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La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio.

E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran.

La Nuova via della seta dunque, una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

 

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

La razionale strategia di Kim Jong-un

Kim Jong-un è un personaggio da molti deriso e non preso sul serio, ma le sue azioni rivelano un’estrema razionalità. Il riso che provoca in molti occidentali risiede nel non aver ancora appreso l’insegnamento di Montesquie contenuto in “Lettere Persiane”. Opera pubblicata anonimamente nel 1721 ad Amsterdam racconta lo scambio epistolare fra due persiani che viaggiano in Europa, Usbeck e Rica. Questo saggiò offrì a Montesquieu l’espediente per pubblicare, in forma di lettere, brillanti saggi nei quali la società e le istituzioni (francesi innanzi tutto), sono descritte secondo moduli relativisti, adottando il punto di vista di esponenti di una cultura diversa da quella europea. Con satira sferzante, vi si traccia un quadro disincantato dell’assolutismo francese. Ora basta ribaltare i ruoli e all’appellativo “francese” sostituire “occidentale”.

E’ nella relatività dei costumi teorizzata e portata alla luce da Montesquie che s’insidia l’incapacità occidentale di saper riconoscere l’estrema e lucente accuratezza del programma di Kim Jong-un. Allo stesso tempo e modo l’opinione pubblica occidentale non è in alcun modo capace di declinare l’enorme pericolosità delle armi a disposizione del dittatore nordcoreano. Guida suprema della Repubblica Popolare Democratica di Corea, Kim Jong-un ha studiato alla Scuola Inglese Internazionale di Berna sotto pseudonimo e secondo un suo ex cuoco personale, Kim Jong-un sa parlare coreano, inglese, francese e tedesco.

Nell’ultimo anno è particolarmente cresciuta la capacità militare e tecnologica della Corea del Nord, dai test missilistici fino al possedimento della fatidica bomba H, il paese asiatico si è reso protagonista di una forte accelerazione. Un’accelerazione della produzione e capacità tecnico militare che prosegue il solco dinastico a comando della Corea del Nord da decenni.

Seguendo il tratto di conoscenza della società per la comprensione di un popolo, come l’insegnamento di Montesquie richiede, diviene essenziale lo studio dei fondamentali della società nordcoreana. Attraverso ciò si comprenderà il quadro razionale della strategia dello Stato Comunista. Ciò, potrebbe portarci a conclusioni personali ben diverse dalla comoda e dannosa riduzione a nevrosi psicotica della politica estera nordcoreana.

Poc’anzi ho definito la Corea del Nord come un paese comunista, la cui origine dottrinale è confermata dalla storia, ma il cui sviluppo è certamente fuori ogni possibilità di categorizzazione politica, rappresentando pertanto un unicum. Tra i primi fondamentali di un Paese, dopo la descrizione della sua forma di governo e del suo apparato militare vi è imprescindibilmente l’economia. Inaspettatamente e incredibilmente, in antitesi alle previsioni di molte agenzie di rating e analisi, la Corea del Nord ha registrato una crescita del Pil che nell’ultimo biennio è cresciuto dall’1% al 4%. Ciò non ha però portato alcun beneficio alla popolazione, che viene considerata dalle Nazioni Unite tra le più povere del mondo.

La Corea del Nord ricerca un’attenta e scrupolosa “strategia della crisi”. E’ infatti attraverso lo stato di mobilitazione continua e di massa che mantiene saldi i fili del regime sulla popolazione. Ed è sul mantenimento del potere sulla popolazione e dello status di Guida Suprema della Corea del Nord che si gioca la partita di Kim Jong-un.

«La Corea del Nord considera il suo riconoscimento come una potenza nucleare da parte della comunità internazionale – spiega l’editorialista del Corriere Franco Venturini – l’unico modo per garantire la sicurezza e la durata del regime».

Ottenere lo status di paese nuclearizzato permetterebbe a Pyongyang di essere considerata al pari delle grandi potenze. Il grande errore di questa prassi, ormai consolidata a livello internazionale, è stata colpa dell’incapacità della diplomazia anglo-francese degli anni novanta, assai diversa dell’attuale, che portò alla non belligeranza di fronte i test nucleari di Paesi come India e Pakistan nel 1998. Potenze regionali, ma non globali.

Oggi raccontare la crisi nordcoreana come un duello tra eccentrici leader, Trump e Kim Jong-un, è un’evidente sottovalutazione delle forze e degli interessi in campo.

Negli ultimi mesi nei momenti di maggior tensione, Kim Jong-un sembra sempre in grado di poter controllare la partita. Conosce i suoi limiti ed i suoi punti di forza. E’ consapevole che per gli Stati Uniti l’opzione militare resta ancora troppo rischiosa. Sebbene il Pentagono sia operativamente capace di compiere azioni belliche durature ed efficaci nell’area da oltre un mese.

Allo stesso tempo si inseriscono nella partita gli interessi della Cina. Pechino ha da tempo, anche attraverso un recente embargo di petroli e gas, messo in crisi i rapporti con la Corea del Nord. Ciò non rende  però favorevole l’ipotesi di un attacco militare terzo contro Pyongyang da parte cinese. La destabilizzazione del paese avrebbe come prima conseguenza l’esodo di milioni di profughi. E, scenario ancora peggiore, la prospettiva di una riunificazione coreana, magari sotto la regia americana e la forte compresenza della NATO.

Alla luce di queste considerazione Kim Jong-un si deve necessariamente considerare un valido e cosciente stratega. Una strategia dai contorni spaventosi, ma alla luce della partita metaforicamente portata sugli scacchi, rendono Kim Jong-un un re lucido e con una strategia razionale. Una razionale e lucida follia.

Gli Usa di Trump e l’Europa sul fronte migrazioni: compagni di merende

Proprio così, compagni di merende. Precisiamo però in che termini. A scuola ci sono sempre stati a ricreazione i gruppetti che fluttuano per le scale e i corridoi, quelli che quando esci dalla classe​ sono talmente ben trapanati negli stessi posti a parlare delle stesse cose che tu, il vecchio e​caro lupo solitario sfigato, sei costretto ad attuare il vecchio e caro slalom per non incapparci dentro. È un percorso difficile quello. Quando​andavo a scuola io c’era una grande varietà di gruppetti che per quanto considerassi del tutto naturali mi hanno sempre fatto molto ridere. Sembravano tutti molto diversi, chi portava le Vans, chi le All Star, qualcuno quache celtica qua e là e qualcuno falce e martello​.

Rigorosamente o​gnuno si indignava per l’atteggiamento ​e le ostentazioni degli altri. Ci ho pensato a lungo a quale gruppo potessi appartenere, così per naturale curiositas adolescenziale, e sono giunto alla conclusione che tanto far parte di tutti sarebbe stata la cosa migliore ​in quanto nonostante si impacchettassero in vestiti e toni ​diversi, avessero colonizzato angolini dei corridoi ben distinti mangiavano tutti la stessa merenda. Cambiava la confezione, ma la sostanza era sempre la stessa.

​ In fondo dunque erano compagni di merenda.​

A partire da questa riflessione questo articolo vuole analizzare brevemente come strategie e direttive di immigrazione del governo Trump che indignano il mondo occidentale fatto di padri buoni famiglia strenui templari della democrazia e del solidarismo non siano molto lontano  da quelle europee. 

A cambiare è la confezione ma il principio di​sostanza è la stesso​.

Pensateci nella vita di tutti i giorni quanto sono diventate importante le confezioni, se impacchetti bene non è così importante cosa c’è dentro, qualcuno che compra comunque lo trovi. Ad ogni modo venderai a maggior prezzo un prodotto con una bella confezione piuttosto che un ottimo prodotto con una confezione scrausa.

Sta di fatto che noi cittadini dobbiamo smettere di abbuffarci tanto pe’ magnà.

​Altrimenti il r​ischio è​: essere intortati.

POLITICA DI TRUMP E LE VICENDE

Venerdì 27 gennaio Trump ha firmato il quattordicesimo ordine esecutivo della sua presidenza intitolato: Misure per proteggere gli Stati Uniti dall’ingresso di terroristi stranieri sul territorio nazionale. Il titolo già ci dice molto. È iniziata una nuova era.

Lo avevamo sospettato tutti che Trump fosse un fanfarone ciarlatano che aveva strumentalizzato il tema del terrorismo e della migrazione e invece no. Ha promesso e ha mantenuto.

Ma cosa prevede esattamente?

I punti salienti: Congelati per tre mesi gli arrivi da sette paesi a maggioranza islamica – Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen – e per quattro mesi il programma di relocation dei rifugiati (che poi ripartirà a quote annue dimezzate, passando da 110.000 posti a 50.000).

Bloccato totalmente e a tempo indeterminato l’ingresso dei profughi in fuga dalla Siria, definito come “dannoso” per gli interessi statunitensi.
Nel divieto di ingresso per i cittadini dei paesi interessati sono inclusi anche coloro in possesso di green card – e cioè con legittima residenza sul suolo statunitense – e i titolari di doppia cittadinanza (statunitensi esclusi, ovviamente). Restano possibili eccezioni sulla base di una valutazione caso per caso da parte della polizia di frontiera e aeroportuale. Questo che significa? Un aumento smisurato della discrezionalità della polizia di aeroportuale e di frontiera nella valutazione dei casi che non è definita attraverso dei criteri di trasparenza e onnicmprensivi.In aggiunta, viene sottolineata la gravità di una clausola sulla base della confessione religiosa. Banalissimamente una selezione severa dei rifugiati provenienti dagli stati islamici, i cristiani e altre minoranze religiose prima rispetto ai musulmani. Obiettivo: preservare l’Occidente.

Ecco perché è illegale

Come è stato fatto notare dai giudici federali che hanno bloccato l’ordine esecutivo sono due gli strumenti che ne contestano la legalità: la Costituzione, una legge del 1965 contro la discriminazione E LA Convenzione di Ginevra del 1951.

La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l’eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L’ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso.         ​

Una legge del 1965, precisamente The Immigration and Nationality Act che vieta la discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. La discriminazione in questo caso è aggravata dalla logica religiosa che dà priorità ai cristiani e ad altre minoranze religiose perseguitate.

Nella misura in cui il decreto è applicabile a un richiedente asilo, questo non pare assicurare il principio di due process (ovvero la valutazione dei singoli casi) proprio in virtù della forte discrezionalità che viene data alla polizia di frontiera né adempie all’obbligo di non refoulment, ovvero di non respingimento che vieta il respingimento forzato di individui provenienti da zone di conflitto, sancito​ dalla Convenzione di Ginevra.

​ECCO COME VIENE GIUSTIFICAT​O​

E’ una questione di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo. Questo a quanto pare l’ampia discrezionalità data alla polizia nella valutazione degli ingressi di stranieri negli USA compresi anche i possessori di Green Card.​

​Oltre alla precisazione che sono stati respinti numerosi immigrati non provenienti dalla lista dei paesi c.d. “pericolosi” la verità è ancora un passo più avanti, come spesso accade, rispetto alla politica in quanto nessuno degli attacchi terroristici avvenuti negli ultimi anni su suolo americano è stato commesso da cittadini dei sette stati sulla lista nera di Trump o tantomeno da rifugiati siriani.

​Un recente studio scientifico fatto da Cato Institute è stato dimostrato che delle persone (anzi, tutte) che hanno perpetrato attacchi terroristici sul suolo americano sono erano nati o residenti negli Stati Uniti.

​Lo stesso studio inoltre dimostra la mancata correlazione tra terrorismo e immigrazione. Infatti viene dimostrato chela probabilità che un cittadino statunitense perda la vita a causa di un atto di terrorismo commesso da un rifugiato è estremamente remota 1 su 3.6 miliardi.

IL SUMMIT DELL’UNIONE EUROPEA A MALTA 

​L’unione Europea che si preoccupa da tutti i lati, giustamente, di indignarsi a Trump all’ultimo Summit tenutosi a febbraio a Malta, La Valletta, a dimostrato di essere allineata su tutti i fronti alle politiche di Trump ma di confezionarli in pacchetti più carini.  Allo stesso modo infatti viene utilizzato l’approccio emergenziale securitario e viene chiaramente esplicitata l’intenzione di respingimento  dei migranti. Secondo al Dichiarazione di Malta firmata da tutti i partecipanti al Summit si possono evincere i punti chiave di azione:

​1. Contrasto immigrazione irregolare

  1. Contrasto alla traffico di esseri umani
  2. Lavorare con i paesi di di partenza come la Libia e altri paesi del Nord Africa e delll’Africa Subsahariana​

Per raggiungere questi obiettivi si è pensato di utilizzare uno strumenti prioritario, la cooperazione con la Libia.

Dunque cooperazione, training della guardia costiera per impedire alle imbarcazioni di partire, adeguare i centri di accoglienza a standard minimi, sensibilizzare i migranti circa i rischi che corrono e infine per assicurare alla Libia che non corre il rischio di essere il tampone dell’Europa è stato previsto anche di rendere più efficaci i controlli alle frontiere via terra libiche. Dunque di fatto abbiamo tre elementi che ci ricordano le poltiche di Trump: di fatto il respingimento con l’inasprimento dei controlli via mare e via terra e l’approccio emergenziale che è chiaramente frutto della volontà di salvaguardare la sicurezza nazionale.

Ci sono due punti da aggiungere a tutto questo: il primo è che viene apertamente vìolato il principio di non respingimento, in quanto più del 39% di migranti provenienti dalla Libia viene riconosciuta la protezione internazionale con l’aggravante che le condizioni disastrose libiche in termini di accoglienza di migranti, che prevedono prigioni, torture, violenze sessuali non rientrano negli standard minimi che lo possano definire come un paese terzo sicuro. Inoltre la Libia è uno dei paesi che non ha firmato la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati. Date tutte queste premesse va da sè che respingere migranti in Libia ance con una cooperazione e training in atto ad oggi provocherebbe gravissime conseguenze per la vita di migliaia di persone.

Per rafforzare la collaborazione con la Libia a questa dichiarazione di intenti è stato firmati e ratificato un Memorand​u​m d’intesa tra l’Italia e il governo libico, o sarebbe più corretto dire uno dei governi libici, ovvero quello di Farraj per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere. Chissà che ne pensano gli altri governi libici.

Il fatto che il Memorandum faccia uso della parola “clandestino”  come sinonimo di migrante irregolare che non propriamente non ha significato giuridico e che è stata, grazie al supporto ​dell’Associazione Carta di Roma, è stata cancellata dalla documentazione ufficiale italiana, la dice lunga sull’approccio che è stato utilizzato e purtroppo ance sulla competenza di chi lo ha concepito e stilato.

Lontano da retoriche populiste che non mi appartengono c’è ancora molto da fare in Europa e negli Stati Uniti per dare sostanza alla retorica dei diritti dei migranti.

La verità è che la campanella è suonata, la ricreazione è finita e ora sarebbe ora di guardare oltre i gruppetti e capire che siamo tutti nella stesa classe.

Vero o falso? Moda made in China

Se pensate che il cinese con la macchina fotografica in mano sia un luogo comune come il panino con la lasagna beh sappiate che non lo è. Nelle grandi città della Cina non c’è uomo, donna o bambino che non abbia un cellulare e un selfie stick in mano. Ho visto una ragazza di Pechino organizzare una sorpresa al fidanzato per il compleanno, l’ha portato in un ristorante lussuoso e panoramico con vista sulla città e gli ha fatto trovare una torta enorme. Prima di ringraziarla, prima di spegnere le candeline, prima di essere sorpreso, aveva il telefono in mano. La ragazza non se l’è presa perché tanto stava facendo una foto anche lei.

La fotografia d’altra parte può essere considerata un aspetto dell’arte in cui i cinesi sono maestri: la riproduzione della realtà. La moda made in China ne è un esempio.

Come in occidente, anche gli stilisti cinesi si occupano di prêt à porter e di alta moda. Non c’è però ancora una uniformità nel loro stile, un qualcosa che renda “il look cinese” identificabile come “il look alla francese” o “all’inglese”. Tutto questo perché la Rivoluzione culturale promossa da Mao Tse-Tung ha cancellato molti aspetti tradizionali e culturali del paese, compresa la storia del costume. Mao ha per esempio introdotto lo zhongshan, una giacca-divisa con quattro tasche e il colletto alla coreana che tutti dovevano indossare allo stesso modo. Solo le riforme che sono state fatte dagli anni Ottanta in poi hanno permesso la nascita dell’industria della moda e quindi l’affermarsi di stilisti, ognuno con una sua interpretazione personale dello stile tradizionale cinese.

Wang Yiyang
Wang Yiyang

Nell’attesa che Wang Yiyang, Laurence Xu o Yiyang si affermino a pieno nella scena internazionale, è nei Fake Market, i mercati del falso, che si esplica la massima creatività della moda made in China. Sono molte la fabbriche che si trovano in Cina e non è raro che i dipendenti riescano a sottrarre qualche pezzo, magari fallato o in sovrapproduzione, per rivenderlo poi a prezzi stracciati. Per avere un’idea, una borsa dal costo di 3000 euro viene venduta a 300. Naturalmente è tutto falso, ma un falso in grande stile, con tanto di numero di serie, scatola e cartellino di originalità. Spesso la merce migliore è nascosta nei magazzini e solo quando il negoziante pensa di avere davanti un acquirente interessato le tira fuori. La contrattazione poi è tutto. Un portafoglio Ferragamo in pelle: prezzo iniziale richiesto 39 euro, aggiudicato dopo il consueto tira-e-molla a 10 euro. Una cintura in cuoio Armani: prezzo di partenza 45 euro, accordo finale a 10 euro. Un paio di mocassini Tod’s da uomo, in pelle marrone. Si parte da 98 euro, si chiude l’affare a quota 39. Cinque magliette Dolce & Gabbana per 40 euro in tutto.

Nelle grandi città del Paese l’80% delle persone che incontrerete per strada hanno una borsa di Chanel dell’ultimo modello o una Birkin di Hermès.

Susie Lau, Style Bubble
Susie Lau, Style Bubble

In Cina anche le fashion blogger sono un fenomeno recente. Sempre attente a quello che succede nei paesi occidentali e stufe di quello che propone il sito “mainstream” di Vogue China, si sono cominciate a dare da fare, cercando un approccio più personale al tema della moda. Il nome di Susie Lau probabilmente non vi dirà nulla eppure è la più famosa nel suo paese: il suo stylebubble, nato nel 2006, conta 30.000 visitatori il giorno. Un altro esempio di blogging è quello di Nancy (Xiaoxi) Yang, giovane cinese che vive e lavora a Berlino.

La via da seguire non è quella dei social tradizionali che in Cina non sono autorizzati, quindi al posto di facebook e twitter, si usa Weibo. Simil-twitter, ma usato come Simil-facebook. In un Paese con oltre un miliardo di abitanti essere famose non è una cosa da poco.

Mar Cinese Meridionale – Il vaso di Pandora

L’acqua è da sempre elemento imprescindibile al quale l’uomo per sua genesi e importanza è legato. Allo stesso tempo e modo a essa sono legati i traffici commerciali. Nella disputa globale si è inserito da alcuni anni la sovranità sulle acque del Mar Cinese Meridionale, che con i suoi è uno dei tratti di mare di maggior importanza per il commercio mondiale.

La Corte permanente di arbitrato dell’Aja, lo scorso martedì, ha emesso il suo verdetto circa il Ricorso proposto dalle Filippine per alcuni atti posti in essere dalla Cina nel mar Cinese meridionale. Il tribunale ha deliberato sulle violazioni cinesi, denunciate dalle Filippine, della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos). La Corte permanente di arbitrato (Pca), che dirime le dispute internazionali sui territori marittimi, ha deciso che gran parte delle aree rivendicata da Pechino – secondo cui il 90% delle acque contese le appartiene – sono in realtà acque internazionali. Nell’area ci dovrebbero essere riserve significative di gas naturale e di petrolio. Anche altri paesi dell’area, tra cui Vietnam, Malaysia, Brunei e Taiwan, ne rivendicavano la proprietà.

L’arbitrato richiesto dalle Filippine ha stabilito che «non ci sono le basi legali per cui la Cina possa rivendicare storicamente diritti e risorse sulle acque circoscritte dalla ’linea a nove tratti’», ma per la Repubblica popolare è carta straccia. In un libro bianco di quasi 14mila caratteri presentato mercoled’ 13 luglio, Pechino ribadito la sua passata posizione secondo cui le Filippine hanno «distorto i fatti, interpretato male le leggi e inventato un sacco di bugie» e che la sentenza di ieri «manca tristemente di prove». «Non reclamiamo un centimetro in più rispetto a quelli di cui abbiamo diritto», gli fa eco il Quotidiano del popolo.

Più pesante e lontanissima dagli impegni dei leader europei pieni di prosopopea, è la dichiarazione del viceministro degli esteri Liu Zhenmin nel quale afferma che la Repubblica Popolare Cinese è pronta a stabilire una Zona di identificazione per la Difesa aerea (Adiz), qualora «la nostra sicurezza venga minacciata». Una sorta di no-fly zone simile a quella Nato in Ucraina.

Il perchè del confronto scontro sul Mar Cinese Meridionale e sulle isole Spratly sui giacimenti sottomarini, sul controllo delle rotte e diritti di pesca.Questa controversia così come quella sulle Spratly nasce dalla storia coloniale. Il primo atto formale che le riguarda risale al 13 aprile 1930, quando la nave francese Malicieuse vi approdò sparando 21 colpi a salve di cannone per annetterle all’Indocina, davanti agli sguardi perplessi dei pochi pescatori presenti all’epoca in quella porzione di mare. Parigi temeva allora che il Giappone li precedesse, ma si dimenticò stranamente di depositare una documentazione ufficiale fino al 1933, quando lo fece su richiesta britannica.

Nonostante la confusione geografica nel 1933 il governo cinese non accetto in alcun modo l’atto francese, senza aver ben chiara la localizzazione della rivendicazione. Nanchino tendeva a confonderle con le Paracelse. Che “ragioni storiche” con cui Pechino rivendica oggi gli arcipelaghi siano difficili da sostenere è confermato dal fatto che la “mappa dell’umiliazione nazionale”, disegnata dalla società cartografica di Shanghai nel 1916, include Hong Kong e Taiwan ma ignora del tutto le isole del Mar Cinese Meridionale. Solo nel 1947 la Cina produsse una mappa che (

A complicare il tutto, va detto che in linea teorica pure la Francia potrebbe rientrare oggi tra i pretendenti all’arcipelago, visto che dopo quella balzana annessione del 1930 non vi ha mai formalmente rinunciato. E conoscendo Hollande e la geopoltica francese degli ultimi anni è probabilissimo un suo ritorno in lizza.

Nel frattempo il vero grande competitor dei Cinesi, ossia gli Stati Uniti, alleati militari delle Filippine, hanno fin qui affermato di non voler prendere posizione sull’arbitrato. Ciò è dipeso dal fatto che gli Stati Uniti d’America non possono farlo poiché Washington non ha mai ratificato l’Unclos, la Convenzione sulla Legge del Mare. Il Pentagono ha inviato alcune unità della US Navy nei pressi di Scarborough e nell’arcipelago delle Spratly e la portaerei USS Ronald Reagan fornisce copertura, ha scritto la rivista americana “Navy Times”. Nel 2013 alla Azid sul Mar Cinese orientale il Pentagono rispose facendo volare sulle Senkaku/Diaoyu anche i bombardieri B-52. Insomma, se sotto terra c’è ricchezza in superficie tanta tempesta.

Una tempesta che racconta la geopolitica di ieri e oggi. Dove alle dimenticanze di Francia e Gran Bretagna provano a metter riparo gli Stati Uniti d’America nella speranza di temperare il ri-sorgere di veri competitor (Cina e Russia). Con i due ormai alleati ormai nel dimenticatoio, così come la forza delle strutture sovranazionali.

Geopolitica delle vacanze

Con l’arrivo della primavera e dei primi soli nelle menti dei cittadini occidentali inizieranno ad accumularsi pensieri e progetti di vacanze estive.

Fino a qualche decennio fa, tale fenomeno era per lo più concentrato nel proprio paese d’origine, ma benessere e tecnologie hanno rinnovato il concetto vacanziero.

Alle possibilità legate al porter raggiungere ogni luogo del pianeta, con il tempo si sono uniti i rischi legati all’instabilità internazionale e al terrorismo. Così, l’elemento geopolitico è divenuto un’imprescindibile fattore per la determinazione della metà. Un tempo la massima preoccupazione del turista era sapere se un paese fosse all’interno o meno della cortina di ferro, ora è la conoscenza dei gruppi legati al radicalismo islamico in loco oppure lo stato delle trattative tra i leader dell’esotica meta e la coalizione internazionale.

Gli attatati di Parigi dello scorso novembre sono un esempio di questa forte presenza geopolitica nelle scelte che si apprestano di continuo a compiere tour operator e turisti.

Infatti, nei mesi successivi gli attenti si è assistito a una forte concentrazione di disdette dei viaggi prenotati nella capitale francese e a una flessione delle partenze durante il periodo natalizio, il che ha decisamente favorito le mete puramente invernali. Così gli operatori del settore creano a “misura di geopolitica” nuove rotte. Perché, nonostante le crisi politiche – secondo i dati dell’UNWTO, l’organizzazione turistica mondiale che ha sede a Madrid – i turisti sono cresciuti del 4,4% nel 2015 per arrivare alla cifra di 1 miliardo e 184 milioni di persone.Secondo il World Tourism Organization, secondo le quali nel 2013 i viaggiatori internazionali hanno superato per la prima volta il miliardo di unità (+60% sul 2000), sostenendo una spesa di oltre 1.159 miliardi di dollari.

Se nella mia infanzia in ogni bar sentivo parlare del Mar Rosso allo stesso modo di cui si discuteva di Silvi Marina nella Marsica; ora tale metà e il Magreb sono in forte difficoltà. Infatti, le “Primavere Arabe” e la forte presenza di gruppi radicali che si sono islamizzati, concezione che segue la definizione data a tale fenomeno da Limes nel suo ultimo numero, hanno colpito fortemente il settore turistico nord-Africano.

Questo per far spazio a nuove mete, la cui bellezza non è mai stata messa in discussione, ma a quanto pare i turisti apprezzano i rapporti biliterali. Essenzialmente le nuove ambitissime mete sono due: Cuba e la Repubblica Islamica d’Iran. Cuba, l’isola che fu di Ernesto Guevara e che ha puntato contro gli Stati Uniti d’America i missili sovietici – grazie ai buoni uffici di Papa Francesco – e con Obama ansioso di lasciare un segno nella storia, compirà nei prossimi giorni una storica visita, sarà tra le mete più gettonate dei prossimi anni. Nel 2015 l’isola ha superato i record di arrivi internazionali con oltre tre milioni e mezzo di turisti e un incremento del 17,4% secondo la Oficina Nacional de Estadìsticas e Información. Dopo gli accordi bilaterali tra Usa e l’isola caraibica, il flusso turistico aumenterà notevolmente anche quest’anno. Da segnalare è invece la persistenza di accordi e la non revoca dell’embargo da parte dell’Unione Europea. La quale, non soddisfatta degli uffici prima di Giovanni Paolo II e poi di Francesco, sembra ancora non essere soddisfatta dei passi in avanti fatti con gli oppositori politici, nonostante il placet di Washington. Il tutto mentre in Turchia vengono chiuse testate giornalistiche da parte delle autorità governative.

Più complesso è il discorso circa la Repubblica Islamica d’Iran. Innanzitutto, sarà per la propagnada della stampa o per la filmografia, ma per anni la popolazione occidentale ha considerato l’Iran


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Il Medioriente alla Cina

La lunga corsa della Cina a superpotenza ha radici lontane. Radici per l’appunto, poiché solo nell’ultimo decennio sta raccogliendo i frutti dell’avvedutezza nella composizione e sostegno al Terzo Mondo. Se l’Europa non conta più nulla come rilevanza geopolitica, Francia e Gran Bretagna assumo tutt’oggi un peso specifico. Certamente, questo peso anglofrancese, non è minimamente confrontabile con le protagoniste del dopoguerra, Usa e Russia, e a oggi la Cina.

 

Se la leadership di Pechino nel mondo industriale non è in discussione, allo stesso tempo e modo la forza geopolitica cinese è sempre stata considerata al rango di regionale e non globale. Eppure in queste ore di caos è avvenuto un fatto meritevole di entrare nella prossima storiografia. Poiché la Cina ha iniziato a giocare la sua partita nel fortino americano ossia il Medioriente, che preferisco chiamare Rimland. Nelle ultime ore, Xi Jinping si è calato in una visita che l’agenzia ufficiale cinese ha definito «storica». Arrivare in Medio Oriente, visitare in cinque giorni Arabia Saudita, Egitto e Iran di questi tempi, non può essere solo una questione di affari. Il presidente cinese vuole «aiutare a facilitare e allargare i comuni interessi negli affari internazionali e regionali». La Cina è un nuovo venuto. Le relazioni diplomatiche con i Sauditi sono iniziate nel 1990. Da allora gli scambi sono aumentati di 230 volte e nel 2014 avevano raggiunto i 69 miliardi di dollari.

 

In Egitto, il presidente cinese terrà un discorso alla Lega Araba: l’organismo politico dei Paesi della regione non conta molto ma in questo caso il suo quartier generale in piazza Tahrir sarà un autorevole megafono nella regione. Xi non intende impegnare la Cina nel caos mediorientale come americani e russi. Nessuna presenza militare o interferenza, nessuno schieramento preferito a un altro. Ma la priorità della Cina è la stabilità della regione dalla quale viene l’energia che fa funzionare la sua economia. Se il profilo politico di Xi è il più nuovo e dunque il più interessante, l’economia naturalmente non manca. Nel Paese nel quale la Cina è il principale acquirente mondiale di greggio, Xi e i suoi interlocutori hanno firmato importanti intese su energia, comunicazioni, ambiente, aerospaziale.

Rilevanti sono gli accordi industriali ora che l’Arabia Saudita ha deciso di diversificare la sua economia per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Come a dire se da un lato si guarda alla stabilità politica internazionale con l’ingresso di un nuovo attore globale, la mano sul portafogli resta sempre.

Quel che è importante per il Medioriente e il mondo è la presenza di un attore terzo nel caos del Rimland, nel centro del vortice di ogni odio e resistenza. Laddove, forse, Usa e Russia non sono ancora riuscite a pacificare, chissà che non riesca Pechino.

Tibet. Che cosa resta?

Ciò che accade oggi è la fine della storia di due imperi in uno stesso territorio. Alle spalle un passato che vede due popoli fondarsi su culture e religioni opposte, separati da confini territoriali quasi impercettibili, che oggi sono stati totalmente dissolti in seguito alle ripetute conquiste da parte del vicino più forte, la Cina, e soprattutto a causa del flusso della modernità, che ha portato alla vittoria della modernità sulla tradizione, al realizzarsi a pieni effetti dell’Imperialismo cinese sui territori confinanti.
Se in molti casi la storia dell’Imperialismo dovette scendere a compromessi con la reazione dei popoli colonizzati, come nel caso del sub continente Indiano, il quale attraverso la protesta politica ha ottenuto l’Indipendenza nel 1947 ed una graduale acquisizione dei diritti democratici, nel caso del Tibet invece la reazione e la protesta popolare non sono bastate a tutelare la propria identità.
La ricchezza che ha visto protagonista nei secoli l’Impero Tibetano è stata nutrita principalmente da una ricchezza spirituale, portando la potenza di un grande impero a fondersi con le dottrine della propria religione di stato, o dottrina spirituale, il Buddismo tibetano.
Così l’impero tibetano fu fondato non solo sulla ricchezza e sullo splendore ed al susseguirsi delle dinastie dei Re del Dharma, ma allo stesso tempo su principi spirituali legati alle stesse: nell’VIII secolo durante la dinastia dell’Imperatore Trisong Detsen il Buddismo tibetano divenne religione di Stato, e fu proprio nel momento di massimo splendore dell’Impero. Proprio durante l’apice di questo splendore uno dei grandi re del Buddhismo, o terzo re del Dharma, Ralpacan, venne assassinato dal fratello Tri Wudum Tsen, spinto dagli ultimi credenti della religione Bon, la quale fu la prima religione apparsa nell’Altopiano del Tibet, alla quale erano legate le prime dinastie, unica protagonista prima del Buddhismo tibetano fino al 300 d.C.
Gli ultimi Bon e il fratello traditore uccisero i buddhisti e distrussero tutti i templi e la capitale, Lhasa.
L’Impero per la prima volta si disgregò, portando alla prima grande crisi del popolo tibetano.
Una storia di alternanze tra lunghe sottomissioni e brevi indipendenze ha segnato il popolo tibetano durante il Dominio dei Mongoli (Gengis Khan) prima e durante quello Cinese, che oggi è giunto non solo a controllare burocraticamente l’altopiano, ma lo ha progressivamente inglobato culturalmente ed economicamente.
Già alla fine del 1700 la Cina aveva instaurato un sistema di “controllo” diretto sulla scelta dei Dalai Lama tibetani, i quali devono tutt’oggi essere approvati dal governo cinese attraverso un procedimento di valutazione che non coinvolge in assoluto il governo tibetano.
Nei secoli il rapporto si è progressivamente inasprito, ancora di più a partire dal 1900 quando il potere del continente cinese ha continuato ad accrescere incredibilmente non solo all’interno dei confini asiatici, ma nelle dinamiche diplomatiche mondiali.
Il Tibet stretto tra India a sud e Cina a nord, si è trovato per secoli tra due fuochi, da un lato le due potenze asiatiche rivali, dall’altro oltre al controllo Cinese, quello coloniale in India.
La popolazione tibetana ha reagito per secoli contro gli invasori e nonostante le sue lotte per conservare la tradizione, per onorare la spiritualità sulla quale sono state fondate le dinastie dei Re del Dharma prima e il Lamaismo poi, oggi sembra essere stata totalmente immobilizzata.
Dopo gli ultimi cinquant’anni di proteste -rivoluzioni popolari prima, tragiche autoimmolazioni dei monaci poi- contro l’Imperialismo cinese per frenare l’azione di “contaminazione” culturale ed assorbimento economico, il Tibet oggi si sta arrendendo alla forza dell’influsso globalizzato sino-occidentalizzato.
È stato nel 2008, durante le Olimpiadi di Pechino che i Tibetani hanno protestato per l’ultima volta, mentre stavano iniziando i lavori per l’autostrada che oggi collega Beijing con Lhasa.
E mentre nel resto del mondo le proteste crescono proporzionalmente alla quantità di conflitti, proprio durante uno degli avvenimenti più popolati della storia contemporanea del sud-est Asiatico, il Tibet deve invece arrendersi di fronte ad una potenza troppo schiacciante, sotto un agnosticismo e un individualismo che non vede vie di dialogo.
Il piccolo Tibet è stata la vera vittima di questa contaminazione culturale, il paese più vicino, più fragile e di conseguenza più facilmente assorbibile. L’attrito tra due imperi vicini in uno stesso territorio ha segnato per il Tibet la fine della sua civiltà.

Quanta Cina c’è in Africa?

Per comprendere le ragioni dello stretto rapporto che lega il “Dragone Asiatico” e il Continente nero si deve necessariamente far riferimento alla “Conferenza Afroasiatica di Bandung” del 1955 in Indonesia. La Conferenza rappresenta uno dei momenti cruciali della storia contemporanea, nonostante sia per lo più sconosciuta. È durante tale occasione che entra nel lessico collettivo mondiale il termine “Terzo Mondo”. Sebbene tale termine susciti nell’immaginario un riferimento esplicito ai paesi più poveri del pianeta, esso fu usato per primo dall’economista francese Alfred Sauvy agli inizi degli anni cinquanta per riferirsi ai paesi “non allineati”. Per “Paesi non allineati” s’intendevano quegli Stati che non aderivano ne’ al blocco Sovietico ne’ alla NATO.

Economicamente il termine fu utilizzato per distinguere i Paesi in via di sviluppo dai Paesi ad economia di mercato e da quelli a economia centralizzata, ad eccezione della Cina e dell’allora Federazione Jugoslava. Il tutto si muove nella lotta al colonialismo e alla voglia di rimarcare le proprie differenze rispetto Usa e Urss, Stati satelliti inclusi. Si noti che tale partnership si incanala in un periodo storico che vide l’Algeria vittoriosa sulla Francia, la lotta nell’America Latina di stampo social rivoluzionario e infine l’affermarsi  del mito di una “ Rivoluzione culturale internazionale” sull’ esempio di quanto fatto da Mao Zedong in Cina. Cina che diverrà guida dei “paesi non allineati “ per oltre quarant’anni.

Naturalmente, con il susseguirsi dei cambiamenti geopolitici globali, anche il rapporto tra Cina e continente africano è mutato, in special modo sotto il profilo economico. Anche qui vi è un avvenimento storico di alto profilo tale da rendere chiare le politiche economiche che si sono susseguite. Parliamo del XI Congresso del Partito comunista cinese del 1977, il primo dopo la morte di Mao Zedong, dove cambiarono radicalmente le priorità interne ed internazionali della Cina. All’ideologia marxista, di stampo cinese, si sostituise il desiderio di sviluppo economico basato sua una commistione tra l’economia di mercato e quella pianificata. Primo elemento di rottura della precedente politica pianificata fu l’apertura di un accesso al credito privilegiato e guidato direttamente dal governo centrale per le imprese statali. Da allora l’Africa divenne il primo destinatario degli investimenti esteri cinesi. Ma è a fine del XX secolo che il governo di Pechino ha formalmente istituzionalizzato il suo impegno in Africa.

La data da ricordare è il 2000 con la creazione del Forum per la cooperazione Cina-Africa (Focac) attraverso il quale Pechino avvia un periodo di definizione degli obiettivi politici comuni discussi su base bilaterale. Nel 2006 la Cina compie un ulteriore passo con la pubblicazione del Libro bianco sull’Africa con il quale rafforza e consolida la strategicità delle relazioni con i paesi africani. Per fare un parallelo, l’attuale assetto dell’Unione Europea, nasce dal Libro Bianco e dall’Atto Unico Europeo degli anni ottanta. Questo permetterebbe di comprendere come la Cina guardi assieme al partner russo a una forte espansione afroasiatica che parta dai deserti per arrivare ai mari glaciati. La domanda cinese di risorse naturali e la necessità dell’Africa di dotarsi di infrastrutture permettono relazioni privilegiate.

In una decade gli scambi commerciali si sono decuplicati passando dai 20 miliardi del 2003 ai 200 miliardi del 2012. Lo scorso anno le importazioni cinesi dall’Africa hanno superato i 200 miliardi di dollari, mentre quelle africane dalla Cina a 93 miliardi di dollari. Se Pechino considera ancora modesto il valore degli scambi, il continente nero vede invece il 16,1% dei suoi prodotti  esportarti nella sola Cina. In questo quadro si inserisce una caratterizzazione  settoriale. Tant’è che le importazioni cinesi dall’Africa consistono in petrolio (64%), minerali (22%) e manufatti (8%), evidenziando il forte interesse di Pechino allo sfruttamento delle risorse naturali. L’Africa è al centro della programmazione economica cinese per lo sfruttamento delle risorse e delle materie prime, in cambio della realizzazione di infrastrutture, ma il campo di azione si è allargato a sanità all’istruzione, alla cultura all’agricoltura. Come a suggellare quanto fatto sessant’anni fa, la Cina offre rispetto alle antiche potenze scambi commerciali e non solo una sudditanza.

Per sancire in maniera forte la sua presenza in Africa,  dal 2001 si assiste a un forte coinvolgimento cinese nelle operazioni di peace-keeping.  L’impegno è rapidamente cresciuto, passando dai 27 militari del 2001 a 1800 tra militari e civili del 2012. Attualmente la Cina è il membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite  con il numero maggiore di truppe impiegate in Africa. I contingenti sono concentrati nel Sud Sudan, in Liberia e nella Repubblica Democratica del Congo, non a caso alcuni dei suoi principali fornitori di risorse naturali. Nel giugno 2013, la Cina ha accettato di impegnare truppe nell’operazione di pace in Mali. Per la prima volta nella sua storia, la Cina ha incluso truppe di combattimento all’interno del contingente, che insieme a forze di polizia, personale medico e reparti del genio costituiscono un’unità completa per le operazioni di mantenimento della pace in un contesto internazionale.

Questi dati dimostrano come un progetto terzo, nato a Bandung nel 1955, è divenuto un elemento di mercato globale.  La partnership tra Africa e Cina è sempre più solida sia nelle idee che nella pratica economica. Ma, si badi, che la Cina è il leader, assieme alla Russia di Putin, di quel mondo che non vuol parlare necessariamente inglese e avere i cosiddetti valori occidentali ormai ridotti al “politically correct ” come perno.

La presenza cinese in Africa: aspetti positivi e perplessità

Sono rimasto piuttosto colpito quest’estate quando, attraversando Dakar, ho notato che le insegne informative di un cantiere fossero in cinese. Incuriosito, ho dunque iniziato a guardarmi attorno più attentamente. Chiedendo informazioni ad Adama, il nostro conducente, riguardo la presenza cinese a Dakar ho scoperto che il Grande Teatro Nazionale, struttura di grandi dimensioni e pregevole fattura, è stato finanziato e costruito dal governo cinese. Molte altre sono le infrastrutture figlie della cooperazione con la Cina.La Cina ha vastissimi interessi nel continente africano: sia attraverso progetti infrastrutturali sia in virtù di accordi energetici di lungo termine.Si stima che più di un milione di cinesi risieda al momento in Africa (nei primi anni 2000 erano circa 100.000), che più di 2000 siano le società cinesi operanti sul territorio e che la Cina abbia ormai superato gli Stati Uniti come primo partner commerciale del continente africano.

La massiccia presenza cinese in Africa, dunque, è ormai un dato di fatto e rientra nella politica di espansione commerciale da parte del governo di Pechino nei paesi meno sviluppati del globo.I primi moderni investimenti cinesi nel continente risalgono a una cinquantina di anni fa, ma è negli ultimi anni che si è registrato un aumento drastico dell’influenza di Pechino in Africa. La Cina costruisce infrastrutture in quasi tutti i paesi africani in cambio di materie prime e sbocchi commerciali. Ma, con gli anni, gli investimenti cinesi si sono ampliati e diversificati  arrivando a interessare anche i settori del turismo e  dell’agricoltura. Inoltre, la Cina investe nel trasferimento di know-how finanziando borse di studio e organizzando corsi e laboratori per la formazione professionale di migliaia di giovani africani.I rapporti sino-africani soddisfano interessi di entrambe le parti: la Cina ha necessità di espandere le sue zone di influenza economico-commerciale per piazzare i prodotti a basso costo che produce e per approvvigionarsi di materie prime, mentre i paesi africani vedono di buon occhio la possibilità di svincolarsi dalle storiche influenze statunitensi ed europee dal momento che gli affari con il gigante asiatico sono molto più proficui.Tra l’altro, in virtù del principio di non-ingerenza nella politica interna adottato da Pechino, i governi africani non sono tenuti a render conto e a mettere in discussione le loro politiche in materia di diritti e libertà.

  Cina e Africa

La Cina ha guadagnato sempre maggiore terreno e potere nel continente africano a scapito di Stati Uniti ed Europa innescando ben presto uno scontro dialettico fra le parti. L’occidente accusa la potenza asiatica di perpetrare un progetto neo-coloniale e ne biasima i rapporti e gli affari fatti con i vari dittatori che governano diversi paesi africani. Da parte sua la Cina si difende sostenendo di non avere finalità politiche dietro i suoi affari e rispedisce al mittente le accuse. Lo stesso Xi Jinping, in occasione del viaggio ufficiale nel continente africano nel marzo 2013, ha dichiarato:  “La Cina continuerà ad offrire, come sempre, l’assistenza necessaria all’Africa senza nessuna finalità politica correlata”.L’economia africana intanto cresce, anche grazie ai rapporti con la Cina. Detto ciò, la capillare presenza cinese nasconde anche molte ombre; perplessità vengono espresse inoltre dagli osservatori occidentali mentre critiche iniziano a levarsi anche tra gli africani.Lì dove le condizioni economiche sono migliorate abbastanza da far nascere una classe imprenditoriale locale, la potente concorrenza delle aziende e dei prodotti cinesi crea disappunto. Spesso le aziende cinesi impiegano mano d’opera cinese, sfavorendo così l’occupazione dei lavoratori africani e intensificando i flussi migratori dall’Asia verso l’Africa. Infine, la scarsa qualità dei prodotti cinesi così come la poca trasparenza in merito al rispetto delle norme sul lavoro hanno scatenato una reazione da parte di imprenditori africani che chiedono nuovi accordi su nuove basi e condizioni.

In conclusione: il ruolo della Cina in tutto il mondo in via di sviluppo, ma soprattutto nel continente africano, sta diventando sempre più importante, favorendo di fatto  una crescita economica che difficilmente alcuni paesi potrebbero raggiungere autonomamente in tempi così rapidi. Ma allo stesso tempo i diretti beneficiari dovrebbero avere la capacità di tutelare i propri interessi in un’ottica di lungo periodo, evitando di sacrificare sull’altare della crescita economica diritti e risorse che rappresentano i veri elementi sui quali basare il proprio sviluppo futuro.