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Il meglio della nuova H&M Conscious Exclusive Collection

Il pezzo forte è l’abito plissettato rosa cipria indossato da Natalia Vodianova, testimonial della campagna pubblicitaria. Arriva nei negozi e online dal 20 aprile la nuova H&M Conscious Exclusive Collection e si prevedono già le solite file epocali. Lunghe code davanti all’ingresso degli store dal giorno prima, numerini per la prenotazione: si entra a gruppi, 20 minuti di tempo per fare la spesa stile cucina di Masterchef ossia per accaparrarsi tutto il possibile nel minor tempo possibile della collezione in edizione limitata di turno. Non importa la taglia, ogni cosa afferrata potrebbe essere merce di scambio con le altre persone in fila alla cassa o ai camerini.

H&M ci ha abituato alle collaborazioni con i grandi stilisti, da Balmain a Versace, questa nuova collezione però guarda anche all’ambiente. Per il marchio svedese in realtà non è una novità: oggi realizza il 26% dei suoi capi in materiali sostenibili e entro il 2020 punta ad avere il 100% del cotone proveniente da fonti bio.

I pezzi della H&M Conscious Exclusive Collection sono realizzati in materiali sostenibili tra cui il BIONIC®, un poliestere ottenuto dal riciclo di rifiuti plastici marini. Tra gli obiettivi quello di creare non solo modelli da tutti i giorni ma anche abiti eleganti a prezzi accessibili.

Sulle giacche stampe di peonie e mimose serigrafate e reinterpretate e una sognatrice disegnata a mano su una giacca trapuntata. Per la sera un miniabito in poliestere riciclato con paillettes, uno smoking rivisitato in seta bio e TENCEL® (fibra di cellulosa estratta dalla polpa dell’albero di eucalipto). Tra gli accessori, una borsa a rete realizzata con rifiuti marini riciclati e orecchini di vetro e plastica reused.

Ci sarà anche la moda uomo (che saranno acquistabili solo online) e, per la prima volta, una selezione di capi per bambini. Dal 20 aprile, la collezione bella e buona sarà disponibile in 160 negozi H&M nel mondo e online.

H&M Conscious Exclusive Collection

Da modella a First Lady. Melania Trump, Carla e Juliana

Melania Trump da modella a First Lady

La stilista di Michelle Obama, Sophie Theallet, ha pubblicato su Twitter una lettera aperta per invitare i suoi colleghi a non vestire Melania Trump. Una ex modella che appena avuta la notizia dell’elezione del marito a presidente degli Stati Uniti, nel cuore della notte, ha aperto l’armadio e ha tirato fuori su due piedi una tuta in seta bianca di Ralph Lauren, siamo sicuri che se ne farà una ragione.

Che piaccia o meno, che si condividano o no le posizioni politiche di Trump, Melanija Knavs per i prossimi 4 anni sarà la First Lady degli Usa. E ovviamente l’attenzione è tutta puntata su di lei. L’ultima mania sui social è il suo sguardo: “Dove ci siamo già visti?”. Ma anche: “Ci conosciamo?”. Oppure: “Non riesco a leggere l’insegna lì in fondo” scrivono gli utenti che ironizzano sul fatto che strizzi spesso gli occhi e tenga le labbra socchiuse. Ma la vera ossessione è il suo passato da modella.

Melania Trump
Melania Trump

È la prima inquilina della Casa Bianca di origini straniere in quasi due secoli di storia americana (l’altra fu la britannica Louisa Adams, moglie John Quincy Adams, presidente dal 1825 al 1829). Nata 46 anni fa in Slovenia, nel piccolo paese di Sevnica, a 16 anni viene scoperta dal fotografo sloveno Stane Jerko a Lubiana, dove studiava design e architettura.

A 18 anni la svolta: Melania Trump viene arruolata a Milano nell’agenzia di modelle Riccardo Gay, e sfila con alcuni dei brand più prestigiosi, da Gucci a Valentino. Nel 1996 si trasferisce negli Usa. In poco tempo si guadagna le copertine di ‘Vogue’, ‘Harper’s Bazaar’, ‘In Style’, ‘Allure’, ‘Vanity Fair’, ‘Glamour’ e ‘GQ’ (per il quale posò nuda nel gennaio 2000).

È a una festa organizzata durante la Fashion Week newyorkese che incontra Donald Trump. A quei tempi era molto meno raffinata di adesso. Capelli neri corvini con frangetta di tanto in tanto un po’ unta, seno in vista, un amore sfrenato per pailettes e lustrini. Lui le fa la corte, lei resiste quel tanto che basta. Dopo un anno di fidanzamento nel 2005 si sposano.

I look di Melania Trump
I look di Melania Trump

Inizia la trasformazione. Oggi i capelli sono di un castano d’orato ingentilito da onde. Via i top senza maniche che mettono in mostra il decolleté e benvenuti tubini di Galliano. Addio a brillantini e sbrilluccichii vari: meglio la classica pussybow Gucci (per i profani, la camicia con il fiocco accollata come nonna vuole) con una sobrissima gonna al ginocchio. Se la transizione Obama – Trump non sarà senza problemi, sicuramente il look della first lady non sarà uno di quelli.

Melania Trump è solo l’ultima delle modelle diventate first lady.

Carla Bruni, la premiere dame

Non sempre si è distinta per simpatia ma è stata e rimane una icona di stile Origini italiane e piglio indiscutibilmente francese, Carla Bruni proviene da una ricca famiglia torinese, proprietaria del castello di Castagneto Po, costretta a fuggire a Parigi quando la piccola Carla aveva solo sei anni a causa delle minacce delle Brigate Rosse. Dopo un’adolescenza vissuta a cavallo tra Svizzera e Francia, inizia la sua carriera nella moda all’età di 19 anni. In poco tempo diventa una delle modelle più pagate del mondo, arrivando a guadagnare fino a 7,5 milioni di dollari l’anno.

PARIS, FRANCE: Italian model Carla Bruni shows a pink evening gown 20 January designed by Gianni Versace for the Haute-Couture 1996 Spring/Summer collection in Paris. AFP PHOTO (Photo credit should read GERARD JULIEN/AFP/Getty Images)
Carla Bruni, 1996

Appena abbandonato l’Eliseo, nel dicembre 2012 Vogue le dedica la copertina. Compare ringiovanita, sexy, e libera di tornare a dedicarsi alla moda e mettere i tacchi che la differenza di statura con Nicolas Sarkozy aveva imposto di accantonare.

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I look da premiere dame di Carla Bruni

Juliana Awada, icona argentina

È considerata una delle donne più eleganti del mondo. La nuova first lady argentina per ora non ha sbagliato un colpo. La moglie del presidente Mauricio Macrì è considerata la trend setter del Paese da quando ha incantato anche il presidente degli Stati Uniti Barack Obama durante la cena al Kirchner Cultural Centre di Buenos Aires nel marzo 2016. Così ora le donne di mezzo mondo cercano le sue foto sul web, per copiare i look di una donna che, nonostante il ruolo sociale autorevole, non rinuncia a jeans e blazer sportivi, per essere comoda ma sempre affascinante. C’è chi la paragona a Jackie Kennedy o alla Regina Rania di Giordania.

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Juliana Awada

Alta, bruna, 42 anni, Juliana è prima di tutto un’imprenditrice: ha ereditato dai genitori, immigrati libanesi di religione musulmana, l’azienda tessile con la quale produce e vende tessuti in tutta l’America Latina. Ha studiato a Oxford, ed è forse da lì che ha rubato l’aplomb e un certo modo di porsi, sempre molto british, senza dimenticare però il caldo carisma argentino. Cresciuta tra i tessuti, ha imparato l’arte del vestire durante i viaggi che faceva con la madre attorno all’Europa. Nel 2009 ha sposato Macrì.

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Juliana Awada look

 

Carla Bruni, Juliana Awada, Melania Trump. Tutti i look delle modelle diventate First Lady

Perché tutti parlano delle nuove divise Alitalia

Sono cresciuta con un’amica che in fatto di moda ha due sole convinzioni ferree: le calze color carne sono il demonio e il verde sbatte. È stata lei la prima a cui ho pensato quando ho visto l’evento Facebook “Salviamo le hostess Alitalia dalle nuove divise” che in poche ore ha raccolto quasi 10mila partecipanti e 29mile clic. L’obiettivo, come si legge nella pagina, è una “petizione per la sostituzione della calza verde con una più sobria calza color carne!”. Non so quale orrore di moda avrebbe preferito ma sono certa che su una cosa sarebbe stata d’accordo: il motivo per cui si parla tanto delle nuove divise Alitalia è che sono irrimediabilmente brutte.

Le nuove divise Alitalia
Le nuove divise Alitalia

Dimenticati i tempi in cui vestivano Armani e Sorelle Fontana, oggi le assistenti di volo indossano tailleur rossi con le calze verdi per il personale a bordo e verdi con le calze rosse per il personale a terra. Per le divise maschili, invece, i colori sono grigio antracite e verde bosco, con cravatte rosse e verdi che richiamano gli abiti femminili.

Le divise Alitalia nella storia
Le divise Alitalia nella storia
Le divise Alitalia nella storia
Le divise Alitalia nella storia

Condannate a un perenne 25 dicembre, le hostess non possono ovviamente opporsi ma ci ha pensato il web a scatenarsi contro le uniformi ritenute dai più troppo severe, castigate e abbottonate ma soprattutto contro le calze.

Tra le voci del coro spunta anche quella di Selvaggia Lucarelli. “L’ultima (e la prima volta) che ho indossato i collant verdi ero alla recita scolastica e facevo il cespuglio parlante. Molta solidarietà alle hostess di Alitalia, davvero”.

Per molte donne texture, denari e trasparenza sono una scelta di vita, un terreno campale in cui si scontrano le puriste della calza velata e le integraliste dei 50 denari. Che il color carne dia lo stesso effetto lucido di un fondotinta sbagliato è ormai accettato invece dalla maggior parte della popolazione così come il fatto che neanche Elle Macpherson, la supermodella soprannominata “The body”, ha mai ostentato così tanta sicurezza da indossare quotidianamente collant colorati. Divertenti sì, donanti no.

Si sa però che non sempre uomini e donne hanno le stesse idee su cosa l’altro sesso dovrebbe o non dovrebbe mettersi addosso. Ci sono mariti e fidanzati che hanno il feticcio del plateau, impazziscono per le parigine, amano i cerchietti per capelli oppure odiano le ballerine. Non c’è un particolare motivo. Probabilmente il feticcio di Ettore Bilotta, designer italiano indipendente e stilista della nuova collezione di divise per il personale di Alitalia, sono le calze colorate.

Così ha risposto alle critiche in un’intervista all’Huffington Post: “Sono stato io a volere fortemente i collant verdi. Quelli color carne sono orrende, antiche. Era arrivato il momento di cambiare”.

E su questo siamo d’accordo. Ma del nero hai mai sentito parlare?

Dal 1950 ad oggi le divise dell’Alitalia sono state rinnovate per dodici volte con le firme di grandi nomi della moda: si va dalle divise più classiche delle sorelle Fontana (tailleur color blu scuro e gonna sotto al ginocchio) ad Alberto Fabiani (1973 divise giallo ‘albicocca’), fino a Giorgio Armani nel 1991 (giacca blazer color verde-grigio), poi le attuali divise Mondrian. Ora tocca a Bilotta, stilista molto amato in Medio Oriente, che disegna le divise di Etihad fin dal 2003 tanto che alcuni l’hanno anche accusato di aver imposto i dettami della cultura araba scegliendo un look tanto castigato (da notare però che le assistenti di volo Ethiad non hanno le calze fluo, fossi dell’Alitalia farei volentieri a cambio).

Divise Ethiad
Divise Ethiad

“Questi abiti sono una rivisitazione della moda anni ’50, con un’inversione di tendenza rispetto alla tradizione – dice ancora Bilotta all’Huffington Post – Per i colori, mi sono ispirato a quelli della nostra bandiera, anche se ho fatto un sogno che mi ha aiutato a definirne le tonalità. Per il cappellino, il cui ritorno è stato apprezzato da molte dipendenti, ho preso ispirazione dai terrazzamenti delle Cinque Terre, un luogo che amo particolarmente”.

Quindi care hostess è tutta colpa di un incubo, ma ringraziate di non essere delle Mauritius altrimenti vi toccava la divisa verde, gialla, blu e rossa.

 

La sottile linea rossa tra ‘moda’ e ‘immondizia’

Un confine sottile da attraversare: con le babbucce da notte ad una serata di gala. Un limite labile che sempre più spesso sfocia nel derisibile quando  indossando degli accessori kitsch griffatissimi, più che completati si passa per addobbati, da una bambina delle elementari che vi odia per giunta. Una “sottile linea” che bisogna saper riconoscere prima che sia troppo tardi. La sottile linea rossa è un termine giornalistico che è stato coniato proprio il 25 ottobre di 160 anni fa, quando durante la battaglia di Balaklava un reggimento di fucilieri scozzesi con le loro tipiche gonnelle (che oggi al Pitti indossano anche i metrosessuali non scozzesi) e le raggianti giubbe rosse ( riprese e strariperese negli anni passati dalle tendenze Army style ) si disposero in una lunghissima e sottile linea per respingere una carica di cavalleria russa, era l’ultima linea che li separava dall’inevitabile fine. Ecco oggi le sorti della Moda vertono nella stessa pericolosa situazione. Oggi la moda combatte sulla stessa sottilissima linea, e spesso è in grado di difendersi a malapena dalle accuse che la apostrofano come l’immondizia ridicola della postmodernità. In equilibrio su questa linea come eterni funamboli stars e vips, che solo perché abbastanza belli, famosi e strapagati, vengono graziati (quando non esagerano) dai rotocalchi che li definiscono stravaganti ed estrosi. Cappelli con i Pon-Pon, gonne da uomo,, zainetti di peluche, calze scozzesi da anziano nostalgico e calzoni corti da boy-scout, copri iphone con paittes e pendenti effetto catalorefrangente autostradale, poncho bislacchi, blazer fantasia copri-divano anni ’70, ciabatte con le calze di spugna e occhiali vintage a profusione: provate a vestirvici voi nello stesso modo e ditemi se vi accompagnereste a prendere un caffè in un posto che non sia Brooklyn senza dire che è perché avete perso una scommessa.

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Nelle scorse settimane, sono usciti parecchi articoli esilaranti sulle varie Fashion weeks, tra quali annovererei principalmente : “Mi sono vestita come un’idiota per vedere in quanti mi avrebbero fotografata alla London Fashion Week” per Vice.com e ” Milano Fashion week: Le domande non hanno senso ma gli stylist  rispondono convintissimi”  prosa del video diffuso sul sito di Radiodjay.it. Il primo descriveva per filo e per segno come una giovane giornalista londinese abbia frugato nell’immondizia e investito 15  euro per creare gli oufits che per tutta la settimana hanno stregato gli obiettivi delle reflex dei fashion bloggers; ci sono cascati con tutte le Vans quando lei millantava stracci trovati accanto ai secchi della differenziata per capi vintage di lusso. Il secondo invece, vede come protagonisti individui che sembrano usciti da un video degli LMFO e che, intervistati fuori dalle sfilate annuiscono compiaciuti quando gli viene domandato se indosserebbero i cappelli dello stilista Qaboos bin Said ( il sultano dell’Oman) o sfoggiano perentori commenti di repertorio sulle collezioni di Carrom ( un gioco da Tavolo); Insomma roba così.  E’ stato a quel punto,  con i ricordi raccapriccianti della VogueFashionNightOut di Roma ancora nitidi nella mia mente, che mettendo a palla Thrift Shop di Macklemore su iTunes, mi sono andato a spizzare un paio di blog che hanno esibito e recensito i look sfoggiati alle varie fashion weeks e ho iniziato a rimuginare su questo: “Ma come è arrivata la moda a farci vestire come se fossimo degli ubriachi usciti da un mercato delle pulci con l’unico desiderio di farci perculare ? ”

La risposta ponderata a parer mio deriva dalle contaminazioni ( poi diventate ossessioni e travisamenti)  sempre più invasive dello Street style rispetto ai gusti degli stilisti e degli stylist.  Un circolo vizioso o virtuoso che nasce quando una FashionBlogger di discreta fama abbina qualcosa di estroso (possibilmente molto costoso per guadagnare credibilità)  con qualche trashata vintage che magari ha indossato per pura pigrizia (tanto è praticamente una modella mancata quindi gli sta bene tutto) e si fotografa a spasso per la strada, magari mentre fa finta di fermare un taxi. A quel punto, quelle che sono state generalmente etichettate come “sedicenti fashion blogger che si vestono come contadine ucraine” la prendono sul serio e la emulano alla meno peggio con risultati più o meno disastrosi. Mediaticamente la cosa prende piede, e le collezioni proposte in seguito peggiorano, aggiustando il tiro sui gusti delle masse sempre malleabili come l’argilla fresca. La cosa si fa grave quando il fenomeno di FashionBlogger abbraccia anche il sesso maschile. Li la sottile linea rossa viene calpestata avanti e indietro con una nonchalance imbarazzante: Homer Simpson che salta dall’America all’Australia davanti all’Ambasciata. E dire che è stato proprio un uomo, prima della Ferragni e compari a dare un significato e un senso allo StreetStyle; il fondatore di THESARTORIALIST.com, uno dei primi blog che bazzicavo parecchio quando volevo scoprire le mode di domani, mettendomi al sicuro dal mainstream almeno per un po’. E’ infatti Schoot Schuman nel 2005 ad unire la sua passione per la moda e per la fotografia così originalmente da riuscire ad influenzare il mondo della moda, oltre a creare uno blog tra i più seguiti che fungerà da ispirazione per tutti gli altri a seguire. Andando in giro per Manhattan, Londra, Parigi, Milano, fotografava studenti e passanti per strada, tutti coloro  che indossassero qualcosa di interessante, ben abbinato, non banale e piacevole. E’ per essere fotografati da celebrità come lui, che se ci si affaccia fuori dal Pitti o fuori dalle sfilate di una qualsiasi FashionWeek,  troviamo decine di persone vestite da sfilata intente a fare finta di leggere email importanti sui loro blackberry; cercano lo scatto che li immortali come “coolpeople“. La regressione delle tendenze, a mio parere, ha portato anche santoni del panorama della moda come il buon vecchio Scott  non saper più distinguere lucidamente cosa è realmente fruibile e passabile per moda, e quali sono scatti fotografici NoSense a persone che sembrano essere uscite per strada dopo una brutta sbronza indossando i primi vestiti che gli hanno prestato. Un punto di non ritorno, e chi prende spunto peggiora lo stato delle cose. Questo NoSense si traduce nell’immondizia che viene innalzata a  tendenza  su Instagram e consacrata in moda nelle vetrine di grandi e piccole firme. La stessa che poi si confonde tranquillamente con l’immondizia che la pungente inviata di Vice ha riciclato, e che è stata  immortalata dai FashionBlogger meno esperti, confusa come incubatrice di una nuova tendenza in ascesa  a metà tra lo spaziale e il naïf. Non è carino pensare che la moda sia l’ignoranza 2.0 e debba raschiare l’antiestetico fondo del barile. E poi insomma io non vorrei ritrovarmi a dover rovistare per una settimana nell’immondizia per essere trAndy, la parola peggiore che conosco dopo apericena, e voi?

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Schoot Schuman