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La Cina, la conquista dell’oro e del futuro

Un detto recita testualmente “C’è chi scende e c’è chi sale”. Tale frase appartenente alla cultura popolare italica potrebbe esser facilmente utilizzabile come assioma per i mercati delle materie prime. Nell’ultimo lustro abbiamo assistito ad un rapido cambiamento delle gerarchie economiche e geopolitiche del mondo. L’Europa, come in molti annunciavano dagli anni cinquanta del novecento, ha perso quasi totalmente la sua influenza e si è affacciata prepotentemente l’Asia. Parlare di Asia come unicum non ha propriamente senso. Per tale motivo alla parola Asia subito il pensiero fa corrispondere il continente più grande del mondo alla Cina. Nel 2012 il “Dragone Cinese” aveva sconfessato tutte le Università americane ed europee circa l’elemento chiave energetico su scala mondiale. Infatti, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) che aveva annunciato al mondo l’inizio di una “Rivoluzione Blue”, la quale avrebbe visto il consumo di metano aumentare del 50% entro il 2035,fu pienamente sconfessata. A causa della Cina, il dumemiladodici, fu l’anno dell’Ascesa del Carbone.

IL WORLD GOLD COUNCIL 2013 – Il World Gold Council, ente internazionale che racchiude le aziende minerarie aurifere e ne sviluppa dati e statistiche, pubblica il suo rapporto annuale circa il metallo più prezioso. Il World Gold Council, creato nel 1987, è un’associazione industriale delle principali aziende minerarie aurifere. Il suo scopo è quello di stimolare la domanda di oro da parte dell’industria, dei consumatori e degli investitori. Il presidente è Gregory C. Wilkins, ex presidente della Newmont Mining Corporation. Amministratore delegato è James E. Burtonn, ex amministratore delegato del California Public Employees’ Retirement System. Il Rapporto del WGC si articola su tre macro-aree: la richiesta d’oro, gli scambi nei mercati finanziari e l’individuazione e calcolo delle riserve aurifere in ogni singolo Stato. Dal rapporto risulta che nel terzo trimestre la domanda di gioielli, lingotti e monete è ammontata complessivamente a 2.896 tonnellate, il 26% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La domanda di sola gioielleria è stata pari a 487 tonnellate, in aumento del 5% tendenziale, con la parte del leone rappresentata dalla Cina (164 tonnellate). A trainare il trend positivo dell’oro nel 2012 fu l’India, che apportò rispetto al 2011 una richiesta d’oro che fece segnare un + 12%. Nel 2013, dopo averla scavalcata nell’utilizzo di carbone, la Cina ha conquistato lo scettro di paese alla ricerca d’oro.

LA CINA SEMPRE PRIMA O QUASI – La Cina sta scardinando un pezzo alla volta tutti i punti di forza delle Banche Centrali degli altri competitor mondiali. Con la “produzione di massa” e la definitiva dimostrazione di come il “comunismo” applicato al lavoro sia argomento da salotto terzomondista, si è imposta a superpotenza mondiale. Dopo aver riallacciato rapporti molto forti con la Russia ed il Brasile, creando il secondo blocco mondiale contrapposto a quello della NATO, essa ha consolidato nell’ultimo semestre il controllo del debito pubblico di molti paesi europei. Ora il suo obiettivo è quello di imporsi come paese con il maggior numero di riserve aurifere assieme a Stati Uniti, Germania, India e Italia. Secondo il World Gold Council (WGC), insieme all’India, è il paese in cui la domanda di oro registra ritmi di crescita più forti a livello globale. Marcus Grubb direttore per gli investimenti del WGC, dichiara come «La richiesta in Cina sia estremamente forte», additando tra i principali fattori che trainano il mercato i timori di rialzi dell’inflazione. Dati alla mano, nei primi tre mesi del 2011 la domanda di lingotti e monete d’oro in Cina è stata pari a 90,9 tonnellate, segnando un incremento del 123% rispetto alle 40,7 tonnellate dello stesso periodo dell’anno precedente.

L’ANALISI DI WILLIAM KAYE – William Kaye, ex di Goldman Sachs e direttore di molti fondi d’investimento a Hong Kong, ha rilasciato delle dichiarazioni che tracciano il passo di ciò che realmente sta accadendo nel mondo. La sua dichiarazione è quasi una consacrazione per il “Dragone Asiatico”. Kaye ha recentemente dichiarato come “L’egemonia mondiale sta cambiando . Questa regione del mondo, l’Asia del Pacifico e in particolare la Cina, si sta posizionando per diventare la potenza mondiale dominante nei prossimi 5-10 anni. Le mie fonti mi dicono che, contrariamente alle cifre ufficiali disponibili, la Cina possiede fra 4’000 e 8’000 tonnellate di oro fisico. Non solo i cinesi sono i più grandi produttori di oro, ma sono anche i maggiori importatori di oro al mondo. E’ un’iniziativa strategica. La Cina accumula massicciamente e rapidamente l’oro estirpato all’Occidente. Una dinamica molto geopolitica e l’Estremo Oriente ne esce vincitore. Nel nuovo Ordine mondiale che emanerà quando questo “raid” sarà terminato, la posizione di Cina, Russia e Brasile sarà notevolmente migliorata. Per contro, la posizione degli Stati Uniti, dell’Europa e del Regno Unito sarà notevolmente ridotta. Penso che la Cina non abbia terminato di accumulare oro. Dai forzieri occidentali ne è uscito molto, lo hanno ammesso le grandi banche centrali, la Federal Reserve, la Banca centrale europea e la Banca d’Inghilterra”. Ciò a conferma di come la battaglia persa nella partita siriana sia stata la dimostrazione di forza di un nuovo e coeso blocco politico. Come sarà facilmente desumibile ai più, il cammino della storia dell’umanità, sta entrando in possesso della Cina. Questo mentre l’occidente perde asset strategici, riserve aurifere e svende il suo debito pubblico. In questo quadro l’Unione Europea, risultante delle istanze dei popoli che hanno tracciato fino ad un secolo fa il progresso umano, sembra quanto mai fragile e al momento incapace di risposte. Nel mondo soffia un vento diverso che arriva dall’est. L’Italia si ferma al Brennero mentre la Cina si mangia le nostre riserve aurifere e futuro.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Cina e la conquista dell’acqua

Nella storia del mondo vi è un elemento naturale che più di ogni altro ha influenzato i destini di terre e popolazioni, questo elemento è: l’acqua. Lo stesso corpo umano ne è composto al 70%. Non vi è grande città, civiltà o impresa dell’ingegno umano che si sia realizzata lontano da un corso d’acqua. Così, nonostante gli immensi progressi nella storia dell’umanità attraverso ingegneria, tecnologia e scienze applicate l’acqua rimane una fonte da tutti ambita. E ora che, dopo cent’anni dalla Guerra dell’Oppio, il “Dragone Cinese” torna a imporsi sul mondo, l’acqua va ad imporsi come il principale problema per la crescita e lo sviluppo per Pechino. La Cina rappresenta un quinto della popolazione mondiale e possiede solo il 7% delle risorse idriche globali. Da qui la necessità d’acqua.

L’ACQUA, UNA PASSIONE TUTTA CINESE – Per comprendere l’importanza rappresentata dall’acqua, basta pensare che la più grande opera ingegneristica e seconda per fama, dopo la costruzione della Muraglia Cinese, è il Canal Grande, tra Pechino e Hangzhou, che fu terminato nel 500 dopo Cristo. Fin dai tempi degli Imperatori la Cina si è resa conto che solo attraverso la scarsa risorsa idrica si sarebbe potuta innalzare a potenza nel mondo. Stessa passione per l’elemento principe del mondo l’hanno ereditata all’interno del Comitato del Partito Comunista Cinese, difatti, come ricordato dall’Economist “Per decenni il paese è stato governato dagli ingegneri, molti dei quali ingegneri idraulici”. Negli ultimi cinquant’anni il paese è stato controllato da ingegneri cui si ascrive la figura dell’ex Presidente Hu Jintao.

LA QUESTIONE SETTENTRIONALE – Se dal Risorgimento in Italia esiste una “Questione Meridionale”, in Cina vi è la “Questione Settentrionale”. Dal punto di vista idrologico e geografico la Cina è spaccata in due. Nel “meridione” la Cina possiede circa l’ottanta percento delle risorse idriche e già con un rapido sguardo alle cartine geografiche si evince la ricchezza di acqua. Al settentrione, ove è collocata anche Pechino, pur essendovi due terzi dell’agricoltura e metà, della popolazione si vive il dramma idrologico. A ciò va aggiunto che, secondo le stesse autorità cinesi, oltre la metà delle riserve idrologiche sotterranee presenti nel Nord del paese sono troppo inquinate perché siano utilizzate in campi come quello agricolo, men che meno per il semplice utilizzo domestico. Semplificando a livello internazionale la definizione di stress idrico è di 1.000 metri cubi d’acqua utilizzabile per persona l’anno. Il cinese medio settentrionale ha meno di un quinto di tale importo. Gli abitanti di Pechino hanno a disposizione la stessa acqua di Riyad ovvero la capitale del Regno dell’Arabia Saudita.

I RIMEDI SBILANCIATI SULL’INGEGNERIA – La classe dirigente Cinese, come poc’anzi scritto, è da sempre stato composto da Ingegneri idraulici che hanno fatto realizzare opere inimmaginabili. Ora, la Cina sta per affrontare il più grande e sbalorditivo progetto di sempre. Certo, il nome dell’opera non è altrettanto affascinante, ma il “Progetto di Trasferimento d’Acqua Sud-Nord” rappresenta l’impresa ingegneristica del secolo. L’opera dal costo attualmente attestato intorno ai 45 miliardi di dollari ha come obiettivo di collegare meridione e settentrione attraverso tre immensi canali idrici che sfrutteranno anche il millenario Canal Grande. Nel dicembre di quest’anno uno dei tre giganteschi sistemi di canali e acquedotti previsti, la Eastern Route, comincerà il trasferimento di acqua verso il nord. La Middle Route entrerà in funzione nell’autunno del 2014, mentre per avere operativa la Western Route, e tutto il sistema a regime son previsti secondo i responsabili South-North Water Diversion Project ancora quaranta- cinquant’anni di lavori. Solo a quel punto il sistema sarà in grado di trasportare 44,8 miliardi di metri cubi d’ acqua.

Mappa idreologica Cinese – Fonte: China Daily

Attorno ai costi, i tempi e le proposte presentate si muovono le critiche dell’Economist della scorsa settimana. Innanzitutto, la rivista gotha del mondo economico, osserva che “sarebbe più economico desalinizzare una quantità equivalente di acqua di mare”. In secondo luogo, analisti di geopolitica, sostengono che i numerosi stravolgimenti ai corsi d’acqua che coinvolgeranno anche India, il Bangladesh e il Vietnam creeranno non pochi problemi alla diplomazia cinese. Il ridimensionamento della portata d’acqua del solo 1% non sembra verosimile da molti. Infine, se priva di rimodulazione e legiferazione sullo sfruttamento delle risorse idriche, da parte sia delle industrie che dell’agricoltura, l’opera visto l’andamento demografico non sembra avere troppi margini inaspettati d’efficacia.

L’opera sembra un azzardo, ma anche il Canal Grande millecinquecento anni fa lo era e solo l’oppio britannico arrestò il più duraturo Impero di sempre. Impero o Repubblica Popolare che sia la Cina, a differenza di cent’anni fa, non sembra più disposta a fermarsi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

 

La Cina alla conquista del mercato farmaceutico

Il dragone cinese, dopo aver conquistato il mercato delle autovetture e dell’aeronautica, intende imporsi anche all’interno dell’industria farmaceutica. Se nello scorso decennio, l’obiettivo di Pechino era quello di conquistare il mercato dei motori, con l’avvento del secondo decennio di questo millennio, l’attenzione si è spostata sull’industria farmaceutica. Tale settore industriale, rappresenta il campo di ricerca, fabbricazione e commercializzazione dei farmaci. Nel recente passato, la Cina ha dimostrato di non aver bisogno di troppe riforme strutturali per imporsi a livello mondiale in poco tempo. Basta riflettere a come l’esportazione di autovetture sia passata dalle 5.000 unità del 2001 al milione del 2011.

L’IMPORTANZA DELLA FARMACEUTICA – Attualmente, l’industria farmaceutica rappresenta il secondo settore maggiormente redditizio su scala globale. Essa non solo va intesa come commercializzazione, ma ricopre il più alto grado di ricerca scientifica e tecnologica dell’umanità. Dato capace di far comprendere l’importanza, che l’industria farmaceutica ricopre per il Governo Cinese, è il tasso di crescita nel giro d’affari dei farmaci e della ricerca scientifica. Tale crescita, esclusivamente nel triennio 2010 / 2013, è corrisposta ad un + 25%. Solo nel 2012 il ricavo dalla vendita di medicinali in Cina è stato pari a 40 miliardi di dollari, corrispondente all’intera manovra finanziaria dello stesso anno del Governo Italiano. A far luce e dar manforte alle politiche industriali, programmate dagli esperti del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, vi sono i report finanziari che hanno evidenziato come la spesa per farmaci e strutture sanitarie da parte cinese, entro il 2020, raggiungerà i 600 miliardi di dollari. Ciò porterà Pechino ad essere il secondo mercato al mondo, nel campo farmaceutico, solo dopo gli Stati Uniti d’America.

CINA FRA IDEOLOGIA E MERCATO – Quando si parla di Cina, nonostante la sua posizione nel mercato aperto globale, non bisogna dimenticarsi che essa è una “Repubblica Popolare”. L’indirizzo politico ed economico cinese è incentrato sul “Socialismo con caratteristiche cinesi”, termine con cui Deng Xiaoping definì l’apertura ed il corso politico della Repubblica Popolare Cinese all’interno del libero mercato. Questa visione politica, ha da un lato aperto le porte alla crescita e alla concorrenza nel mondo liberista e del libero mercato. Mentre, da un altro punto di vista, ha reso ben solide le politiche rivolte alla massa. Tant’è che l’attuale Premier cinese Li Keqiang ha affermato che la Cina ha intenzione di “Introdurre un sistema sanitario universale, per garantire servizi sanitari sicuri, efficaci, adeguati e a basso costo entro il 2020”. Questa affermazione è la riprova di come la Cina mantenga al suo interno una forte connotazione di stampo socialista, pur rimanendo ed imponendosi come leader del mercato aperto di stampo liberista.

Se quindi, dal punto di vista dello Stato, la farmaceutica rappresenta una via di tutela per la popolazione, dall’altro essa offre innumerevoli opportunità. Secondo il Centro Europeo per le PMI, la Cina nell’ultimo decennio ha venduto medicinali per 3,5 miliardi. Poca cosa rispetto ai 95 miliardi esportati dall’industria europea. Eppure, tale cifra è destinata entro la fine del decennio a moltiplicarsi per ben dieci volte. Questo dato deriva dalla crescita della classe media nella popolazione cinese e dal fatto che i trend dimostrano come i profitti siano cresciuti del 12% nel solo 2013, nonostante le quote di mercato si siano ridotte. Sussiste, come elemento discriminante allo sviluppo delle aziende cinesi, la molteplicità di attori interni presenti sul mercato, circa quattromila. A far da collante con la nuova strategia del “China Dream”, vi sono le inchieste per corruzione che riguardano la multinazionale britannica GlaxoSmithKline, operante sul territorio cinese nel campo dei farmaci e dei vaccini. Lo scandalo, che ha fatto crollare il titolo della GSK sul listino del London Exchange Stock per l’1,2% dell’intero valore (si parla di centinaia di milioni di sterline), ha fatto dichiarare alle autorità cinesi che la GlaxoSmithKline adotta una politica “lesiva del mercato” e che essa mantiene “prezzi eccessivamente spropositati”. Ciò simboleggia l’intenzione di Pechino di mostrare al mondo come il “Made in China” non sia sempre sinonimo di alta qualità, con politiche di mercato lesive della concorrenza. Il tutto inquadrato in una politica che vede il “Dragone Rosso” partire come terra di conquista per le multinazionali straniere.

In questo scenario, Pechino ha compreso l’importanza della trasformazione del campo farmaceutico nel prossimo decennio, prima delle cancellerie occidentali. Dal canto suo riconosce attraverso la politica dei dazi di essere un territorio di conquista. Ma, dieci anni fa, lo erano anche le strade cinesi per le autovetture Volvo. Oggi, a Göteborg i dirigenti parlano mandarino. Quindi, al prossimo antidolorifico che assumete, controllate che non venga dalla regione dello Hubei.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il Datagate che oscura l’amministrazione Obama

Pare non esser mai troppo lontana la realtà dalla leggenda. Tra il Primo e il Secondo Dopoguerra si diffonde, in contrapposizione alla corrente letteraria utopistica, la distopia. Capolavori quali “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury, “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley e in special modo “1984” di George Orwell segneranno la storia del pensiero e della letteratura a cavallo delle due Guerre Mondiali. In “1984”, George Orwell descrive un “sistema di controllo” sociale alienante e invasivo incarnato dal fantomatico Grande Fratello. Il mondo attuale, alla luce del Datagate, appare non esser molto distante da quello immaginato da Orwell nel 1948.

L’AFFAIRE VERIZON – A scoperchiare il vaso di Pandora è stato il quotidiano britannico The Guardian. Così, mentre nella Sala Ovale si pensava a stigmatizzare le continue sconfitte dei “ribelli” in Siria, il più celebre quotidiano dell’alleata Gran Bretagna dava all’Amministrazione insignita del “Nobel per la Pace” una stoccata letale. Letale non perché con essa finirà, l’era dell’Amministrazione Obama, ma per il significato ricolmo di speranze che ella era riuscita ad incarnare. In un’ordinanza del Tribunale di sorveglianza dell’intelligence straniera (FISA), emessa dal giudice Roger Vinson, il The Guardian ha trovato quella che certamente può esser considerata la “notizia” per eccellenza del decennio. Alla compagnia telefonica Verizon, il FISE ha imposto di consegnare tutti i dati IMEI (International Mobile Equipment Identity) ovvero il codice numerico che identifica univocamente una rete mobile. A tale richiesta è seguita quella di fornire di tutti i numeri telefonici composti in entrata e in uscita dagli e per gli Stati Uniti d’America. Uno scandalo enorme per Barack Obama, il Presidente entrato nella storia come primo afroamericano alla Casa Bianca e come il “Comandante in Capo” che guidò i Navy Seals alla cattura di Osama Bin Laden. Secondo il sondaggio diffuso dalla NbcNews / The Wall Street Journal il 55% degli statunitensi ha seri dubbi riguardo l’onestà e l’integrità dell’Amministrazione Obama.

IL CASO GIURIDICO – Assieme ai Vigili del Fuoco di New York City, nell’immaginario collettivo dell’America del XXI secolo, vi è la Team Six dei Navy Seals. Se vi state chiedendo se quella è la squadra che ha ucciso Osama Bin Laden, la risposta è sì. A distanza di due mesi, dalla missione più attesa dallo Sbarco in Normandia nella terra a stelle e strisce, in un’operazione della stessa Team Six nel Tangi (Afghanistan) viene ucciso Michael Stringe. E’ la vendetta dei Talebani, che in una trappola attirano le forze della Navy Seals, uccidendo ventidue dei trenta membri del corpo. L’errore dell’intelligence e della Casa Bianca fu di rivelare gli autori dell’uccisione di Osama Bin Laden. I genitori del soldato Michael Stringe attraverso denuncie, conferenze stampa ed interviste dall’agosto del 2011 hanno avviato una battaglia contro l’Amministrazione Obama. L’errore contestato dalla coppia di Filadelfia all’ex Senatore dell’Illinois è di aver fatto divenire la Team Six l’obiettivo prediletto delle formazioni talebane e Jihadiste.

Ora vi chiederete cosa intercorre tra “Lo scandalo Verizon” e l’uccisione di Michael Stringe. Ebbene, coadiuvati dall’avvocato Larry Klayman della conservatrice Judicial Watch, hanno presentato una denuncia legale. L’importanza della presenza di Larry Klayman è dovuta alla forte rilevanza che ha l’associazione Judicial Watch tra i media e nell’opinione pubblica statunitense. Essa, fin dal Patriot Act di George W. Bush, si è sempre trovata in prima fila nel tutelare il rapporto tra cittadini ed Amministrazione. Il risarcimento chiesto dalla famiglia del soldato Stringe, per il supposto spionaggio da accertare in sede processuale delle telefonate, è di tre miliardi di dollari. L’accusa e la richiesta di risarcimento sono state presentate nei confronti di Barack Obama, del Ministro della Giustizia Eric Holder, del direttore della Nsa Keith Alexsander e del Ceo della compagnia Verizon Lowell McAdam. Oltre alla violazione della privacy e della libertà d’espressione, l’accusa più grave imputa è quella di violazione della Costituzione. Il tutto mentre il Datagate è paragonato da Bloomberg al caso delle intercettazioni telefoniche del Watergate Complex che travolsero l’Amministrazione Nixon.

Sede della National Security Agency

IL “PRISM” CHE METTE PAURA – Se l’“Affaire Verizon” può esser catalogato a questione interna, le rivelazioni circa il sistema di spionaggio verso i paesi ed i cittadini non statunitensi sta creando non pochi problemi a Washington. La “talpa” Erin Snowden avrebbe rivelato che, attraverso il software Prism, l’intelligence americana sarebbe in grado da anni di controllare i server di colossi quali: Google, Microsoft, Yahoo e Apple. L’attacco ai titoli finanziari delle compagnie, ha fin da subito fatto dichiarare con note ufficiali la loro totale estraneità riguardo al sistema di spionaggio. Secondo Snowden, la NSA avrebbe da tempo esteso il controllo a persone, società ed istituzioni straniere. In particolar modo, secondo fonti Reuters, sarebbero state condotte operazioni migliaia di pirateria informatica dal 2009. Obiettivo prediletto della NSA secondo Swaden sarebbero state Hong Kong e la Repubblica Popolare Cinese. Il tutto mentre da poco si era arrivati a risultati concreti per porre rimedio alla cyber guerra che intercorre tra Washington e Pechino.

Ora come nel romanzo di Orwell il tutto è finalizzato alla sicurezza dei cittadini. Il generale Keith Alexander, direttore della National Security Agency, ha affermato che il controllo – ha impedito decine di attentati terroristici -. Sarà anche così, ma da giurista mi chiedo cosa resti delle Carte Costituzionali.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Artico: l’affare del secolo

Una canzone di Lorenzo Cherubini, dal titolo “L’ombelico del mondo”, potrebbe essere la colonna sonora degli ultimi due decenni dell’Artico. Se si ritiene opportuno guardare al futuro con un occhio all’Asia si sbaglia. Non perchè l'”Est” non crescerà più, bensì per il fatto che esso rallenterà la sua corsa per far spazio al Polo Nord. Infatti, nel 1996 la Dichiarazione di Ottawa, portò alla formazione del Consiglio Artico. Tale ente è composto da membri titolari ovvero gli stati litoranei (Canada, Russia, Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Danimarca) e, unico caso al mondo, dai sei gruppi indigeni del Nord. Esso rappresenta un unicum, ove Comunità Indigene e Stati, hanno la medesima importanza e parimenti voto decisionale. Dallo scorso 15 Maggio, sei paesi (Italia, Cina, India, Singapore, Giappone e Corea del Sud), da “osservatori ad hoc” sono passati allo status di Membri Osservatori Permanenti. Ciò ha scatenato un effetto domino sui listini delle compagnie energetiche ed un punto di non ritorno per la geo-economia del ventunesimo secolo.

L’ARTICO E LA CINA – Il successo negli affari non avviene mai per caso. Questa è la prima regola dell’economia all’interno del sistema capitalista. La lungimiranza del Congresso del Partito Comunista Cinese, dagli anni ottanta ad oggi, ha permesso a Pechino di entrare nel business del secolo ovvero l’Artico. Secondo la United States Geological Survey, nel Polo Nord si troverebbe il 15% delle riserve mondiali di petrolio ed il 30% di gas. Pechino questo lo ha sempre saputo e dal 1995 con una missione di Ricerca sul clima e l’ambiente è uno dei paesi di riferimento nel Mar Glaciale Artico. Certo, 1600 chilometri di distanza appaiono troppi per poter influire come Membro Permanente. Eppure, la forza geopolitica e degli investimenti della compagnia Cnooc (Chinese National Oil Overseas Corporation) hanno fatto divenire semplici ed importanti ricerche scientifiche il punto geo-economico più importante.

LA RICERCA E L’ENI CI CONSEGNANO UN POSTO NELL’ARTICO – Nell’oblio dei media nostrani, ormai assuefatti dalle breaking news di britannica ispirazione, l’Italia ha conquistato un posto nel Polo Nord e nell’affare energetico del secolo. Ciò non è dovuto alle tragiche misure adottate come ESM o all’Unione Europea (la quale svolge un ruolo di Osservatore non membro). Il tutto è dipeso da due cause. La lungimiranza degli investimenti dell’Eni ne è una prima causa. La società ormai passata a mani straniere, per la gioia dell’ignoranza dei gianniniani, ha da decenni apportato strategie mirate al consolidamento delle nostre riserve energetiche e della ricerca scientifica. Ciò avviene anche per Enel (altra società con golden share pubblica), la quale, secondo le parole del Direttore della Divisione internazionale Carlo Tamburi, entro il 2015 raggiungerà nel Polo Nord russo i 900 milioni di euro d’investimenti. La seconda e più importante causa del raggiungimento dello status di “Membro Osservatore Permanente” , risiede nel mantenimento nelle isole Svalbard, da parte del governo italiano, della Base Artica Dirigibile Italia e della Amundsen-Nobile Climate Change Tower.

IL POLO COME NUOVO RISIKO – Si può facilmente affermare, che dove vi sono soldi vi è anche guerra. Nel Mar Glaciale Artico non vi sono guerre in atto, se non sul clima. Eppure, il crescente interesse di potenze geopolitiche ha portato ad una militarizzazione del Polo Nord. Non è un caso, che tra i Membri Osservatori Permanenti, vi sia la Corea del Sud e che gli Stati Uniti d’America stiano preparando in Alaska decine di stazioni missilistiche a protezione di essa. La Russia e la Cina, con il nuovo corso del Congresso del Partito Comunista Cinese, hanno ritrovato un feeling che mancava da settantanni. Tant’è, che Xi Jinping appena visto Putin, ha dichiarato che “Le nostre anime sono aperte gli uni agli altri” riferendosi ai rispettivi paesi. Tale nuova alleanza preoccupa molto Washington ormai impegnata su “troppi” fronti. Perdere l’influenza ed il ruolo di leader nell’Artico è un lusso che Obama non si può permettere.

Il riscaldamento globale, l’oro nero ed il gas stanno, come previsto da molti negli anni ottanta, per cambiare il corso della storia. Una storia glaciale, non perchè si parla di Mar Artico nel Polo Nord, bensì perchè fatta e modellata sullo sfruttamento di un nuovo Eldorado solo ed esclusivamente per profitto.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Corea del Nord mette paura al mondo

Da decenni la musica scandisce gli avvenimenti storici, in maniera più consapevole e meno racchiusa in se stessa, delle arti figurative. Prendete la traccia più celebre del gruppo britannico “Orchestral Manoeuvres in the Dark” ove con un ritmo contagioso, capace di far ballare tre differenti generazioni, si racconta la tragedia dell’atomica sganciata dagli USA su Hiroshima nel 1945. Il nome di quella traccia è “Enola Gay”, lo stesso della madre del pilota Paul Tibbets che con un gesto ha cambiato irrimediabilmente la storia dell’umanità. Questo cambiamento non dipende dalla vittoria degli “alleati” sui Nipponici, bensì dal fatto che da quel giorno l’umanità possiede un ‘arma capace di annientare essa stessa. Sessantotto anni dopo il mondo del terzo millennio in queste ore vive la medesima paura e sconforto a causa del nucleare nordcoreano.

KIM JONG-UN ED IL PROGETTO NUCLEARE – Per comprendere la crisi di queste ore bisogna partire da un dato di fatto storico ovvero che la Guerra di Corea non è mai terminata. E’ rimasta sopita, ha visto scontri a bassa intensità, ma il progetto di fondo del Nord Corea marxista non si è mai modificato. Le analisi militari in stato d’allarme vengono condotte su numeri oggettivi e motivazioni di fondo. Dai rapporti statunitensi, russi e cinesi appare chiaro che le unità coinvolte nello sviluppo e nell’assetto nucleare nordcoreano sono 3.000. A capo della struttura militare che sta facendo tremare il mondo ed in particolare il Pacifico vi è il leader marxista Kim Jong-un. Centro di controllo dell’intera filiera nucleare è il sito di Yongbyon ove si parla di almeno due decine d’impianti dediti allo stoccaggio di uranio e plutonio per la produzione del nucleare.Dati per certi i dati su Yongbyon e altri siti dediti allo sviluppo nucleare, Washington riconosce come unica pedina, data anche la struttura gerarchica della Repubblica Democratica Popolare di Nord Corea, quella di Kim Jong-un. Motivo principale di questa rincorsa al nucleare del nuovo leader nordcoreano risiede nella convinzione di molti analisti geopolitici che da tempo registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang.

L’INTERVENTO DI MOSCA E PECHINO – Da molti mesi l’intelligence e non solo di Mosca e Pechino sono a lavoro per contenere il fanatismo atomico di Piongyang. Xi Jinping, dallo scorso Marzo Presidente della Repubblica Popolare Cinese, in queste ore è spinto da un duplice timore ad affievolire i venti di guerra. Il primo motivo risiede nella consapevolezza che se Pyongang dovesse perdere un eventuale scontro militare, tutta la penisola coreana finirebbe sotto l’egemonia geopolitica statunitense. Il secondo timore risiede nel non doversi sbilanciare troppo a favore del non-amico statunitense a discapito del compagno nordcoreano. Vladimir Putin, dopo aver ridato un’importanza geopolitica alla Russia post crollo sovietico, sta aiutando tramite il fortissimo apparato moscovita a rendere, tramite canali non ufficiali, più quiete le acque nel Mar di Corea. A spingere tale decisione vi è la consapevolezza che, qualora venisse evitato uno scontro dovuto a Kim Jong-un, Obama non dovrebbe più perseguire nell’estromissione della Russia dal Mar Mediterraneo tramite la campagna di Siria. Ciò è confermato dal fatto che a diramare le inquietanti intenzioni di Pyongyang sia stato il Ministero degli Esteri di Mosca.

OBAMA E LE MANOVRE MILITARI – Se ad Oslo avessero saputo che la veridicità del premio Nobel per la Pace “preventivo” ad Obama sarebbe stata una crisi nucleare molto probabilmente lo avrebbero dato a “Medici senza Frontiere”. Eppure, il Presidente degli Stati Uniti d’America non sta sbagliando una mossa in questa difficilissima situazione. Come comandante in capo delle Forze Armate ha autorizzato lo spostamento dalle basi del Giappone interno e da Okinawa verso la base di Osan in Corea del Sud, al fine di evitare attacchi a sorpresa. Non appena la CIA ha confermato le notizie provenienti dai servizi russi ha disposto lo spostamento dei bombardieri nucleari B2 ed inviato una grandissima flotta di portaerei a propulsione nucleare nell’Oceano Pacifico. Diplomaticamente ha rafforzato il rapporto con la minacciata Tokio e avviato nuovi rapporti informativi con le uniche due potenze capaci di dare una mano in questa situazione. Londra e Parigi? No, Pechino e Mosca.

Resta un dilemma: Obama attaccherà preventivamente Pyongyang per poi avviare un’intera campagna militare nella penisola coreana o aspetterà la mossa del giovane Kim Jong-un? Presto lo sapremo. Ciò che già sappiamo è che la storia si fa nell’Oceano Pacifico.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Iconic Beijing


Quando Brando ci chiese tre aggettivi per descrivere Pechino il mio primo pensiero o sentimento fu una sorta di lieta incredulità, quasi di soddisfazione, nel vedere che esiste chi pone, fuori dagli studi televisivi, domande come questa, un po’ tranchants un po’ spiazzanti, sfidando l’interrogato a dover sintetizzare un concetto od un giudizio in poche parole.

Il mio amico Paolo, con quel fare che lo contraddistingue, che solo chi conosce Paolo può sapere, e qui mi potrei anche dilungare nel descrivere Paolo ma andrei fuori tema, disse con un accento leggermente romanesco: “Grande, grossa e inquinata”. Uno spot che mi lasciò  divertito e allo stesso tempo perplesso, per quella immediatezza che ritenni eccessiva. 

Io temporeggiai. Come gocce che pendono da un rubinetto chiuso, ma non del tutto, dispensai le parole una per volta, quasi esitante, convinto nel pronunciarle solo dopo che il concetto si fosse sufficientemente nutrito ed ingrassato per potersi distaccare dalla mente e cadere fluido nel mezzo della discussione, prima di piombare al suolo senza lasciare traccia.

Dissi più o meno così: “Capitale”. “Grigia”. “Cinese”.

Credo che le due risposte, pur dettate da atteggiamenti critici divergenti, giungano ad una conclusione affatto distante. A me ed al mio amico Paolo Pechino aveva parlato in lingue diverse raccontando la stessa fiaba. 

Per giustificare le voci “inquinata” e “grigia” si potrebbero riportare centinaia di dati allarmanti, ne citerò solo uno che ho letto sul China Daily il primo febbraio scorso: ”Cases of lung cancer have increased by 60 percent in Beijing in the past decade.”[1]Un’affermazione che non lascia spazio a repliche, e che squarcia di netto la narrazione che non poteva tacere questi aspetti. Ma che a questi aspetti non mira e che vuole invece indagare la città di Pechino partendo dagli altri quattro aggettivi.

Se li mettessimo insieme suonerebbe così: “La grande e grossa capitale cinese”.  Certo non vinceremmo dei premi per l’originalità o la perspicacia del titolo, ma credo che dietro un’apparente banalità si nascondano delle considerazioni necessarie per la comprensione di Pechino.

Innanzitutto il toponimo Beijing  北京 che significa “Capitale del nord”, come ad ammonire la città stessa, a ricordarle per sempre il compito che graverà sulle sue spalle. Poi la sua posizione “inspiegabile”, in una regione climaticamente ostile. Pechino la comprendi se comprendi il suo ruolo di avamposto. E’ situata ai margini settentrionali della cosiddetta “Cina propria” e deve la sua posizione, chiaramente strategica, alla vicinanza con la Mongolia, regione decisiva per gli sviluppi del continente cinese e della sua capitale nel corso dei secoli. Pechino dovrà assolvere il ruolo di Capitale con diversi approcci e per diverse genti. Sia per la “Cina storica”, o delle diciotto province, sia per le regioni più remote, a minoranza Han, come Capitale unificatrice, compito attualissimo anche oggi, e sia come baluardo sulla frontiera per intimorire e scoraggiare il possibile invasore straniero.

Questo carattere burbero ed intimidatorio non abbandonerà mai la città fino ai nostri giorni.

Pechino è oggi la città più grande al mondo. La più estesa, con i suoi 16 mila kmq. Un rapporto della McKinsey & Company afferma che entro il 2025 la popolazione avrà raggiunto i 27 milioni di persone, oggi i dati stimano oltre 18 milioni di residenti, 22 se si considera la popolazione fluttuante.   

Sono così finalmente giunto al punto. Di fronte ad esigenze così radicali, o proprio per risposta a suddette esigenze, di fronte ad una scala così esagerata, come si è relazionata l’architettura contemporanea? Quale il punto di partenza per approcciare una donna così esigente ed ingorda?

L’icona. Pechino, con il suo territorio infinitamente disteso e pianeggiante ha da sempre ragionato su edifici dal forte valore iconico. Su immagini trasmutate in materia. Su concetti incarnati o reincarnati in travi, pilastri e laterizi. Dalla Grande Muraglia alla Città Proibita, dal Palazzo d’Estate a Piazza Tienanmen, dai blocchi “sino-sovietici” al Central Business District. Oggi l’architettura contemporanea prosegue inesorabile questa chiarissima tendenza. Potremmo partire dall’edificio più grande del mondo, il primo a superare il traguardo del milione di metri quadrati, il nuovo terminal aeroportuale T3 firmato Norman Foster, che con le sue fenditure in copertura appare come un enorme dragone dormiente infastidito da aeroplani-moscerini che gli volano tutto intorno. Continuare con l’arcinoto stadio olimpico, opera del duo svizzero Herzog & de Meuron, coadiuvati dal dissidente meno dissidente di Cina Ai Weiwei, denominato ”nido d’uccello”, un  “impatto spaziale diretto, quasi arcaico”[2], reso possibile da un infernale groviglio di travi e pilastri in acciaio. Per terminare, ma si potrebbe andare avanti per ore, con il CCTV di Rem Koolhaas, forse l’edificio del nuovo millennio più famoso al mondo. Le due torri, appena inclinate una verso l’altra, che si abbracciano sulla sommità grazie ad un ardito sbalzo a 162 metri dal livello del terreno.

Se parli ad un amico, ad un fratello, potresti anche evitare di pronunciarti. Il silenzio sarebbe sufficiente.

Se parli ad un miliardo e trecentotrentasei milioni di persone avrai bisogno di un megafono.

E come Pechino è il megafono della Cina, l’architettura è il megafono della storia.  

Jacopo Costanzo

  

 


[1] Li Wenfang, Academic claims air pollution is more frightening than SARS virus, “China Daily”, Friday, February 1, 2013


[2] Jacques Herzog, Pechino 2008, “Domus” n.860, 6/2003

Se la Corea del Nord mette paura al mondo

Era atteso, in molti speravano non avvenisse mai; eppure Pyongyang alla fine ha effettuato con successo il suo terzo esperimento nucleare. E’ il primo test effettuato dal regime comunista nordcoreano da quando Kim Jong-un è a capo del paese. Un atto che apre molti scenari – alcuni realistici, altri meno – poiché nella questione coreana si nascondono ed intrecciano molti interessi delle super potenze mondiali. Dopo il tramonto dell’Unione Sovietica si possono definire superpotenze solo ed esclusivamente la Cina e gli Stati Uniti d’America. Quando si pensa ai test nucleari erroneamente si tende a credere, basandosi sull’esperienza delle bombe nucleari sganciate dagli Usa sul Giappone nel 1945, che essi siano sempre visibili. Invece, il test condotto dalla Corea del Nord è stato effettuato nel sottosuolo, tant’è che un terremoto artificiale di magnitudo 4.9 è stato registrato dal Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) con epicentro in un’area compatibile con quella di Punggye-ri, il sito dei test nucleari nel nordest del Paese. Come prevedibile e secondo la prassi, nelle ore successive al test effettuato dalla Corea del Nord si è svolta una “riunione d’urgenza” presso le Organizzazione delle Nazioni Unite.

I MOTIVI DELLA SFIDA AL MONDO – Oltre alle ragioni ideologiche viene naturale domandarsi cosa spinga la Corea del Nord a sfidare il mondo. In primo luogo, il recente cambio al vertice militare e politico, dovuto alla successione di Kim Jong-un al defunto padre Kim Jong-II, ha posto l’attuale leader nordcoreano nella condizione di dover dare un segnale di forza alla comunità internazionale e al suo esercito. Secondo molti analisti geopolitici e militari, infatti, da molto tempo si registrano malumori tra i generali nordcoreani nei confronti del giovane Kim Jong-un, considerato da molti troppo inesperto per guidare politicamente e militarmente il regime di Pyongyang. In secondo luogo, i due precedenti test nucleari effettuati dal 2006 in poi si sono rivelati un fallimento. Fallimento militare, tecnologico e politico. Da quei due test la Corea del Nord ricavò solo ed esclusivamente sanzioni internazionali, che hanno indebolito la più debole economia del mondo di stampo comunista. Ed è nelle sanzioni che risiede il terzo motivo della sfida al mondo: con il test nucleare Kim Jong-un vuole da un lato cercare di riaprire un tavolo internazionale e dall’altro bluffare sulle condizioni di apparente stabilità economica interna.

IL RUOLO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA – Fin dal primo dopoguerra gli Stati Uniti d’America hanno imposto la loro presenza nell’area asiatica in funzione antisovietica. Non ci si scordi che a combattere la guerra in Corea furono gli stessi Stati Uniti d’America. Nell’ultimo lustro gli Stati Uniti si sono impegnati in ogni sede e in ogni modo a contrastare il regime di Pyongyang. Basti ricordare le parole dell’ex Presidente George W. Bush, che inserì la Corea del Nord tra i ‘paesi canaglia’. Da un lato gli USA agiscono attraverso la diplomazia con le sanzioni accordate in sede Onu, dall’altro con intelligence e azioni militari. In queste ultime ore si sta assistendo a manovre congiunte di USA e Corea del Sud nella regione coinvolta, alle quali dovrebbe aggiungersi il Giappone. Il Presidente Barack Obama ha definito il test come “altamente destabilizzante per la regione”. Immediatamente dopo il test, Obama ha avuto un colloquio telefonico con il presidente della Corea del Sud Lee Myung-bak per “consultarsi e coordinare la risposta” al test nucleare della Corea del Nord. Ora, come da più parti osservato, le sanzioni non hanno portato a risultati concreti e l’eccessiva attenzione degli Stati Uniti ai problemi mediorientali ha fatto sì che si perdesse l’interesse nell’opinione pubblica e presso il Congresso per un paese che, a differenza dell’Iran, realmente possiede la tecnologia per l’utilizzo di testate nucleari. Inoltre, bisogna tener conto della forza della Cina e della sfida lanciata da lungo tempo dagli USA per contrastare l’influenza nell’area del paese che fu di Mao Tse Tung. Ed è dalla Cina che dipendono i futuri equilibri della regione.

SE LA CINA SI STANCA – Xi Jinping, segretario da poco eletto del Partito Comunista Cinese e da Marzo Presidente della Repubblica Popolare, ha immediatamente condannato il test effettuato dall’alleato nordcoreano. I rapporti tra i due paesi da un biennio si stanno sempre più deteriorando. Eppure, per la Cina non è facile condurre la partita Nordcoreana. Da un lato, deve porre fine ai capricci del regime di Pyongyang; dall’altro, una possibile caduta dell’apparato militare al comando della Corea del Nord potrebbe far cadere tutta la penisola coreana sotto l’influenza statunitense. Per questo in molti, considerando la vicinanza geografica, la forza militare e dell’intelligence della Cina, prevedono nei prossimi anni un cambiamento ai vertici nordcoreani gestito sottotraccia da Pechino. Non furono gradite al Congresso del Partito Comunista Cinese le parole del leader Nord Coreano, che definiva “nemici” gli Stati Uniti d’America, e le troppe partite aperte in Asia non agevolano Pechino.

La soluzione al problema coreano va trovata prima che sia troppo tardi. Per la Cina e la sua influenza geopolitica. Per la Corea del Sud ed il Giappone. Per il loro diritto ad una coesistenza pacifica e per la stabilità dell’intero globo.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

L’ascesa del carbone

Superata la nascita di Gesù di Nazareth, il pensiero dei bambini europei va alla festività religiosa dell’Epifania, ove, come tradizione vuole, essi riceveranno altri regali all’interno di una calza posta sopra i camini. Scure per i bambini nella calza dell’Epifania è il carbone. Un tempo realmente preso dai depositi per il riscaldamento delle abitazioni, con il passare degli anni è divenuto dolce e con esso anche l’educazione dei genitori verso i propri figli.

La presenza del carbone nelle calze dell’Epifania dei bambini meno buoni era dovuta al fatto che questo combustibile fossile fosse associato a sporcizia ed inquinamento. Nulla di eccepibile. Infatti, negli ultimi decenni, alla luce dei Trattati di Kyoto e del crescente utilizzo del petrolio, l’utilizzo del carbone è sembrato essere un amaro ricordo. Ma, come quello dei bambini, anche il carbone combustibile sta per diventare dolce per i mercati energetici globali. Se lo scorso anno l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) aveva annunciato al mondo l’inizio di una “Rivoluzione Blue”, che avrebbe visto il consumo di metano aumentare del 50% entro il 2035, quest’anno ha dovuto correggere il tiro. Difatti, sorprendentemente agli occhi dei ricercatori e meno a quelli degli analisti finanziari, la vera star del mercato nel prossimo lustro sarà il carbone.

Carbone, combustibile fossile conosciuto fin dall’antichità e divenuto simbolo energetico della I Rivoluzione Industriale nella Gran Bretagna del diciottesimo secolo, all’alba della Rivoluzione Industriale Asiatica appare tornare nuovamente in voga. Secondo l’AIE, nel Rapporto Medium Term Coal Market, il carbone entro la fine di questo decennio potrebbe superare il combustibile che da oltre un secolo è leader del mercato: il petrolio. Analizzando il Medium Term Coal Market Report si può constatare come la produzione di carbone nel 2017 eguaglierà con 4,3 miliardi di tonnellate quella del petrolio. I ritmi della crescita della domanda, che nel prossimo quinquennio raggiungeranno il 2,6%, sono impressionanti. Lo stupore per questa crescita è dovuto al fatto che secondo alcuni report finanziari e scientifici entro il 2017 si consumeranno 1,4 miliardi di tonnellate in più di carbone rispetto a oggi. Ovvero il carbone che attualmente consumano gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa.

Ora c’è da chiedersi da dove provenga quest’ascesa nel consumo del carbone in questo decennio. Bisogna considerare due fattori principali. La prima ragione di questa crescita risiede nell’avanzamento dello shale gas (gas metano ottenuto dalla decomposizione di materiale organico contenuto nell’argilla) negli Stati Uniti d’America. Ciò ha provocato un abbassamento dei prezzi del carbone nei mercati rendendolo appetibile come fonte energetica anche al mercato europeo. Gli Stati Uniti, in controtendenza con il resto del mondo, stanno apportando una modifica al proprio fabbisogno energetico favorendo le trivellazioni petrolifere e le estrazioni di gas. D’altronde la ricchezza di idrocarburi non convenzionali glielo permette. Secondo un rapporto degli analisti di Citigroup, convalidato dalla stessa AIE, gli Usa raddoppieranno da oggi al 2020 l’attuale produzione di petrolio e gas con il conseguente sorpasso sull’Arabia Saudita nello sfruttamento di suddette risorse energetiche.

Secondo elemento e fattore di ascesa del carbone come prima fonte energetica mondiale è la grande domanda proveniente dall’Asia. La Cina, importatrice netta di carbone dal 2009, in un solo biennio, ha scansato l’altro big asiatico dell’economia, il Giappone, da maggior acquirente e sfruttatore di questo combustibile. Nel Rapporto dell’AIE sopracitato si evidenzia come l’utilizzo a questi livelli del carbone potrebbe far innalzare entro il 2050 la temperatura di ben 6 °C in tutto il globo. Ciò dovrebbe portare a riflettere poiché nel 2017 ancora non saranno state sviluppate tecniche per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

La direttrice dell’AIE, Marie Van Der Hoeven, a margine della presentazione del Medium Term Coal Report, ha affermato che «In assenza di progressi nella cattura e sequestro del carbone e se non vi saranno Paesi in grado di replicare l’esperienza statunitense, il carbone rischia di provocare un grave contraccolpo alle politiche per il clima». Peccato che non tutti i paesi e continenti siano ricchi come gli Stati Uniti d’America di fonti per l’estrazione di shale gas e che al momento non si può, dopo tre secoli d’incessante industrializzazione del mondo occidentale, limitare con la morale di chi ha già tutto il progresso e la crescita dei paesi emergenti, o meglio, emersi.

Continua la Van Der Hoeven: «Il ricorso crescente alle energie rinnovabili, lo smantellamento delle centrali a carbone più vecchie e un riequilibrio con i prezzi del gas faranno diminuire il consumo di carbone quasi ovunque in Europa». Questo avverrà nella ricca Europa. La domanda resta su cosa avverrà nel resto del pianeta, dove, se le cose non cambieranno, l’unico conto da pagare, come per i bambini cattivi, sarà per le generazioni future che si ritroveranno un pianeta distrutto per via delle emissioni di CO2. Insomma, per molti decenni aspettatevi nella calza il carbone amaro.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

We could learn to fight like every good boy should

Il cinema “etnicamente” cinese può vantare numerosi autori, uno star system di vastissimo appeal e una lunga lista di classiconi in vari generi. La grossa parte di questo apparato si è però sviluppata a Hong Kong (e in parte a Taiwan), visto che, come è noto, la tutela della libertà d’espressione dei propri cittadini non è una delle maggiori priorità del governo della Repubblica Popolare.
E’ dunque sia sorprendente, sia di capitale importanza l’opera di quei pochi cineasti “politicamente” cinesi che sono riusciti nonostante la censura a ritagliarsi uno spazio in cui condividere col mondo la loro immagine della Cina, una nazione, una società e una cultura di cui in occidente sappiamo tutti molto poco.
Oggi come oggi il più rilevante di questi nomi è probabilmente il poco più che quarantenne Jia Zhangke, che da una quindicina d’anni a questa parte ha messo in piedi una filmografia stilisticamente interessante, poeticamente raffinata e in grado al contempo di gettare una luce diversa e più umana sull’immagine stereotipata che della Cina e dei cinesi ci siamo fatti da quest’altra parte del mondo.
Tema fondamentale dei film di Jia è la contemplazione dei rapidissimi ed epocali cambiamenti che la Cina ha subito a livello economico e sociale negli ultimi 20 anni, e gli effetti che questa transizione verso uno sfrenato capitalismo di stato ha sortito sulla vita di persone cresciute nel mito del grande timoniere e del partito, e ritrovatesi improvvisamente in una società molto più incline a rincorrere quegli standard di prosperità individuale che fino a non molto tempo fa sarebbero stati impensabili sia praticamente che in linea di principio.
Il senso di nostalgia e sbalordimento di fronte a questi cambiamenti è palpabilissimo in film come i recenti I Wish I Knew e 24 City, non perchè Jia sia un veterocomunista reazionario -anzi, i suoi film sono sorprendentemente apolitici e privi di particolari prese di posizione considerati gli argomenti che affrontano- quanto piuttosto per la minutissima prospettiva che le sue pellicole assumono. L’idea del cinese come particella infinitesimale in un oceano indistinguibile è un pregiudizio molto radicato in occidente, e pur contenendo un nocciolo di verità spesso ci porta a non considerare che per quanto numerose e in balia di una burocrazia potentissima è pur sempre di persone che stiamo parlando, un mare di persone che negli ultimi 60 anni ha saputo ricostruire sulle macerie lasciate dall’imperialismo occidentale uno stato che può trattare da pari a pari con le più grandi potenze mondiali.
Jia non arriva mai a queste considerazioni perchè più che alla storia dello stato cinese è interessato a quella dei cinesi come popolo, alle loro vite e alla maniera in cui piccole comunità sperdute si sono adattate a trasformazioni di magnitudo inconcepibilmente vasta, ed in questo senso il suo film migliore resta probabilmente Platform, che racconta l’attività di una troupe teatrale in una remota cittadina lontana anni luce dai centri del potere.
Platform è anche un ottimo esempio dello stile visuale del regista, incentrato su lunghissime inquadrature tendenzialmente statiche in cui la composizione fotografica gioca un ruolo fondamentale anche in relazione ai pochi movimenti della macchina da presa, sempre molto deliberati e studiati per far transitare l’inquadratura da uno stato di “riposo” ad un altro.
Insieme a Hou Hsiao Hsien, Jia rappresenta forse il maggior esponente contemporaneo della scuola di pensiero baziniana per cui di montaggio meno ce n’è e meglio è, e la sua abilità di metteur en cadre ha veramente pochi eguali.
Un quarto d’ora di celebrità ha avuto in Italia un altro suo film, Still Life, vincitore del leone d’oro a Venezia nel 2006. Forse il suo film più accessibile, Still Life racconta delle vite incrociate di due persone alla ricerca dei loro coniugi scomparsi ed è ambientato in un villaggio che di lì a poco sarebbe stato evacuato e inondato nel contesto del progetto spaventosamente titanico della diga delle tre gole sul fiume Yangtze (per chi fosse interessato alla vicenda consiglio vivamente il documentario Up The Yangtze del regista sino-canadese Yung Chang). Il senso di un intero mondo sull’orlo dell’estinzione, che verrà letteralmente inghiottito dall’acqua come la leggendaria Atlantide, è palpabile lungo tutta la durata della pellicola, e tuttavia Still Life resta innanzitutto un film che racconta la storia di due persone che cercano di gettare le basi del proprio futuro rimarginando le ferite del passato. Se la metafora -in questo caso se non altro- non è sottilissima, la sensibilità dell’autore riesce comunque a mettere in prospettiva i vari livelli della vicenda con il contesto ambientale e storico in maniera elegante.
E’ sempre scomodo valutare l’”importanza” di un artista, specie di uno ancora nel bel mezzo della sua attività e con decenni di carriera di fronte a sé, ma come voce e sguardo di una cultura così lontana e al contempo sempre più vicina, Jia Zhangke e la sua opera rappresentano una finestra con un punto di vista estremamente privilegiato su un mondo dalla cui conoscenza potremo sempre meno prescindere. La sua prospettiva umanistica prima che analitica rende i suoi film un ponte culturale oltre che un’inestimabile fonte di informazioni, e in questo senso, vista la crescente importanza dei rapporti tra la Cina e l’occidente non credo sia esagerato considerare Jia uno dei cineasti più rilevanti e imprescindibili oggi in attività.