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We could learn to fight like every good boy should

Il cinema “etnicamente” cinese può vantare numerosi autori, uno star system di vastissimo appeal e una lunga lista di classiconi in vari generi. La grossa parte di questo apparato si è però sviluppata a Hong Kong (e in parte a Taiwan), visto che, come è noto, la tutela della libertà d’espressione dei propri cittadini non è una delle maggiori priorità del governo della Repubblica Popolare.
E’ dunque sia sorprendente, sia di capitale importanza l’opera di quei pochi cineasti “politicamente” cinesi che sono riusciti nonostante la censura a ritagliarsi uno spazio in cui condividere col mondo la loro immagine della Cina, una nazione, una società e una cultura di cui in occidente sappiamo tutti molto poco.
Oggi come oggi il più rilevante di questi nomi è probabilmente il poco più che quarantenne Jia Zhangke, che da una quindicina d’anni a questa parte ha messo in piedi una filmografia stilisticamente interessante, poeticamente raffinata e in grado al contempo di gettare una luce diversa e più umana sull’immagine stereotipata che della Cina e dei cinesi ci siamo fatti da quest’altra parte del mondo.
Tema fondamentale dei film di Jia è la contemplazione dei rapidissimi ed epocali cambiamenti che la Cina ha subito a livello economico e sociale negli ultimi 20 anni, e gli effetti che questa transizione verso uno sfrenato capitalismo di stato ha sortito sulla vita di persone cresciute nel mito del grande timoniere e del partito, e ritrovatesi improvvisamente in una società molto più incline a rincorrere quegli standard di prosperità individuale che fino a non molto tempo fa sarebbero stati impensabili sia praticamente che in linea di principio.
Il senso di nostalgia e sbalordimento di fronte a questi cambiamenti è palpabilissimo in film come i recenti I Wish I Knew e 24 City, non perchè Jia sia un veterocomunista reazionario -anzi, i suoi film sono sorprendentemente apolitici e privi di particolari prese di posizione considerati gli argomenti che affrontano- quanto piuttosto per la minutissima prospettiva che le sue pellicole assumono. L’idea del cinese come particella infinitesimale in un oceano indistinguibile è un pregiudizio molto radicato in occidente, e pur contenendo un nocciolo di verità spesso ci porta a non considerare che per quanto numerose e in balia di una burocrazia potentissima è pur sempre di persone che stiamo parlando, un mare di persone che negli ultimi 60 anni ha saputo ricostruire sulle macerie lasciate dall’imperialismo occidentale uno stato che può trattare da pari a pari con le più grandi potenze mondiali.
Jia non arriva mai a queste considerazioni perchè più che alla storia dello stato cinese è interessato a quella dei cinesi come popolo, alle loro vite e alla maniera in cui piccole comunità sperdute si sono adattate a trasformazioni di magnitudo inconcepibilmente vasta, ed in questo senso il suo film migliore resta probabilmente Platform, che racconta l’attività di una troupe teatrale in una remota cittadina lontana anni luce dai centri del potere.
Platform è anche un ottimo esempio dello stile visuale del regista, incentrato su lunghissime inquadrature tendenzialmente statiche in cui la composizione fotografica gioca un ruolo fondamentale anche in relazione ai pochi movimenti della macchina da presa, sempre molto deliberati e studiati per far transitare l’inquadratura da uno stato di “riposo” ad un altro.
Insieme a Hou Hsiao Hsien, Jia rappresenta forse il maggior esponente contemporaneo della scuola di pensiero baziniana per cui di montaggio meno ce n’è e meglio è, e la sua abilità di metteur en cadre ha veramente pochi eguali.
Un quarto d’ora di celebrità ha avuto in Italia un altro suo film, Still Life, vincitore del leone d’oro a Venezia nel 2006. Forse il suo film più accessibile, Still Life racconta delle vite incrociate di due persone alla ricerca dei loro coniugi scomparsi ed è ambientato in un villaggio che di lì a poco sarebbe stato evacuato e inondato nel contesto del progetto spaventosamente titanico della diga delle tre gole sul fiume Yangtze (per chi fosse interessato alla vicenda consiglio vivamente il documentario Up The Yangtze del regista sino-canadese Yung Chang). Il senso di un intero mondo sull’orlo dell’estinzione, che verrà letteralmente inghiottito dall’acqua come la leggendaria Atlantide, è palpabile lungo tutta la durata della pellicola, e tuttavia Still Life resta innanzitutto un film che racconta la storia di due persone che cercano di gettare le basi del proprio futuro rimarginando le ferite del passato. Se la metafora -in questo caso se non altro- non è sottilissima, la sensibilità dell’autore riesce comunque a mettere in prospettiva i vari livelli della vicenda con il contesto ambientale e storico in maniera elegante.
E’ sempre scomodo valutare l’”importanza” di un artista, specie di uno ancora nel bel mezzo della sua attività e con decenni di carriera di fronte a sé, ma come voce e sguardo di una cultura così lontana e al contempo sempre più vicina, Jia Zhangke e la sua opera rappresentano una finestra con un punto di vista estremamente privilegiato su un mondo dalla cui conoscenza potremo sempre meno prescindere. La sua prospettiva umanistica prima che analitica rende i suoi film un ponte culturale oltre che un’inestimabile fonte di informazioni, e in questo senso, vista la crescente importanza dei rapporti tra la Cina e l’occidente non credo sia esagerato considerare Jia uno dei cineasti più rilevanti e imprescindibili oggi in attività.