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Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

Perché non si parla mai del kraut rock?

The Beatles, Pink Floyd, Led Zeppelin, Jimi Hendrix, The Doors, Bob Dylan: non credo ci sia nessuno al mondo che non abbia mai sentito nominare questi artisti, che si accomunano non solo per essere fra i più grandi interpreti della musica leggera del novecento, ma anche per essere delle vere e proprie icone pop del nostro tempo, rappresentazione dell’eterno dualismo fra Stati Uniti e Inghilterra nel dominio della cultura popolare europea post-bellica. Gli artisti citati, così come molti altri interpreti angloamericani, vengono ancora indicati dalla stampa non solo come artisti irraggiungibili, ma anche come arditi sperimentatori, e su questo ci sarebbe più che qualcosa da ridire.
Piuttosto, la domanda che sorge immediatamente spontanea è “Quand’è che la (presunta) sperimentazione di un artista diventa rilevante?” E a questo punto perché non si parla mai – nelle riviste e nei siti mainstream – di kraut rock?” Prima di provare a dare una risposta a questa domanda sarà il caso di spiegare di cosa si parla quando si utilizza il termine kraut rock.
Le prime riviste che parlarono di kraut rock intorno alla fine degli anni ’60 furono Melody Maker e il New Musical Express per indicare un movimento musicale proveniente dalla Germania dell’Ovest. In realtà, come fu spesso chiarito dagli stessi interpreti, è sbagliato parlare di movimento o di ‘scena’ tedesca di quegli anni, poiché spesso le band non avevano alcun rapporto fra  loro (e non molte consonanze dal punto di vista estetico).

L’ambiguità nasce dagli scritti del critico musicale Rolf Ulrich Kaiser, fondatore della OHR Music Productions e della HR Record, il quale per la prima volta parlò della scena tedesca come fosse un movimento unitario e tentò di promuoverlo prima in Germania, poi fuori, etichettandolo con un ben più dignitoso: Kosmische Musik.

 

La Kosmische Musik senz’altro ha una comune matrice psichedelica che, tuttavia, si distacca fortemente da quella inglese ed americana. Infatti gruppi come Neu!, Can, Amon Düül II, interpretano il rock e la psichedelia in modo totalmente inedito, prendendo a modello la scuola di Darmstadt, con una particolare attenzione al lavoro del compositore Karlheinz Stockhausen. Quest’occhio rivolto all’avanguardia è senz’altro l’aspetto che rende la musica tedesca dalla fine degli anni ’60 a metà degli anni ’70 una delle fasi musicali più interessanti di tutto il Novecento.

   

Quindi, perché non si parla della Kosmische Musik diffusamente quanto degli altri grandi del rock? Beh, senz’altro c’è un aspetto relativo alla difficoltà di ascolto che possono dare, ad esempio, i Tangerine Dream rispetto ai Pink Floyd, ma non va sottovalutata la supremazia economica, culturale e di costume che Gran Bretagna e States hanno imposto anche nella musica.

 

Aprite le vostre orecchie e lasciatevi conquistare dalle lisergiche esperienze del rock teutonico.

Discografia minima consigliata:

Amon Düül II-Phallus Dei (1969)
Amon Düül II-Yeti (1970)
Guru Guru-Ufo (1970)
Ash Ra Tempel-Ash Ra Tempel (1971)
Faust-Faust (1971)
Popol Vuh- In der Gärten Pharos (1971)
Can-Tago Mago (1971)
Klaus Schulze-Irrlicht (1972)
Tangerine Dream-Zeit (1972)
Can-Ege Bamyasi (1972)
Neu! – Neu! (1972)
Kraftwerk-Kraftwerk (1973)
Faust – Faust IV (1973)
Kraftwerk-Autobahn (1974)
Tangerine Dream-Phaedra (1974)
Neu!- Neu! ’75 (1975)

PoliRitmi-Luigi Costanzo