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“Anna Magnani, la vita e il cinema”, l’omaggio all’attrice, simbolo del cinema italiano

Si è conclusa oggi, domenica 22 ottobre, la mostra fotografica ospitata nella Sala Zanardelli del Complesso del Vittoriano, a Roma e dedicata agli oltre 40 anni di carriera artistica di Anna Magnani, attrice simbolo del cinema italiano.

L’esposizione delle fotografie, curata da Mario Sesti, regista, giornalista e critico di cinema, ha reso possibile l’approfondimento di questa grande icona cinematografica del passato, non solo attraverso le illustrazioni delle sue grandi interpretazioni (diverse le fotografie che la ritraggono sul set dei film), ma anche con stampe che testimoniano la partecipazione della Magnani alla vita sociale e culturale dell’epoca.

Le immagini, ricavate dagli archivi fotografici della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia, disposte ed organizzate in ordine cronologico lungo tutto il percorso espositivo, hanno saputo rendere omaggio ad una donna così intensa, come Anna Magnani, la cui forte personalità e l’acuta espressività hanno regalato, ai tanti ruoli da lei interpretati, l’autenticità richiesta.

Imbattutasi nel mondo dello spettacolo all’età di 19 anni, iniziando a frequentare la scuola di arte drammatica Eleonora Duse (che solo in un secondo momento diverrà la a tutti nota Scuola Nazionale di Arte Drammatica), diretta da Silvio D’Amico, la giovane Anna Magnani ottiene ben presto i primi successi. Dal 1941, infatti, è al fianco di Totò per una felice collaborazione in spettacoli teatrali e, sempre nel 1941 verrà chiamata da Vittorio De Sica per interpretare Loretta Prima, nel film Teresa Venerdì.

É, tuttavia, solo nel 1945 che Anna Magnani raggiunge una più vasta popolarità: con il regista Roberto Rossellini, infatti, viene coinvolta per la realizzazione della pellicola Roma città aperta. É proprio di questo film la celebre scena che la vede correre, nei panni di Pina, madre di un bimbo, dietro un camion dei tedeschi nel tentativo, fallito, di raggiungere il marito.

Nel 1962 lavorerà anche per Pier Paolo Pasolini nel film Mamma Roma, definendo il proprio contributo come “deludente“, mentre la stessa cosa non poté di certo affermare quando, nel 1956, vinse l’Oscar come migliore attrice protagonista nel film La rosa tatuata, diretto dal regista Daniel Mann.

La rassegna fotografica, tributo a questo grande personaggio femminile della cinematografia italiana, non poteva che essere ospitata presso il Complesso del Vittoriano, monumento di grande valore simbolico per la nazione, unico luogo in grado di accogliere le testimonianze audiovisive di una donna che ha saputo raccontare, con le sue capacità artistiche, i drammi dell’Italia del ‘900.

Il problema del cinema italiano

La scorsa settimana su repubblica.it mi sono imbattuto in un articolo che presentava il nuovo film di Sergio Castellitto, Nessuno si salva da solo. In tutta franchezza non ho nessun interesse nel film, ma il pezzo conteneva un paio di dichiarazioni del regista secondo me molto significative per comprendere la situazione corrente del cinema italiano.

La prima riesumava un dibattito molto vecchio riguardo la natura e le priorità del cinema come mezzo di comunicazione ed espressione artistica: sono convinto che innanzitutto il cinema si scrive, poi si recita, si gira, si monta ma soprattutto si scrive”. Nella seconda, che seguiva una rivendicazione non virgolettata del ruolo di filmmaker non cinefilo, Castellitto si proclamava “primo spettatore” in quanto in grado di capire immediatamente “se una scena funziona o no”.

La considerazione riguardo la priorità data alla sceneggiatura nella creazione di un’opera cinematografica è ovviamente molto personale, e il dissenso di molte persone, incluso quello del sottoscritto, non priverà Castellitto della possibilità di portare avanti la sua concezione di cinema, in cui la collaborazione con la moglie scrittrice gioca evidentemente un ruolo di primo piano. Purtroppo questa visione è molto condivisa da pubblico e produttori italiani, e la cosa ha portatoalla pressochè totale assenza di registi italiani contemporanei nella cui opera altri approcci prendano il sopravvento. La componente drammatica, o magari quella umoristica, giocano infatti un ruolo quasi sempre prevaricante nell’economia di una grossa fetta delle pellicole prodotte nel nostro paese, a prescindere dai mezzi a disposizione e dalle aspettative di ritorno commerciale.
Ovviamente una scrittura di qualità non esclude che anche altri aspetti di una pellicola vengano sviluppati e messi in risalto, nè mancano esempi di grandi film in cui l’aspetto narrativo sia la colonna portante dell’edificio; in via di principio sarei più che disposto a lasciare a Castellitto il suo cinema e a tenermi il “mio”, ma in Italia, per motivi che la seconda affermazione dell’attore molisano mette in luce, un approccio al cinema che non sia fortemente incentrato sugli aspetti narrativi è al giorno d’oggi pressochè estinto.

L‘impressione che un uomo che di cinema vive mi fa quando dichiara di non essere un cinefilo è davvero stridente. Un po’ come nel caso dei politici che si dichiarano al di sopra dei partiti o delle ideologie, mi pare evidente che certe affermazioni non possano essere prese letteralmente se non a pesante discapito della credibilità di chi le pronuncia. Anche ipotizzando che si tratti di una mossa promozionale con la quale Castellitto vuole dissociarsi dalla figura dell’autore che fa film “pallosi” però, non posso fare a meno di pensare che la vera ragione che ha portato il panorama cinematografico nostrano all’attuale e apparentemente irreversibile periodo di magra sia proprio il fatto che la grossa parte dei registi di maggiore successo e risonanza in effetti non ami il cinema.
Tutti amano il cinema, ovviamente, come tutti amano la musica, il cibo e il sesso, ma c’è una differenza tra amare il prodotto finale e amare il processo. L’appunto sembrerà arrogante venendo da uno sfaccendato che non ha mai messo piede su un set, e rivolto a un professionista che con il cinema si è costruito una reputazione, una carriera, un’identità. Non metto in dubbio il fatto che a Castellitto fare film piaccia molto. Dalle sue dichiarazioni emerge però la concezione del cinema come un mezzo utile a raggiungere dei fini, una forma che deve necessariamente coagularsi in un contenuto narrativo e/o, stando al regista stesso, politico.

Non ho mai visto un film di Castellitto e dunque mi asterrò dal commentare nello specifico, ma per argomentare voglio portare ad esempio un altro regista i cui film tutto sommato apprezzo, e che penso abbia un ruolo di spicco nel panorama italiano contemporaneo.
Ho già avuto modo di commentare su come i film di Paolo Virzì ricadano costantemente nei vizi del cinema italiano di cui regolarmente mi lamento: il sentimentalismo, il ruolo centrale delle dinamiche familiari e via dicendo. Ho anche sempre ammesso che nel caso del cineasta Livornese faccio poi molta poca fatica a soprassedere. Nel suo ambito Virzì ha sempre avuto una marcia in più rispetto ai Muccino, agli Ozpetek o chi per loro, in primis come sceneggiatore e in secundis nel suo saper tirare sempre il meglio fuori dai suoi attori, ma quest’ultimo talentoè l’unico motivo strettamente cinematografico che riuscirei ad addurre se dovessi motivare il mio generale apprezzamento di film come Tutta la vita davanti o La prima cosa bella. La fiducia con cui vado a vedere un film di Virzì (e la soddisfazione con cui mediamente esco dalla sala) è la stessa che avrei se andassi a teatro a vedere uno spettacolo da lui scritto, o se impugnassi un romanzo da lui firmato. Ovviamente questa affermazione è molto riduttiva e irrispettosa verso romanzieri e drammaturghi, ma il punto è che Virzì ha imparato il mestiere del regista come avrebbe potuto imparare quello del fumettista e ha raccontato col suo apprezzabile tocco delle storie che probabilmente avrebbe trovato una maniera di raccontare anche se la vita lo avesse portato su altre strade.

Di nuovo, non c’è niente di male in questo approccio al mezzo, e, da cinefilo quale mi considero, non mi interessa la preservazione della purezza di un fantomatico linguaggio cinematografico, e ho invece tutto l’interesse a che più persone possibili riescano a esplorare le potenzialità del cinema a prescindere dalla direzione presa da questa esplorazione.
L’approccio puramente narrativo è però di gran lunga il più comune e, se i motivi di questa circostanza non sono difficili da immaginare, il livello di uniformità che i prodotti della nostra industria hanno raggiunto negli ultimi vent’anni è scoraggiante. Il problema è che l’idea di cinema di qualità che è più comune tra gli addetti ai lavori, e che è stata dunque imposta al pubblico è di una ristrettezza ad dir poco asfittica. Il cinema deve raccontare storie di rilevanza sociale, possibilmente con ramificazioni politiche o storiche. Di gran lunga privilegiate sono le situazioni di vita vissuta, il quotidiano con cui il pubblico possa più facilmente relazionarsi, e i quesiti etici da talk show la fanno da padrona. Impazzano quindi i film a tema: “la mafia”, “l’aborto”, “la crisi di mezza età”, “la coppia omosessuale” e via dicendo. Ci sono ovviamente vari livelli di sofisticazione e sottigliezza con cui questi temi sono affrontati, ma resta il fatto che sono ormai tagliati fuori un gran numero di filoni cinematografici, anche potenzialmente accessibili ad un pubblico molto vasto, ma che non rientrano nei canoni dominanti.

La prima e più importante vittima di questo stato di cose è il film di genere, che è stato una colonna portante della cinematografia italiana per decenni, e che ci ha regalato maestri internazionalmente riconosciuti come Leone, Bava o Argento. Proprio l’altro giorno stavo vedendo Tenebre, un film scritto in maniera abominevole, omofobo, misogino e che farebbe partire un embolo a Gramellini dopo dieci minuti. Però cazzo che numeri: assassinii vertiginosi, musica da pervertiti, sangue da tutte le parti, un circo allucinato, di pessimo gusto ma elettrizzante a dir poco. Un film del genere in Italia non si fa da trent’anni e all’orizzonte non c’è assolutamente nulla che faccia presagire un cambio di rotta.
Basta conoscermi superficialmente per sapere che non sono sotto nessun aspetto un nostalgico dei tempi andati, che subisco molto poco il fascino dei classici, al cinema come in altri ambiti, e che non sono certo influenzato da un amore aprioristico per i lavori dei vecchi maestri. In questo contesto però non posso fare a meno di constatare come l’inaridimento del panorama cinematografico in Italia sia un processo ormai più che avviato e che appare spaventosamente irreversibile a meno di grossi scossoni che non so da dove potrebbero arrivare. Facendo una superficiale googlata pare che la fetta di mercato dei film italiani in Italia si aggiri intorno al 30%, cifra più che rispettabile, e che quindi alla crisi creativa non si accompagni una crisi economica. Non sembra quindi che il mio punto di vista abbia riscontro ad un qualsiasi livello della catena di montaggio e/o fruizione, e che io debba dunque fare silenziosamente ritorno alla mia caverna. Non opporrò resistenza.

Grande Bellezza e grandi sciocchezze

Dopo qualche settimana di sedimentazione sono finalmente pronto a scrivere due righe sulla vittoria de La Grande Bellezza agli ultimi Oscar, argomento che ha infiammato una grossa percentuale dei miei contatti Facebook, il mondo giornalistico e mediatico italiano e persino politici e istituzioni. Nel mezzo della fisiologica gaiezza che l’evento ha suscitato ci sono state infatti un paio di tendenze abbastanza censurabili che volevo sottolineare.

La prima, che ho notato principalmente su Facebook, ma che ha avuto anche qualche riverbero su alcuni mezzi di stampa minori, è stata una specie di caccia alle streghe nei riguardi dei detrattori del film, categoria alla quale mi sento di appartenere. Quanti stati del tenore de “la gente che critica La Grande Bellezza non capisce un cazzo”, “vi meritate Biagio Izzo” e simili sono comparsi nei giorni circostanti la premiazione? La cosa assurda è che questi attacchi da cui il film evidentemente ha così tanto bisogno di essere difeso erano ben più sporadici e molto meno accorati delle infuocate apologie che hanno invaso la rete, e se non è sorprendente che il picco di consensi per il film si sia avuto nel momento del suo trionfo, c’è anche da dire che all’epoca dell’uscita in sala non avevo per nulla avuto la sensazione di uno schiacciante plebiscito a favore della pellicola e non vedo il perchè di tanta indignazione nei confronti di quelli che sono stati bollati pressochè come nemici della patria. Peculiare anche l’argomentazione secondo la quale “se non ti sta bene La Grande Bellezza allora continua a guardarti la D’Urso”. Al di là della discutibile solidità del sillogismo, vorrei far notare come la qualità dell’intrattenimento nazionalpopolare sia tendenzialmente bassa ovunque -noi abbiamo Pomeriggio 5 e loro hanno Sixteen and Pregnant- ma se poi il corrispettivo “duello” è Sonic Youth contro Afterhours o Letterman contro Fazio, la colpa non è certo della Barbarona nazionale.

La seconda enormità che è stata suggerita questa volta anche e soprattutto dai grandi mezzi di comunicazione, è che il successo di Sorrentino ad Hollywood possa o addirittura debba preannunciare un rinascimento per il cinema italiano, quando non proprio per l’economia e l’intero paese.

Quanti dei vincitori come miglior film straniero degli scorsi anni sapreste nominare? Quanti di questi avete visto? Quanti miracoli economici hanno preannunciato? La verità è che il premio di per sè conta veramente poco e che quello che eventualmente aiuterebbe sarebbe un grosso successo ai botteghini esteri, cosa che non mi risulta sia accaduta, anche perchè fuori dal microcosmo italiano La Grande Bellezza è solo un altro film d’autore lento e pretenzioso, e film del genere, che siano capolavori o cagate pazzesche, raramente si rivelano miniere d’oro. Francamente non mi stupirei di scoprire che il film sia stato filato sostanzialmente meno anche solo spingendosi fuori da Roma, per cui non farei troppo affidamento sugli spettatori tedeschi o americani per sancirne il successo.

In conclusione inviterei a raffreddare gli entusiasmi per un evento che ha probabilità estremamente basse di avere strascichi significativi a qualsiasi livello e che ha per il resto del mondo la stessa importanza che hanno avuto da noi le analoghe vittorie di Departures e Nowhere in Africa. Esatto.

La mia classe: piccoli film crescono

Ieri sera volevo andare a vedere The Wolf of Wall Street ma ho trovato il cinema pieno, per cui dopo una rapida scorsa alle possibili alternative la serata è stata salvata in corner da un piccolo film che, almeno questa settimana, viene proiettato solo al Nuovo Cinema Aquila: si intitola La mia classe e fà un po’ il verso a La classe, un film francese che aveva vinto la palma d’oro qualche anno fa. Valerio Mastandrea interpreta sè stesso che interpreta l’insegnante di italiano di una scuola serale per immigrati neorealisticamente reclutati in vere scuole di questo tipo (e ieri presenti in sala per un breve dibattito post-proiezione) e il film descrive il processo delle riprese di quello che sarebbe dovuto essere un film sulla classe di aspiranti italofoni, ma che a un certo punto è diventato un film sul film stesso, un meta-film.

Questa sovrastruttura potrebbe sembrare un’inutile complicazione, un ghirigoro autoriale buono soprattutto a sprofondare ulteriormente nella sua nicchia un film che anche senza questi girotondi non avrebbe visto nessuno, ma in realtà, e paradossalmente, svolge una funzione di alleggerimento narrativo ed emotivo che permette alla pellicola di gestire con disinvoltura i momenti più patetici legati alle disavventure di alcuni degli alunni.

É forse preoccupante il fatto che siamo arrivati al punto in cui dobbiamo essere doppiamente rassicurati circa la fintezza di un film, ma da un punto di vista drammatico la rovina di molti racconti sulle “disgrazie degli ultimi” è l’abbandono ad una retorica che finisce col rendere davvero ultimi e diversi questi uomini e donne che di fatto rappresentano una fetta gigantesca dell’umanità in ogni epoca, e riuscire ad evitare di cadere in questa trappola senza ridurre a macchiette i personaggi o sminuire il potere di testimonianza delle loro vicende è un’impresa che va sicuramente sottolineata.

La mia classe è anche girato e fotografato con gusto nonostante gli (immagino) scarsi mezzi a disposizione, dimostrando, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che non potrà mai esserci una buona giustificazione per la pervicace opera di raschiamento retinale del popolo italiano portata avanti da molti dei più popolari cineasti nostrani contemporeanei, e non c’è dunque motivo per non raccomandarlo che la sala di TWOWS sia piena o meno.

What you get is what you see

Ancora al giorno d’oggi quella del neorealismo è un’eredità pesante nel panorama cinematografico e culturale italiano. Il movimento, nato all’indomani (letteralmente) della liberazione, è stato probabilmente il primo nel dopoguerra europeo a imporsi a livello internazionale e ad attirare l’attenzione e il plauso della critica internazionale, conquistando rapidamente una statura tale da permettere a Ladri di biciclette di trionfare nel primo sondaggio di Sight & Sound sui migliori film di ogni tempo, tenuto nel 1952 a soli quattro anni dall’uscita del più celebre film di De Sica.
In Italia il film neorealista ha rappresentato e ancora rappresenta il più classico paradigma di film d’autore, impegnato e di sinistra, ed è stato in questo senso un grosso deterrente al diversificarsi di una proposta cinematografica nazionale di una certa statura ma non necessariamente legata ad un immaginario e a volte ad un’ideologia che sull’orizzonte culturale italiano hanno esercitato un’influenza spesso confinante col tirannico.

La cosa è piuttosto sorprendente se si pensa che il movimento nacque in maniera decisamente spontanea e che i maggiori autori che ne alimentarono il mito hanno sempre avuto stili anche molto lontani tra loro, ma lo status di standard aureo che il film neorealista ha assunto lungo i decenni è, per come la vedo io, una delle più influenti concause della stagnazione del cinema italiano negli ultimi 30 anni, un po’ nella stessa maniera in cui la scuola cantautoriale della penisola ha impedito lo svilupparsi di una qualsiasi scena in ambito pop, rock o di qualche altro tipo che abbia senso prendere in considerazione nel ventunesimo secolo.

L’aspetto più terribile di queste circostanze è constatare come parallelamente alla crescente sacralità attribuita al canone neorealista, si sia anche affermata nel pubblico generalista la visione di questi film come invariabilmente noiosi e pressochè indistinguibili l’uno dall’altro. La cosa è terribile non tanto perchè la validazione popolare sia indispensabile al costituirsi di un’eredità culturale, ma perchè ci si aspetterebbe una qualche forma di motore economico dietro a un fenomeno dalla così longeva e oppressiva influenza, che invece sembra venire imposto da un’intangibile intelligentsia non dissimile dalle altre innumerevoli cricche che dirigono la vita del nostro paese.

O dobbiamo sperare soltanto in un colpo di fortuna?

C’era bisogno di un altro film sulla crisi della sinistra? Forse no, anche perchè alla luce delle recenti elezioni essa è più palese e acuta che mai. Eppure, Viva la Libertà riesce, almeno in parte, a dipingere con acutezza la crisi strutturale della sinistra e della politica italiana nel suo complesso.

La vicenda si apre all’interno di una campagna elettorale che sta avendo esiti disastrosi: Enrico Olivieri è il leader competente ma privo di carisma del partito di sinistra all’opposizione. La sua improvvisa fuga e la sua rocambolesca sostituzione con il fratello gemello fresco di ricovero psichiatrico, scovato da un Mastandrea nei panni del fedele collaboratore Bottini, riusciranno a creare un inedito scenario in cui finalmente il partito verrà portato in cima a tutti i sondaggi pre-elettorali grazie alla sola azione del “nuovo” leader carismatico.
 
Toni Servillo, sdoppiato nella figura di leader soverchiato dalle dinamiche di partito e di filosofo folle e genialoide, riesce con la sua abilità a dare corpo ad un dualismo che altri avrebbero facilmente reso banale. Le scene del film dedicate al conflitto interiore di Enrico Olivieri, esule a Parigi da una vecchia fiamma sposata con un celeberrimo regista, riescono ad allontanarsi dalla tematica centrale della pellicola, risultando efficaci soprattutto negli episodi metacinematografici. Il complesso rapporto col gemello/doppio, la solitudine, la depressione e la mancanza di rapporti personali autentici vengono intuiti – senza essere sbandierati – dallo spettatore grazie a un eccellente Toni Servillo.
 
Il gemello di Olivieri, Giovanni Ernani, è nella vita di tutti i giorni un membro marginale della società, un folle e solitario filosofo. In politica, invece, diventa immediatamente leader, riuscendo a ottenere credibilità, mettendo alla berlina la classe dirigente del suo partito e l’intero mondo della politica con una tagliente ironia, una sensibilità culturale fuori dal comune e una straordinaria capacità di comunicare profondamente con i cittadini.
 
Roberto Andò sarà sicuramente soddisfatto della trasposizione cinematografica del suo libro Il trono vuoto. Il regista infatti è riuscito nell’impresa di girare un film politico (che brutta parola di questi tempi) con una semplicità e una grazia spesso estranee al cinema italiano. Il tema centrale del film (la riflessione sulla crisi della sinistra italiana) è elegantemente accompagnato da scorci sulla vita interiore dei due protagonisti. Non aspettatevi quindi un contemporaneo Palombella Rossa: qui l’ambizione è ben più circostanziata ma il film è alla fine altrettanto efficace.


Luigi Costanzo e Silvia Pianta

Everything that’s done today will be tomorrow’s curse

Dopo che i suoi ultimi due film hanno ricevuto importanti premi a Cannes, che lui lo voglia o no, che si sia d’accordo o meno, Matteo Garrone dovrà assumere a tutti gli effetti il ruolo di alfiere del cinema contemporaneo italiano, anche in luce del fatto che i suoi film si occupano del bel paese molto più di quelli del suo collega Paolo Sorrentino, probabilmente altrettanto celebrato, ma molto più idiosincratico e “internazionale”.
Mi si perdonerà dunque un eccesso di severità nel valutare Reality, il suo lavoro più recente, che a fronte di una realizzazione cinematografica encomiabile e sicuramente all’altezza del premio ricevuto nel più importante festival cinematografico del mondo, ricade in una cronica piccolezza che è una piaga dell’intero panorama culturale italiano, ma che pesa in modo particolare sul cinema che è un mezzo da sempre particolarmente incline ad esaltare i grandi colpi d’occhio e gli azzardi ambiziosi.

Alzarono un discreto polverone un paio di anni fa le parole di Quentin Tarantino, che, rispondendo a specifica domanda, disse di non amare il cinema italiano contemporaneo, che non aveva saputo rinnovare negli ultimi 25 anni i fasti del passato. Lo sdegno idiota di nullità come Michele Placido si rinnovò successivamente quando il nostrano Gabriele Salvatores si dichiarò d’accordo col collega americano, precisando giustamente che a distanza di decenni il cinema della penisola è ancora stritolato dall’ingombrante eredità di neorealismo e commedia all’italiana. L’approccio che andò per la maggiore in quella seconda tornata fu quello da accademici de ‘sto cazzo che “il neorealismo l’ha superato Antonioni 50 anni fa gne gne gne” che ovviamente fa finta di non rendersi conto che pur non conservando le caratteristiche formali dei film di De Sica, la sovrabbondanza di ignominii come La Nostra Vita non viene fuori dal nulla, e che il preponderante interesse del cinema italiano verso la gente è evidentemente un lascito dei summenzionati filoni-piattola.
Azzardando un’analisi storica si potrà forse dire che questa ossessione nei confronti del popolo è derivata anche da una situazione politica in cui il principale partito progressista italiano del dopo-guerra, pur svolgendo in larga parte lo stesso ruolo di qualsiasi analoga formazione social-democratica presente negli altri paesi europei, si chiamava Partito Comunista, con tutto il bagaglio retorico che ne è derivato.

Al di là di queste discutibili ricostruzioni, credo però sia anche piuttosto ragionevole dire che sebbene molti dei film e dei registi legati al neo-realismo sono tenuti in grandissima considerazione dagli addetti ai lavori, i grandi nomi del cinema italiano, quelli che lo hanno reso celebrato nel mondo, sono altri. Sono i megalomani e gli esagerati, i Fellini, i Leone, i Bertolucci, gli Argento. Con questo non voglio assolutamente dire che un cinema con meno fronzoli e più legato al quotidiano sia di minor interesse, né tantomeno che “i panni sporchi vanno lavati in casa”, ma una cinematografia in cui non si riesce ad andare oltre la dimensione dello spaccato tende ad inaridirsi molto più rapidamente di una che al contrario costruisce un’iconografia più ricca e magari anche stereotipica, che può sicuramente attraversare periodi più o meno verdi, ma che oltre a poter raggiungere per conto suo livelli alti, fertilizza i suoi dintorni con uno spirito di contrapposizione che è una parte importante di qualsiasi corrente che voglia considerarsi di rottura, indipendente, o comunque si voglia definirla.
Nel cinema italiano tutti prendono il tram, vanno dal panettiere, si sposano, magari fanno sport, ma sono sempre meno quelli che accoltellano, hanno allucinazioni, si travestono, o non fanno nulla, e la convergenza in questa direzione tra cinema di cassetta e cinema d’autore è l’aspetto più scoraggiante di tutta la situazione.
Reality, un film girato con maestria, che per molto tempo sembra sul punto di trascendere la sua ambientazione e il suo punto di vista iniziale, finisce con lo spiattellarci una moralina sull’invasività della televisione degna dell’ultima pagina del Venerdì, sciorinata col sorriso ipocrita di chi vuole dare a intendere che non bisogna fare un dramma della cosa, arte di cui Fabio Fazio è maestro incontrastato, e in questo senso, pur essendo un film tutt’altro che brutto o insignificante, si uniforma colpevolmente al minimo comun denominatore che affligge il panorama italico, confermandoci che purtroppo la luce alla fine del tunnel è ancora molto lontana.