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GoPro – Un fotogramma di successo e controtendenza

Ogni estate regala mode in fatto di mete di villeggiatura, abiti e cocktail. Negli anni dieci ciò accade anche per la tecnologia. Si è passati rapidamente dall’Iphone Apple al sistema Android s Samsung, con intervalli di bracciali per l’equilibrio alla spasmodica moda delle reflex. A segnare il mercato e porre sulla via tracciata da RedBull una distinzione composta nell’utilizzatore dell’oggetto o bevanda vi è la GoPro. GoPro è un marchio di proprietà della società californiana Woodman Labs che dal 2004 rappresenta videocamere/fotocamere “indossabili”  resistenti all’acqua e ad urti, considerate parte della fotografia d’avventura. Grazie al binomio avventura e sport estremi, uniti alla saggezza della programmazione tecnica, si è imposta nei mercati reali ed ha collezzionato appassionati anche tra i migliori creativi mondiali. L’azienda mantiene un elemento che l’accomuna alla maggior parte degli altri grandi che si sono imposti sul mercato mondiale nel ventunesimo secolo ossia l’essere californiana, precisamente di San Mateo.

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Fino a qualche tempo fa Nicholas Woodman era il signor nessun, ma a trentanove anni sta vedendo il frutto della sua intuizione e scommessa imprenditoriale. Laddove Apple e Kodak hanno fallito, Nicholas Woodman ha trovato la sua eldorado, poichè GoPro è figlia della tecnologia QuickTake 100, la prima fotocamera digitale di massa, sbarcata sul mercato nel 1994 la cui potenza d’incisione nei mercati è stata gettata alle ortiche da Apple e, soprattutto, Kodak. Quel che pone in rislato al momento il successo GoPro in questa analisi, non sono le sconvolgenti vendite o il dato tecnico, ma la sua entrata nel mercato azionario del Nasdaq. Nasdaq e IPO che equivalgono alla pratica di uno sport estremo.

Per IPO  (initial public offering)s’intende l’offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Le offerte pubbliche iniziali sono promosse generalmente da un’impresa il cui capitale è posseduto da uno o più imprenditori, o da un ristretto gruppo di azionisti, i quali decidono di aprirsi ad un pubblico di investitori più ampio contestualmente alla quotazione in Borsa e al valore che viene dato alle singole azioni. Era dalla quotazione di Duracell nel 1991 che non si vedeva un record di adesioni all’IPO di questo tipo. Rispetto agli obiettivi iniziali la società di San Mateo sembra aver preso, parafrando il linguaggio del Surf, l’onda giusta.  Tant’è che cavalcando l’onda del mercato azionario, nell’indice tecnologico più importante al mondo, il titolo ha aperto a 28,65 dollari per azione, in rialzo superiore al 20% rispetto al prezzo di collocamento, fissato a 24 dollari per azione. Ventiquattro dollari che rappresentano il valore più alto della forchetta prevista tra 21 e 24 dollari. E non solo poichè le quotazioni sono aumentate fino a toccare il prezzo di ben 32 dollari per azione, per poi ridiscendere a quota 30. Complessivamente  la società californiana appartenuta a quel che un tempo era il signor nussuno ossia Nicholas Woodman, ha venduto 17,8 milioni di azioni GoPro, con una raccolta pari a 427 milioni di dollari ma sopratutto una valutazione iniziale della società nell’ordine dei 3 miliardi di dollari che, secondo alcuni fondi d’investimento, arriverà a 3,6 miliardi di dollari. Il tutto all’interno di un solido attivo societario, in controtendenza agli altri grandi che vedono perdite colossali.

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La borsa sarà uno sport estremo, ma il signor nessuno Nicholas Woodman pare avercela fata. D’altronde non serve seguire i trend del momento per ottenere successo e serenità. La GoPro è la storia che nel momento di massima inflessione delle telecamere digitali, con un mercato che ha accantonato una tecnologia gettata quale la QuickTake 100 che si decide di utilizzare, nella specificazione di un segmento di fotografia preciso si trova la chiave del successo. Insomma, a esser “bastiancontrari” si vince. GoPro, un fotogramma di successo e controtendenza. 

Spiaggiate

Big Sur
 Natalia Mignosa

L’unico disco dei Count Five


Qualche tempo fa parlando di Lester Bangs (se non sapete di chi sto parlando andate qua) facevo riferimento all’esistenza di una band garage, tutt’altro che imprescindibile, a cui Bangs dedicò un suo celebre essay dal nome “Psychotic Reaction and Carburator Dung”, che potete trovare in italiano all’interno di “Guida Ragionevole al frastuono più atroce”, antologia dei migliori articoli del giornalista edita da Minimum Fax.

La band in questione si chiama Count Five, e Bangs, pur scrivendo di loro qualche anno dopo il loro scioglimento, parla dei loro presunti dischi futuri (che in realtà non esistono), ma soprattutto esalta le qualità del loro unico album in nome di un approccio volgare, selvaggio che Bangs chiama punk, pur ammettendo candidamente la totale mancanza di talento e di originalità del gruppo di San José .

A me è ovviamente bastato un saggio di Lester Bangs per persuadermi ad ascoltare meno di mezz’ora di garage rock californiano. Va detto, per onestà intellettuale, che probabilmente chiunque sarebbe riuscito a convincermi.

L’album mi è piaciuto immediatamente. Non è sbagliato dire che non c’è assolutamente nulla che non si possa trovare in tantissimi album di quegli anni, eppure c’è un aspetto tutt’altro che trascurabile: il disco è fico. Forse se fossi un critico serio, uno di quei bolsi personaggi che bocciano tantissime band etichettandole come ‘minori’ (machevordì?), un po’ per sentito dire un po’ per comodità, ecco se fossi uno di questi probabilmente direi che “Psychotic Reaction (Doubleshot, 1966 – Akarma, 2002) e` pero` un album mediocre, come gran parte degli album di quella generazione” (Scaruffi).

Ora, a parte il fatto che gli album di quella generazione non sono affatto mediocri (e potremmo  discutere a lungo solo di questo), quello che Scaruffi e tanti altri non capiscono, perché sono aridi scribacchini con criteri inflessibili, che ragionano come se ci fosse una legge matematica per giudicare i dischi (anche se Scaruffi ogni tanto sembra dimostrare di  andare oltre le sue leggi matematiche), è che la bellezza di questi album sta proprio nella miriade di difetti che hanno. Ecco, se dovessi riassumere al massimo direi che Psychotic Reaction mi piace per tutti i motivi per cui non piace a tantissime altre persone. Il fatto che sia sciatto ma che punta a essere commerciale per i canoni dell’epoca è un meraviglioso esempio del fatto che tantissime cose belle vengono un po’ per caso. Immagino che Butch, Sean, Roy, Ken e Mouse avrebbero preferito essere più bravi a suonare i loro strumenti, che avranno pensato che un sacco di loro pezzi erano filler, e che forse fare uscire un album di 25 minuti con due cover degli Who non fosse il massimo (anche se all’epoca si facevano anche cose peggiori). Io sono convintissimo che se questo disco uscisse oggi a nome dei Black Lips venderebbe tantissime copie, e sarebbe acclamato a livello mondiale.

Il disco è – per usare un termine molto in voga – virale. Solo oggi, con il pretesto che avrei scritto l’articolo su di loro (cosa stabilita alle 17.30 circa di domenica), l’ho riascoltato sei volte. E’ questa un’altra qualità dell’album: puoi ascoltarlo quanto ti pare ma non scadrà mai con gli ascolti, magari prima o poi mi romperò le palle pure io (ma non credo) ma senz’altro non lo derubricherò mai ad opera ‘minore’.

Psychotic Reaction èun album eccitante, appassionato e appassionante che incarna molto bene quello che il garage era e dovrebbe sempre essere.


Luigi Costanzo – PoliRi(ri)tmi

Eolo, dio dei Venti

Californication

California

Death Valley

Death Valley