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Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Mani pulite brasiliana: tra Don Bosco e Le Corbusier

E’ il 1883 quando il sacerdote ed educatore italiano Giovanni Bosco, fondatore della Congregazione dei Salesiani, ebbe un sogno profetico, in cui descrisse una città futuristica che corrispondeva più o meno all’ubicazione di Brasilia. Oggi, a Brasilia, una delle principali cattedrali porta il suo nome, così come l’ “eremida Dom Bosco”, punto panoramico dove Giovanni Bosco avrebbe affermato che sarebbe nata questa città “dai frutti giganteschi”.  Il suo sviluppo e la sua costruzione invece la si deve al presidente Juscelino Kubitschek ordinò la costruzione di Brasilia, ponendo in atto un articolo della costituzione repubblicana del paese, e vide il suo principale pianificatore urbano in Lúcio Costa. A disegnare le linee avvenire del mondo, in quella utopistica e realistica città fu Oscar Niemeyr. Brasilia fu costruita in 41 mesi, dal 1956 al 21 aprile 1960, sulla base delle teorie di Le Corbusier.

Ora accanto alla realtà di una città che ha moriane idealità, si stringono le istanze sociali e conflittuali di un intero paese sull’orlo del caos. Infatti, il paese più grande del Sud America continua a non trovare pace e serenità da oltre un anno. Se fino a meno di un triennio fa era l’esempio della crescita e ribaltata dei BRICS, ora l’instabilità politica ne fa da padrona, generando incertezze economiche e finanziarie.

Il punto di non ritorno per Brasilia e il Brasile è stato toccato quando il presidente brasiliano ha ordinato lo schieramento dell’esercito a Brasilia per proteggere i ministeri, presi d’assalto da centinaia di manifestanti. Il provvedimento si basa su una legge d’emergenza, la Law and order Assurance (GLO), varata nel 1999, rivista nel 2001 e poi firmata dalla Rousseff nel 2014 . Negli ultimi tempi al misura era stata applicata solamente in occasione dei due grandi eventi sportivi di Rio 2016 e della FIFA World Cup del 2014. Il prvvedimento poi ritirato ha dimostrato la fragilità governativa e la non tenuta di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, ossia l’esecutivo.

Le proteste sono cominciate dopo la pubblicazione sui giornali di alcune intercettazioni in cui si sente il presidente Michel Temer autorizzare il versamento di una somma per pagare il silenzio di Eduardo Cunha, ex presidente della camera, oggi in carcere per corruzione e riciclaggio. Apparentemente Cunha avrebbe potuto rivelare delle informazioni riguardo il coinvolgimento del presidente nello scandalo della Petrobras, la compagnia petrolifera nazionale. Lo stesso Michel Temer che un anno addietro fu protagonista dell’impeachment contro Dilma Rousseff, ponendo fine alla sponda brasiliana per il gruppo politico socialista sudamericano.  Il romanzo sudamericano appare però esser stato scritto in Italia.

L’inchiesta non si chiama “Mani Pulite” ma Lava Jato, “autolavaggio”. Ha travolto l colosso energetico Petrobras (nel 1992 era l’Edison )e il primo gruppo industriale del Paese, Odebrecht. In Brasile nell’ultimo anno ha trascinato nel fango politici di primissimo piano, sia del Pt (Partito dei lavoratori) da noi il PSI, che ha espresso gli ultimi due presidenti, Lula e Dilma Rousseff, sia gli esponenti del Pmdb, partito di centro cui appartiene l’attuale presidente Temer ( da noi la DC). In Italia non si fece sule sulla parte d’inchiesta affidata a Tiziana Parenti sul PCI, in Brasile non sembra ancora fermarsi l’indagine.

Le analogie sono molte. Dal ruolo dell’epoca dell’Italia nel Mediterraneo ( Sigonella in primis ) all’analogia con il Brasile di Lula. Dai protagonisti socialisti italiani alla nuova internazionale Sudamericana.

In Italia sembrava un rinnovamento, non lo è stato. In Brasile neppure lo sarà. L’unica cosa che resta da capire è chi trama dietro i lanci, non di monetine, ma molotov. Corsi e ricorsi della storia, questa volta di vichiana memoria e Pilotis “lecourbousiani” troppo deboli.

Brasil Arquitetura e la Piazza delle Arti di San Paolo

Il panorama architettonico brasiliano  è sempre stato all’avanguardia e dalle facoltà di architettura del gigante sudamericano sono sempre usciti ottimi professionisti che si sono fatti strada sia in patria che all’estero. Come spesso succede esiste pero’ un substrato di architetti meno noti che pur traendo linfa dai maestri ed essendo estremamente validi non sempre riesce ad emergere. Lo studio Brasil Arquitetura viene fondato nel 1979 a San Paolo da Francisco de Paiva Fanucci e Marcelo Ferraz. I due architetti, rispettivamente classe 1952 e 1954, si laureano alla fine degli anni settanta alla mitica Facoltà di Architettura dell’Università di San Paolo (FAUSP) di Vilanova Artigas da dove, due anni dopo, faranno partire la loro avventura di professionisti. Nel bel mezzo della caos postmoderno degli anni ottanta i due architetti trovano in Lina Bo Bardi il faro da seguire collaborando con l’architetta italiana naturalizzata brasiliana in diversi progetti: nel SESC Fàbrica da Pompeia, nella proposta di riqualificazione per il centro storico di Salvador da Bahia, nel teatro Polytheama di Jundiaí e molti altri.

Sesc Pompéia, Lina Bo Bardi in collaborazione con Marcelo Ferraz, 1977-1986

All’abbandono del centro storico di San Paolo, cominciato negli anni sessanta del secolo scorso, ancora oggi non é stata trovata la formula per invertire la tendenza. La fuga della popolazione è divenuta ormai incontrollabile e malgrado gli sforzi dei governi il centro si é trasformato lentamente in periferia. I tentativi di recupero del Centro Velho non ne hanno mai preso in considerazione il fattore simbolico (eccezion fatta per la Pinacoteca dello Stato di San Paolo firmata da Paulo Mendes da Rocha), portatore di valori culturali, associati all’identità di San Paolo.

Pinacoteca dello Stato di San Paolo, Paulo Mendes da Rocha

La politica delle ultime due decadi si concentra sulla riscoperta del Centro,  approfittando di un enorme potenziale dormiente. Viene cosi’ rilanciata l’idea, alta, di spazio pubblico, resa debole dalla proliferazione di centri commerciali, di complessi residenziali protetti da alte cinte murarie come in una sorta di medioevo moderno, dalla privatizzazione delle strade, pratiche oramai sempre piu’ in voga anche da questo lato dell’occidente.

Il progetto fortemente voluto dalla prefettura si prefigge come obiettivo quello di creare, di fatto, una piazza in una città dove gli shopping center sono diventati gli unici punti di incontro e, probabilmente, il piu’ grande manufatto culturale degli ultimi trent’anni. Nel riempire un taglio nel suolo urbano, creando una serie di passerelle che si inseriscono tra i corpi architettonici, la Praça vuole essere una continuazione della città, lasciando respirare l’isolato.

Schema funzionale della Praça das Artes

La parola rammendo offre ancora una volta la migliore metafora della dimensione urbana dell’architettura della Praça das Artes: il tessuto urbano viene forato al passare della mano dell architetto; l’ago penetrando scansa la materia che riempie il foro, la riordina dando vita a nuovi elementi in una diversa configurazione, cio’ che era vuoto si riempie di nuovo creando nuovi percorsi, nuovi spazi di vita. Qualcosa di raro nella San Paolo contemporanea.

Al livello zero oltre alla vegetazione e ad un ristorante, le sale prova, dedicate al teatro e alla musica, sono state pensate con finestre di vetro triplo, creando una serie di “acquari” dove il passante é vouyeuristicamente partecipe di cio’ che accade all’interno dell’edificio. Il complesso che accoglierà l’Orchestra Sinfonica Municipale, il Conservatorio Drammatico-Musicale e il Balletto della Città, si integra con l’antica sede del conservatorio iglobandola e sovrastandola fisicamente, come a voler rappresentare e sottolineare, abbracciandola ma non cancellandola, il registro simbolico del secolo passato. D’altra parte, reinterpretare in chiave moderna il passato senza cancellarlo (operazione assai rara nelle grandi metropoli dell’america del sud) é stato il fil rouge del lavoro di Lina Bo Bardi. Il complesso si distacca in maniera brutale e brutalista dall’antico edificio, costruito in stile neoclassico. Il progetto si compone di tre macro blocchi, connessi da passerelle, interamente eseguiti in cemento faccia vista colorato di dimensioni tali da rimanere coerenti con la scala della città. Gli interni, assolutamente scarni,  non si configurano in opposizione allo spazio esterno ma sottolineano il susseguirsi dei tagli di luce che rendono viva la materia cementizia.

Rimane uno spazio dove l’utente viene messo in salvo dalla pressione conscia o inconcia del dover consumare a tutti i costi. Il poeta post-modernista José Paulo Paes definiva infanzia come quel periodo dove la vita é gratis. In maniera analoga potremmo definire lo spazio pubblico come lo spazio dell’infanzia nella città, lo spazio sospeso tra lo spazio degli adulti, il tempo rubato alla vita produttiva, lo spazio del tempo libero.

 

Il Museo di Arte di San Paolo

Il Museo di Arte di San Paolo (MASP) fu concepito nel 1957 e inaugurato nel 1968, nell’Avenida Paulista, a San Paolo in Brasile. Considerato uno degli esempi più importanti dell’architettura moderna dell’America Latina, è stato, per l’epoca, una grande sfida architettonica e strutturale. Il MASP dimostra che in quel periodo storico furono realizzati progetti di grande valore architettonico lontano dal centro di quello che viene considerato ancora oggi il “primo mondo” che, a differenza del “terzo mondo”, aveva uno sviluppo tecnologico più avanzato e migliori condizioni per lo sviluppo dell’architettura moderna.

Achillina Bo nasce a Roma nel 1914 e frequenta la Facoltà di Architettura dell’Università di Roma durante gli anni ’30. Trasferitasi a Milano inizia la sua carriera professionale negli studi di Carlo Pagani e Gio Ponti, dove parallelamente alla sua attività professionale, inizia un’intensa attività editoriale. Con Pagani, nel 1944 vicedirettore della rivista Domus, e con il sostegno di Bruno Zevi, creano la rivista “A-Cultura della vita” per divulgare anche fra un pubblico più vasto l’architettura razionale.

Nel 1946 si sposa con il critico d’arte e gallerista Pietro Maria Bardi, con il quale si trasferisce a San Paolo. In Brasile, paese in via di espansione, trova terreno fertile per sviluppare le sue idee, avendo la possibilità di concretizzare nuove proposte culturali e architettoniche allo stesso tempo, in un luogo ancora libero da costrizioni che, a differenza del continente europeo, risultava molto più chiuso e, soprattutto, ancora sotto shock a causa delle due guerre mondiali.

L’idea di creare un nuovo museo fu di Francisco de Assis Chateaubriand Bandeira de Mello magnate delle telecomunicazioni, che invitò Pietro Maria Bardi in Brasile per creare la struttura organizzativa e dirigere il nuovo museo. Il museo doveva sorgere a San Paolo, la capitale economica del paese ed il luogo dove era più facile incontrare i finanziamenti per per la costruzione.

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Il luogo dove sorge il museo, un belvedere che faceva parte del parco Trianon, fu donato dall’amministrazione paulista con la sola condizione che mai venisse costruito un edificio che potesse impedire la vista al parco sottostante. La soluzione architettonica di Lina, dunque, è spiazzante e radicale allo stesso tempo: organizza l’edificio in due parti, una sopraelevata, aerea e cristallina e l’altra seminterrata e circondata da vegetazione. In questo modo crea una base che resta in relazione diretta con il parco, ancorata al terreno e legata alla memoria del vecchio belvedere e, contemporaneamente, conserva la vista sulla città e sulla parte rimanente di parco. La piazza che si crea al di sotto del corpo sopraelevato dell’edificio si configura come un luogo di incontro e di scambio: piazza, agora democratica, spazio per concerti e manifestazioni, esposizioni di arte.

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Il MASP, per chi ha già avuto l’occasione di percorrere l’Avenida Paulista, oggi piena di grattacieli, centri commerciali e uffici, è l’unico spazio che si configura come un vuoto urbano coperto e riparato capace di accogliere il passante in cerca di riparo (dal sole o dalla pioggia) così come una vasta gamma di eventi organizzati o spontanei.

Dal punto di vista architettonico, l’edificio si configura come un parallelepipedo di 70 metri di luce, 29 metri di larghezza e 14 metri di altezza, sospesa 8 metri dal suolo grazie a quattro pilastri in cemento armato a sezione rettangolare. Le due travi centrali che si appoggiano sui pilastri non supportano solo il pavimento del secondo piano ma anche quello della pinacoteca del primo piano attraverso l’uso di cavi in acciaio. Questa soluzione strutturale permette di avere uno spessore del pacchetto del pavimento molto sottile, conferendo leggerezza a tutto il complesso. Non esistono pilastri, né all’interno, né in prossimità della facciata. Le opere esposte sembra che fluttuino in questa involucro luminoso, venendo presentate come oggetti autonomi che partecipano alla vita quotidiana che si proietta sulle larghe vetrate poste a chiusura del perimetro espositivo. Architettura ed opere, rimangono sospese nel tempo e nello spazio, fluttuando leggiadre nell’aria.

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Economia Brasiliana – La festa è finita

Il duemilasedici è l’anno delle Olimpiadi Estive a Rio de Janeiro. Nelle prospettive dello scorso decennio sarebbe dovuto divenire l’anno della definitiva consacrazione del Brasile a potenza regionale dal respiro globale. Eppure, dopo la ubris progressista di Lula qualcosa è andato male. Si, perché la debolezza dei governi nel creare un valido impianto infrastrutturale e industriale ha rallentato il profilo di affidabilità del Paese più grande del Sud America. Inoltre, la debolezza nel contrasto ad alcune multinazionali, che si portano capitali, ma senza il rispetto di regole e soprattutto senza la costruzione di durature politiche industriali ed economiche non hanno reso una solida realtà il Paese verde oro. Ma, fattore determinante nella fine del sogno brasiliano e aver affidato il proprio futuro alla complementarietà alla Cina. Sì perché non appena il Dragone Cinese ha leggermente rallentato il proprio cammino, che resta vigoroso, il Brasile ha perso terreno poiché molta della sua fortuna è dipesa dalla dea cinese.

Così l’agenzia Stamdard & poor’s ha tagliato il rating sul Brasile a BB da BB+ con outlook negativo, riflesso del fatto che per l’agenzia di rating c’è oltre una probalità su tre di una ulteriore bocciatura. L’idea è che “le sfide economiche e politiche che il Brasile sta affrontando restano notevoli” tanto che S&P si aspetta “un processo di aggiustamento più prolungato, una correzione più lenta della sua politica fiscale così come un altro anno di forte contrazione economica”. L’agenzia stima che nel 2015 l’economia brasiliana si sia contratta del 3,6% e che nel 2016 subisca un altro -3% per poi vedere una ripresa della crescita in territorio positivo nel 2017.

“L’eredità delle decisioni prese nella prima amministrazione di Dilma Rousseff ha danneggiato l’umore imprenditoriale e le prospettive di investimento. Le incertezze e gli effetti contagio associati alle indagini sulla corruzione e al taglio degli investimenti nel colosso petrolifero nazionale Petrobras e nei suoi fornitori hanno spinto in negativo la crescita”, si legge nel rapporto. L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017.

L’aggiornamento delle stime di crescita del Fondo Monetario Internazionale (FMI), riportate dal World Economic Outlook, sono davvero una stangata per il Brasile, che è atteso ora in recessione del 3,5% quest’anno, dopo che la sua economia si sarebbe contratta del 3,8% lo scorso anno, mentre il pil non tornerebbe a salire nemmeno l’anno prossimo, restando stagnante. Rispetto alle precedenti previsioni di soli 3 mesi fa, si tratta di un notevole peggioramento, essendo stato allora stimato un calo del pil dell’1% per quest’anno e una crescita del 2,3% nel 2017. Una bocciatura forte e netta per Dilma Roussef che da prima donna a guida del paese sta affrontando la doppia crisi globale. Molti dei problemi brasiliani restano ancora nella frammentazione e nell’incapacità di porsi.come in un’autonomia propendente a una piccola autarchia industriale e finanziaria senza contrarsi.

Il Brasile come l’intera economia mondiale è a un bivio dove o recupera coscienza di sé e cambia obiettivi riponendo le sue prospettive in una crescita sostenibile e a base umana oppure a breve il taglio non lo farà un’agenzia di rating, ma la storia.

O som ao redor, i suoni del Brasile

Per la settimana a tema brasiliano che stiamo portando avanti in occasione dei mondiali vorrei parlare di un film che ha un paio d’anni sul groppone ma che in Italia credo sia ancora inedito, e che sarebbe un’ottima scelta per chiunque fosse in vena di trastulli verdeoro. Trattasi di Neighboring Sounds, titolo internazionale di O som ao redor, una specie di thriller -ma non davvero- ambientato a Recife, capitale dello stato di Pernambuco noto ai più per la tecnica delle tre dita a uno dei cui maggiori esponenti proprio Recife ha dato i natali (non googlate “tecnica delle tre dita”, a quanto pare l’espressione è usata principalmente in tutt’altro ambito rispetto a quello che intendevo io).

Il film racconta di varie vicende, più o meno intrecciate tra loro, di un vicinato bene della città; i due personaggi principali sono una casalinga alle prese con vari stress quotidiani e un agente immobiliare all’inizio di una relazione amorosa, e se raccontassi per filo e per segno tutti gli accadimenti delle due ore abbondanti di film sarebbe probabilmente poco chiaro il perchè si potrebbe pensare a Neighboring Sounds come ad un thriller, etichetta che gli viene affibbiata più o meno dovunque sulla rete. I personaggi sono infatti coinvolti in attività piuttosto triviali e quotidiane, e fatta eccezione per una breve allusione a delle vicende passate e a un paio di sogni un po’ inquietanti, non ci sarebbe alcuna maniera, semplicemente leggendo la sceneggiatura, di cogliere il tono della pellicola che invece è costantemente allusivo a una qualche forma di pericolo, di subbuglio sotterraneo che non si manifesta mai veramente.

Posso immaginare che il tutto sia un riferimento alle contraddizioni tra la facciata moderna e benestante del paese e le profonde diseguaglianze da essa celata, ma per quanto mi riguarda il motivo di interesse principale della pellicola sta proprio nell’esercizio di stile con cui il regista riesce a tirare fuori un’atmosfera tesa e presaga da situazioni comunissime come una riunione di condominio, la consegna di un televisore, o una festa di compleanno.

Una delle maniere tramite cui questo scopo è raggiunto è proprio l’utilizzo dei suoni e rumori cui il titolo del film fa riferimento. In maniera alquanto arbitraria, infatti, vengono spesso sparati a volumi incongrui vari rumori indistinti del sottobosco urbano; questi suoni commentano scene che per conto loro sarebbero del tutto prive di una qualsiasi forma di suspance, ma che quasi per magia vengono trasformate in momenti di una tensione magari non esplicita come sarebbe in un thriller più canonico, ma non di meno percepibilissima e che finisce col caratterizzare profondamente l’esperienza dello spettatore, che difficilmente avrà la percezione di aver appena assistito a una sequela di faccende sbrigate e conversazioni sul più ed il meno.

Questo senso di tensione sotterranea ricorda molto alcuni film di Michael Haneke come Niente da nascondere o Il nastro bianco, e O som ao redor sarebbe certamente un’ottima scelta per gli appassionati dell’opera del canuto maestro austriaco. Il film brasiliano tuttavia ci lascia con il dubbio che in effetti nulla di male stia succedendo e sarà più gradito anche a chi non trovasse di proprio gusto certi estremi a cui Haneke ci ha abituato.