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Il post-Charlie: si fa presto a parlare di libertà di espressione…

Europa e Medio Oriente; incontro con Ilan PappèLunedì 16 febbraio a partire dalle 14 si è tenuto un evento di grande interesse culturale dal titolo “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi: dialoghi con Ilan Pappé”. Un incontro organizzato e voluto da Assopace Palestina e che ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi come Ruba Salih (antropologa italo-palestinese della School of Oriental and African Studies di Londra), Francesco Pompeo e Michela Fusaschi (antropologi dell’Osservatorio sul razzismo e la diversità dell’università di Roma Tre), Anna Bozzo (Professoressa di Storia dei Paesi Islamici dell’Università di Roma Tre), Bianca Maria Scarcia Amoretti (Professoressa emerita di Islamistica dell’Università “La Sapienza”), Luisa Morgantini (Presidentessa di Assopace Palestina ed ex vice presidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle Politiche Europee per l’Africa e per i diritti umani), Moni Ovadia (attore e scrittore ebreo) e – ospite d’onore – Ilan Pappé, storico israeliano attualmente Professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter. L’incontro si sarebbe dovuto tenere nel Centro di Studi Italo-Francesi dell’Università di Roma Tre.

Accade però un fatto. A pochi giorni dall’evento il luogo dell’incontro viene improvvisamente cambiato: non più al Centro di Studi Italo-Francesi ma al Centro Congressi Frentani. Un semplice disguido organizzativo tra gli organizzatori e l’università di Roma Tre? Non proprio. Perché il 14 febbraio (cioè due giorni prima dell’evento) Moni Ovadia pubblica un pezzo su Il Manifesto dal titolo “La censura preventiva blackout della democrazia”. L’attore, noto per le sue posizioni antisioniste, scrive nell’articolo:«Pare che il ret­tore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo die­tro pre­sunte pres­sioni dell’ambasciata israe­liana e della comu­nità ebraica romana.» Possibile? Davvero nel 2015 a poche settimane dal grido unanime “Je suis Charlie” un ateneo universitario, luogo per sua natura che dovrebbe essere preposto al dibattito pubblico, neghi una sala per una tavola rotonda che vede la partecipazione di autorevoli studiosi, ritenuti scomodi dalla comunità ebraica? La conferma arriva direttamente dal Professor Pompeo che all’inizio dell’incontro chiarisce una volta per tutte la dinamica dei fatti. A pochi giorni dall’evento (giovedì 13) gli organizzatori ricevono una scarna mail dalla direzione del Centro di Studi Italo-Francesi in cui viene comunicato loro che a causa di non meglio precisate “irregolarità tecnico-procedurali” non è più possibile concedere la sala per il dibattito. Gli organizzatori dell’evento comprensibilmente cadono dal pero ma non si danno per vinti e riescono a trovare in pochi giorni l’alternativa. Certo l’accaduto è strano; quali potrebbero essere le “irregolarità tecnico-procedurali”, una volta che la sala Capizucchi del Centro di Studi Italo Francesi era stata concessa? E infatti, andando a scavare per canali ufficiosi, gli organizzatori scoprono che l’improvvisa negazione della sala risponde a precise pressioni, ribadite off the records da uno dei relatori al termine della tavola rotonda.

Le pressioni della comunità ebraica sembra siano dovute soprattutto alla presenza di Ilan Pappé. Ma chi è Ilan Pappé? Perché l’ambasciata israeliana dovrebbe temere la presenza di uno storico israeliano? Semplice, perché Ilan Pappé è sì israeliano, ma convintamente antisionista. Lo storico è autore, tra gli altri, anche di The Ethnic Cleansing of Palestine (La pulizia etnica della Palestina, 2008, Fazi), che aspre polemiche ha suscitato come d’altronde altre prese di posizione di Pappé, in passato anche protagonista del mondo della politica israeliana candidatosi con il Maki, il Partito Comunista Israeliano.

In ogni modo, che vi possano essere pressioni da parte di un’ambasciata o di una comunità, che piaccia o meno, rientra nella realtà della cose. La cosa grave è che un’istituzione universitaria che si trova nella capitale di uno stato che si definisce democratico venga incontro e si sottometta a queste pressioni. Eppure ospitare un evento non dovrebbe voler dire sposare in toto le opinioni e le tesi di un accademico di fama mondiale. Anzi, se davvero si fosse voluto dare un contributo alla comunità (scientifica e non) Roma Tre avrebbe potuto contrapporre uno storico con posizione differenti da quelle di Pappé. Tutto questo sarebbe avvenuto se davvero si aveva a cuore mettere in piedi un dibattito vivace ma civile, se realmente ciò che contava era il confronto di opinioni diverse. Purtroppo però tutto ciò che riguarda la questione Israelo-Palestinese nel nostro paese deve essere avvolto da un’incomprensibile coltre di fumo. Scrive ancora Moni Ovadia:«Nei grandi media, nelle tv, nei talk show la que­stione israelo-palestinese è off limits. Sull’argomento c’è una cen­sura com­pa­ra­bile solo a quella impo­sta dallo sta­li­ni­smo e durante l’epoca fasci­sta. La cen­sura è tanto più grave per­ché viene com­piuta per mano di un ate­neo, luogo del sapere e del dibattito. Quanto acca­duto è una cata­strofe per la demo­cra­zia ita­liana, sì, per noi, ma anche per coloro che impon­gono il silen­zio senza ren­dersi conto di cen­su­rare il pen­siero prima che que­sto venga espresso. Ad uscirne scon­fitta è la società, la demo­cra­zia, e non solo noi, orga­nizza­tori di un evento e depo­si­tari di un’opinione, non della verità asso­luta. E nel momento in cui si cal­pe­sta la libertà di un indi­vi­duo di espri­mere il pro­prio pen­siero, il prin­ci­pio vol­ter­riano, la demo­cra­zia muore.» Se una questione è tanto delicata, è meglio non parlarne: perché confutare nel merito le tesi di chi mantiene certe posizioni è troppo impegnativo.

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE SMARRITA – Malgrado il cambio di destinazione improvviso, l’evento ha avuto una notevole affluenza di pubblico. E nonostante lo spiacevole episodio sia stato presente nella mente di tutti i presenti un po’ per tutta la durata del dibattito, l’incontro ha proposto molti spunti di riflessione. Non sono mancate tra l’altro domande spinose, a cui lo studioso israeliano non ha risparmiato di rispondere. Ma cosa dice di tanto pruriginoso questo storico? «Non mi interessano le rivendicazioni basate sulla nazionalità o sulla religione: bisogna garantire i diritti umani a tutti – non importa quale sia la religione – di poter vivere in pace e sicurezza in Palestina. Gli israeliani erano come degli ospiti invitati a casa di qualcuno; ma se gli ospiti rivendicano la paternità di quella stessa casa bisogna chiamarli con il loro nome: invasori. La cosa ironica è che ora le autorità israeliane trattano i palestinesi come fossero degli immigrati clandestini. Chiunque osi criticare le politiche sionistiche viene improvvisamente etichettato come antisemita. E ciò è inaccettabile; in primo luogo perché la stragrande maggioranza degli ebrei morti nella Shoah non era sionista; in secondo, perché il sionismo – non mi stancherò mai di dirlo – è forse il movimento più secolare che ci sia. Si spaccia come religioso, ma di religioso non ha niente. Il sionismo non afferma infatti l’esistenza di un Dio. Afferma che un Dio esiste in funzione del fatto che garantisca agli ebrei di vivere in Palestina. Cosa che è ben diversa dal credere in un Dio incondizionatamente. Personalmente ritengo che nel corso della storia i regimi arabi abbiano accumulato delle responsabilità nell’evolversi in negativo di questa situazione. Tuttavia, uno storico deve guardare innanzitutto ai fatti: e i fatti dicono che il movimento sionista è stato l’unico a cui è stato riconosciuto qualcosa nella spartizione del Medio Oriente che Francia e Gran Bretagna fecero tra il 1916 e il 1923, all’indomani della fine dell’Impero Ottomano. Tutte le minoranze religiose volevano ottenere uno stato per sé: i drusi, gli alawiti, i cristiani. L’unico però che ha ottenuto qualcosa è stato il movimento sionista: occorre ripeterlo ancora una volta, il movimento sionista, non quello ebraico.  Il fatto poi che i regimi arabi abbiano sbagliato qualcosa non deve far dimenticare che ai palestinesi è stata sottratta la loro casa. E se davvero bisogna far ricondurre tutto alla Shoah, allora sarebbe stato più sensato pretendere la spartizione della Germania piuttosto che quella dalla Palestina.»

Su queste dichiarazioni si può essere d’accordo o meno, si possono condividere o no. Ancora una volta, occorre però ricordare che sarebbe stato molto ma molto più interessante poter vedere uno storico di posizioni diverse – magari promosso dalla stessa università – cimentarsi in un confronto con Pappé. Ciò che davvero intristisce è vedere come un’università statale italiana di fatto cerchi di ostacolare la libertà di esprimersi di uno storico che ha la “colpa” di non essere allineato ai voleri della comunità ebraica. Un episodio che avviene a poco più di un mese di distanza dai fatti di Parigi, che tanta commozione e sgomento hanno provocato nell’opinione pubblica mondiale, che avevano regalato nuova linfa ad appassionati editoriali che esaltavano la libertà d’espressione come valore assoluto e che invocavano il principio “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo” che la scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall (nota con lo pseudonimo di S. G. Tallentyre) in The Friends of Voltaire attribuiva al filosofo francese.

Di tutto questo sembra non esserci già più traccia. Eppure è difficile non essere d’accordo con lo stesso Ilan Pappé quando afferma che «Se persino il mondo accademico rifiuta il confronto e il dibattito aperto su questioni spinose come quella palestinese, come si può pensare che il mondo della stampa e i politici possano lasciare spazio ad opinioni differenti in un clima sociale e culturale sempre più asfissiante?» Chissà, forse sarà (anche) per episodi come questo che l’informazione italiana ha trattato come una notizia secondaria il riconoscimento come stato della Palestina da parte del parlamento britannico e di quello francese. Un gesto politico e simbolico importantissimo, che però per l’Italietta rinchiusa in sé stessa conta meno di un Patto del Nazareno o dell’ennesima inchiesta per corruzione che vede coinvolti imprenditori e politicanti di turno.

Inoltre, il quadro generale della libertà di espressione è molto più complesso di alcune frasi ad effetto ad uso e consumo di social network. In un anno l’Italia è crollata dalla già poco onorevole quarantanovesima posizione al settantatreesimo posto della classifica stilata ogni anno dalla ONG Reporter sans Frontières; secondo l’organizzazione nei primi 10 mesi del 2014 ben 129 cronisti sono stati citati illegittimamente per diffamazione – chiara forma di intimidazione – da politici o pezzi grossi della finanza. Si sono inoltre verificati 43 casi di aggressioni fisiche. Questa è la dura realtà del mondo dell’informazione italiana. Si è spesso abituati a commentare e a discutere degli editoriali dei vari Travaglio, Gramellini, Scalfari, Galli della Loggia e compagnia cantante. Ma troppe volte ci si dimentica dei giornalisti dei cosiddetti “quotidiani minori” che ogni giorno si sporcano le mani e che, talvolta, rischiano la pelle in mezzo a condizioni salariali sempre più delicate. Ci si dimentica di quelli finiti nel mirino della criminalità organizzata per le loro inchieste e che subiscono  costanti intimidazioni e aggressioni. Ci si dimentica degli eterni freelance pagati 3 euro al pezzo. Si rammenta poche volte che in Italia il mercato dell’informazione è pervaso da molteplici conflitti di interessi: non esiste solo quello macroscopico di Berlusconi, si dovrebbe guardare (solo per citare un esempio) ai nomi dei soci che fanno parte del CDA del più importante quotidiano italiano. Occorrerebbe rimarcare la pressoché totale assenza di editori puri all’interno del mercato informativo italiano. Senza trascurare il fatto che alla Camera è attualmente allo studio una legge sulla diffamazione che, con il pretesto di impedire che i giornalisti possano essere arrestati nell’esercizio delle loro funzioni (come stava per accadere al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, tre anni fa), introduce obblighi di rettifica quantomeno discutibili ed aumenta in maniera spropositata le sanzioni pecuniarie a danno dei professionisti dell’informazione. Altro che libertà di espressione, altro che “Je suis Charlie”! Un dibattito serio sul reale stato della libertà di espressione e di stampa nel nostro paese dovrebbe ripartire da questi punti. Ma si sa, nell’epoca del renzismo chiunque si permette di muovere critiche o appunti sui fatti di più stretta attualità è di per sé un “gufo”, un “disfattista”, un “portaiella” che vuole solo “remare contro”; con tanti saluti al caro principio della libertà di espressione, rivendicato da tutti, sancito dall’art. 21 della nostra costituzione ma realmente rispettato da pochissime persone nel nostro paese. Forse parlare di “svolta autoritaria” è eccessivo; ma definire la situazione attuale come “profonda involuzione democratica” appare un esercizio per nulla azzardato.

È infinitamente comodo e molto, molto facile solidarizzare in nome della libertà di espressione quando c’è il sangue di mezzo come nel caso di Charlie Hebdo. Ma quando ad essere esercitata è l’altra forma di intimidazione o censura, il cui unico merito è quello di non attentare alle vite umane (e quindi per questo non fa notizia)? Quando i censori non sono uomini incappucciati e armati, ma persone in giacca e cravatta che riconoscono il principio della libertà di espressione solo quando fa loro comodo? Quando si confondono volutamente i piani dell’antisemitismo – per la verità ancora molto presente nella nostra società – con quelli dell’antisionismo con il solo scopo di voler reprimere l’espressione di un pensiero? Come la si mette? Siam tutti Charlie, ma sempre lì e mai qui; siam tutti Charlie ma in fondo la libertà d’espressione ci piace così e così; e se a negarla è un’università statale in combutta con la comunità ebraica che importa? Chi ricorda che qualche ora dopo l’attentato a Charlie Hebdo il presidente di quella stessa comunità ebraica, Riccardo Pacifici, dichiarava:«Dobbiamo capire come coniugare la libertà di espressione, che in questo momento è stata brutalmente violata, i principi fondanti di libertà che sanciscono tutti gli stati democratici dell’Unione Europea e la lotta al terrorismo.» E le pressioni esercitate sui vertici di Roma Tre per non accogliere uno storico evidentemente sgradito a quale delle due esigenze rispondevano? Ai “principi fondanti di libertà” o alla “lotta al terrorismo”? Qualcosa non torna…

L’altra responsabile dell’attentato a Charlie Hebdo? L’informazione.

Il terribile attentato del 7 gennaio scorso contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo ha prodotto un fiume di reazioni. Oltre alla comprensibile commozione per l’accaduto, è ripartito il dibattito mediatico sull’importanza della libertà d’espressione. In tanti hanno elogiato pubblicamente la libertà assoluta di poter dire e di poter ridere di quello che si vuole; in molti hanno fatto notare che la satira “non deve essere politically correct, sennò non sarebbe satira”; altri hanno fatto invece ricorso al motto “Una risata vi seppellirà”. Il tutto è poi confluito nell’oceanica folla che ha riempito le strade di Parigi domenica 11 gennaio in una manifestazione di condanna al terrorismo e di esaltazione massima della libertà d’espressione nel paese di Voltaire: manifestazione bellissima, che ha unito un popolo dignitoso e fiero delle proprie origini, ma anche composto da cittadini musulmani o di origine araba, additati da alcuni spara-sentenze come i responsabili morali dell’attentato. Peccato solo che la manifestazione si sia svolta “solo” per questo attentato e non anche per ricordare le oltre 2.000 vittime di Boko Haram in Nigeria e gli oltre 130 bambini pakistani morti nella strage della scuola di Peshawar, compiuta dai talebani il 16 dicembre scorso. Ma si sa, ormai gli “inceneritori mediatici” non ricordano niente e smaltiscono gli eventi come fossero rifiuti. Ciò che è successo ieri non conta più, se poi il fatto accade a chilometri di distanza a chi vuoi che importi?

Tornando alla manifestazione, è opportuno ricordare come vi sia stata la partecipazione in prima fila anche di alcune personalità politiche non propriamente fulgidi esempi di laissez-faire verso la stampa come il re ʿAbd Allāh di Giordania, il ministro degli esteri Egiziano Sāmiḥ Šukrī, il primo ministro ungherese Viktor Orban, il primo ministro russo Sergej Lavrov e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in rappresentanza di un paese le cui forze armate l’anno scorso hanno causato la morte di 7 giornalisti nella Striscia di Gaza. Senza contare la partecipazione di Eric Holder, Procuratore Generale degli Stati Uniti – con annesse polemiche sull’assenza del Presidente Obama – un paese che, alla luce delle rivelazioni di Edward Snowden e del premio Pulitzer Glenn Greenwald sul cosiddetto scandalo Datagate, avrebbe ben poco da insegnare in materia di rispetto dei diritti civili. Vogliamo parlare anche del ministro degli esteri dell’Arabia Saudita Nizār Bin ʿAbīd Madanī? Il ministro degli esteri di un paese che (solo per restare ai giorni nostri) ha condannato il blogger Rāʾif Badawī a ricevere 50 frustrate ogni venerdì santo per aver rivolto presunte “offese all’Islam” a causa di “pericolosi” messaggi postati sul suo sito Free Saudi Liberals come il seguente? «Abbiamo il diritto di dire e pensare ciò che vogliamo così come abbiamo il diritto di amare e odiare, di essere islamisti o liberali» Caspita, quanta libertà di espressione! Possibile che nessuna delle autorità presenti (francesi e non) abbia avuto qualcosa da ridire contro la partecipazione alla manifestazione di uno stato che calpesta così sfacciatamente il diritto alla libertà d’espressione?

LO SCONTRO DI CIVILTÀ – Ovviamente, insieme al dibattito sulla libertà di stampa, sono ripartiti i tuttologi di niente che tutto vogliono dare a bere di sapere, nel dire che “se non ce ne fossimo accorti, noi siamo in guerra”, che ragione da vendere aveva Papa Francesco quando faceva riferimento alla Terza Guerra Mondiale, che d’altronde anche loro l’avevano sempre detto e che chi non la pensa così “è un imbecille”. Però, che arguzia! Che profondità di pensiero! Eppure Giuliano Ferrara dovrebbe ricordare che parte di questa guerra l’abbiamo causata noi quando abbiamo assecondato e seguito la scriteriata politica mediorientale statunitense in Afghanistan e in Iraq con la risibile scusa della lotta al terrorismo (quando invece se proprio di guerra bisognava parlare, sarebbe stato necessario volgere lo sguardo allo Yemen e all’Arabia Saudita). Provocazioni a parte, chi scrive non vuole certo legittimare le formazioni integraliste e lo scompiglio che stanno creando in Medio Oriente; né, d’altronde, si vuole giustificare in alcun modo ciò che è accaduto il 7 gennaio, dal momento che la violenza è sempre sbagliata. Eppure, questo non dovrebbe essere un alibi per dover leggere sulla stampa nostrana articoli o titoli che provocano una vera e propria islamofobia, come denunciato da tutti i firmatari dell’appello “Basta, Khalas” lanciato dai curatori del sito osservatorioiraq.it.

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DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO – Leggere titoli come questo sui nostri organi d’informazione è uno schiaffo in faccia a quanti ogni giorno cercano di informarsi davvero e di non ragionare in base alle logiche di parte, semplificatrici e, tutto sommato, consolatorie che il nostro senso comune prova subito a suggerirci. Qui nessuno si deve “auto-assolvere”, in primis perché tutti sanno (o dovrebbero sapere) che la responsabilità penale è personale; in secondo luogo, perché attribuire all’intera classe degli Imam la responsabilità anche solo parziale dell’accaduto in un titolo (sia pure come provocazione) denota una certa forma di razzismo ed ignoranza. È innegabile, sicuramente alcuni Imam avranno mandato messaggi estremi usando come pretesto la predicazione dell’Islam. Ma alcuni, non tutti. Secondo questa logica, siccome alcuni preti e vescovi cattolici hanno commesso abusi sessuali e stupri su minori bisognerebbe intitolare “Stupri, i preti si auto-assolvono”.

E che dire di alcuni eminenti studiosi ed esperti nel proprio campo che decidono di indossare i panni dell’arabista per l’occasione? Ecco Bruno Tinti, ex magistrato, ora editorialista per Il Fatto Quotidiano che in un articolo che già si presenta bene con l’accattivante titolo “Si fa presto a dire dialogo tra culture” ci illumina così:« Le differenze tra occidentali sono in effetti profonde: nulla accomuna un norvegese e un italiano. Ma per gli arabi è diverso, per via della loro religione che tutti li unisce. E siccome è una religione intollerante (come lo era quella cattolica ai tempi dell’Inquisizione), anche in questo sono uguali: la laicità, per gli arabi, è incomprensibile.» Poi Tinti, magnanimo, aggiunge:«Tutto questo non ho detto ad alcuni conoscenti libanesi che commentavano la strage di Parigi.» E meno male che non l’ha detto, verrebbe da aggiungere! Peccato solo che abbia sentito il bisogno incontenibile di scriverlo su un quotidiano che esce a tiratura nazionale. Non occorrerebbe essere degli arabisti per sapere che il Libano è diviso sin dalla sua indipendenza in confessioni religiose, ma in ogni modo l’ex magistrato prima di discettare sul mondo arabo si sarebbe potuto leggere un bel libricino, Il Libano Contemporaneo (Carocci, Roma, 2009) di Rosita Di Peri, docente di Politiche, istituzioni e culture del Medio Oriente all’Università di Torino. Avrebbe scoperto che il Libano è diviso in 18 comunità religiose: 12 di estrazione cristiana, 5 di tipo musulmano oltre a quella ebraica. Ma Tinti questo non lo sa o non lo dice, quindi si riparte con la Rumba delle generalizzazioni e vai con il sempre verde «Tutti gli arabi sono musulmani». Che è un po’come dire che le bionde sono tutte stupide; o che gli italiani sono tutti mafiosi (e quanto ci rode a ragione quando qualcuno lo sostiene!). «Perché gli arabi non utilizzano le loro immense risorse economiche e finanziarie per avviare un processo di modernizzazione dei loro Paesi? Perché la massima aspirazione dei componenti la classe dirigente è quella di avere il palazzo più alto e il palmeto più rigoglioso invece che l’impiego della ricchezza nell’istruzione diffusa e nella creazione di strutture produttive che garantiscano qualificate opportunità di lavoro?» Tralasciando il fatto che in questo momento noi italiani siamo difficilmente in grado di impartire a chicchessia lezioncine sulle “qualificate opportunità di lavoro”, Tinti probabilmente pensa che tutti “gli arabi” abbiano le stesse disponibilità economiche degli sceicchi dei paesi del Golfo. E al povero lettore che mentre legge si chiede «ma che c’entra il dialogo tra le culture?» l’ex magistrato risponde nel finale:«Sarà per questo che vi state indignando [i libanesi di cui sopra ndr] per la presunta propaganda sionista invece che per l’ottusa intolleranza religiosa in cui i vostri governi vi mantengono? Si sono tutti arrabbiati. Ma non una signora che mi ha detto pacatamente:”Bravo, ha ragione”. Un’economista, laureata in Gran Bretagna.» Ah ecco, ora è tutto chiaro: i libanesi in questione che rappresenterebbero “gli arabi” sono degli squilibrati che, almeno a sentire il racconto di Tinti, si lamentavano della «presunta lobby giudaica che controllava l’informazione e che sfruttava l’avvenimento per rappresentare gli arabi come barbari sanguinari» (come se noi occidentali difettassimo di teorie complottiste); l’economista laureata in Gran Bretagna che “pacatamente” gli dava ragione – ora sì che possiamo dormire sonni tranquilli – è, guarda caso, occidentale, dunque ragionevole, non come quegli altri esaltati.

Semplificazioni come queste  – che ovviamente non si esauriscono a questo articolo e che non sono riconducibili solo a Tinti, contro cui non si ha niente di personale – non solo è aberrante che vengano pubblicate su un quotidiano che, piaccia o meno, è di stampo nazionale  ma sono totalmente scollegate dalla realtà. Il mondo arabo non è composto solo da musulmani integralisti e musulmani non integralisti, perlopiù ricconi che si crogiolano tra le loro palme: oltre che dalla presenza di altre comunità religiose, il mondo arabo, proprio come quello occidentale, è fatto anche di persone atee, agnostiche o che si professano musulmane più per convenienza sociale che per reale aderenza ai valori islamici tout court. Così come molte persone si professano cattoliche pur andando a messa (se ci vanno) solo il giorno di Natale. Le realtà nelle quali viviamo sono molto più complesse e diversificate di quanto non venga fatto passare in molti dei nostri organi di informazione, che saranno anche più liberi di esprimersi, almeno rispetto a quelli di altri paesi, ma che non approfittano della maggior libertà che hanno per presentare un’informazione non banale e che non ricada sui soliti luoghi comuni.

In Italia la maggior parte dei credenti è di religione cattolica; ma quanti di quelli che si professano cattolici vanno a messa tutti i giorni? Stesso discorso vale per la realtà araba, seppur con delle distinzioni da fare. È vero, il retaggio sociale e culturale dell’Islam nel mondo arabo è indubbio, maggioritario e più profondo di quanto non lo sia quello del cristianesimo attualmente da noi; non ci piove, molti paesi arabi non sono laici e hanno posto come basi dei propri regimi dittatoriali fondamenta religiose; ma occorrerebbe sempre essere attenti a non fare di tutta l’erba un fascio. Nella pur autoritaria monarchia saudita, la cui casa dinastica governante si rifà all’islamismo wahabita (scuola di pensiero, quella sì, integralista) e in cui una donna al volante è considerato un reato, per fortuna vi è anche chi riesce ad ironizzare su questi assurdi divieti come Hišām Faqīh e Fahad Al-Butayrī, che hanno riproposto online una versione ironica della celebre No Woman, No Cry di Bob Marley, ossia No Woman, No Drive.

E che dire del caricaturista siriano ʿAlī Farzāt -brutalmente pestato a Damasco da tre uomini col volto coperto nell’agosto del 2011 in seguito alla pubblicazione di vignette satiriche su Bašar al-Asad – che in riferimento all’attentato di Parigi ha recentemente scritto:«L’Islam e i musulmani non hanno colpa di tutto quest’orrore, di questa brutalità e ignoranza, il loro è un messaggio di luce e di amore, non un messaggio di morte.» Eppure non sembra un messaggio detto da uno la cui “religione è intollerante”. Persino il leader della formazione sciita libanese Ḥizballāh – considerata un’organizzazione terroristica sia da UE che da USA – Ḥasan Naṣr Allāh ha dichiarato che atti terroristici condotti dai “gruppi takfiristi” – takfīr in arabo vuol dire “apostasia” e il termine fa riferimento alla scissione tra sunniti e sciiti del 632 – come quelli di Parigi offendono il Profeta più delle vignette. Ma questo i vari Bruno Tinti della situazione non lo sanno o lo ignorano. E non lo sanno o lo ignorano perché forse scrivono su una realtà che conoscono poco. Non c’è niente di male in questo, non si può sapere tutto: ma proprio perché non è possibile magari sarebbe buona norma documentarsi prima di scrivere un articolo così superficiale su un quotidiano nazionale.

 

VIVA LA SATIRA! – Ora che Charlie Hebdo è diventato un’icona della satira e della risata dissacrante molti commentatori si sono messi a pontificare sul valore benefico e positivo per le nostre società laiche dello strumento della satira;  satira che, secondo Massimo Gramellini (La Stampa del 9 gennaio scorso), «non è mai blasfema, perché non si occupa dell’assoluto, ma del relativo. Non di spiritualità, ma di umanità. La satira non manca di rispetto a Dio, casomai agli uomini che usano Dio per dominare altri uomini.» Chissà se si tratta dello stesso Massimo Gramellini che qualche anno fa a Che Tempo che Fa ci ammoniva che no, non si può ridere di tutto, in riferimento ad una battuta molto cattiva sulla Shoah, come fatto notare su Linkiesta da Andrea Coccia.
Si è fatto l’esempio di Gramellini, ma qui il discorso è più ampio. Dal momento dell’attentato in poi si è voluto mitizzare il settimanale satirico francese, quando in precedenza nei canali della nostra informazione – notoriamente chiusi verso il mondo esterno – lo si ignorava palesemente. Ora tutto ciò che pubblica Charlie Hebdo è satira e fa ridere? Al parer di chi scrive, molti dei discorsi che si sono fatti risentono dell’onda emotiva che è inevitabilmente seguita agli attentati di Parigi. Chi di noi non si è sentito Charlie se ad essere messe in gioco sono la libertà di stampa e d’espressione? Eppure, questo non dovrebbe impedire di perdere del tutto il raziocinio e di fare dei distinguo che, lo si ripete ancora una volta a scanso di equivoci, non sono assolutamente finalizzati a giustificare l’uso della violenza. Tuttavia pubblicare una vignetta con su scritto sopra:«Le Coran c’est de la merde», seppur con intento ironico, è davvero satira?

Come ha dichiarato recentemente Vito Mancuso, docente di Storia delle Dottrine Teologiche dell’Università di Padova:«Tra il bianco e il nero esistono sfumature seppure nel caso della strage di Charlie Hebdo il nero stia tutto dalla parte degli assassini. Condivido però la critica di aver radicalizzato lo scontro, rivolta da Delfeil de Ton, uno dei fondatori del settimanale francese, ora a Le Nouvel Observateur, al defunto direttore Charb». Paradossale vero? Una delle poche voci critiche che si è levata in questi giorni contro il settimanale è quella di Henry Roussel, uno dei fondatori di Hara Kiri (poi divenuto Charlie Hebdo) che ha scritto recentemente un pezzo polemico sul Nouvel Observateur – sotto lo pseudonimo di Delfeil de Ton – dal titolo “Ce l’ho veramente con te, Charb” in cui accusa l’ormai ex direttore di Charlie Hebdo di aver trascinato l’intera redazione alla morte, radicalizzando le vignette satiriche pubblicate in questi anni in senso islamofobo. Ergo, se anche uno dei padri della rivista “osa” criticarla, forse il settimanale in questione non è perfetto e del tutto esente da critiche. E in alcuni casi bisognerebbe avere rispetto quantomeno dei credo delle persone. Questo lo si vede anche nella vita quotidiana: se mi siedo ad un tavolo con una persona profondamente credente, farò ben attenzione a cercare di non bestemmiare. Certo che sono libero di poter dire quello che voglio, ma la mia libertà personale dovrebbe cercare anche di non recare offesa alle credenze altrui. E questo non perché ci deve essere una legge a dovermelo impedire. Ancora Mancuso dice:« [Bisogna scrivere e disegnare  con il limite del rispetto] Della legge, certo. Ma si deve anche rispettare la sensibilità altrui, il patrimonio ideale degli altri. Da dove viene questa idea di laicità? Da un processo di pace e di tolleranza? No. Viene dalla Rivoluzione Francese che nei 17 mesi di terrore tra il 1793 e il 1794 causò 100.000 morti: una media di 200 al giorno. E tutto questo nel nome di “liberté, egalité, fraternité”, compresa, immagino, la libertà di stampa.[…] Il comico Dieudonné viene arrestato per apologia di terrorismo per aver scritto “Je suis Charlie Coulibaly” dalla stessa Francia laica che, a sua volta, riconosce che le parole hanno dei limiti.»

Ora tutti si scandalizzano quando le massime autorità religiose e teologiche islamiche condannano le vignette della rivista e raccomandano ai credenti di non comprarla: ma quando ad essere presi di mira da Charlie Hebdo erano il Papa o le figure divine cristiane, la CEI si sganasciava dal ridere fino ad offrire un aperitivo all’autore della vignetta o invece reagiva scandalizzata? Se abbiamo la memoria corta – e a quanto pare la abbiamo – la risposta sembra suggerircela niente popò di meno che il pur moderno Papa gesuita dei nostri tempi che ricorda sì come «non si può offendere o fare la guerra, uccidere in nome della propria religione, in nome di Dio […] Ognuno ha non solo la libertà e il diritto ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune», ma aggiunge anche «senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri (l’organizzatore dei viaggi papali, che si trovava a fianco del Pontefice, ndr), che è un amico, dice una parolaccia contro mia mamma, gli aspetta un pugno. Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri.»

Ora, andando anche oltre le parole del Papa, mettere in risalto con certosina malizia che i massimi organi teologici e religiosi islamici si offendono per le vignette di Charlie Hebdo, facendo passare neanche troppo sottotraccia il messaggio «Vedete? Non saranno tutti integralisti, ma i musulmani non sanno ridere di loro stessi!» è un’operazione mediatica di autentico sciacallaggio, in un momento come questo. Inoltre, anche se ovviamente la stragrande maggior parte dei musulmani condanna la violenza, probabilmente queste vignette non hanno offeso solo gli integralisti e i terroristi ma anche quella vasta porzione di credenti che non commetterebbe mai un omicidio in nome di Dio. Ci piace? Non ci piace? Siamo d’accordo? No? Siamo liberissimi di credere quello che vogliamo. Ma proprio perché sosteniamo la libertà di espressione non dovremmo stigmatizzare o stupirci di chi si lamenta (e si limita solo a quello, ovviamente) delle vignette sul Profeta. Proprio come ormai non ci stupiamo più – purtroppo – di un’autorità religiosa cristiana che pronuncia messaggi di chiusura verso gli omosessuali. Anche qui, possiamo non essere d’accordo, eppure nessuno prende le parole della CEI e le attribuisce ad una comunità intera di credenti, perché tra i cattolici praticanti sappiamo bene che vi sono omosessuali e anche coloro che non avrebbero nulla di male se un omosessuale si dichiarasse cattolico praticante.

 

CHARLIE SI PUÒ CRITICARE? – Un ultimo pensiero lo vorrei dedicare a Maurice Sinet. Per chi non sapesse o non ricordasse chi sia, Maurice Sinet era uno delle firme di punta di Charlie Hebdo. Il 15 luglio 2008 fu espulso “dall’irresponsabile” settimanale satirico francese con l’accusa di “antisemitismo” per aver pubblicato nel numero del 2 luglio di quell’anno questo testo che ironizzava sulla conversione all’ebraismo di Jean Sarkozy, figlio dell’allora Presidente della Repubblica Nicolas:« Jean Sarkozy, degno figlio di suo padre e già consigliere generale de l’UMP, è uscito praticamente applaudito dal processo per omissione di soccorso in scooter. Il pubblico ministero ha persino richiesto il suo rilascio! Bisogna dire, però, che colui che lo querela è un arabo! E non è tutto: lui [il figlio di Sarkozy, ndt] ha appena dichiarato di volersi convertire all’ebraismo prima di sposare la sua fidanzata, un’ebrea, ereditiera dei fondatori di Darty. Ne farà di strada, nella vita, il piccolo!»

Ora, il testo può piacere o meno, ma non è questo il punto. Dov’era la liberta di ridere di tutto in questo caso? Per quanto ancora potremo ironizzare su tutti i credo, ad esclusione di quello ebraico, senza che ci venga rinfacciato l’Olocausto? Non si tratta di essere antisemiti; ma una volta riconosciute le colpe, che si scindano una buona volta. Se un vignettista nel 2008 può sentirsi libero di ironizzare su tutte le religioni ma non su quella ebraica è evidente che abbiamo ancora un “complesso di Hitler” dal quale non riusciamo proprio a liberarci. E in questi giorni in cui Charlie Hebdo viene preso ad esempio come emblema della libertà di stampa e d’espressione solo in pochi hanno ricordato il caso di Sinet, cacciato per “antisemitismo” – o presunto tale – e mai più reintegrato nel settimanale. Per completezza d’informazione va detto che nel 2008 il direttore non era ancora Stephane Charbonnier, ma Philippe Val; tuttavia anche con il cambio alla guardia, Maurice Sinet non è mai tornato al suo posto, al punto che ora esiste il Siné Mensuel, il mensile (in origine un settimanale) che Sinet pubblica da quando fu licenziato da Charlie Hebdo.

Ma la domanda è: perché quasi nessuno lo ha ricordato? Probabilmente una delle spiegazioni è che eravamo tutti così indaffarati a twittare #JesuisCharlie sui nostri pc, tablet e smartphone fabbricati col sangue di bambini e ragazzi congolesi (e per loro quale capo dello stato scende in piazza?) che muoiono ogni anno a milioni mentre sono costretti a raccogliere il Coltan e la Cassiterite – minerali altamente radioattivi – che ci si è dimenticati la realtà più semplice: e cioè che una rivista deve essere libera di pubblicare quello che vuole ma che non si può pretendere possa piacere a tutti. Solo una cosa è certa: la violenza va sempre condannata. Ma a parer di chi scrive anche l’ipocrisia;  ha scritto giustamente il già citato Andrea Coccia:«È fondamentale ricordare l’umanità di quella rivista, un’umanità che si rivela nelle contraddizioni, nelle ombre, perché solo gli eroi non hanno ombre, solo le divinità sono senza contraddizioni». Io non mi sento Charlie perché, pur essendo un profondo sostenitore della libertà d’espressione e pur essendo ateo, sono convinto che per ridere si possa evitare di farlo sulle credenze altrui. Sono ancor più convinto che Charlie Hebdo – come tutti gli altri giornali – è ben lungi dal non sbagliare mai. E sarò lieto se qualcuno leggendo queste righe scuoterà la testa o si troverà in disaccordo: perché in fondo è anche questo ciò che è chiamato “libertà d’espressione”.

 

P.s. Il giorno seguente Bruno Tinti ha scritto un articolo davvero bello e incisivo sull’impunibilità del falso in bilancio, argomento nel quale è decisamente più ferrato, con un incipit volutamente provocatorio:«Ma perché nessuno glielo dice a Renzi che il suo ministro della Giustizia di Giustizia non capisce niente?». Caro Tinti, non me ne voglia, ma qualcuno deve pur dirglielo: lasci stare gli arabi e continui a scrivere di leggi e giustizia. Con profonda stima.

Francia – Charlie Hebdo, quando la guerra sbarca in Europa

Il risveglio dalle vacanze natalizie per l’Europa è stato il peggiore possibile. Uno di quei risvegli che ti catapultano all’inferno. Un inferno fatto di armi, morte, che vede la guerra nella Nazione culla e ispiratrice del moderno concetto d’Europa. Non è questione di atteggiamenti allarmistici, qui non si tratta d’insurrezionalismo o black block. Qui si tratta di guerra. Guerra non più combattuta a migliaia di chilometri da noi, ma dentro le strade delle nostre capitali.

Nella giornata del 7 Gennaio un commando ha assaltato la sede del giornale satirico francese CHARLIE HEBDO, noto per le sue vignette sull’Islam, e ha aperto il fuoco al grido di “Allah akbar”. Si tratta di due fratelli franco-algerini e di un giovane senza fissa dimora. Sono Saïd Kouachi (34), Chérif Kouachi (32) – entrambi nati a Parigi – e Hamyd Mourad (18). Tutti cittadini francesi e quindi con libertà di movimento nell’Unione Europea. In Francia lo Ius Soli è legge da decenni.

Il giornale CHARLIE HEBDO è da sempre noto per la sua irriverente spregiudicatezza. Già nel 2006 il settimanale suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. Si ricorderà come l’esposizione nel 2011 delle vignette satiriche sul Profeta Maometto da parte del Senatore italiano della Lega Nord Calderoli sulla televisione di Stato Rai provocarono l’assalto al Consolato italiano di Bengasi. La sede del settimanale fu successivamente distrutta da un incendio provocato dal lancio di una bottiglia incendiaria nel novembre 2011. L’attentato, che non provocò vittime, avvenne nel giorno in cui era stata annunciata l’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria elettorale degli islamisti in Tunisia. “Maometto direttore responsabile di Charia Hebdo”, si leggeva su un comunicato stampa che annunciava il numero, con un gioco di parole sulla legge islamica.

Charlie Hebdo riuscì a conquistare nuovamente le pagine dei giornali internazionali nel 2012, quando pubblicò nuove vignette satiriche sul profeta dell’Islam. Uno di essi raffigurava Maometto nudo, steso sul letto, che ripete la battuta cult di Brigitte Bardot al regista che la inquadra nel film Il disprezzo: ”E il sedere? Ti piace il mio sedere?”. La pubblicazione avvenne nel pieno della bufera scatenata dal film sulla vita del profeta L’innocenza dei musulmani, prodotto semi-clandestinamente negli Usa, che aveva infiammato il Medio Oriente.

 

Je suis CHARLIE HEBDO
Je suis CHARLIE HEBDO

 

Vista la sua intransigenza Charb era finito nella lista nera dei most wanted di Al Qaeda, per i “crimini commessi contro l’Islam” a causa della satira pungente del settimanale contro Maometto. La foto del direttore di Charlie Hebdo, accanto a quella di altri 9 “nemici dell’Islam“, era stata pubblicata in un vero e proprio “manifesto di morte” nel marzo del 2013 su Inspire, il magazine gestito dall’Aqap. Inspire è come se fosse il bollettino ufficiale del mondo estremista islamico.

Così, mentre il mondo intero condanna la strage nella redazione di Charlie Hebdo, ad aprire un’anomala e scomoda riflessione, cosa impossibile nel desolante panorama italiano, è stato il giornale Financial Times che da oltre Manica ha posto il problema dei limiti di buonsenso alla libertà d’espressione. Libertà d’espressione che è comunque costata la vita a dodici giornalisti e due poliziotti. Ma, i britannici hanno un approccio molto più similare alla realpolitik rispetto alla ideologizzata e  sempre accesa Francia.

In un editoriale pubblicato online il Ft ha accusato il magazine, che in passato era stato già colpito per la pubblicazione delle vignette su Maometto, di aver peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione“, si legge ancora dalle colonne del quotidiano economico britannico. Così il giornale della City, cuore economico dell’Europa, ha attaccato nelle ore di lutto e sgomento, chi ha con quelle vignette causato la reazione terroristica.

“Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, che devono essere catturati e giudicati, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocando i musulmani sono soltanto stupide”.

All’inizio dell’articolo Toby Barber, direttore per l’Europa di Ft, afferma che l’attacco “non sorprenderà chiunque abbia familiarità con le crescenti tensioni” tra gli oltre 5 milioni di cittadini musulmani di Francia e “l’eredità velenosa del colonialismo francese in Nord Africa”. Barber ricorda che;

il peggior attacco terroristico in Europa degli ultimi anni, l’omicidio di 77 persone in Norvegia nel 2011, è stato commesso non da militanti islamici ma da un fanatico di estrema destra, Anders Behring Breivik.

Insomma, un’analisi argomentata, dal carattere storico e geopolitico.

Barber definisce “l’atrocità a Charlie Hebdo”, come del resto altri attentati tra cui quelli dell’11 settembre, “spregevole e indifendibile”. Ma allo stesso tempo l’editorialista ricorda che la rivista “è un bastione della tradizione francese” della satira più incisiva. “Ha una lunga storia di irrisione e pungolo” nei confronti dei musulmani. Nell’editoriale si ricorda che poco più di due anni fa la rivista ha pubblicato un 65 pagine con le vignette su Maometto e questa settimana ha dato la copertina a Sottomissione, un nuovo romanzo di Michel Houellebecq “che raffigura la Francia nella morsa di un regime islamico guidato da un presidente musulmano”.

A oggi la risposta, come suggerito dal Ft, va cercata nell’identità libera e pluralista della tradizione Europea. La quale è però priva del consenso sulle proprie origini cristiano giudaiche, ma piena di parole e di ideologie, come a fine ottocento.

 

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Ora, ci si chiederà chi è che ha portato la guerra nelle nostre città. Ebbene, siamo stati noi stessi o meglio i nostri governanti e apparati statali. Politiche immigratorie sbagliate, false integrazioni disposte solo sulla carta e, infine, le ferite storiche mai sanate hanno portato alla tragedia di ieri. Così come, e in ciò i Francesi hanno molteplici colpe, la miopia geopolitica dell’Occidente, la cui massima manifestazione di scarsa acutezza è stata dimostrata nella ” Questione Siriana “, che ha riportato linfa vitale all’estremismo islamico. Quali e quanti saranno gli interrogativi su chi ha appoggiato e favorito con aiuti materiali i ribelli siriani poi trasformatisi in massa in combattenti dell’Islamic State? Quanto incide quella piaga decennale e sociale che si concretizza nell’architettura di Le Courbusier e della sua  Unitè , nel cui esempio paragono sono nati e cresciutii presunti attentatori? Ora che la guerra e quei combattenti tornano dai paesi arabi bisognerà affrontarli. Affrontarli senza la capacità militare americana, senza uno spirito come quello degli israeliani o dei Cristiani del Medio Oriente e senza più anima europea. Anima che accoglie e costruisce nel Mediterraneo il suo terreno d’incontro, ma che schiacciata dal materialismo storico e dal positivismo è ormai morta.  La risposta all’odio  può essere  solo il dialogo e la piena consapevolezza di ciò che si è, dei propri errori ed origini e di ciò che si  vuol diventare.