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La rivincita degli ex. Brad Pitt chiede scusa a Jennifer Aniston

“Ritornano sempre”. È una di quelle cose che le mamme dicono alle loro figlie alla prima delusione d’amore, quando sei ancora una bambina con l’apparecchio e il tuo compagno di classe ti lascia per una che già inizia ad avere le forme da donna. Pianti, canzoni di Tiziano Ferro a squarciagola, foto strappate, fino a quando un giorno ti chiedi: “Ma a me davvero piaceva quel tipo?”. È esattamente in quel momento che lui tornerà da te.

Chiedetelo a Jennifer Aniston. Per oltre 10 anni è stata la zitella d’America, per oltre 10 anni ha sopportato gli sguardi di compassione che si riservano a chi è stato malamente scaricato, e ora si è presa la sua rivincita. Brad Pitt le ha chiesto scusa: “Ti ho spezzato il cuore mi dispiace”.

La storia è nota a tutti: Jennifer Aniston e Brad Pitt erano felicemente sposati da cinque anni, quando Brad s’innamorò follemente di Angelina Jolie durante le riprese di Mr. & Mrs. Smith, film di Doug Liman uscito nel 2005. Immediatamente il divo di Hollywood chiede il divorzio. La fidanzatina d’America viene scaricata per l’attrice considerata la più sexy del pianeta.

Brad Pitt e Angelina Jolie

Nemmeno una parola per l’ex moglie, neanche un attimo di pentimento. Brad fa la cosa che atterrisce di più dopo una separazione: si lascia alle spalle il matrimonio alla velocità della luce. In breve lui e Angelina diventano “Brangelina”,  mettono su una famiglia di 6 figli, tre dei quali adottati. Lui diventa un padre modello e un filantropo. Brad è il primo a mobilitarsi dopo l’uragano Katrina, Angelina è ambasciatrice delle Nazioni Unite, al fianco dei rifugiati, pronta a partire per la Cambogia, la Sierra Leone o il Sudan. Jennifer incassa in silenzio. All’attrice di Friends attribuiscono solo brevi storie perlopiù fallimentari mentre l’ex marito si prepara al matrimonio del secolo.

Nell’estate del 2014 Angelina Jolie diventa Angelina Jolie-Pitt. Le nozze, celebrate a sorpresa, sono pura poesia: nel giardino di casa (lo Château Miraval, in Francia) con il vestito della sposa decorato dai disegni dei figli che fanno da paggetti, lanciano i fiori, battono le mani. E dopo sarà un susseguirsi di red carpet insieme.

Jennifer Aniston ci ha messo 7 anni a voltare pagina. Nel 2012 sul set di Wonderlust conosce l’attore Justin Theroux. A differenza dell’ex marito si sposa senza clamore, il 5 agosto 2015 in gran segreto (molti degli ospiti hanno saputo il motivo dell’invito solo il giorno del sì), nella loro villa di Beverly Hills, dopo tre anni di fidanzamento e un anello da urlo.

Justin Theroux e Jennifer Aniston

“Apprezziamo il senso dell’umorismo che ognuno di noi ha”, ha spiegato lui, “ci rispettiamo a vicenda e andiamo d’accordo. So che può sembrare poco ma è la verità”. “Poco” rispetto a Brangelina forse, abbastanza per ricominciare. Ed ecco che come da copione Brad ritorna.

Il momento che Jen aveva sperato per anni arriva quando lei ha ormai lo sguardo altrove. Brangelina si separano. Si dice che lui abbia problemi con l’alcol, rischia di perdere l’affidamento dei figli, va in terapia. E qual è il primo passo della guarigione? Chiedere scusa a Jennifer.

Una fonte del magazine ha svelato: “Brad si è scusato per averle spezzato il cuore. Di solito lui non si apre così, ma grazie alla terapia e al periodo di riabilitazione, ha imparato a esprimere i suoi sentimenti. Ha affrontato tutto il dolore che le ha causato”.

Una dichiarazione piena di sentimento e di dolore, che arriva dopo 12 anni di vita intensa.  Il  #Teamjennifer sui social si è risvegliato: sperano tutti che lei lo mandi sonoramente a quel paese.

La Grande Scommessa di Adam McKay

Fresco delle cinque candidature accumulate per la prossima cerimonia degli Oscar, La Grande Scommessa si prepara ad essere un giocatore di un certo peso in quella che gli addetti ai lavori chiamano award season.
Il film, diretto da un regista con un curriculum radicato in pellicole dal tono decisamente più leggero, ricostruisce gli eventi che hanno portato alla crisi finanziaria dell’autunno 2008 dalla prospettiva dei pochi personaggi che furono in grado di prevedere gli eventi e trarne profitto sul mercato azionario.

Il film è molto dettagliato nella sua ricostruzione delle dinamiche che portarono al collasso di diversi colossi bancari che si sarebbero detti più che solidi, e il suo intento divulgativo non è meno chiaro e marcato di quello di Inside Job, un documentario sullo stesso argomento che vinse la statuetta di categoria qualche anno fa. In un certo senso si può anzi dire che sia anche più efficace di Inside Job nella misura in cui utilizza dei personaggi romanzati per convogliare meglio le informazioni, senza però lasciare che alcuna forma di approfondimento psicologico o drammatico intralci il suo scopo divulgativo. Pur avendo un buon ritmo e qualche momento di leggerezza infatti, The Big Short (questo il titolo originale) non può essere visto come una specie di thriller o una commedia, o quantomeno, non è su questi aspetti che le risorse del film vengono investite, e a chi fosse interessato alla visione consiglio sicuramente di andare con l’aspettativa di guardare un documentario.

A livello superficiale possiamo tracciare un parallelo tra questo film e i lavori corali di Scorsese, come Goodfellas o Casino, ma le ambizioni cinematografiche di quei film sono completamente fagocitate da quelle didattiche de La Grande Scommessa e questo “trucco” è ciò che lo rende un documentario ben riuscito, per quanto sotto mentite spoglie.

Dateci un taglio: La barba non è più di moda

La barba non è più di moda. So che per alcuni questo annuncio potrebbe avere lo stesso effetto devastante di “Babbo Natale non esiste”, ma è così e anche in questo caso, prima o poi qualcuno ve lo doveva dire. Il 2014 è stato l’anno dell’onnipresenza del pelame: dalle passerelle della moda maschile a tuo fratello in corridoio, dagli spot pubblicitari alla nazionale di calcio (ai Mondiali in Brasile gli Azzurri sono stati i più barbuti di sempre, con grande invidia di Messi e Ronaldo che essendo testimonial di rasoi non hanno potuto seguire il trend). Per non parlare del clamoroso look di Concita Wurst, la vincitrice dell’Eurofestival. Mai come negli ultimi tempi si è vista una così alta concentrazione di barbe lunghe, pantaloni stretti con risvolto e botteghe biologiche.

Effettivamente può avere il suo fascino. Il 55% della popolazione femminile rivela infatti di essere maggiormente attratte dagli uomini con la barbaQuell’aria trascurata può rendere un uomo più interessante e virile, nascondere un mento sfuggente, dare qualche anno in più ai ragazzi. Se ben curata, contrasta piacevolmente con un completo elegante. Senza tanti giri di parole, la barba può essere sexy a patto che non sfoci nel radicalismo hipster che ti fa assomigliare più a Gandalf che a George Clooney.

Il principe HarryLa tendenza del volto lanuginoso è diventata addirittura oggetto di studio. Secondo alcuni accademici si collegherebbe alla crisi economica: a favorire la crescita delle barbe sarebbe stata non tanto una spending review cosmetica (anche se, secondo una stima della BBC, i venditori di schiuma e lamette nel 2013 avrebbero perso quasi 92 milioni di euro rispetto all’anno precedente), quanto il desiderio dei giovani precari di trasmettere un’immagine maschile forte.

Quando eravamo alle medie, passavano ore e ore a trovare la motivazione recondita per cui un poeta aveva scelto di scrivere “ire” anziché “ andare”. Beh io ho sempre pensato che nella maggior parte dei casi usavano semplicemente la prima parola che gli veniva in mente. Tutto questo per dire che probabilmente il 90% della schiera di giovani neo hipster d’avanguardia che impazzano un po’ ovunque non nasconde grandi ideologie dietro quella barba folta e quei pantaloni troppo corti.

Uno studio interessante però c’è, ed è quello di Jonathan Touboul, neuroscienziato del Collège de France. Secondo Touboul «Se prendiamo grandi gruppi di individui tra loro interagenti – siano essi hipster, operatori di borsa o qualunque altro gruppo che voglia andare contro la maggioranza cercando di risultare “diverso” – vedremo che alla fine faranno tutti le stesse cose allo stesso momento». In altre parole, se all’inizio lo scopo della barba era quello di distinguersi, ora gli anticonformosti si stanno uniformando gli uni agli altri. Risultato? Boom di camicie di flanella, occhiali con la montatura spessa e biciclette pieghevoli sotto il braccio.

pitt-900670_0x410Il livello di saturazione però è vicino. Per una legge antica e implacabile, ciò che è diventato comune non può più essere di moda. Inevitabilmente qualcuno ha già cominciato a darci un taglio, partendo da Jake Gyllenhall, Bradd Pitt, Ryan Gosling e George Clooney e finendo con il mio compagno di banco e il mio vicino di casa. Resiste giusto mio fratello, ma probabilmente interverrà presto mia madre che minaccia di tagliargli la barba nella notte.

Insomma, gli edonisti hipster convinti, per i quali distinguersi dalla massa è una necessità esistenziale, non possono sopportare di vedere ex pariolini/ex zecche/ex coatti tutti precisi con mocassini, pantaloni con il risvolto e camicia con il coletto abbottonato. I barbuti dell’ultim’ora stanno cedendo alle richieste delle fidanzate che, inizialmente affascinate dal look chic-trasandato, si lamentano della barba che punge. Sessioni di esami, colloqui di lavoro e cena con parenti e genitori dei consorti impongono una passata di lametta.

Cosa succederà adesso? Gli orfani hipster potrebbero aderire ai Mo Bro e farsi crescere i baffi, o importare dalla Scozia la moda del gonnellino. In ogni caso, come scrive un giornalista del Corriere della Sera: “Quando anche Andrea Pirlo e Daniele De Rossi torneranno a mostrare le gote, la barba degli anni Dieci inizierà ad essere guardata con il sarcasmo riservato alle acconciature anni Ottanta”

Un fotografo a tutto tondo: Dan Winters

“I now find peace in the realization that countless potential masterpieces happen each moment the world over and go unphotographed. The world owes a great debt to all those who have, from a state of exceptional awareness, preserved stillness for us to hold.” 

 

Una verità con cui ogni fotografo prima o poi deve fare I conti e di cui molti non si curano. Ma è dalla consapevolezza di tale condizione che scaturisce l’amore per questo lavoro, per questa passione, per questo stile di vita. Soltanto capendo l’unicità di ogni foto, di ogni momento si può assaporare a pieno ogni scatto dal più banale al più grandioso. A esprimere tale concetto è un fotografo estremamente poliedrico dei nostri tempi, Dan Winters.

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Nato a Ventura Country in California nel 1962, fin da giovane mostra una spiccata attrazione per la fotografia e il mondo ad essa annesso. Grazie anche a diversi lavori e studi nel campo degli effetti speciali, riesce ad integrare la sua abilità negli scatti con il mondo della post produzione e passa poco tempo prima di venire notato dalle più celebri riviste e giornali internazionali, tra cui: GQ, Vanity Fair, The New York Times Magazine, The New Yorker, TIME, WIRED, Fortune, Discover, Details, W, Rolling Stone, Newsweek e tanti altri.

Lavoro particolarmente interessante e di fantastica qualità sono i suoi ritratti, che lo hanno reso famoso in tutto il mondo e per i quali viene ingaggiato da star del cinema, sportivi, musicisti e via dicendo.

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La sua abilità risiede nel saper usare alla perfezioni le luci e le ombre con cui riesce a creare contrasti decisi che rendono la foto estremamente incisiva e con i quali riesce a portare l’attenzione esattamente dove vuole, ovvero non tanto alla persona quanto all’ emozione, allo stato d’animo. Gli intensi neri, che rendono l’ambiente materico, pesante si uniscono con vigore alle forti luci; caratteristiche che si possono quasi paragonare, con un azzardo, all’opera del  Caravaggio.

Splendidi inoltre, sono tutti i suoi scatti intorno all’uomo dal punto di vista antropologico e umanistico, che lo hanno portato in giro per le americhe e che gli sono valsi, insieme con gli altri progetti, più di cento riconoscimenti nazionali ed internazionali.

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Recentemente Winters si è cimentato anche in opere all’infuori della solo arte fotografica; con l’ausilio dei più recenti programmi grafici, ha iniziato a disegnare ed a creare piccole opere d’arte con anche la tecnica del collage. Di forte significato e dialettica molto diretta, questi suoi disegni sono un evolversi del suo pensiero nei confronti della società moderna con le sue abbaglianti conquiste ed i suoi limiti.

Fotografo, disegnatore, grafico, illustratore, scrittore ed anche movie maker; egli incarna perfettamente l’idea dell’ artista del ‘900 che mette in discussione il proprio lavoro e le proprie abilità per mettersi ripetutamente alla prova, per superare i propri limiti.

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Uno dei suoi progetti più importanti ed interessanti è stato sicuramente il lavoro realizzato con la nasa, con cui mostra da vicino una navicella spaziale per far comprendere a tutti come si deve sentire un astronauta. Spettacolari inoltre tutti gli scatti che mostrano la partenza di vari razzi e satelliti realizzati sempre in collaborazione con l’agenzia governativa.

L a consapevolezza della limitata possibilità di riuscire a catturare attimi unici e magnifici, ha portato Dan Winters a comprendere che in alternativa si possono “creare”. Così facendo ha realizzato diversi scatti con l’aiuto di amici, attori e sportivi, con i quali consegue situazioni uniche, insolite, particolari.

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Questi suoi scatti sono probabilmente una conseguenza della sua esperienza nel mondo del cinema con il quale è strettamente legato. Per tutti questi diversi lavori, nel 2003 è stato inserito dalla Kodak nella autobiografia che raccoglie tutti i più grandi professionisti di sempre, come una icona della fotografia. L’amore per il suo lavoro, per la ricerca di contrasti, per la caratterizzazione del colore si può ritrovare in ognuno dei suoi scatti mai banali e sempre tecnicamente perfetti.

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 “I get up every day and that’s what I do, make photographs, whether I’m being paid to or not. I love it, love it, love it.”

Telling my whole life with his words

Ieri è morto James Gandolfini e immagino che alla maggior parte di voi importerà poco. Lo immagino perchè anche a me non me ne frega niente e sì, questa battuta rappresenta una buona parte della raison d’etre di questo post. Quel poco che resta è costituito dal fatto che ho visto un film in cui Gandolfini ha una gradevole particina, e sto per parlarvene.

Il film in questione è Killing Them Softly, uscito nelle sale italiane qualche mese fa senza lasciare particolarmente il segno su chicchessia nonostante il cast altisonante, spesso un’attrattiva significativa per il pubblico nostrano, notoriamente propenso al divismo. Brad Pitt interpreta un assassino prezzolato chiamato a fare pulizia all’indomani di una rapina in una bisca gestita da Ray Liotta, che nonostante l’estraneità ai fatti sarà il primo a rimetterci le penne.

É invecchiato malissimo Ray Liotta, il che lo rende perfetto per le parti da schifoso che gli vengono affibbiate ultimamente (vedasi The Place Beyond The Pines); fa veramente ribrezzo, e per questo i suoi personaggi risultano molto più convincenti rispetto a quando aveva la faccia da belloccio sprovveduto (vedasi Goodfellas, film notevolmente sopravvalutato).
Il giochetto del film è questo punteggiare le comicamente inefficienti macchinazioni di una cosca malavitosa di provincia con la retorica pre-elettorale e varie altre forme di politichese a stelle e strisce, cosa in parte giustificata dal fatto che la vicenda è ambientata tra fine 2008 e inizio 2009 nei mesi della crisi finanziaria, del bail-out delle banche e dell’elezione di Obama. Quest’ideuzza non sarebbe nemmeno malissimo ma il tutto resta su un piano di allusione che non va mai da nessuna parte, e sembra messo in piedi più che altro in funzione dell’inevitabile e squisitamente esplicito ribaltamento finale che il pragmatico Brad ne opererà per la gioia di grandi e piccini.
Non che la cosa guasti più di tanto il film: l’ambientazione stile rust-belt -seppur non originalissima- è azzeccata, il cast si destreggia ottimamente e il regista, l’australiano Andrew Dominik, trova un buon compromesso tra il non accontentarsi del compitino e il non strafare, due negazioni decisamente importanti per un film che annovera il dono della sintesi tra i suoi più grandi pregi.
Due parole sul personaggio del fu Gandolfini, un altro hitman e un altro schifoso. La sua comparsa, pur fuggevole, lascia nello spettatore un senso di insoddisfazione e fastidio che complementa ottimamente la generale atmosfera di desolazione del film, per cui good job patata James e insegna agli angeli come si fanno i barbecue.