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Road to Premier League

Sotto sotto lo sappiamo tutti. L’ubriacatura generale da favola (o meglio dire, fiaba, a meno che non abbiamo tutti immaginato Claudio Ranieri essere una volpe) ha aiutato a mascherare la delusione per una Premier League che ha visto affondare una dopo l’altra tutte le candidate al titolo e che ha di conseguenza lasciato il palcoscenico alla sorpresa Tottenham e al sorpresone Leicester, che ci hanno appassionato settimana dopo settimana, tra retorica su Davidi, Golii e compagni, ipotesi di drammi sportivi e la festa finale a cui ci siamo volentieri imbucati, come quando il compagno di classe del terzo banco si comprava per primo la nuova Playstation e si andava da lui a giocare finché non arrivava il proprio compleanno o Natale per poter averne una propria e rispedire l’ormai ex amico nella ignore list.

E in terra d’Albione Natale è arrivato, sottoforma di sterline gentilmente messe sul piatto dal nuovo contratto dei diritti televisivi: 7 miliardi da dividere in modo piuttosto equilibrato per i prossimi tre anni, soldi che i nostri DS non sono abituati a maneggiare neanche a Football Manager e che hanno portato e che porteranno una paccata di giocatori fisiologicamente sovrapagati rispetto ai valori europei (se so che hai tanti soldi, non vedo perché non dovrei chiedertene di meno). Con loro, un roster di tecnici con uno starpower forse mai visto tutto insieme da queste parti: pensare a un campionato in cui si incontreranno Pep Guardiola, José Mourinho, Jürgen Klopp, Antonio Conte e Mauricio Pochettino, oltre ad Arsène Wenger, all’ennesima stagione da confermato senza un evidente perché, agli italiani (facciamo finta che sia un plus e non un minus, d’altronde la Premier è la lega dei lustrini) Ranieri, Mazzarri e Guidolin, a Slaven Bilić e Ronald Koeman, al never-relegated man Tony Pulis e alla new sensation Eddie Howe è roba da stropicciarsi ripetutamente gli occhi e poi andare a prendere l’acido borico per poter essere in grado di mettersi davanti alla televisione e assistere allo spettacolo.

Dopo una stagione come la scorsa, ci si aspetta (o quantomeno si spera in) un mucchione, con 5-6 squadre pronte ad alternarsi in testa alla classifica e una cintura che è di fatto vacante, perché se aspettarsi una vittoria da parte del Leicester era un – alla fine fruttuoso, visto che si fa a gara su chi trova la notizia della vincita più alta da parte di uno scommettitore – mix di fede e follia, puntare su una conferma delle Foxes somiglierebbe più a perseverare che a sognare. Comunque, daremo a Claudio quel che è di Claudio e apriremo questa analisi da chi indosserà le patch dorate sulle maniche delle proprie maglie.

Leicester City – I riconsegnatori

Come già detto, è improbabile che Claudio Ranieri possa confezionare un altro miracolo, e con questo le possibilità che questo accada si sono già alzate di qualche punto percentuale. L’idea è che le Foxes, più che difendere il titolo, saranno coloro che riconsegneranno la coppa e magari ricominceranno il giochino dell’escalation di obiettivi, anche solo per motivi scaramantici. Il “ma” che pende su tutto il ragionamento si chiama Champions League, a cui il Leicester parteciperà da testa di serie: più possibilità di qualificarsi, meno di ospitare al King Power Stadium una delle big d’Europa, visto che nella seconda urna ci sono solo i vicecampioni dell’Atlético Madrid.

E lo faranno con un impianto di squadra il più possibile immutato: SimpsonMorganHutheFuchs non sono stati toccati dal calciomercato, che ha tentato Jamie Vardy, forte a rimandare indietro Satana firmando un comunque cospicuo rinnovo del contratto, e Ryhad Mahrez, invece ancora ammaliato dalle sirene delle grandi e richiamato alla concentrazione dal tecnico. Non c’è più invece N’Golo Kanté, che ha capitalizzato al massimo la stagione della vita scegliendo un’altra maglia blu, quella del Chelsea. Tre gli acquisti: il portiere Campione del Mondo Ron-Robert Zieler, pronto a fare compagnia a Ranieri in panchina e a offrire copertura in caso di assenza di Schmeichel (fresco di rinnovo fino al 2021), l’attaccante Campione di Russia Ahmed Musa, velocissimo e dunque perfetto per ricevere i lanci lunghi tipici del gioco offensivo (?) delle foxes e dei player di FIFA, e l’esterno offensivo campione di niente Bartosz Kaputska, il classico diciannovenne di cui prima di Euro 2016 ignoravamo l’esistenza e che è diventato improvvisamente interessante nel momento in cui qualcuno lo ha fatto notare scrivendo su Whatsapp. Il polacco è perfettamente incastonabile nel 4-4-2 dei Campioni d’Inghilterra, che avranno letteralmente il compito di cambiare il meno possibile la storia rispetto allo scorso anno: la congiuntura astrale che ha permesso tutto quello che abbiamo visto è assolutamente irripetibile, ma magari a forza di ripeterlo… niente, va.

Tottenham Hotspur – Cenere a White Hart Lane

Mauricio Pochettino si deve far carico del compito più ingrato dell’intera Premier League: far ripartire i suoi Spurs dopo una stagione straordinaria (extra-ordinaria, fuori dall’ordinario), che però non ha portato nulla. Non ci fosse stato il Leicester sarebbero stati probabilmente loro gli eroi, e pensate quanto comunque si sarebbe potuto scrivere su riscatto, rivincita dei più deboli e quant’altro: la realtà è che non solo il titolo l’ha vinto qualcun altro, ma che dalle parti dell’Emirates hanno comunque potuto festeggiare St. Totterhingham’s Day, grazie all’inopinata sconfitta per 5-1 sul campo del già retrocesso Newcastle, con tanto di video celebrativo di Wojciech “core Gunner” Szczęsny. Sulla pagina “ufficiale” della ricorrenza, che ricorda per ogni stagione data e turno di campionato in cui scattano le celebrazioni, il commento è stato: “È stata una faticaccia e penso che tutti abbiamo avuto dubbi, ma come abbiamo potuto sottovalutare l’abilità degli Spurs di autodistruggersi?”.

Effettivamente di squadre col pulsante rosso incorporato ce ne sono poche altre (una in Portogallo, una in Italia, un paio in Germania) e a White Hart Lane, oltre ai calcinacci dovuti ai lavori di ristrutturazione dello stadio (in Champions League si giocherà a Wembley), ci sono anche le ceneri di un gruppo che però va ricomposto e in fretta. In un mercato per il momento numericamente scarno, prenderanno posto nel 4-2-3-1 di Pochettino il centrocampista Victor Wanyama, “comprato subito” allo shop del Southampton per 15 milioni, e l’attaccante Vincent Janssen, che si può fregiare del titolo di “quello forte dell’Eredivisie, altro che Milik” assegnatogli da più di qualcuno: 22 milioni all’AZ per colui che, presumibilmente, sarà comunque la riserva del capocannoniere Harry Kane. Si punterà dunque sulla continuità: pressing e gegenpressing come mantra collettivo e freschezza dei vari Alli, Dier, Eriksen e Lamela a tentare un nuovo triste assalto alla Premier League.

Arsenal – Provaci ancora, Arsène

Quella che è ormai la squadra meme della Premier League si appresta a cominciare la ventunesima stagione con lo stesso allenatore e, pare, con le stesse idee degli anni passati. Ancora una volta nella testa di Arsène non è minimamente balenata l’idea di prendere un difensore centrale (Manōlas è ancora impegnato nelle visite mediche datate 2014), probabilmente per sbloccare l’insbloccabile obiettivo “vinci la Premier League con Mertesacker e Koscielny”, ma a due giorni dall’inizio della stagione ha ritenuto il caso di arricchire il reparto con Shkodran Mustafi, in arrivo dal Valencia; in attacco, invece c’è stato un tentativo per prendere l’uomo contemporaneamente più (perché l’ha già fatto) e meno (perché non può farlo due volte) adatto a compiere l’impresa, quel Jamie Vardy che però è rimasto al King Power Stadium a godersi trionfo, soldi e Champions League. All’Emirates, che non vedrà più due elementi storici come Mathieu Flamini e Tomáš Rosický, sono arrivati dunque Granit Xhaka, ennesimo, seppur ottimo, centrocampista, e Takuma Asano, ventunenne attaccante giapponese impegnato alle Olimpiadi di Rio (dove ha già segnato un gol di tacco contro la Nigeria)  proveniente dal Sanfrecce Hiroshima, squadra simpatia di quella trasposizione nel mondo reale di ISS Pro Evolution 2  che corrisponde al nome di FIFA Club World Cup.

 

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La speranza dei tifosi dei Gunners di poter reggere anche oltre il solito devastante periodo di gennaio-febbraio risiede ovviamente nel mancato riempimento dell’infermeria, ma anche nella prosecuzione di un’idea di un calcio più pratico che Wenger aveva tentato di mettere in campo nella scorsa stagione, con il suo basket a 6 che aveva lasciato posto a delle precisissime transizioni innescate dai centrocampisti e soprattutto da Mesut Özil, in grado di arrivare a ben 19 assist vincenti nella scorsa stagione. Singolare però il fatto che di questi, 16 siano arrivati fino a dicembre e 3 in tutto il resto del campionato: simbolo aureo di una squadra storicamente in grado di toccare picchi anche più che buoni, ma che irrimediabilmente si perde quando si tratta di trovare regolarità, anche quando ne sarebbe bastata meno del normale per centrare l’obiettivo.

Chelsea – L’evoluzione di una scelta

Scucita del titolo, la squadra di Abramovich ha avviato l’ormai consueta rivoluzione dopo l’ormai solito traghettamento dell’uomo di fiducia Guus Hiddink. A Fulham Road è arrivato infatti Antonio Conte, che ha scurito la tinta da azzurro a blue e che rappresenta una versione già 2.0 della moda britannica di ingaggiare tecnici italiani. L’ex allenatore della Juventus è una garanzia a livello tattico e l’ultima dimostrazione l’abbiamo avuta agli europei, in cui ha radiocomandato i suoi e ha perso nell’unico momento, quello dei rigori, in cui non poteva farlo; il contesto della Premier League sembra inoltre quello ideale per rimettere sullo scaffale i noiosi manuali del 3-5-2 (il cui virus verrà comunque trapiantato da queste parti da Mazzarri e dal suo Watford) per dare una spolverata a quelli del 4-2-4, che ha fatto le sue fortune a Siena e a Bari e che potrebbe migliorare gli abituali e tipicamente inglesi 4-4-2 e 4-2-3-1. L’intensità, elemento chiave del gioco dell’ex CT, va però di moda da queste parti e sarà dunque ancor più decisiva per la riuscita dei piani a Stamford Bridge. Correre meno degli altri significherà non solo essere messi sotto a livello atletico, ma anche non aver modo di eseguire i comandi impartiti dalla panchina, finendo quindi per risultare inefficaci sotto ogni punto di vista: l’assenza delle coppe europee (in modo analogo a quello che capitò a Conte nel 2011-2012) potrebbe dunque giocare un ruolo decisivo.

Pochi, ma pesanti, i movimenti di mercato: 40 i milioni recapitati a Marsiglia per Michy Batshuayi, attaccante che ha tutte le premesse per diventare molto dengerus, 35 quelli spediti a Ranieri per prendersi Kanté, uno con una dimensione di polmoni idonei per coprire campo sufficiente a evitare squilibri e per farlo per un tempo suffcentemente lungo. Spazio e tempo che, in senso figurato, non ha avuto Abdul Rahman Baba, che dalla Germania veniva e in Germania è tornato, in prestito allo Schalke 04 dopo una spesa di 25 milioni effettuata l’anno scorso per prelevarlo dall’Augsburg: non proprio il modo ideale di far fronte alle regole del financial fair-play.

Manchester City – Il laboratorio

Il giorno dello svelamento del segreto di Pulcinella e della ufficializzazione dell’ingaggio da parte del Manchester City di Pep Guardiola, era impossibile non fare la somma “Premier League + soldi + Guardiola = cavolacci per gli altri”. L’ex tecnico di Barcellona e Bayern Monaco, però, è arrivato all’Etihad non per fare una somma, ma una moltiplicazione: scorrendo i nomi del, comunque dispendioso, mercato in entrata, praticamente solo quello di İlkay Gündoğan risulterebbe spendibile per un cosiddetto instant team. Gli altri, partendo da Leroy Sané, passando da Gabriel Jesus e John Stones – il difensore più pagato di sempre a soli 21 anni, 47 milioni di sterline che possono arrivare a 50 – per arrivare a Oleksandr Zinchenko, sembrano giocatori acquistati a Football Manager con in mano la lista dei wonderkids, pronti a migliorare esponenzialmente le proprie qualità e quelle della squadra a stretto giro di posta ma probabilmente con minore garanzia di rendimento immediato. Intendiamoci, la rosa a disposizione, pur con qualche elemento di età avanzata oppure poco adatto al guardiolismo, è già di altissimo livello, ma è come se Pep volesse creare un qualcosa di completamente nuovo a sua totale immagine e somiglianza, da tramandare ai posteri, un qualcosa di più grande, nelle intenzioni, di quanto mostrato al Camp Nou.

Apre così il laboratorio citizen, un’idea di calcio molto diversa da quella che i sudditi di Mansour erano abituati a vedere, probabilmente nel campionato meno adatto per svilupparla, tolta la Serie A dove qualsiasi germoglio di novità rischia di essere calpestato sotto ai colpi di ambienti infuocati e pareggi perpetui. Nella sua carriera, Guardiola è sempre stato abituato a lottare al massimo contro una sola avversaria, vincendo sei campionati su sette di massima divisione; qui avrà una lunga serie di rivali per il titolo e una medio-alta borghesia che non farà sconti di alcun genere. Oltretutto, i suoi insegnamenti non si apprendono in una settimana e neanche in un intero ritiro, specie se alcune amichevoli vengono disputate con mezza squadra ancora in vacanza e altre vengono proprio cancellate . La Steaua Bucarest, avversaria nei playoff di Champions League, rischia di diventare una cavia da laboratorio per una squadra che ha ancora bisogno di registrare diverse cose, soprattutto in difesa dove dovrà cambiare parecchio rispetto alle gestioni precedenti: la buona notizia è che non ci sarà più quella sciagura chiamata Martín Demichelis. È bello immaginarsi Pep con addosso camice e occhiali di protezione, a mischiare provette e fare tentativi, alla ricerca della formula perfetta. Sarebbe la foto dell’anno, la speranza è che prima o poi si riesca a scattarla.

Manchester United – Here comes the Mou-ney

Dicono che Manchester sia una città brutta, ma trasferircisi in questa stagione probabilmente non sarebbe una brutta idea. O per lo meno lo è diventato lo scorso 27 maggio, quando è diventato ufficiale l’ingaggio da parte dello United di José Mário dos Santos Mourinho Félix, nemesi sportiva di Guardiola e di un’altra mezza dozzina di allenatori sparsi qua e là. Il duello con il Manchester City rischia di essere uno dei più esplosivi mai visti sul pianeta calcio, anche più di quello visto in Liga tra Real e Barcellona, in cui il portoghese arrivava a minacciare la leadership del già consolidato rivale. Qui si parte invece entrambi da zero, e se dall’altra parte, oltre al cash, si punta sulle idee e sull’innovazione, a Old Trafford il metodo è quello classico: soldi, soldi, soldi per un rendimento immediato, immediato, immediato. La combo Mourinho-Raiola sposta denaro come poche altre cose al mondo e il serbatoio dello United – uno di quei quattro-cinque club favoriti e non penalizzati dal fair-play finanziario – è quello ideale per dare propulsione al calciomercato: l’acquisto di Zlatan Ibrahimović diventa dunque quasi un dessert rispetto alle portate principali chiamate Henrikh Mkhitaryan, Eric Bailly e soprattutto Paul Pogba, operazione da crocifissione in sala mensa nel caso in cui fosse stato necessario tenere il conto di ogni singolo euro speso come avviene invece in Italia.

Inutile aspettarsi chissà cosa in campo, Mourinho metterà in campo il solito 4-2-3-1, cercherà la via più semplice per andare a far gol (lo SneiderperMilito o il FabregasperDiegoCosta della situazione) e punterà tutto sul lato motivazionale per spremere ogni goccia di utilità dalla rosa a disposizione. Facilissimo immaginare l’Europa League come un fastidiosissimo campionato riserve dei giovedì sera, altrettanto facile immaginare faide con qualsiasi malcapitato che osi dire mezza parola di troppo contro lo United e anche contro alcuni degli stessi giocatori, come Bastian Schweinsteiger già messo fuori rosa e Juan Manuel Mata, messo in campo e tirato fuori dopo appena mezz’ora nel Community Shield contro il Leicester con annessa discussione postpartita. Ruolo importantissimo lo potrà avere proprio la supercoppa vinta a Wembley: il piattone potrà facilmente trasformarsi nella coperta di Linus di Mou in caso di fallimento degli obiettivi stagionali principali, almeno nella dialettica del portoghese. Tutto da guadagnare, nulla da perdere e un sacco di risorse a disposizione: la situazione ideale per far bene.

Liverpool – Il nemico in più

La squadra forse meno accreditabile di una vittoria del titolo tra le big è probabilmente una di quelle che generano più hype tra gli appassionati. Jürgen Klopp ha avuto finalmente un’estate intera per preparare i suoi, dopo lo spezzone dello scorso anno passato tra alti e bassi che qualcuno definirebbe fisiologici, e all’etichetta “rivelazione” deve essere soltanto levata la pellicina per poter essere appiccicata sulla testa dei Reds. Ad Anfield non si sono tirati indietro quando c’è stato da aprire il portafogli e il mercato ha portato giocatori che sembrano ideali per il gioco dell’ex BVB, un attaccante veloce e capace di giocare su tutto il fronte come Sadio Mané e con un incursore tranquillamente capace di arrivare in doppia cifra partendo dal centrocampo come Georginio Wijnaldum, oltre al curioso difensore estone Ragnar Klavan e al compagno di merende Joel Matip, che sostituiranno Martin Škrtel e Kolo Touré e ai portieri Loris Karius e soprattutto Alexander Manninger, senz’altro il trasferimento più strano dell’estate inglese.

Come nel caso del Chelsea, non giocare le coppe sarà utilissimo per un’altra squadra molto intensa – e per una società dal prestigio e dalla solidità finanziaria non minabili da un anno di assenza dall’Europa – come i Reds e questa stagione potrebbe rivelarsi quella della definitiva maturazione di una serie di elementi pronti a spiccare il volo. La mente non può non andare alla LFC (non era ancora uscita una sigla in tutta l’analisi, per la comprensibile preoccupazione di chi legge), ovvero alla trequarti Lallana-Firmino-Coutinho che, oltre a rappresentare graficamente l’identità del Liverpool, ha tutto per diventarne anche il tratto distintivo in campo ancor più di quanto già sia. Da loro passano gran parte delle speranze di sedersi con autorevolezza al tavolo dei grandi, che però sembra già abbastanza affollato: si aggiungerà il posto per un nemico in più?

Il trionfo del Cile e la maledizione dell’Argentina

La Copa América 2015 ha dato un verdetto non del tutto inaspettato, ma comunque storico: ai rigori il Cile ─ la squadra di casa ─ ha vinto la competizione per la prima volta nella sua storia. Una delusione tremenda per l’Argentina, che ha perso in finale tre delle ultime quattro edizioni. Nella penultima, disputata proprio nella nazione di Messi e compagni, la formazione all’epoca allenata da Sergio Batista subì invece una cocente eliminazione ai quarti, per opera dell’Uruguay. È chiaro che la Albiceleste sta vivendo questo periodo storico come una maledizione. Non solo perché non vince la Copa América dal lontano 1993, ma anche e soprattutto perché è arrivata spesso e volentieri fino in fondo senza mai portare a casa il titolo. Per di più, agli insuccessi nelle finali continentali bisogna aggiungere la sconfitta ai Mondiali contro la Germania. Gli ultimi otto anni in particolare sono stati frustranti: la nazionale argentina non ha saputo sfruttare come avrebbe voluto ─ e dovuto ─ il crollo verticale del Brasile successivo al defilarsi della generazione dei vari Ronaldinho, Ronaldo, Rivaldo, Cafu e Roberto Carlos.

LE CHIAVI TATTICHE DELLA FINALE ─ Lo anticipiamo subito: non siamo e non saremo mai del partito del è colpa di Messi. Il Cile ha preparato la partita che ogni avversaria del fuoriclasse del Barça deve fare, se non vuole soccombere. E ciò significa non soltanto gabbia ogni qual volta che il pallone arriva sui suoi piedi, ma anche e soprattutto massima attenzione ai suoi movimenti senza palla per impedirgli di ricevere nell’ultimo quarto di campo. I giocatori di Jorge Sampaoli sono stati semplicemente perfetti e non hanno ovviamente omesso di fermare con le cattive Messi nelle situazioni in cui è riuscito a mettersi in moto. Il capitano dell’Argentina ha fatto ammonire Medel e Diaz nel primo tempo e si è potuta così notare la maturità tattica del Cile: i giocatori incaricati di creare la gabbia sono cambiati, con Vidal e Aranguiz che sono subentrati ai compagni per non rischiare di rimanere in inferiorità numerica. Messi è riuscito ad essere efficace solo nella parte finale di gara, dove la stanchezza ha regalato più spazi all’Argentina. Un contropiede da lui innescato all’ultimo secondo dei regolamentari non è stato sfruttato a dovere da Lavezzi ─ più attivo in fase di copertura che in fase di costruzione ─ e Higuain. Se si vuole imputare qualcosa a Messi, forse si può precisare che avrebbe potuto farsi vedere un po’ di più in posizione arretrata per mettersi in condizione di essere servito. Ma, va detto, le volte in cui ci ha provato non hanno aggiunto particolare dinamismo al gioco stagnante dell’Argentina.

Lavezzi, dicevamo, ha svolto il solito lavoro sporco di rientro difensivo ad ogni singola azione. Compito che non era inizialmente affidato a lui, ma a Di Maria, che oltre all’apprezzabile spirito di sacrificio è obiettivamente un giocatore di altra categoria rispetto al Pocho in fase offensiva. La sfortuna, però, si è accanita nuovamente sul giocatore del Manchester United e lo ha colpito con un infortunio al 25′: ai Mondiali, invece, fu costretto a saltare semifinale e finale. L’Argentina ha giocato una brutta partita, con un possesso sterile e una mancanza totale di collegamento tra i reparti. Ci si è affidati spesso e volentieri al lancio lungo di Romero o dei difensori, senza riuscire a tenere su palla e a creare una combinazione vincente tra i giocatori d’attacco. Quando la difesa avversaria riesce nell’intento di tenere Messi lontano dal gioco, l’impressione è che i giocatori dell’Albiceleste siano totalmente spaesati. Pastore è stato per 60 minuti il calciatore più positivo dei suoi in attacco: ha creato superiorità con costanza grazie ai suoi dribbling, ma si è spento man mano che la partita procedeva. Biglia non è stato assolutamente in grado di innescare i quattro davanti e Mascherano, perso in una fase di copertura che ha richiesto grande energia, si è limitato a servire il compagno al suo fianco e a cercare qualche sporadico cambio di gioco. Sicuramente i due elementi più in difficoltà sono parsi i terzini, Rojo e Zabaleta, sempre in ritardo sulle chiusure e quasi dannosi quando chiamati a salire.

Il Cile ha meritato il successo anche nei 120 minuti prima dei rigori. Non tanto per le occasioni create, che probabilmente si equivalgono per numero a quelle dei rivali, quanto per aver dimostrato un’organizzazione di gioco superiore e più efficace. Uno dei successi tattici di Sampaoli è stato chiaramente il trattamento riservato a Messi, ma non è solo in quella situazione che il Cile ha costretto l’Argentina sullo 0-0. I padroni di casa hanno gestito molto meglio il possesso, verticalizzando appena possibile e sfruttando ─ con le sovrapposizioni di Sanchez, Isla e Beausejour ─ gli enormi varchi che si aprivano frequentemente alle spalle di Rojo e Zabaleta. Con le combinazioni di passaggi tra elementi di grande tecnica come Vidal, Aranguiz, Valdivia e Sanchez, il Cile è stato in grado di creare trame di gioco che hanno portato più volte il pallone all’interno dell’area argentina. È mancato forse, per sbloccare la partita già nei regolamentari o nei supplementari, un po’ di peso in più in area, che poteva essere garantito da Pinilla: i frequenti cross di un ottimo Isla hanno sempre trovato la testa di Otamendi o Demichelis. È difficile, comunque, trovare un giocatore del Cile che non abbia meritato una piena sufficienza. I ragazzi di Sampaoli hanno fatto un lavoro migliore rispetto ai rivali anche nel pressing e nel recuperare palloni da giocare subito in profondità. I due migliori in campo, proprio per la capacità di primeggiare nelle due fasi, sono stati a conti fatti Aranguiz e Alexis Sanchez. L’esterno dell’Arsenal ha offerto una prestazione totale, che ha ricordato ─ per citare un argentino ─ la dedizione dimostrata da Di Maria durante la Champions League e i Mondiali nel 2014.

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IL FALLIMENTO DI MARTINO ─ La Copa América 2015 non era iniziata con i migliori auspici per l’ex allenatore del Barcelona. Messi e Di Maria erano stati colti dalle telecamere mentre si prendevano gioco delle parole dette dal Tata durante l’intervallo della sfida di apertura tra Argentina e Paraguay. La Albiceleste di Martino non ha mai dato l’impressione di solidità che questa squadra aveva appena un anno fa durante la Coppa del Mondo. E questo a causa di scelte tattiche ben precise. Sabella ai Mondiali 2014 aveva scelto di disporre di un potenziale d’attacco meno elevato, aggiungendo però quantità ad un centrocampo che riusciva anche a permettere un miglior rendimento in fase di possesso palla rispetto all’Argentina di quest’anno. Prima dell’infortunio di Aguero, occorso all’ultima giornata del girone durante lo scorso Mondiale, Sabella aveva sì schierato il Kun assieme a Messi, Higuain e Di Maria per circa 110 minuti complessivi, ma aveva optato per Gago ─ un centrocampista di maggior copertura rispetto a Biglia ─ al fianco di Mascherano. Dopo il forfait di Aguero, aveva schierato un 4-2-4 teorico con Biglia e Mascherano centrocampisti centrali, che diventava però un effettivo 4-4-2 in fase difensiva con Di Maria e Lavezzi che rientravano fino quasi alla propria area di rigore.

I due esterni, mai schierati assieme da Martino durante questa Copa América, erano stati la vera chiave dell’Argentina che arrivò a disputare la finale Mondiale: garantivano il raddoppio sulle corsie laterali ed erano in grado di convertire subito una palla recuperata in un fulminante contropiede. Sabella rese ancora più evidente quest’impostazione tattica a seguito dell’infortunio di Di Maria, quando decise di schierare Enzo Perez a destra. Martino quest’anno ha invece optato per un assetto più offensivo, ma molto meno bilanciato. In sostanza, l’Argentina in questa Copa América ha sempre puntato sul talento, con Mascherano e un regista come Biglia centrocampisti centrali dietro ad un poker iper-offensivo composto da Di Maria, Pastore, Messi e Aguero. Anche se Di Maria è un giocatore predisposto al sacrificio e può quindi risultare un’arma tattica importante su entrambe le metà campo, è chiaro che uno schieramento di questo tipo non ha favorito la coesione tra i vari reparti. Il centrocampo è sembrato abbandonato a sé stesso, quasi superfluo, sovrastato in numero dagli avversari e non in grado di risultare particolarmente incisivo in nessuna delle due fasi. In finale, infatti, l’Argentina è parsa del tutto slegata. E la presenza di Aguero da centravanti ─ anche se Higuain, quando è subentrato all’attaccante del City, non ha fatto meglio ─ ha finito per privare anche il reparto offensivo di un punto di riferimento stabile su cui appoggiarsi. Alla fine dei conti, la maledizione dell’Argentina è proseguita anche e soprattutto perché il Tata non è riuscito a creare un sistema di gioco bilanciato e funzionale. E nel calcio dell’organizzazione e della tattica, questo è un errore imperdonabile.

Gli oriundi: una questione vecchia quanto la nazionale

Il rapporto del calcio italiano con gli stranieri è da sempre complesso. Avete presente quel «troppi calciatori stranieri», buttato lì come uno slogan, ogni volta che si elencano i problemi del calcio italiano? È una storia vecchia di un secolo. No, non è un’iperbole: letteralmente. Nel 1907 la FIF chiuse le frontiere, impedendo ai giocatori stranieri di prendere parte al campionato italiano. In parallelo, si disputò per due stagioni il campionato federale, aperto ai giocatori di ogni nazionalità. La motivazione di una decisione così drastica fu quella di favorire le squadre prettamente italiane, che rispetto ai Football Clubfondati da stranieri e composti in parte dai fondatori stessi – non avevano calciatori di altre provenienze. I Football Club – Milan e Genoa in testa – erano impauriti da una simile posizione, poiché la ritenevano una base per la completa esclusione dei giocatori stranieri dal calcio su suolo italico, e decisero quindi di non prendere parte al campionato italiano. Il Milan, anzi, abbandonò anche il campionato federale per protesta. Dal 1909, la FIF decise di reinserire nei regolamenti la possibilità per ogni squadra di schierare una quota di stranieri.

La nascita della nazionale italiana di calcio risale a quel periodo: 1910. Se fino alla fine degli anni ’20 la presenza degli oriundi fu poco rilevante, una svolta avvenne con la Carta di Viareggio del 1926. Un anno prima, fu eletto Lando Ferretti come presidente del Coni. La commissione di esperti che redasse la Carta di Viareggio, voluta da Ferretti, decise tra le altre cose per il blocco totale degli stranieri nel campionato italiano a partire dal 1928. Le società italiane, che fino a quel momento accoglievano più di 80 calciatori stranieri, provenienti soprattutto dall’Austria-Ungheria, dovettero ricorrere ad un escamotage. Che non fu osteggiato dalle gerarchie fasciste, e il motivo non è difficile da comprendere. Per la funzione svolta dallo sport nella propaganda dei regimi totalitari, era importante avere una nazionale di calcio competitiva in campo internazionale. Le squadre italiane poterono quindi schierare diversi giocatori sudamericani in grado di poter dimostrare le origini italiane di un proprio avo. In questo modo, i calciatori potevano usufruire della doppia cittadinanza e risultare idonei a scendere in campo nonostante il blocco dettato dalla Carta di Viareggio.

È in questo preciso contesto storico che possiamo collocare l’inizio vero e proprio della storia degli oriundi nella nazionale italiana. Nacque in Italia una vera e propria febbre per i calciatori sudamericani: la Lazio 1931/1932 arrivò addirittura a mandare in campo nove brasiliani, tutti in possesso della cittadinanza italiana. I Mondiali del 1930 furono un’autentica vetrina, che permise ai club italiani di studiare potenziali innesti per le loro rose, nonostante l’Italia avesse optato per non prendere parte alla coppa. Cinque dei giocatori che disputarono la finale del 1930, tra Argentina e Uruguay, arrivarono poi in Italia: Ernesto Mascheroni, Héctor Scarone, Luis Monti, Guillermo Stábile e Mario Evaristo. La razzia delle nazionali sudamericane destò reazioni controverse da entrambe le parti. Da un lato le federazioni sudamericane lamentarono una simile tendenza, che impoveriva i loro campionati e di conseguenza le rappresentative che andavano a partecipare alle competizioni a loro dedicate. In ottica protezionistica, l’Argentina decise addirittura di non partecipare ai Mondiali del 1934 in Italia. Dall’altro lato anche in Italia non furono tutti entusiasti: piovvero critiche sul c.t. Pozzo, che in un’Italia-Svizzera del 1932 schierò quattro oriundi provenienti da quattro nazioni diverse (Paraguay, Uruguay, Brasile e Argentina).

Sul piano dei risultati, però, la politica di Pozzo risultò vincente. L’Italia si presentò ai Mondiali del 1934 con cinque oriundi in rosa: Luis Monti (Argentina), Enrique Guaita (Argentina), Raimundo Orsi (Argentina), Atilio Demaria (Argentina) e Amphilóquio Guarisi (Brasile). Non erano, naturalmente, chiamati con i loro reali nomi di battesimo. Meglio, vista l’epoca, parlare di Luigi o al massimo Luisito, Enrico, Raimondo, Attilio e Anfilogino. Tre di loro – Monti, Guaita e Orsi – scesero in campo nella finale di Roma, con Orsi che segnò il gol del pareggio contro la Cecoslovacchia ad appena 10 minuti dal termine della gara. Guaita, invece, aveva siglato la rete del decisivo 1-0 in semifinale contro l’Austria. In proporzioni minori, la storia continuò ai Mondiali del 1938. In quell’occasione fu un solo oriundo a vestire la maglia della nazionale azzurra: Miguel – pardon, Michele – Andriolo, colonna del centrocampo del Bologna. Le spedizioni del ’34 e del ’38 permisero all’Italia di potersi fregiare, per due volte consecutive, del titolo di campione del mondo. Anche nel secondo dopoguerra la nazionale italiana continuò ad attingere dallo sterminato serbatoio di oriundi. Vestirono la maglia azzurra fuoriclasse del calibro di Juan Alberto Schiaffino, Alcides Ghiggia, José Altafini, Humberto Maschio, Antonio Angelillo e Angelo Sormani. I disastri della nazionale, eliminata senza gloria dal Mondiale ’62 e sconfitta dalla Corea del Nord in quello del ’66, convinsero infine la Federazione a chiudere di nuovo le frontiere. E, per trovare un nuovo oriundo dopo Sormani, bisognerà attendere Camoranesi.


 

GLI ORIUNDI OGGI

Dopo questa lunga panoramica, possiamo tornare all’attualità. In queste settimane, ha fatto molto discutere la scelta di Antonio Conte di portare in nazionale gli oriundi Éder Citadin Martins e Franco Vázquez. Il primo dei due, tra l’altro, è risultato decisivo per il pareggio degli Azzurri in Bulgaria. Come già accaduto nel 1907 e nel 1932, l’opinione pubblica si è divisa. Non è una novità: avevano già destato perplessità in questi anni le chiamate di giocatori come Osvaldo, Amauri, Ledesma, Thiago Motta e Paletta. E, prima di loro, era stato messo in dubbio persino un giocatore importante come Mauro Germán Camoranesi. Forse per la mediaticità del personaggio di Conte, questa volta si è però prodotta una frattura difficile da ravvisare nelle altre convocazioni recenti degli oriundi. Alcuni tecnici di Serie A, come Roberto Mancini e Andrea Mandorlini, si sono schierati apertamente contro la scelta del commissario tecnico. Il motivo è semplice da spiegare: dal loro punto di vista convocare gli oriundi è una bocciatura per i talenti italiani, che non vengono valorizzati. Altri, come Zdenek Zeman e Vincenzo Montella, hanno invece appoggiato la decisione. Sui principali quotidiani sportivi, non si è parlato – per tutto il periodo di avvicinamento alla sfida con la Bulgaria – di altro che degli oriundi. Riaprendo una storia, come dicevamo nel titolo, vecchia quasi quanto la nazionale.

Chi non nasce in Italia e ha parenti lontani non dovrebbe giocare in nazionale. (Roberto Mancini)

Stranieri in nazionale? Sono più per gli italiani veri. Facciamo tanto per far crescere i giovani e poi convochiamo gli oriundi. (Andrea Mandorlini)

C’è una regola e quindi rispettiamola. Ora tocca agli italiani dimostrare di far meglio degli oriundi. (Zdenek Zeman)

Mi piacerebbe che la maglia della nazionale la indossassero giocatori nati in Italia, ma considerato che questo è il regolamento anch’io agirei come Conte. (Vincenzo Montella)

Conte, a difesa delle sue convocazioni, si è appellato alla presenza diffusa di oriundi in altre nazionali come la Francia. Così come Éder ha citato l’esempio della Germania. Ma la questione è più complessa di così e il rischio di fare confusione tra oriundi alla Vázquez e immigrati di seconda – o terza – generazione è alto. Matuidi ha origini angolane, i genitori di Sakho sono senegalesi, quelli di Benzema algerini, la famiglia di Moussa Sissoko arriva dal Mali. Eppure questi quattro calciatori sono tutti nati in Francia. I loro casi sono più vicini a quelli di El Shaarawy e Balotelli, piuttosto che alle situazioni di Éder e Vázquez. La selezione francese, di fatto, si presentava ai Mondiali 2014 con un solo giocatore nato all’estero: Patrice Evra. Che, per di più, è giunto in Francia con la famiglia quando aveva tre anni. E va segnalata anche la situazione di Mavuba, nato in mare mentre sua madre scappava dall’Angola verso la Francia. La Germania multietnica e campione del mondo aveva in organico solo due giocatori nati al di fuori dei confini tedeschi: Podolski e Klose, polacchi di nascita. Il primo vive in Germania dall’età di due anni. Nel secondo caso, i genitori di Klose sono di origine tedesca e si sono stabiliti in Germania nel 1986. Boateng, Özil, Mustafi e Khedira – discendenti da famiglie ghanesi, turche, albanesi e tunisine – sono nati rispettivamente a Berlino, Gelsenkirchen, Bad Hersfeld e Stoccarda.

Per cercare una diffusa rappresentanza di oriundi, bisogna guardare altrove. Nell’Algeria, per esempio. Ben 16 dei 23 convocati da Vahid Halilhodžić sono nati e cresciuti in Francia. Ma hanno origini algerine, quanto basta per vestire la maglia della nazionale nordafricana. E il discorso si potrebbe estendere ad altre ex colonie francesi, come la Tunisia e il Marocco. In sostanza, la presenza di oriundi nelle nazionali maggiori è meno diffusa di quanto si possa pensare a prima vista. La Spagna ha fatto eccezione, accogliendo nella sua rosa per i Mondiali 2014 il brasiliano Diego Costa. Questo caso, sì, è assimilabile a quello di Éder. Diego Costa è cresciuto calcisticamente in Spagna, così come Éder gioca in Italia dal 2005. Il primo, tuttavia, ha ottenuto la cittadinanza dopo aver trascorso più di cinque anni in terra iberica, mentre il secondo ha potuto usufruirne grazie alle origini italiane del bisnonno. Ma il livello dei due giocatori non è paragonabile. Diego Costa arrivava da una stagione in cui aveva condotto l’Atletico Madrid alla vittoria della Liga e alla finale di Champions. Éder, di contro, è stato fino ad ora protagonista di una annata importante, dopo stagioni in cui il suo nome non era troppo di rilievo nel nostro campionato, ma non esattamente trascendentale.

È ora opportuno trarre delle conclusioni. Pur sapendo quanto sia difficile mettere d’accordo i due schieramenti contrapposti: quello del «no agli oriundi» e quello del «ogni nazionale dovrebbe schierare la formazione migliore possibile». Il secondo punto di vista può sembrare, da un lato, una violazione di quello che dovrebbe essere lo spirito delle competizioni per le nazionali. Sul piano puramente teorico, una rappresentativa nazionale dovrebbe usufruire del meglio che offre il calcio del suo Paese e non approfittare di passaporti e seconde cittadinanze per arricchire il proprio livello tecnico. È anche vero che, per quanto riguarda il caso recente, se Éder e Vázquez hanno la cittadinanza italiana, sono a livello di regolamento arruolabili per la nazionale, come correttamente asserito da Conte. Uno dei temi dibattuti sull’argomento è quello del senso di appartenenza alla nazione per cui si scende in campo. Spesso mascherato dai media, subdolamente, dietro al cantare o meno l’inno. Ma come si può stabilire con oggettività un aspetto del genere? Alcuni oriundi scelgono una determinata nazionale per la poca probabilità di essere convocati dalla rappresentativa del loro Paese di nascita, è innegabile. Ciò non toglie che il loro impegno può risultare comunque encomiabile. Qualcuno ha mai avuto da ridire su quanto dato da Camoranesi per la maglia azzurra? Le polemiche chiaramente si fanno più rumorose laddove il livello tecnico degli oriundi convocati non sia ritenuto eccezionale. E tutti gli oriundi arrivati dopo Camoranesi – chi più, chi meno – rientrano in questa casistica.  Eppure, se la questione è impossibile da risolvere a parole, potrebbero essere proprio i gol di Éder o le invenzioni di Vázquez a distogliere l’attenzione dalle origini geografiche di questi calciatori. In fondo, nel calcio, ogni dibattito è subordinato ai risultati.

Paul Pogba: Il galletto dalle uova d’oro

“Lui è come un Van Gogh: chi lo sa quanto vale?
Dipende da quanti soldi ha in tasca chi vuol comprarlo”

Mino Raiola alla Gazzetta dello Sport parlando di Paul Pogba

Benché giovanissimo, Pogba è già uno dei giocatori più iconici e influenti di questa generazione calcistica. Tutti sanno che il campioncino della Juventus è nell’occhio del ciclone chiamato calciomercato ma la verità è che esiste una realtà, meno esposta ai riflettori, in cui il nome di Pogba è ancora più discusso: quella delle sponsorizzazioni.
Ultimamente si sta discutendo molto del fatto che il fuoriclasse francese non possegga un contratto di sponsorizzazione tecnica ufficiale ma la verità è che dietro c’è molto più di un paio di scarpini, ecco perché la sua decisione in merito potrebbe spostare gli equilibri più di quanto possa sembrare.

UNICO NEL SUO GENERE

Quando vieni riconosciuto come un talento unico e irripetibile dall’età di tredici anni, la tua vita non può essere normale. Tra trasferimenti, polemiche, traslochi, l’impatto con nuove lingue e nuove culture, la vita non è facile, ma se l’obiettivo è quello di diventare il calciatore migliore sul pianeta, sono esperienze che si mettono in preventivo. Dal Roissy-en-Brie al Torcy la strada è cortissima, da quest’ultima al Le Havre è altrettanto corta ma dalla Normandia al Manchester United il viaggio comincia ad essere lungo e impegnativo. I talenti unici sono anche i più particolari, ecco perché Pogba, dopo un solo anno in prima squadra, decide di voltare le spalle un’icona del livello di Sir Alex Ferguson e svincolarsi per poter trovare una squadra in cui giocare con costanza. Alla porta bussa la Juventus, ed è subito amore. In due anni e mezzo Paul diventa l’idolo dei tifosi, la stella di una squadra in grado di vincere due scudetti e due Supercoppe Italiane consecutive. Al tempo stesso, con la maglia della sua nazionale, vince un titolo Mondiale Under-20 e partecipa al Campionato del Mondo 2014 in Brasile vincendo anche il premio di Miglior Giovane della competizione. Come ciliegina sulla torta viene anche inserito tra i ventitre finalisti per la vittoria dell’ultimo Pallone d’Oro. Ovviamente tutti questi risultati gli permettono di far volare alle stelle il proprio valore di mercato, cosa che lo porta a firmare un prolungamento contrattuale con la Juventus dal valore di 4 milioni annui più bonus fino al 2019.

Penso sia cosa comune di ogni bar (almeno dalle mie parti è così) sentire gente più o meno anziana che commenta gli avvenimenti calcistici in modo più o meno approfondito. Bene o male si finisce sempre per sentire, nel rispettivo dialetto, la frase “che bella vita, un ragazzo così giovane che guadagna tutti questi soldi per giocare al pallone”. C’è da dire che Pogba di soldi potrebbe guadagnarne molti di più. E quando dico molti, intendo più del doppio di quello che già guadagna ora con il solo ingaggio. Pogba infatti rappresenta un caso piuttosto raro: non possiede alcuna sponsorizzazione tecnica. Nessuna tra Nike, adidas, Umbro, PUMA, Under Armour, New Balance e chi più ne ha, più ne metta lo paga per indossare il proprio materiale tecnico, cosa pressoché unica considerando la fama e il ritorno economico che un giocatore del suo livello permette di avere.

Pogba, in giovane età, aveva un contratto con Nike, cosa abbastanza comune quando si cresce nelle giovani del Manchester United, squadra che possiede il brand americano come sponsor tecnico, ma recentemente il suo contratto è scaduto e così, come fece con il Manchester, ha deciso di restare svincolato per ponderare la prossima mossa in attesa della sua prima vera firma importante con un’azienda. Anche questa, come quella di abbandonare i Red Devils, è una scelta rischiosa che praticamente nessuno avrebbe fatto.

LA NUOVA ERA DEL MERCHANDISING

Le grandi aziende hanno sempre influenzato il mondo del calcio, specie nell’immaginario di chi ha seguito questo sport a trecentosessanta gradi a cavallo tra anni novanta e anni duemila. Chi non ricorda lo spot di Nike con Maldini e Cantona mentre cercano di battere una squadra di demoni al Colosseo? E chi non ha sognato di giocare una partita come quella di Josè e del suo amico nello spot di adidas per il Mondiale 2006 (spot che si ispirava al videogame Fifa Street)? E chi non ha speso ore e ore a ricreare (ovviamente senza successo) il gol di Henry nella serie di spot Nike Joga Bonito? Nelle mie zone, per i ragazzi della mia età, questa serie di spot Nike fu così influente da dare vita a una realtà parallela in cui il tentativo di eseguire “numeri” e trick col pallone prendeva proprio il nome di Joga Bonito. Non so se i ragazzi delle mie zone fossero particolarmente influenzabili ma ricordo vivamente che quando ci si sfidava 2 vs 2 o 3 vs 3 senza le rimesse laterali e di fondo si diceva direttamente che si stava giocando “alla gabbia”, quella dello spot Nike del 2002.

Ora che è chiaro quanto gli spot influiscano sulla cultura popolare, la decisione di Pogba prende ancora più importanza, specialmente considerando che siamo nell’era d’oro del merchandising e degli scarpini. Mai come in questo periodo i brand si sono impegnati a realizzare sempre nuovi modelli e colorazioni oltre ad addentrarsi nel mondo delle collaborazioni con altre aziende e nella creazione delle cosiddette PE (Player’s Edition), ovvero modelli realizzati appositamente per alcuni giocatori con colorazioni e dettagli esclusivi. Questa delle PE è una realtà da anni comune nel basket ma non altrettanto nel calcio. Inoltre l’era del web 2.0 ha portato alla nascita di innumerevoli siti dedicati esclusivamente al mondo degli scarpini.

Nike ad esempio si è  dimostrata all’avanguardia per l’uso di materiali innovativi e si è anche addentrata nel mondo delle PE con le Nike Mercurial SuperFly nell’edizione di Cristiano Ronaldo e nelle Nike Hypervenom “Liquid Diamond”, create appositamente per Neymar.

Gli altri brand non stanno a guardare. PUMA ad esempio si è creata un nome con scelte particolari e interessanti, specialmente quando riguardano Mario Balotelli, uno dei loro uomini di punta. L’azienda tedesca ha infatti creato una linea relativa al calcio insieme a BAPE (A Bathing Ape), il famosissimo ed esclusivo marchio giapponese di streetwear che vede proprio Balotelli come testimonial principale. A Mario sono state dedicate anche diverse PE tra cui la stupenda PUMA evoPOWER “Stampa”, una scarpa caratterizzata dall’insieme dei provocatori titoli di giornale che coinvolgono proprio Super Mario, sfoggiata per la prima volta nel derby d’andata della stagione 2013/14 tra Milan e Inter all’interno della campagna “Why Always PUMA”, motto che ricalca il celebre “Why Always Me” di Mario. Un’azione di marketing per annunciare in grande stile il passaggio di Super Mario da Nike al marchio tedesco.

Sarebbe troppo facile parlare di uno scontro dicotomico tra Nike e PUMA ma la verità è che nemmeno adidas si è tirata indietro, anzi probabilmente è il marchio che più di tutti sta pensando in grande. L’azienda tedesca delle Three Stripes, storicamente rivale di PUMA, ha infatti creato la sua seconda scarpa di sempre interamente concepita per un singolo giocatore di cui prende anche il nome: la F50 Messi FG (la prima di sempre fu una scarpa derivata dalla adidas Predator dedicata a David Beckham). Di questa scarpa abbiamo visto una grande quantità di colorazioni esclusive quali una appositamente per il Mondiale, una per il compleanno della Pulce fino ad arrivare alla più recente The Messi 10.1, scarpino i cui colori riprendono quelli della città di Rosario, terra natia del fenomeno del Barcellona.
Per dimostrare quanto adidas punti forte sul 2015, basti sapere che ha “derubato” Nike di tre dei suoi principali designers: Marc Dolce, Mark Miner e Denis Dekovic. Quest’ultimo è l’uomo che più ci interessa dato che è colui che si cela dietro la gran parte dei prodotti calcistici di Nike, comprese le Nike Magista e le Nike Mercurial SuperFly, attuali pezzi pregiati dello Swoosh. La situazione però è decisamente tesa dato che Nike avrebbe denunciato Dekovic, Dolce e Miner (ma principalmente il primo) per danni alla propria immagine per oltre dieci milioni di dollari. La causa: la creazione di un centro di design adidas a Brooklyn a nome dei tre fenomeni appena trasferitisi al brand tedesco. Ma questa è un’altra storia.

CONTRATTI E MODELLI SENZA MARCHIO

In un mondo che si fa sempre più grande, importante e di conseguenza legato a cifre sempre più importanti, importante è cercare di capire perché giocatori come Pogba possano ritrovarsi senza una sponsorizzazione.
La questione principale è la seguente: siamo nella stagione successiva al Mondiale. Praticamente ogni azienda vuole fare in modo che il proprio giocatore sfoggi i propri modelli nelle grandi competizioni internazionali, ecco perché di solito un contratto con un grande brand è solito concludersi al termine della Coppa del Mondo o della propria competizione continentale. Questo sistema è ottimo sia per i marchi così come per i giocatori dato che le prestazioni in queste competizioni sono solite cambiare completamente il valore economico di un singolo. Basti pensare all’ultima Coppa del Mondo e alle prestazioni di James Rodriguez che gli hanno consentito di arrivare al Real Madrid per una cifra astronomica così come di diventare uno dei nuovi volti principali di adidas. Al contrario le brutte prestazioni in Brasile di Pepe e la sua espulsione contro la Germania hanno convinto Nike a non rinnovare il suo contratto facendolo così firmare con Umbro.
Talvolta i giocatori sono invece soliti utilizzare modelli totalmente neri o dei custom (modelli stilisticamente modificati da artisti esterni, solitamente per renderli poco riconoscibili) semplicemente perché si trovano in mezzo a una trattativa contrattuale tra un brand e un altro, come fece ad esempio Mesut Ozil. Altri ancora approfittano di questa situazione per intraprendere un nuovo progetto, come Zlatan Ibrahimovic. La stella del PSG si trova a metà tra Nike e adidas per via di una gestione turbolenta del rinnovo contrattuale con Nike e, di conseguenza, dopo un periodo in cui ha indossato diversi modelli in base al gusto personale, ha approfittato dell’uso dei modelli senza marchio per lanciare la campagna 805 Million Names, il nuovo progetto umanitario del World Food Programme che ha proprio Ibra come testimonial. In questo progetto Ibra non fa altro che indossare una scarpa monocolore, priva di marchio, decorata solamente dal logo della campagna.
Se però in allenamento vedete giocatori dichiaratamente simbolo di alcune aziende usare scarpini totalmente neri e senza marchio non vuol dire sempre che si siano distaccati dal proprio sponsor, anzi il più delle volte stanno utilizzando dei prototipi di modelli che al momento sono in via di miglioramento e progettazione.

UOMO IMMAGINE

Detto questo, non è difficile capire perché la decisone di una figura influente come quella di Pogba possa fare la differenza. Ma c’è dell’altro.
Pogba non è solo un simbolo in Italia, in Francia e in Europa in generale ma perfino in Guinea, il paese originario della sua famiglia. Il numero 6 juventino non ha mai scordato le sue radici, i suoi fratelli Florentin e Mathias infatti giocano nella nazionale della Guinea e Paul è solito guardare le partite dei Syli Nationale per sostenere i fratelli, nei momenti belli come in quelli difficili. Tempo fa, durante la Coppa d’Africa, ha mandato diversi messaggi di incoraggiamento alla Nazionale in vista dell’importante sfida contro il Mali (pareggiata 1-1, risultato che ha permesso alla Guinea di passare il turno mediante il sorteggio) e al fratello Florentin, infortunato. Il capitano della Guinea, Kamil Zayatte, ha detto che Paul Pogba è solito parlare con la squadra che, a sua volta, lo prende come modello da seguire. Chi, come il sottoscritto, ha avuto la fortuna di passare un lungo periodo in qualche paese del centro Africa, a stretto contatto con i ragazzi del posto, sa quanto un calciatore famoso possa influenzare le ambizioni della gente locale. I brand certe cose non le sottovalutano.

Il centrocampista juventino è anche un’icona francese ma non solo per le abilità calcistiche quanto per le connessioni con la cultura hip-hop nazionale, specialmente dal punto di vista del rap. Non è segreta la sua vicinanza con alcuni rapper appartenenti all’etichetta Wati-B, il collettivo che comprende gran parte dei principali rapper e gruppi di rapper quali Dry, Sexion d’Assaut e The Shin Sekai. Black M, uno dei leader della Sexion d’Assaut, ha anche nominato Pogba per l’Ice Bucket Challenge. Questa sua vicinanza con alcuni dei più famosi rappers parigini non è da sottovalutare in quanto non solo diffonde il suo nome tra gli innumerevoli fan di questi artisti ma perché la Wati-B, anche linea di abbigliamento, è molto legata al mondo del calcio e dello sport in generale. Wati-B è stata per più di un anno sponsor del Nanterre, squadra di basket di Eurolega, e dal 2012 è uno degli sponsor principali di squadre di Ligue 1 quali Montpellier e Caen. Dawala, capo e fondatore di Wati-B, ha anche fondato l’AS Wati-B, una squadra in Mali, ed è da poco diventato presidente del Bobigny, squadra dei sobborghi parigini militante nella Division d’Honneur, la sesta divisione francese. Questa enorme rete di connessioni tra sport e rap ricopre una gigantesca importanza. La musica può arrivare dove le reti televisive che trasmettono i campionati come la Serie A e la Champions League spesso non arrivano, come ad esempio in Africa, o in generale può trasmettere il nome di Pogba ai ragazzi francofoni (inizialmente) poco interessati al meraviglioso giuoco del calcio.
Ho solo perso tempo. Basta vedere il video “Qataris” di Black M per capire l’influenza di Wati-B sul pubblico e il rapporto che la scena rap parigina ha col calcio.

L’ennesimo motivo per cui è stato uno dei giocatori scelti per la campagna pre-Mondiale dei Poupluches: la versione peluche dei giocatori più rappresentativi della nazionale francese. Il sosia morbido e coccoloso di Pogba ha tanto da essere l’unico pupazzo a non essere mai stato messo in saldo pur riuscendo a vendere più degli altri.

MESSI + ROONEY + NEYMAR = POGBA

Cercare di capire per quale azienda firmerà Pogba è impossibile. L’unico modo per saperlo è essere Mino Raiola o Pogba. La situazione è quantomeno contorta. Si vocifera di almeno cinque aziende coinvolte nella ricerca di Pogba: Nike, adidas, PUMA, Umbro e New Balance. Si dice che, indipendentemente dall’azienda con cui firmerà la stella della Juve, l’accordo si aggirerà intorno ai 5 milioni annui più bonus, impressionante cifra che inserirà il suo contratto di sponsorizzazione tecnica tra i sei più remunerativi al mondo. Un bottino che equivale alla somma dei contratti di sponsorizzazione di Messi, Neymar e Rooney.
Ogni azienda ha diversi motivi per andare all in sull’ex United, ragioni che vanno analizzate.

Prima a bussare alla porta di Raiola sarà ovviamente Nike che fino all’anno scorso è stato lo sponsor tecnico del talento francese. La volontà di Nike è ovviamente quella di assicurarsi l’ennesimo fenomeno giovane e carismatico da  affiancare a stelle del livello di Hazard e Neymar nei prossimi spot. L’incentivo di Nike sarebbe quello di avere sotto lo stesso marchio sia la Nazionale Francese che la stella della squadra stessa, elemento importantissimo per le campagne pubblicitarie d’oltralpe dal momento che i giocatori di riferimento quali Benzema e Griezmann non fanno parte del marchio dello Swoosh.

Sempre inserita nella bagarre è adidas. Il brand tedesco può puntare su molti jolly tra cui la presenza dei designer autori dei modelli che Pogba maggiormente utilizza (Nike Magista) e una nuova linea imprenditoriale molto aggressiva in ambito calcistico, come testimonia l’ultima campagna pubblicitaria “#ThereWillBeHaters”. L’home run che adidas spera di battere nel suo turno in battuta consisterebbe nell’avere sotto contratto sia Pogba che la Juventus. Dalla stagione 2015/16 la Juve, conclusosi l’accordi di 148.2 milioni in 12 anni con Nike, passerà ad adidas con un accordo da 139.5 milioni in 6 anni. In matematica sono sempre stato scarso ma non ci vuole molto per capire che il nuovo accordo frutterà alla Juve quasi 11 milioni annui in più rispetto all’accordo con Nike. Praticamente il doppio.
L’avere sotto contratto sia la Juventus che la sua stella permetterebbe al marchio tedesco di portare avanti una campagna pubblicitaria pressoché perfetta, un’azione fondamentale per cercare di aumentare il numero di maglie bianconere vendute. Al momento infatti quelle juventine sono all’ottava posizione tra le divise da gioco più vendute al mondo, le più vendute se invece consideriamo solo le squadre italiane.

E’ storicamente noto che dove c’è adidas c’è anche PUMA a dare battaglia. Il marchio teutonico è alla ricerca del nuovo grande nome da affiancare a Balotelli, Aguero, Fabregas e Falcao per lanciare le proprie iniziative. Sarebbe importante l’arrivo di un giocatore di origine africana dato che PUMA è sempre stato il marchio più attento al calcio africano: il gran numero di nazionali sponsorizzate PUMA lo dimostra, così come anche tutte le campagne basate su Eto’o e la nazionale camerunense. Voci recenti parlano di una possibile scissione tra Eto’o e PUMA, ecco perché sarebbe fondamentale un giocatore con forti influenze in Africa.
Rischia di passare sottotraccia la presenza dell’agente Mino Raiola. Mentre Ibrahimovic continua a non figurare tra i giocatori più pagati dagli sponsor (e a litigare con Nike e adidas, come detto), Balotelli, altro protetto di Raiola, da quando ha firmato con PUMA è entrato tra i tre giocatori più pagati al mondo da uno sponsor tecnico grazie ai suoi 7 milioni annui. Sembra che Raiola sappia come trattare col marchio tedesco.

La situazione più interessante di tutte è quella di New Balance. Fino a quest’anno il marchio della NB non esisteva nel mondo del calcio, panorama in cui era presente sotto il nome di Warrior Sports. New Balance si è accorta di essere un nome più prestigioso della collega americana acquistata nel 2004 e di conseguenza ha deciso di produrre il materiale calcistico sotto il proprio nome dalla prossima stagione. Una scuderia che include squadre come Liverpool, Porto, Siviglia, Stoke City e Celtic oltre a giocatori come Nasri, Kompany, Ramsey, Negredo, Fellaini, Januzaj, Cahill e Fernando. Un gruppetto mica da ridere a cui potrebbe unirsi Pogba, l’ennesimo ex Manchester di questa lista.

Last but not least è Umbro. Dopo essere stata aggregata a Nike nel 2007, Umbro è stata rilevata dal gigante americano Iconix Brand Group nel 2012, tornando così indipendente. Ora Umbro punta ad attaccare qualche figurina sul proprio album. Precedentemente infatti il roster di Umbro era ben nutrito ma, poco prima della vendita da parte di Nike a Iconix, molti calciatori promettenti come Kyle Walker e Jordan Henderson sono migrati nelle scuderie dello Swoosh. Oggettivamente un marchio che punta a essere un’autorità nel mondo del calcio non può puntare su Pepe come principali testimonial. Non a caso Umbro ha deciso di lanciare il suo ultimo spot senza la presenza di giocatori professionisti dedicandosi a noi comuni mortali come recita lo slogan #GloryForAll.

Riprendendo le citazioni di Raiola, non saprei dire se Pogba è come un’opera di Van Gogh o di Salvador Dalì, la cosa certa è che Paul è sempre stato una mosca bianca, un’esemplare unico, sia per come gioca in campo così come per le scelte compiute al suo esterno. Ovviamente il mondo delle sponsorizzazioni non fa eccezioni. Non resta che aspettare per scoprire a quale marchio faranno riferimento, tra qualche anno, i ragazzini nelle loro tipiche frasi del tipo: “Prova a fare quel numero che faceva Pogba nello spot, quello di Nike/adidas/PUMA/New Balance/Umbro”.

Cuore d’Africa

INTRO – E’ difficile iniziare un racconto su un ragazzo del 1989, che sembra, sin dall’età di vent’anni, un uomo vissuto. La maturità in questione, non può essere solo frutto di un’educazione di qualità, che ovviamente fa la sua parte; ha qualcosa di più impercettibile, difficile da captare. Nonostante il termine sia oramai caduto in disgrazia, e se ne capisce anche il perchè, il talento principale di Andrè Ayew, lo definirei, “una dote di natura”.

La nostra storia non inizia da Seclin, una quindicina di kilometri da Lille, dove Andrè nasce. Il figlio di Maha Ayew e di suo marito Abedì, con il nord della Francia ha poco a che fare. Il padre, infattì, si è trasferito lì semplicemente per lavoro, quello di calciatore. Dopo aver disputato una buona metà di stagione con il Mulhouse FC nel 1987/1988, Abedì Ayew, si trasferisce al Marsiglia, dove in un anno e mezzo, gioca solo 9 partite, troppo poco, per chi di calcio vuol vivere. Quella dell’Olympique Marseille non è una piazza in cui un ventitreenne ghanese possa imporsi rapidamente. Papìn, Cantona, Francescoli, Tigana, Deschamps, Waddle, sono alcuni dei nomi su cui la squadra di Bernard Tapie, parlamentare e ministro per il Partito Socialista Francese, ex proprietario di Adidas e dell’OM, aveva puntato per rompere un digiuno di coppe che durava da 17 anni. Ayew Senior, sa di non avere ancora chance di giocare in una rosa così competitiva, e che la gloria può ancora attendere; accetta così un trasferimento in una squadra di seconda fascia, e, pur disputando un’ottima annata, deve inghiottire due bocconi amari, causatigli dall’OM, due volte campione di Francia, prima nell’88/89, con bis nell’anno successivo; nonostante questo, la scelta operata al tempo, ovvero quella di andare al Lille, paga i suoi dividendi, nel giro di sole due annatte, rendendo Abedì Ayew uno degli attaccanti più desiderati di tutta la Francia.

MARSIGLIA – Nel 1990-1991 avviene il grande ritorno. Inizia la storia che trasformerà Abedì Ayew in Abedì Pelè, nomignolo che fece suo in realtà ben otto anni prima, quando appena diciassettenne, nel 1982, vinse la Coppa d’Africa per il Ghana, ma che venne esportato in Europa dopo i suoi grandi successi a Marsiglia; Coppa d’Africa e Marsiglia, sono questi stessi luoghi che formeranno il carattere e la carriera del figlio di Abedì Pelè, Andrè, che all’epoca del ritorno del padre nel sud della Francia, aveva appena un anno. Due luoghi e due squadre, tanto suggestivi quanto maledetti. Marsiglia per certi punti di vista, ancor più del vero amore di Ayew jr., il Ghana. Il capoluogo della regione Provenza-Costa Azzurra è da sempre un polo multietnico d’Europa, aspetto che da positivo, negli anni migliori dell’integrazione, si sta rapidamente trasformando in profondamente negativo, essendo ormai la nazione francese lacerata da conflitti sociali, che non deflagrano solamente nella follia islamista, come nel caso più recente del massacro dei fratelli Kouachi nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, ma che, ancor più gravemente, si riverberano nella quotidianità di una delle città tra le più violente d’Europa. La nostra storia inizia da qui. E’ il 26 Maggio del 1993. I pentacampioni del Marsiglia (sarebbero diventati “tetra-campioni” vista la revoca e la retrocessione per illecito sportivo, sono una realtà irresistibile in Europa, e Abedì Pelè, si è imposto come uno dei giocatori più forti della compagine. L’OM sfida per la seconda volta in tre anni il Milan dei campioni. La prima volta nel 1991, Quarti di Finale di Champions, accadde il putiferio, con Galliani che ritirò i suoi giocatori dal campo, vista l’illuminazione difettosa del Velodrome, che a suo dire stava impedendo la corretta realizzazione della partita. Risultato? 3-0 a tavolino per l’OM. Nel ’93, però, si gioca per qualcosa di più grande di una semifinale, si gioca per la coppa. Inutile cercare di spiegare a parole mie il clima della finale, visti i precedenti, vista la sfida tra due personalità tanto importanti quanto controverse per calcio e politica come Tapie, socialista, vincente e spesso fuori da ogni parametro di legalità, e Berlusconi, di tradizione politica diversa, che aveva rottamato la prima Repubblica grazie anche ai suoi successi come presidente di una delle squadre più forti della storia del calcio mondiale, anche lui non esente da beghe legali piuttosto note ai più. Come potete vedere dai tanti rimandi, c’è materiale per scrivere un libro, e non finisce qui, dato che Eydelie, centrocampista centrale di quell’OM tanti anni dopo dichiarò la sua verità, che alimentò la leggenda nera di una squadra tanto forte quanto “illecita”, sostenendo di aver utilizzato sostanze proibite per prepararsi alla finale del 1993. L’importante per noi, però, è che al 43′ del primo tempo, Abedì Ayew Pelè, va a battere un calcio d’angolo, pennellando di mancina per Basile Bolì, che realizza, e fa vincere la prima e unica Champions League ad una squadra francese. Grazie anche a questo assist, la leggenda del Pelè africano, in Francia come in patria, diventa immortale, perchè grazie all’annata fenomenale del 1993, l’ultima del trienno magico al Marsiglia, conquista il terzo Pallone d’Oro Africano consecutivo, risultato mai raggiunto prima di allora (Weah lo eguagliò, Eto’o riuscì a superare entrambi) da nessun giocatore.

EREDITA’ – Dopo un paio di stagioni in Italia, al Torino, in cui realizza la sua ultima stagione in doppia cifra per reti segnate in Europa (32 partite, 10 gol) e poi Germania, Monaco 1860 ed Emirati, nell’Al Ain, la carriera di Abedì Ayew termina, con il prestigioso inserimento, da parte del Pelè originale, nel FIFA 100, la classifica stilata da O’ Rei in cui sono stati inseriti i cento migliori giocatori della storia del calcio mondiale. La decisione di tornare in Ghana, non è scontata, ma Abedì decide di percorrerla, permettendo così ai propri figli, di vivere, di respirare l’Africa, scelta che, come vedremo, avrà risvolti fondamentali nella vita di Andrè Ayew. Il figlio di Maha e Abedì inizia a giocare nel Nania FC, club della capitale ghanese, Accra, di cui i genitori sono fondatori, co-proprietari, nonché dirigentii. A 14 anni si allena con la prima squadra, e disputa stabilmente tornei per giocatori under-19. Questo non gli vale comunque lo status di prospetto per il calcio europeo, ed il suo ingresso nelle giovani del Marsiglia, la squadra dei successi del padre, avviene tramite il più classico dei provini, nei quali la percentuale dei giocatori scartati è pressochè vicina al 99%. E’ il 2005, e Dede, soprannome con cui viene chiamato in patria, non ancora sedicenne, riesce ad entrare nel club dei suoi sogni, grazie alle doti fisiche totalmente fuori dal comune di cui è dotato, ad un piede mancino tanto potente quando aggraziato e ad una personalità molto spiccata per essere così giovane. La settimana che cambierà per sempre la vita del centrocampsita del Marsiglia, inizia però due anni dopo il provino. Fresco di preparazione con la prima squadra del Marsiglia, il diciassettenne Andrè Ayew, esordisce in Ligue 1, il 15 Agosto contro il Valenciennes; non contento di aver raggiunto un risultato così prestigioso, Ayew, vede risolversi la diatriba della sua doppia nazionalità, grazie alla convocazione per l’amichevole contro il Senegal, da parte della nazione del suo cuore, il Ghana. I due passaporti, hanno permesso al giovane calciatore, di scegliere quale trafila tra le giovanili compiere, ed Ayew, pur scegliendo la Francia, dichiarò pubblicamente di sognare di giocare per le Black Stars, squadra per la quale il padre aveva militato e vinto. Nonostante l’iniziale incongruenza tra dichiarazioni e fatti, Ayew ha fattivamente dimostrato di voler giocare per il Ghana, rifiutando più convocazioni per la Francia Under-21, arrivando a pregare il CT, Claude Le Roy di convocarlo, in quanto rifiutare ancora una volta i Bleus sarebbe stato controproducente per la sua popolarità nella nazione in cui si apprestava a diventare professionista. Il 21 di Agosto 2007, contro il Senegal, il minorenne Ayew, debutta con la maglia delle Stelle Nere africane, iniziando così una storia d’amore, tra le più intense del calcio moderno. Nonostante le poche presenze nell’OM, a Gennaio Le Roy decide di portarlo nella prima delle tante coppe d’Africa disputate dalla venticinquenne ala, l’unica giocata in Ghana. Solo una presenza per Ayew, qualche minuto contro la Guinea, in una squadra caratterizzata dal miglior Essien di sempre, che a centrocampo formava con Muntari una diga impenetrabile, che trascinò fino alla semifinale le Black Stars, che si piazzarono alla fine terze nella competizione casalinga.

2009 – All’inizio della stagione successiva Andrew Ayew cattura l’attenzione di un guru del calcio francese come Christian Gourcuff, padre di Yoann, alla quinta stagione da allenatore del Lorient, in Ligue 1. Il Marsiglia ha tutti i vantaggi nel far esprimere il suo talento fuori di casa, valutate anche le ambizioni da titolo molto pressanti dei tifosi dell’OM, non coincidenti, con la crescita di un giocatore di appena 19 anni. Nel Settembre del 2008 arriva la prima rete tra i professionisti di Ayew; la sua annata nel club della costa ovest della Francia prosegue tra alti e bassi fisiologici, dovuti anche alla convocazione per la Coppa d’Africa. Il segno lasciato dall’ala del Marsiglia non è affatto indelebile; le due esperienze che caratterizzeranno la sua ascesa a livello di popolarità in patria, sono altre. Dede Ayew partecipa ad inizio 2009 alla Coppa D’Africa Under 20, vincendola da capitano, bissando clamorosamente con il trionfo nel Mondiale Under-20 del Settembre successivo. Ancora in qualità di capitano, trascina insieme a Dominic Adiyiah, giocatore senza dubbio di basso profilo, ma che ritroveremo ancora nella storia dell’ascesa di Ayew, il Ghana in un girone durissimo, in cui figuravano l’Uruguay di Lodeiro, Abel Hernandez, Tabarè Viudez, Gaston Ramirez, Sebastian Coates, e chi più ne ha più ne metta e l’Inghilterra di Tchuimeni-Nimely, Ben Mee, Martin Kelly e Gavin Hoyte, squadra non talentuosissima, ma dalla difesa di grande spessore, almeno sulla carta. Dagli ottavi in poi, è un ascesa continua grazie agli scontri contro le deboli Sudafrica e Ungheria, e alla vittoria al cardiopalma contro la pericolosa Corea Del Sud. La finale è contro il Brasle di Paulo Henrique Ganso, Rafael Toloi, visto a Roma, Alex Texeira e Douglas Costa, le due ali titolari dello Shaktar di Donetsk. La partita, ruvida, bloccata sullo 0 a 0, è la più classica delle finali, in cui è la paura a farla da padrona. Il Ghana arriva ai calci di rigore contro la corazzata brasiliana, e a serrare le fila, ci pensa ovviamente il capitano, Dede, che con il primo rigore batte Rafael, attuale portiere del Napoli, indirizzando i suoi verso un’insperata vittoria. I rigori li segnano le stelle di quella squadra ghanese, Inkoom, Adiyiah e Badu, portando a casa un successo storico per una squadra africana, il primo. Egitto 2009, segna uno spartiacque nella carriera di Andrè Ayew.

NANIA FC – E’ fondamentale non sottovalutare l’importanza dei successi patrii di Ayew, benchè ottenuti con la nazionale giovanile. Dal 2007 in poi, infatti, la famiglia di Abedì Pelè ha vissuto, molto più in Ghana che nel mondo calcistico rappresentato dalla FIFA, una perdita di credibilità enorme, a causa di uno degli scandali calcistici più alla luce del sole mai commessi. Il Nania FC, squadra di Maha Ayew e Abedì Pelè, nonché società in cui il nostro Andrè ha esordito, è stato condannato dalla FA ghanese per aver truccato una partita, con il fine di ottenere la prima e storica promozione nella Premier League nazionale. Pelè, e la moglie Maha, fondatori e proprietari del club nato alla fine degli anni ’90, sono stati sospesi, il primo per un anno, la seconda, per sempre “from football”, dal calcio. Nonostante gli appelli della famiglia Ayew, il Nania è retrocesso nella corrispettiva Lega Pro ghanese, ed è francamente facile immaginare il motivo di una pena tanto severa. Il Nania, affrontava l’Okwawu United, nell’incontro, come detto, valevole per la promozione. Dopo aver chiuso il primo tempo sull’1-0, e aver sentito che nel campo dell’altra squadra in lotta per la Premier, i Great Mariners, accadevano cose strane, il Nania si è “scatenato”, realizzando la bellezza di 30 (!) gol nei successivi 45 minuti, chiudendo l’incontro sul 31-0, beffando così i Mariners, che avevano sconfitto solo di misura i loro avversari.
Il polverone alzatosi ha costretto la FA ghanese ad applicare pene commisurate alla gravità dell’accaduto, creando un certo sgomento ad una nazione che associava alla famiglia Ayew la faccia migliore del proprio calcio; il sentimento di ribrezzo e delusione, ma anche di rispetto nei confronti degli Ayew è ben rappresentato da questo articolo, scritto in un inglese quantomeno particolare, che fa capire quanto l’evento sia stato percepito dai ghanesi.

2010 – Dopo essersi messo alle spalle un 2009 glorioso, quello dei mondiali africani è uno dei periodi più intensi per quanto riguarda l’impiego in nazionale maggiore dell’ala dell’OM. Ayew collezionerà alla fine dell’anno solare ben 17 gare, realizzando 2 reti, tra Coppa D’Africa, le qualificazioni per la successiva competizione continentale, quella del 2012, (non è una mania africana quella di disputare ogni biennio la rassegna continentale. La FIFA ha obbligato la CAF a conformare il numero di tornei, al fine di pareggiare quello delle altre federazioni mondiali, cosìcchè siano state disputate lo stesso numero di Coppe D’Africa, Europei, Coppe Sudamericane, Oceaniche, ecc.; il perchè? Francamente non so rispondere) e i Mondiali sudafricani, alla fine della stagione con il suo nuovo club.
Si, perchè Ayew viene nuovamente spedito in prestito per farsi le ossa, stavolta nella seconda lega francese , all’Arles-Avignon, in cui, pur prendendosi il ruolo di leader, incide poco, un unicum nella sua carriera. L’Arles, però non è l’obiettivo principale di Ayew, che vede in questa tappa, solo un’occasione per giocare il più possibile in vista delle competizioni internazionali da disputare con il Ghana. La stagione, come detto in precedenza, è interrotta dalla Coppa d’Africa, la prima da protagonista per le Black Stars. La corsa ghanese in Angola è fenomenale, come dimostrano il girone passato nonostante la presenza di Togo e Costa d’Avorio, e la vittoria sulla sempre temibile Nigeria alle semifinale. La squadra ha le caratteristiche adatte per far risaltare le qualità di Ayew, sia dal punto di vista tecnico, che da quello caratteriale. Il gioco molto propositivo è perfetto per l’ala, che può sfruttare i molteplici palloni che vengono giostrati dal centrocampo delle Black Stars, arrivando con continuità sul fondo per poter regalare assist con cross velenosi scagliati dal proprio mancino. Dal punto di vita della personalità, invece la selezione, è piuttosto carente, cosa che aiuta Ayew, uno dei giocatori più vocali che io abbia mai visto, a spiccare per le proprie doti di leadership. Proprio per questo motivo, la sconfitta patita in finale, contro L’Egitto è bruciante, e non solo perchè causata da un gol di Geddo allo scadere. Sarà la prima occasione in cui Ayew vedrà sfumare sul filo di lana le chance di un trionfo per la propria nazione.
Quella dei Mondiali 2010, è la più paradigmatica delle delusioni patite in carriera dal figlio di Abedì Pelè, tanto dolorosa perchè preceduta da memorabili partite, che rendono le Black Stars una delle squadre più forti degli ultimi cinque anni di calcio internazionale, ma anche la più formidabile delle incompiute. Il girone del 2010 può spiegare chiaramente cos’è stato il Ghana dell’ultimo quinquennio; vittoria sofferta contro la Serbia, in una gara dominata dalle Black Stars, ma sbloccata solo nel finale grazie ad un rigore di Gyan. Le parole dominare e Ghana si sposano perfettamente, vista la qualità del centrocampo di quell’edizione dei giallorossoverdi. L’affidabile Annan del Rosenborg nel ruolo di frangiflutti davanti alla difesa; come mezzala sinistra Kwadwo Asamoah, a destra un Kevin Prince-Boateng tirato a lucido come mai prima (né dopo) in carriera, chiamati tanto ad offendere che a difendere, con una qualità senza pari per qualsiasi coppia di centrocampisti nell’intero torneo. Sulle fasce, Price Tagoe, e Ayew, che a soli 21 anni era già un titolare inamovibile in una rassegna mondiale. La doppia fase di Ayew nel Mondiale è stata semplicemente impeccabile, garantendo attacco e difesa, ma soprattutto sovrannumero in mezzo al campo per favorire il possesso palla in salsa europea di cui le Black Stars si avvalsero durante tutto il torneo. Il problema è che vincere dominando, al Ghana, riesce molto poco spesso. La seconda partita è infatti un pareggio contro l’Australia di Brett Holman. Altri 90 minuti di qualità per i ghanesi, e per Ayew, che si conferma, dopo la gara di apertura, uno dei giocatori più interessanti del torneo, ma risultato francamente deludente per una squadra che ha tirato 22 volte contro le 8 degli avversari. La terza gara contro la Germania, persa ingiustamente, è stata la prima dimostrazione di come i ghanesi fossero una reale minaccia per i tedeschi; nonostante la vittoria timbrata Ozil, la partita si svolse in una parità tecnica che rivedremo quattro anni dopo, nel girone di Brasile 2014, nell’unico incontro in cui i futuri campioni del mondo andranno in svantaggio nella loro corsa al titolo. La partita paradossalmente meno meritata è rappresentata dagli ottavi di finale contro gli USA (che si vendicheranno nel 2014) in cui grazie ad un gol all’inizio dei supplementari, Gyan assistito da un indiavolato Ayew, le Black Stars ottennero la qualificazione e la sfida ai quarti contro l’Uruguay di Forlan La notizia, però, è che l’uomo della partita, per tutti, e stavolta anche per la FIFA, Andrè Ayew, non sarebbe stato della partita, in quanto diffiidato e poi ammonito durante l’incontro, per un fallo realizzato con la solita generosità e dedizione alla causa della squadra, nel secondo tempo di gioco.

SUCCESSI E SCONFITTE – Impossibile essere lucidi nella descrizione di Uruguay-Ghana, quindi meglio farla breve. Una premessa è, però, d’obbligo; se il Ghana avesse vinto sarebbe stata la prima squadra africana ad ottenere il pass per le semifinali di un Mondiale. Il vantaggio di Muntari, a fine primo tempo, sembrò essere il preludio di una storica vittoria della squadra africana. Ma Forlan prima, e Suarez poi, con il suo colpo di mano sulla riga di porta per frustrare il colpo di testa di Kenneth Adiayah, il bomber del Mondiale Under-20 vinto da Ayew impedirono alle Black Stars, punite dal rigore sbagliato di Gyan nei tempi supplementari, di raggiungere un risultato storico.
Sembra strano, ma da questo fallimento è nata la carriera dell’Ayew che oggi conosciamo, a partire dalla prima conferma di far parte, in pianta stabile, della rosa del Marsiglia. Da quel momento in poi, l’esplosione tecnica e di personalità di Ayew, ha avuto un’accelerazione semplicemente incredibile, considerando l’età del giocatore. Gli undici gol realizzati nella prima annata con l’OM, lo hanno lanciato nel panorama calcistico europeo con prepotenza; le dichiarazioni mai banali, in cui Ayew sostenne sempre di voler superare il padre, e la coppia formata con il fratello minore Jordan, legati non solo in campo, ma anche nel culto religioso, in quanto entrambi di religione musulmana hanno reso Ayew un personaggio carismatico, in Francia quanto in patria, tanto che le bizze di Boateng, il declino di Muntari e quello, a livello di club, di Gyan, sono stati visti come il preludio per l’ascesa di Ayew al ruolo di leader della nazionale di calcio delle stelle nere. Niente di più vero, viste le prestazioni da leader nella coppa d’Africa del 2012, in cui Ayew, oltre a timbrare il gol della qualificazione alle semifinali, ha potuto indossare per la prima volta, in una selezione molto cambiata rispetto al 2012 (Badu, Kwarsey, Atsu, Wakaso, alcuni dei nomi nuovi delle Black Stars), la fascia da capitano delle Black Stars. Ancora una volta, però, l’insuccesso colpisce il figlio di Abedì Pelè nel momento in cui sembra andare tutto per il verso giusto.
La Coppa d’Africa 2012 si rivela un buco nell’acqua per il Ghana, l’ennesimo, rappresentato dalla sconfitta contro lo Zambia, modesto vincitore della rassegna, in una gara dove ancora una volta Ayew non potè scendere in campo, e fu sostituito, male, dal fratello Jordan, fatto di una pasta ben più malleabile di quella del fratello maggiore. All’OM, le cose sembrano andare meglio, ma solo in apparenza. Con tre trofei, due coppe nazionali ed una supercoppa, conquistati tra 2011 e 2012, la carriera marsigliese del capitano, non più solo morale, del Ghana, inizia con il piglio giusto. L’obiettivo grosso, lo scudetto, rappresenta, però, un miraggio, (forse il Loco Bielsa potrà riuscire nell’impresa), dato che l’ultima annata che ha visto trionfare il club del sud della Francia è quella del 2010, coincidente con l’anno in prestito all’Arles. Una macchia non da poco nel palmares di Ayew.

CAPITANO – Nonostante tutto, ad inizio 2013, il ruolo di leader indiscusso delle Black Stars è oramai stabilmente suo, nonostante l’ennesima sconfitta sul filo di lana patita in coppa d’Africa. A minare questa certezza, è però l’ennesima ricaduta del clan Ayew, quasi un ostacolo all’immagine nazionale di Andrè. Tutta la questione gira attorno alla figura di Jordan Ayew, sempre ai margini della nazionale a causa di comportamenti e rendimento calcistico piuttosto altalenante. Ne nasce una polemica con la (discussa) federazione ghanese, risolta solo dal buon senso di entrambe le parti in causa, che per il bene della nazionale decide di riaccettare che gli Ayew giochino (riprendendosi sul groppone Jordan) le gare di qualificazione al Mondiale 2014. La rassegna brasiliana sembrava potesse rappresentare la fine del grande Ghana degli anni precedenti. Squadra scollata, anche perchè ampiamente rinnovata, molto giù fisicamente ed emotivamente, in un girone duro, contro USA, Germania, due vecchie rivali, e Portogallo. Il risultato è piuttosto scontato, ma tinto nella tipica salsa ghanese, un mix di gran calcio e psicodrammi. Per carità, di gran calcio in Brasile il Ghana ne ha mostrato ben poco, ma contro la squadra più forte, la Germania, si sono visti alcuni lampi del 2010. Le Black Stars, infatti, ribaltando il risultato grazie ai gol di Ayew e Gyan, arrivati dopo un calcio più che propositivo, sono riuscite a tenere sotto nel punteggio, per 7 minuti, i futuri campioni del mondo, cosa che non è riuscita a nessun’altra squadra nel torneo. Cosa piuttosto strana per una squadra in presunto disfacimento.
E’ su quei sette minuti, e sul patto tra Gyan e Ayew, in cui il primo, pur tenendosi il ruolo e gli onori di capocannoniere della nazionale, lascia i galloni di capitano al secondo, che il Ghana ha preparato la Coppa D’Africa 2015, quella dell’ultimo ballo, quantomeno per Gyan, sempre più al crepuscolo della carriera. In un girone di ferro, e dopo una sconfitta nei minuti di recupero, difficile da digerire, contro il Senegal, il Ghana ha trovato la forza di battere Algeria, all’ultimo minuto grazie a Gyan, e poi di ribaltare il risultato contro il Sudafrica, qualificandosi con un gol di Ayew, totalmente in estasi per la rete segnata, che ha impedito l’ennesima delusione anticipata alle Black Stars. Le vittorie su Guinea e Guinea Equatoriale, soprattutto la seconda, sono state facili sul campo e dure fuori, visto il clima di violenza che ha attorniato la semifinale in cui erano coinvolte Ghana ed il paese organizzatore. La finale, arrivata dopo tre gol di Ayew, che chiuderà come capocannoniere della rassegna, è stata la più giusta, contro la Costa D’Avorio, anch’essa a fine ciclo, anch’essa forte (mai bella come il Ghana) e maledetta. Ne esce una partita bloccata, brutta, sotto ritmo, causata dalla paura di perdere l’ultimo treno buono per vincere un titolo. Ayew, lotta, grida, si sbraccia, come fa oramai da anni, ma con una consapevolezza ed una pericolosità maggiore rispetto ad un tempo, visti i tre gol realizzati durante la competizione, e ad una leadership che ha raggiunto livelli mai tocca in precedenza. Poco importa delle voci di mercato (che lo danno in una delle due milanesi da anni), la questione del contratto con l’OM; conta solo la vittoria finale. E’ per queste motivazioni, che ai calci di rigore, il quinto, il più importante viene affidato ad Ayew. Ancora una volta il capitano non tradisce, ma lo farà Razak, il portiere del Ghana, chiamato a calciare dopo una serie interminabile di tiri dal dischetto. Barry, portiere della Costa D’Avorio realizza. Il Ghana ha perso di nuovo.
 Il pianto di Ayew è un’immagine straziante, dura da sopportare, e lo rappresenta nella sua più pure essenza, quella del leader, che non accetta la sconfitta, perché ha dato più del 100% per la causa della sua squadra, della sua nazione. I giocatori della Costa D’Avorio, quasi intimiditi da tanta personalità, vanno ad abbracciarlo e a consolarlo più di quanto non abbiano festeggiato.
Il patto è saltato, il Ghana è ancora a mani vuote. Ma nonostante tutto, nonostante le polemiche, gli addii, i ritorni, le frodi sportive, i titoli mancati, le troppe ammonizioni, sa benissimo di avere un leader, di quelli che passano una volta ogni vent’anni. Un giocatore che alla sua età (classe 1989, ricordiamo) anni può vantare più di 60 presenze per la propria nazionale, la fascia di capitano, e, ancora più importante, il rispetto di tutto il movimento calcistico africano. La speranza è che questo sadico modo di rinviare l’appuntamento con l’agognata vittoria, possa realmente rendere, quando arriverà, il successo ancor più dolce. Ayew, con la sua abnegazione nei confronti del calcio ghanese, lo merita.

BRASIL 2014 – L’immenso interrogativo

Parlare della Coppa del Mondo di Calcio, un tempo Coppa Rimet, significa pensare alle pagine scritte, volenti o meno, da questo evento nelle nostre vite. Parlare della Coppa del Mondo di Calcio significa necessariamente analizzare il Brasile. Questo poiché la Seleção Brasileira de Futebol detiene il maggior numero di titoli vinti in tal manifestazione sportiva. A maggior ragione quest’anno per poter analizzare l’importanza di un evento sportivo seguito da tre miliardi di persone è necessario parlare del Brasile. Ciò perché la ventesima edizione della FIFA World Cup  è stata organizzata ed è attualmente ospitata in Brasile. Tenendo fede all’intento di analizzare sempre le manifestazioni collettive globali attraverso la lente geopolitica e economica bisogna soffermarsi sul nesso tra politica internazionale ed eventi sportivi. Questo nesso prende spunto dal presupposto che tutte le grandi manifestazioni sportive sono e saranno sempre una vetrina per segnare il periodo storico sigillandolo con il nome della potenza di turno. Lo comprese Henry Kissinger, che volle fortissimamente l’edizione della FIFA World Cup di Usa’94. Lo ha compreso recentemente l’Emirato del Qatar che, secondo un’indagine internazionale al vaglio dell’organo centrale della FIFA a Ginevra, pur di vedersi assegnata l’edizione del 2022 avrebbe corrotto decine di membri.Eppure, come nell’Antico Testamento, tutti sanno che al mondiale di calcio Davide può battere Golia. Ma, questo solo nel calcio e in campo di guerra aperta.

BRASILE & BRICS – L’acronimo BRICS è apparso per la prima volta nel 2001 in una relazione della banca d’investimento Goldman Sachs, a cura di Jim O’Neill, la quale spiegava che i cinque paesi avrebbero dominato l’economia mondiale almeno fino al 2050. A dimostrazione del teorema organizzazione evento sportivo similare a dimostrazione di potenza vi è la risultante che le tre edizioni degli “Anni ’10” sono e saranno organizzate da tutti paesi appartenenti all’acronimo BRICS. Rispettivamente le tre edizioni della FIFA World Cup sono state ospitate o lo saranno rispettivamente dal Sud Africa (2010), Brasile (2014) e Russia (2018). A questo elemento va aggiunto che due delle edizioni delle Olimpiadi sono state spartite dall’appena conclusasi Sochi in Russia e dal Brasile con Rio de Jainero. Questo a dimostrazione che l’affermarsi nello scacchiere delle super potenze globali passa necessariamente dall’organizzazioni di tali manifestazioni sportive.Il Brasile comprese già dal 2001, durante la crisi finanziaria e monetaria dell’Argentina, che il XXI secolo sarebbe divenuto il momento in cui affermarsi come forza principale dell’America del Sud. E così nel decennio di sua massima espansione, segnato a differenza degli Europei e il loro attuale TTIP dalla rinascita non allineata agli Stati Uniti d’America con il Mercosur, si vide assegnate l’organizzazione della FIFA World Cup del 2014 e dei Giochi Olimpici Estivi del 2016. Come a dire che in America Latina per poter avere relazioni diplomatiche e commerciali bisogna avere come interlocutore di garanzia il paese che diede i natali al James Joyce sudamericano ossia João Guimarães Rosa.

IL BRASILE TRA POVERTA’ E GLORIA – Quando si analizza il Brasile il pensiero va immediatamente alle “Favelas” e al tema della povertà. Ciò perché, nell’era della globalizzazione inagurata nel 1995 dal Fondo Monetario Internazionale, la crescita economico finanziaria non corrisponde a maggior benessere sociale. Eppure, quando gi indicatori economici lo permettono necessariamente gli Stati devono apportare modifiche e pretendere l’organizzazione di eventi sportivi per imporre il proprio ruolo come leader nel quadro internazionale. Concezione machiavelliana che si scontra con l’esigenze interne di maggior uguaglianza e di crescita anche nei diritti. Infatti, da un anno per le strade delle maggiori città brasiliane la gente protesta, mentre la Polizia risponde troppo spesso con il fuoco. Il motivo di tale proteste risiede nello sperpero di denaro pubblico operato dalle autorità brasiliane nell’organizzazione della FIFA World Cup 2014, questa sarà l’edizione più cara di sempre. Analizzando i numeri si comprende che oltre 25 miliardi e mezzo di reais (8 miliardi di euro) destinati – secondo i progetti iniziali del governo brasiliano – alla fabbricazione/manutenzione dei 12 stadi e al miglioramento delle infrastrutture per un paese in cui il reddito medio di una persona comune si aggira intorno ai 60 euro mensili sono uno sperpero. Infatti, nel paese dove un insegnante guadagna 700 euro mensili,difficilmente il nuovo stadio del Sport Club Corinthians Paulista a San Paolo con il costo record di 392 mln d’euro verrà facilmente accettato da chi mensilmente ne guadagna quanto sessanta. Ma, in questo caso si parla della necessità di dotare di uno stadio proprio il club paulista che per coincidenza è la squadra del cuore dell’ex Presidente e  tutt’ora leader carismatico del Brasile ossia Luiz Inácio da Silva detto Lula e mentore dell’attuale Presidente Dilma Roussef. In un paese dove l’assistenza sanitaria è similare a quella degli Stati Uniti d’America pre Obamacare, spendere il triplo del budget dell’organizzazione di Germania 2006 è quanto mai una mossa di dubbia efficacia, anche alla luce del successo di tale edizione. Le autorità si difendono dicendo che seguiranno a tale manifestazion 3,6 milioni di posti di lavoro e la crescita si manterrà nel tempo. Ma, lascio a voi alcuni indicatori storici, Nel 1994 il Pil statunitense aumentò dell’1,4%, nel 1998 in Francia fece segnare +1,3% e nel 2002 si ebbe crescita in Corea del Sud (+3,1%) e calo in Giappone (-0,3%). Insomma il successo non è assicurato e, forse, anche per questo il popolo brasiliano è diviso e sempre più scettico.

Streetart Brasile

Restano gli interrogativi sull’utilità non nell’organizzare una manifestazione planetaria quale la FIFA World Cup, bensì negli eccessivi sprechi di budget di tale edizione. In un paese ove trequarti della popolazione non potrebbero permettersi neanche in un anno il costo del più infimo dei posti della fase finale è allucinante spendere quanto due manovre finanziarie italiane. In un paese dove esistono città grandi quanto l’Umbria (Sao Paulo) non ci si può permettere che vivano milioni di persone nella povertà più assoluta ossia nelle famigerate Favelas. Ai brasiliani non resterà che sognare grazie al campo di calcio e alla Seleção, con un andamento nei pensieri simile a quello delle gambe di Garrincha (sei centimetri di sbilanciamento tra le due gambe). Uno sbilanciamento diviso tra voglia di conquistare la sesta Coppa del Mondo e quello di arrivare ad un pasto il giorno seguente la partita. Ed ora, dopo sperperi e considerazioni economico politiche, che la festa abbia inizio!

Calcio ed Europa un binomio vincente

Saranno gli esami, il caldo che non ti da tregua eppure c’è un qualcosa di incomprensibile a mia madre ovvero l’immenso stato di noia e frustrazione che mi prende alla fine del campionato e delle coppe europee. Per fortuna ogni due anni si alternano Europei e Coppa del Mondo e ritorna un po’ di sorriso nelle torride serate romane. Quest’anno sarà il turno degli Europei di calcio UEFA e come spesso accade sono parte di quel grande business che è il calcio europeo.

La manifestazione sopracitata fa parte dell’organizzazione UEFA (Union of European Football Associations) che è l’organo amministrativo e di controllo del calcio Europeo. Ad essa appartengono tutte le federazioni calcistiche Europee più quelle appartenenti all’ex blocco sovietico per contiguità con la Russia e Israele per ragioni politiche. L’organizzazione fondata Basilea nel 1954 gestisce nove competizioni per nazionali e cinque per club di calcio che da sole rappresentano il triplo di tutti gli altri sport in termini di introiti e spettatori. Unici rivali nella stagione estiva sembrano essere il tennis (Wimbledon, Roland Garros ed i tornei di Roma e Madrid) ed il ciclismo con Tour de France e Giro d’Italia a far da padroni.

Tra pochi giorni partirà la quattordicesima edizione degli Europei di calcio in Polonia ed Ucraina, rinominata anche Coppa Henri-Delaunay dal nome del suo ideatore, che fu il Presidente tra gli anni cinquanta e sessanta della Uefa. Gli ex paesi della cortina di ferro stanno vivendo un periodo di forte transazione sociale ed economica, con la Repubblica Polacca che da un biennio è la locomotiva d’Europa vista una crescita del Prodotto Interno Lordo che varia dal 3% al 4,1% del 2011/2012. Differente la questione dell’Ucraina la quale messa sotto la lente dell’ingrandimento da parte della stampa occidentale ed in particolar modo della Cancelliera tedesca Angela Merkel per via della carcerazione dell’ex premier Timoschenko, è il punto di contatto per l’Unione Europea per accingere all’immensa disponibilità di risorse energetiche russe. A non conoscere crisi sono l’economica ed interesse per “lo sport più bello del mondo”, ciò è confermato dalla ventunesima edizione dell’Annual Football Finance 2012 di Deloitte.

Il rapporto annuale sullo stato dell’economia del calcio dell’istituto fondato più di centocinquanta anni fa, ha evidenziato come dove c’è calcio vi è ricchezza. Insomma, una vera e propria sconfessione alle richieste del Premier italiano Mario Monti, che sembra aver dimenticato il contributo dato dal calcio al Pil Nazionale con una quota superiore al 3%. Vi ricordate la finale di maggio della Uefa Champions League? Bene, in quella finale si sono ritrovate le compagini di Londra e Monaco, un po’ come è accaduto nei ricavi.

L’analisi dell’Annual Football Finance del 2012 ha messo in evidenza lo strapotere della Premier League. La Premier League è il campionato che al mondo produce il maggior numero di ricavi pari a 2,5 miliardi di Euro, una crescita pari al 12% nella sola stagione 2010/2011. Il successo della Premier è dovuto a una politica manageriale impostata su stadi di proprietà e marketing aggressivo, ove sono state valorizzate immagine e patrimonio dei club, anche se squadre blasonate come il Manchester United iniziano ad essere impegnate in difficili operazioni di ristrutturazione del debito. Nella finale di Monaco non vi è stato lo strapotere inglese sul campo, a differenza che nel business, ma il risultato è rimasto lo stesso.

Un dato inequivocabile è la forza del calcio inglese e il divario con la seconda lega più ricca ovvero la Bundesliga si è ampliato notevolmente anche per via del cambio euro/sterlina. Ma la Bundesliga rimane l’esempio migliore da riproporre a tutte le leghe europee per quel che concerne la programmazione finanziaria e la valorizzazione dei vivai giovanili. Questi due elementi uniti al sentirsi meno della cosiddetta “crisi finanziaria” hanno reso la lega tedesca un modello. Allo stesso tempo la Bundesliga si è confermata come campionato più redditizio incrementando i profitti operativi, questo la porta a essere la prossima possibile primatista tra le leghe non appena verrà applicato in toto il fair play finanziario Terza Lega più florida si è rivelata la Liga Spagnola che ha visto concretizzarsi con 1,72 miliardi di euro un aumento del fatturato di un 5%. Qui a segnare il trend positivo non è il “sistema” Liga nel suo complesso, bensì le regine del calcio europeo: Barcellona e Real Madrid. Questo dato riscontrabile dalle decisioni della Giustizia iberica che ha posto in amministrazione controllata sette società appartenenti alla Liga durante la stagione appena conclusasi.

La Serie A raggiunge la quarta piazza, registrando un aumento dei ricavi per l’1%, che ha portato il valore annuo a 1,5 miliardi di euro. I problemi della lega italiana sono ben noti ai calciofili nostrani principalmente essi sono riassumibili in tre campi: il grande costo del rapporto tra tesserati/ricavi, l’indisponibilità di stadi di proprietà riconducibile ai singoli club e la presenza di strumenti che rendono difficoltoso l’accesso ai prodotti offerti. L’Italia è stato il paese che ha riscontrato una forte flessione nelle presenze allo stadio e una sempre maggiore dipendenza dei club nei confronti delle pay-tv. Sul primo punto restano ancora forti gli interrogativi sull’utilità di strumenti quali la “Tessera del tifoso”, che nonostante incongruenze sul piano giurisprudenziale, si sono rivelati anche vani escamotage economici.

Ora che avete ben presenti i dati economici delle leghe che compongono la Uefa potrete magari comprende meglio le ragioni che determinano il successo di un club rispetto ad un altro, della fortuna di talune nazionali e del bombardamento mediatico a cui pur non volenti siete costretti a sottostare. Il mio consiglio è comunque quello di riassaporarvi il calcio più autentico, quello dei seggiolini dello stadio messi al posto del divano, della passione di ogni tifoso che si contrappone al consumatore fidelizzato.