.

PoliNietzsche – Giulio Valerio Sansone

Note:
[1] Il povero Bacon merita qualche parola in più rispetto alla semplicistica caricatura che vi ho proposto sopra. Rimando quindi ad un mio post sul tema.
[2] Qui due post sul tema: “Popper 1” e “Popper 2

[3] Qui l’articolo per esteso, riportato da Gianni Riotta sul suo account twitter.