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USMCA – Trump vince la sfida sul commercio nel post NAFTA in Nord America

Riscrivere il trattato NAFTA e far convergere Messico e Canada su un nuovo trattato l’USMCA. Sembra un paradosso, un folle azzardo quello di Donald Trump, il quale è riuscito a vincere la sua scommessa. Una scommessa vinta che dimostra come gli Stati Uniti d’America, a dispetto di quel che vogliano far credere giornalisti del mainstream in Europa, possano imporre, con clausole più eque per il loro multilateralismo, nuovi trattati. Ovunque.

La convergenza sull’USMCA è stata raggiunta la scorsa settimana dal rappresentante per il Commercio americano Robert Lighthizer e il ministro degli Esteri canadese Chrystia Freeland, grazie anche all’intermediazione del presidente messicano Andres Obrador. Così all’alba di lunedì è stata annunciato, in una dichiarazione congiunta, l’Accordo Usa-Messico-Canada (Usmca), per un controvalore di 1.200 miliardi di dollari.

 

La firma arriverà a novembre, a margine del G20 in Argentina. «Un’operazione storica, un accordo meraviglioso»: esulta Trump su Twitter. «È una grande intesa per tutti e tre i Paesi, risolve molte carenze ed errori del Nafta, apre grandemente i mercati ai nostri agricoltori e produttori manifatturieri, riduce le barriere commerciali per gli Usa e porterà tutte e tre le grandi nazioni insieme in competizione con il resto del mondo».

E se il Congresso non dovesse approvarlo, il presidente ha detto di avere già «altre opzioni» pronte. Una vittoria per l’inquilino della Casa Bianca, sullo scacchiere internazionale ma anche interna, perché arriva a poco più di un mese dalle elezioni di metà mandato dove è in gioco la conferma della maggioranza repubblicana alla Camera. «Avevo fatto una promessa, e ho mantenuto quella promessa, è il più importante accordo della storia americana», una «vittoria storica» per i lavoratori. E a chi lo ha preso di mira per la sua politica dura sul piano commerciale, il commander in chief fa notare: «Senza dazi non sarebbe stato raggiunto l’accordo commerciale con Messico e Canada». Quindi il monito alla Vecchia Europa: «Senza un’intesa con la Ue, imporremo dazi sulle auto».

La notizia del raggiunto accordo è stata salutata con gioia dal Dow Jones Industrial Average che nella giornata dell’accordo è salito di quasi 200 punti, mentre le valute di Canada e Messico sono aumentate rispetto al dollaro USA.

Il primo ministro canadese, Justin Trudeau, domenica notte ha dichiarato che l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada che sostituirà il Nafta “darà benefici profondi” all’economia della sua nazione. Trudeau ha ammesso che sono state fatte alcune concessioni e che aggiornare l’accordo di libero scambio, firmato nel 1994, “non è stato facile”.

Chi vedeva lo scorso luglio Donald Trump al G7 in difficoltà si sbagliava. La prova muscolare degli Stati Uniti d’America rispetto i vicini Canada e Messico ha portato un risultato che avvantaggia il sistema economico statunitense. La partita con i primi (falsi?) alleati del G7 occidentale è stata vinta e ora, quasi sicuramente, verrà il turno dell’Europa. Europa, dove Washington può contare su un’unica alleata contro Germania e Francia: Roma.

Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Blue since the day we parted: ancora Xavier Dolan

Giusto qualche settimana fa avevamo parlato di Xavier Dolan e di quello che all’epoca già non era più il suo ultimo film. Il suo ultimo film è però nel frattempo uscito in qualche sala romana e sono lestamente riuscito ad approfittare della gradita sorpresa festiva per dare un’occhiata a Mommy. Come il titolo lascia immaginare, il film si concentra su Diane, una madre vedova, e sul suo rapporto con Steve, il turbolento figliolo appena cacciato da una casa di recupero per aver dato fuoco alla cucina.

Come ormai ci si aspetta dal buon Xavier la manopola della drammaticità del film viene impostata ben presto al livello massimo e di lì si muoverà verso il basso solo in maniera estemporanea, spesso raggiungendo a sorpresa nuovi picchi che dopo l’ennesima scena straziante non si sarebbero pensati possibili. Questo tono, comune alla maggior parte dei suoi film, unito alla forte carica erotica che attraversa le sue pellicole fa pensare un po’ a un novello Almodovar, ma il cinema del maestro iberico è sicuramente caratterizzato da un senso dell’umorismo molto più spiccato. La scarsità di venature è forse la pecca che più si nota nella poetica del cineasta canadese, che sicuramente è in grado di dare intensità e impatto alle proprie scene, ma che ancora non presta ai dettagli e alle sfumature l’attenzione che distinguono il giovane talentuoso dal maestro consacrato.

Mommy non fa eccezione sotto questo punto di vista, nel senso che il regista non si risparmia assolutamente, e in questo ha senz’altro successo, nell’escogitare qualsiasi marchingegno per percuotere ed intimidire lo spettatore sotto il peso di situazioni, dialoghi e anche un certo senso di fisicità che è a malapena sostenibile quando raggiunge i momenti più intensi, ma ottiene tutto questo al prezzo di un ritmo decisamente poco elegante, di un appiattimento della maggior parte dei personaggi, e più in generale della sensazione diffusa di mancanza di lavoro di lima.

Si potrebbe argomentare che quando si cerca l’intensità sopra ogni altra cosa il lavoro di lima non serva o possa addirittura risultare controproducente, ma non credo sia questo il caso, un po’ perchè storicamente il melodramma è un genere di grande rifinitura formale, utile proprio a controbilanciare gli eccessi della scrittura, un po’ perchè, come dicevo sopra, Dolan è ancora ascrivibile alla categoria dei giovani talentuosi, e la sua impetuosità post-adolescenziale è destinata a scemare in qualche misura se continuerà a produrre film a questo ritmo, ed è più sensato pensare a questi lavori come il preambolo ad una carriera ancora di là da venire piuttosto che come ad opere compiute e mature.

Nel complesso il discorso resta lo stesso: il regista è molto giovane ma i segni di vitalità che emergono da questi suoi primi film mi fanno a questo punto aspettare l’esplosione da un momento all’altro. Non so se ci sono nuove uscite in programma per l’anno appena iniziato, ma incrociamo le dita.

Il Canada profondo di Xavier Dolan

Avendo la mia età ed essendo quindi MOLTO lontano dai trent’anni, Xavier Dolan può essere considerato a tutti gli effetti un enfant prodige del cinema internazionale. Oltre ad aver già diretto cinque lungometraggi ha infatti recitato in diversi film, suoi e non, e, come ho appena scoperto, è anche un prolifico doppiatore per le versioni francesi di molti film anche alquanto popolari (per dirne due è il doppiatore di Jacob nei film della saga di Twilight e di Ron in quella di Harry Potter). In questa sede ci occupiamo volentieri dei suoi lavori dietro la macchina da presa, e oggi vorrei parlare di quello che da qualche mese non è più il suo lavoro più recente, ma che avendo ricevuto una distribuzione alquanto carente -almeno nel belpaese- sarà probabilmente ignoto ai più, non dissimilmente dai suoi lavori precedenti, a onor del vero.

Risalente al 2013, Tom à la ferme, conosciuto nei circuiti internazionali col titolo di Tom at the farm, racconta la storia per l’appunto di Tom, interpretato dal regista stesso, che in seguito alla morte e al funerale del suo ragazzo, si ritrova a vivere per qualche tempo nella fattoria della famiglia del fu Guillaume con l’ignara di lui madre, manipolata da Francis, il violento e mefistofelico fratello che non senza una notevole quantità di contraddizioni continua a cercare di tenerla all’oscuro del reale orientamento sessuale del figlio morto. Tom si trova ad essere paradossalmente un cardine di questo inganno, e comincia a sviluppare una forma di sindrome di Stoccolma nei confronti di Francis che fa di tutto per impedirgli di lasciare la fattoria, ricorrendo a mezzi non necessariamente cordiali o anche solo legali.

Il film si sviluppa quindi come una strana sorta di melodramma che sembra costantemente sull’orlo di sfociare in un qualcosa di più crudo e orrifico, merito del comportamento inquietante ed imprevedibile dell’imponente uomo nero della pellicola, il fratello-carnefice cui Tom è irrimediabilmente attratto. Rispetto ai lavori passati del regista canadese, Tom at the farm risulta sicuramente meno coeso e a fuoco, conteso tra varie anime e mai troppo sicuro sul livello di priorità da assegnare alle varie suggestioni che lo percorrono, ma non per questo voglio etichettarlo come un passo falso. Molto interessante è per esempio l’uso sfrontato di una colonna sonora orchestrale un po’ vecchio stile, che difficilmente capita di incontrare in produzioni indipendenti di questo tipo, e che contribuisce molto a far risaltare gli elementi melodrammatici dell’intreccio, al contempo creando un senso di spaesamento che dona un’ulteriore dimensione agli aspetti più cupi e violenti.

Nel complesso stiamo parlando di un’opera minore per un regista che di capolavori ancora non ne ha fatti vedere, ma pellicole esplorative di questo tipo sono importanti nello sviluppo della poetica di un autore sicuramente in ascesa, e ci sono tutti i presupposti perchè Tom at the farm si possa rivelare in prospettiva un’importante pietra d’appoggio per i lavori futuri di Dolan.