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Tag Archives: cinema francese

I took a hammer to every memento

Jacques Audiard è sicuramente uno dei registi francesi di maggior statura dell’ultima decina d’anni. I suoi ultimi due film ‘Tutti i battiti del mio cuore’ e ‘Il profeta’ hanno riscosso un plauso abbastanza unanime a livello internazionale, e pur non avendo particolarmente apprezzato il secondo ero piuttosto trepidante alla prospettiva di un suo nuovo film.
‘Un sapore di ruggine ed ossa’ è però purtroppo il lavoro di un regista poco consapevole dei propri limiti e con una deleteria tendenza al sincretismo tipica di chi (a torto o a ragione) intravede all’orizzonte grandi cose per sé stesso.
Se infatti lo stile registico e le tematiche di Audiard restano legate a una forma di cinema veritè tipo fratelli Dardenne/Dogme 95, è anche vero che il cineasta francese si prende molte libertà rispetto al modello, per esempio con una fotografia decisamente più estrosa e una colonna sonora più pervasiva e in primo piano. Queste “contraddizioni” invece di arricchire il film si fanno avvertire più che altro come segno di indecisione e scarso rigore stilistico, mettendo in particolare risalto alcuni difetti che in film meno ambiziosi e più a fuoco non sembravano altrettanto rilevanti.
‘De rouille et d’os’ tra le altre cose, soffre infatti di un paragone abbastanza diretto con ‘Sulle mie labbra’, film precedente sempre dello stesso regista e similmente incentrato sulla relazione tra una donna disabile e un uomo “di strada”. Questo film del 2001, per non sbagliare, prendeva una piega thriller che consentiva al regista di canalizzare ottimamente le tensioni fra i personaggi mantenendo sempre una salda presa sulle redini della trama; è proprio questa presa a mancare completamente alla nuova uscita, che pur tenendo duro grazie alle ottime interpretazioni dei protagonisti, si perde inevitabilmente tra le innumerevoli e repentine svolte della trama, spesso improntate a una tragicità un po’ gratuita che si fa fatica a prendere in parola.
Il colpo di grazia viene poi dato dal francamente sconcertante cattivo gusto mostrato nelle ripetitive soluzioni di montaggio e dal goffissimo abbinamento di musica e immagini: è ancora vivissimo nella mia mente il ricordo della terrificante scena di una fuga da una rapina ne ‘Il profeta’ commentata da una canzone dei Sigur Ròs che definire fuori luogo è alquanto riduttivo, ma il paio di occasioni in cui Bon Iver fa capoccella in ‘Un sapore di ruggine ed ossa’ non hanno davvero nulla da invidiare in quanto a urto provocato e afflusso di latte ai coglioni. Il vecchio Sergei M. si starà sicuramente rigirando nella tomba.
Un film deludente dunque ma che spero potrà essere un domani messo in prospettiva rispetto ai futuri sviluppi della carriera di Audiard, ormai proiettato (credo) verso una dimensione di magnitudo decisamente maggiore. Con un po’ di fortuna i suoi affreschi di domani saranno belli quanto le sue vignette di ieri.

17 ragazze

La prima parola che viene in mente ricordando questo film è: capelli.
I capelli delle sedicenni francesi sembrano essere tutti così: che siano biondo cenere, sciolti, raccolti in un piccolo chignon sbilenco, o di un castano scuro attraversato da una sottilissima riga – quello della sospettabile sorella Garrel – sono tutti lunghi e ordinatamente spettinati, come la pellicola delle quarantenni Coulin.
A Lorient l’aria odora di pesce e le ragazze passano i loro pomeriggi sedute sul letto in silenzio, in stanze spoglie e insipide, dove pure i peluches sembrano essere scappati aggrappandosi alla finestra, saltando prima sul mobiletto rosso Ikea, unico punto di colore – piccolo come i nei delle coccinelle che all’improvviso hanno invaso la spiaggia.
Un giorno Camille resta incinta, una compagna di scuola ignorata dal suo gruppetto le rivela – mentendo – che ad aspettare un bimbo sono in due, le offre da bere, e le amiche di lei s’ingelosiscono.
Il passaggio dalla giostra dove le ragazze se ne stanno appollaiate alla coda in farmarcia per il test di gravidanza è breve, e le teen mom si confidano la gioia di avere, nascosto sotto il loro ombelico, qualcuno che le amerà sempre, incondizionatamente. E perché no?
In questa pellicola i genitori paiono semplici coinquilini; i fratelli – quando ci sono – fotografano scimmie in giro per il mondo à la Amélie Poulain; i ragazzi si dondolano ebeti alle feste, vengono pagati alla porta del bagno del liceo per fare sesso, baciano, una dopo l’altra, ragazze che hanno messo incinta con sguardo pacifico, lontanissimi dalla consapevolezza fisica, ancor prima che morale, di essere i papà di qualcuno. E nessuno pretende che lo siano.
Sono sole Julia, Florence, Flavie e Clémentine quando la sonda della ginecologa accarezza i loro pancioni, sole pure quando arrivano le doglie e quando da quelle pance inesperte un bambino decide di non uscire – quello di Camille, che partendo lascia le sue ingenue seguaci sulla solita giostra, intontite dalla fila di passeggini di fronte a loro, quasi come se fosse una fila d’alberi, presenti lì da sempre, cresciuti davanti ai loro occhi ma da loro indipendenti. La bolla screziata che le amiche avevano creato attorno a loro è scoppiata, lasciando l’acqua e il sapone per terra, e una volta scivolate ci si chiede: come ci siamo ritrovate qui?
Non dico che le sorelle Coulin ci abbiano raccontato una storia dove si decide di far nascere un bambino in uno schiocco di dita, su imitazione di una particolare compagna di classe, con la stessa leggerezza con la quale si sceglie di comprare – perché l’ha una certa persona – la Smemoranda con la mela blu piuttosto che rosa; e non so cosa facciano adesso in quella piccola città di pescatori le ragazze sulle quali la storia è basata, ma in novanta minuti mi è sembrato che altri temi – pur citati dai critici – come la guerra alle istituzioni, la rivolta nei confronti dei genitori, o l’emancipazione femminile, siano stati soltanto accennati.
Ricorda alla fine Rimbaud dalla sua piccola foto sul muro della cameretta di Camille: “Non si può essere seri a diciassette anni”, e forse è semplicemente questo che le sorelle Coulin hanno voluto raccontarci.

Natalia La Terza