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Irish Film Festa

Giunge alla decima edizione IRISH FILM FESTA, il festival interamente dedicato al cinema irlandese che quest’anno si terrà dal 30 marzo al 2 aprile, come di consueto alla Casa del Cinema di Roma.

“In questi dieci anni abbiamo presentato il meglio del cinema irlandese contemporaneo, scegliendo film inediti nel nostro Paese, ma premiati all’estero da numerosi riconoscimenti; e avuto il privilegio di accogliere ospiti prestigiosi come Stephen Rea, Fionnula Flanagan, Lenny Abrahamson, Adrian Dunbar, e molti altri. Per questo, la decima edizione di IRISH FILM FESTA sarà un’edizione speciale, celebrativa del percorso finora compiuto e propulsiva per quello ancora da compiere”, commenta il direttore artistico Susanna Pellis.

Tra i lungometraggi in programma alla decima edizione di IRISH FILM FESTA, tutti in anteprima italiana, vedremo il documentario Bobby Sands: 66 Days di Brendan J. Byrne, dedicato ai sessantasei giorni di sciopero della fame che nel 1981 portarono alla morte di Bobby Sands nel carcere di Long Kesh. Il film analizza il valore simbolico e culturale del digiuno nel contesto storico-politico irlandese e si basa sui diari tenuti in carcere dallo stesso Bobby Sands, affidandone la lettura all’attore Martin McCann, atteso come ospite al festival: “Quelle parole mettono la sua voce al centro del film e ci portano nella sua mente – spiega il regista – l’unico posto nel quale Sands ha trovato la libertà”. 66 Days è stato presentato all’ultimo Galway Film Fleadh e al festival internazionale del documentario Hot Docs di Toronto.

Alla proiezione di 66 Days parteciperà anche il giornalista Riccardo Michelucci, autore del saggio di recente pubblicazione Bobby Sands. Un’utopia irlandese(Edizioni Clichy).

La storia dei Troubles nordirlandesi e la loro rappresentazione cinematografica in opere come AngelUna scelta d’amore (Some Mother’s Son), Niente di personale(Nothing Personal), The BoxerHunger, e altre, saranno inoltre al centro di una conferenza che terrà al festival il prof. Martin McLoone (University of Ulster, Emeritus).

Martin McCann, che abbiamo visto l’anno scorso in The Survivalist di Stephen Fingleton, è anche interprete e co-regista del mockumentary Starz, uno dei cortometraggi in concorso che vede come protagonista uno straordinario Gerard McSorley (The Constant GardenerVeronica Guerin), anche lui atteso a Roma. La sezione competitiva di IRISH FILM FESTA presenta quest’anno quindici corti — qui la selezione completa — che spaziano tra vari generi e tecniche di realizzazione (animazione, documentario, horror, thriller).

Il regista Ciarán Creagh, l’attrice protagonista Caoilfhionn Dunne (nel cast della serie Love/Hate) e ancora Gerard McSorley presenteranno invece il dramma In View: Ruth è un’agente di polizia che, incapace di elaborare il lutto per la perdita del figlio e del marito, sta smarrendo anche se stessa. Il suo senso di colpa è insopprimibile, e la spinge ad affrontare gli errori del passato in cerca di redenzione.

Vicenda drammatica anche per Mammal, scritto e diretto da Rebecca Daly e interpretato da Rachel Griffiths (nomination agli Oscar 1999 per Hilary and Jackie) e il giovane Barry Keoghan (Love/Hate): per Margaret la notizia della sparizione del figlio adolescente, che lei ha lasciato quando era piccolo, coincide con la decisione di ospitare Joe, un ragazzo senzatetto che ha trovato per strada, ferito. Mammal è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival nel 2016.

Sanctuary, opera prima di Len Collin, ha un’origine teatrale: alla base c’è il testo omonimo di Christian O’Reilly messo in scena dalla Blue Teapot Theatre Company, una compagnia di Galway formata da attori con disabilità intellettive. Protagonisti del film, che mantiene lo stesso cast della pièce, sono Larry e Sophie, due giovani innamorati: cosa può esservi di più naturale per loro che desiderare di passare del tempo insieme da soli? Ma Larry e Sophie non sono una coppia come le altre. E cercando di avere un po’ di intimità non stanno solo infrangendo le regole, stanno infrangendo la legge.

In The Flag di Declan Recks (il suo primo film, Eden, era all’IFF 2008) si torna a parlare  della Easter Rising, dopo il Centenario celebrato anche dal festival lo scorso anno, attraverso un’inedita chiave comica. Per Harry Hambridge (Pat Shortt), irlandese emigrato a Londra, va tutto storto. Tornato a casa per il funerale del padre, trova una dichiarazione secondo la quale sarebbe stato suo nonno ad issare la bandiera irlandese sul General Post Office durante la Rivolta di Pasqua del 1916. Bandiera che oggi si trova appesa, alla rovescia, in una caserma inglese. Stanco di subire umiliazioni, Harry è determinato, con l’aiuto di improbabili compagni (c’è anche Moe Dunford, visto all’IFF 2015 in Patrick’s Day di Terry McMahon), a recuperare quella  benedetta  bandiera. A Roma saranno presenti Declan Recks e lo sceneggiatore Eugene O’Brien.

Ispirato alla cronaca di un sequestro di cocaina per 440 milioni di euro al largo delle coste di Cork nel 2007, The Young Offenders di Peter Foott (miglior film irlandese al Galway Film Fleadh 2016) vede due ragazzi della zona, Conor e Jock, intraprendere un viaggio di 160 chilometri su due biciclette rubate nella speranza di trovare una balla di cocaina che a quanto pare è sfuggita alle forze dell’ordine. Una commedia dal ritmo frenetico, che in patria ha letteralmente spopolato. L’autore e regista Peter Foott sarà al festival e per l’occasione verrà proiettato anche il suo cortometraggio The Carpenter and His Clumsy Wife, menzione speciale alla Mostra di Venezia 2004.

Due sconosciuti svuotano i loro conti bancari, vendono i loro beni, e mettono il loro intero patrimonio in contanti in una borsa sportiva verde. Poi si recano in una località solitaria per battersi fino alla morte. Il vincitore seppellisce il perdente e si allontana due volte più ricco. È l’idea alla base di Traders, il film di Rachael Moriarty e Peter Murphy che vede come protagonisti Killian Scott (Love/Hate) e John Bradley (Game of Thrones). Piccoli ma significativi ruoli anche per Barry Keoghan e Caoilfhionn Dunne.

Due, infine, gli Irish Classic della decima edizione. Il primo è The General di John Boorman (1998), premiato per la migliore regia al Festival di Cannes: il generale del titolo è il criminale dublinese Martin Cahill, interpretato nel film da Brendan Gleeson. Noto per la spietatezza e per la meticolosità con la quale pianificava le azioni criminali, Cahill è stato raccontato nel dettaglio nel libro The General  del giornalista Paul Williams, dal quale è tratta la sceneggiatura del film. Il testo è stato pubblicato per la prima volta in Italia solo l’anno scorso da Milieu Edizioni per la collana Banditi senza tempo, parallelamente ad altri due volumi legati all’Irlanda: On the Brinks dell’ex militante dell’IRA Sam Millar e Bomber Renegade di Michael “Dixie” Dickson, ultimo prigioniero dell’IRA ad essere liberato, oggi organizzatore di concerti ed eventi sportivi.

The Boxer (1997) è invece l’omaggio di IFF al regista Jim Sheridan, che sarà per la prima volta ospite al festival per un incontro col pubblico. Di Sheridan, tre nomination agli Oscar (per la regia di Il mio piede sinistro e Nel nome del padre, e per la sceneggiatura di In America), verrà proposto anche il film più recente, Il segreto (The Secret Scripture), tratto dal romanzo omonimo di Sebastian Barry. Interpretato da Rooney Mara, Eric Bana, Vanessa Redgrave e Adrian Dunbar, Il segreto, già presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma, uscirà nelle sale italiane il 6 aprile distribuito da Lucky Red. Fa parte dell’omaggio a Sheridan anche The Carpenter and His Clumsy Wife, di cui il regista è la voce narrante.

Un’ulteriore parentesi letteraria sarà dedicata dal festival allo scrittore Dermot Bolger, protagonista di un incontro coordinato da John McCourt (Università di Macerata). Nato nel 1959 a Finglas, periferia nord di Dublino, Bolger è autore di romanzi, poesie e testi teatrali. Tra i suoi libri più noti, Verso casa (1997) e Figli del passato (2007), pubblicati in Italia da Fazi Editore.

Moonlight verso gli Oscar con 8 nomination

Arriva nelle sale italiane Moonlight, il nuovo film di Barry Jenkins, vincitore del Golden Globe per il Miglior film drammatico, in lizza per ben 8 premi Oscar -tra cui Miglior film e Miglior regia– e apprezzato dalla critica internazionale.

“Nella vita devi decidere chi vuoi essere e non lasciare che nessuno prenda questa decisione al posto tuo”, dirà un uomo al piccolo Ashton Sanders, che nella sua vita sarà “Little”, il bambino di colore taciturno a casa e vittima di bullismo a scuola. Cresciuto in un quartiere malfamato alla periferia di Miami, da adolescente lo chiameranno con il suo nome, Chiron, ma dovrà ancora affrontare i problemi di avere una madre drogata e gli insulti dei coetanei per la sua presunta omosessualità. Reagirà, finirà in carcere, e lì diventerà “Black”. Prenderà la strada dello spaccio e acquisterà un aspetto da duro con tanto di denti d’oro. Tuttavia quello non sembra essere il suo posto nel mondo.

Per quasi due ore ripercorriamo la vicenda di Chiron, senza grandi colpi di scena o momenti di tensione narrativa ma è un viaggio introspettivo e profondo. Moonlight racconta la vita qualunque di un ragazzo come tanti, che cresce nei quartieri malfamati della periferia americana, dove fare lo spacciatore è un lavoro come un altro e dove tutti a un certo  punto finiscono dentro “per quelle cose là”.

Quella di Chiron è la storia di un ragazzino intrappolato in schemi e meccanismi di una comunità che lo circonda e capisce di lui cose che lui stesso ancora non sa. La gente lo incasella in una categoria, denigrandolo per questo, ancora prima che lui stesso ne capisca il significato.

Un dramma che si configura come un’Odissea emotiva, diretta e sceneggiata con ritmo ed equilibrio da Barry Jenkins, che copre un difficile percorso di 20 anni al crocevia tra razza, sessualità, virilità, identità, famiglia e amore.

 

Perché vedere Hacksaw Ridge di Mel Gibson

Recensione del film Hacksaw Ridge di Mel Gibson

Un uomo ordinario che fa cose straordinarie in circostanze fuori dal comune.  A dieci anni da Apocalypto, Mel Gibson presenta il suo quinto film da regista.” Hacksaw Ridge” racconta la storia vera di Desmund Doss che salvò 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nella seconda Guerra Mondiale, senza mai utilizzare un’arma. Fu il primo obiettore di coscienza insignito della Medaglia d’onore del Congresso, la più alta onorificenza militare americana. Una storia che andava raccontata, soprattutto in un periodo in cui il cinema si concentra più su eroi inventati che sulle storie incredibili di persone vere, spiega Gibson: “Odio la guerra ma ammiro i guerrieri. Desdund Doss era un uomo di grande coraggio e grande fede perché per arruolarsi e combattere in una battaglia passata alla storia come “Tifone d’acciaio” armato solo delle tue convinzioni religiose devi avere una fede inossidabile”.

Dopo la sua quinta esperienza dietro la macchina da presa, l’attore di Braveheart e Arma Letale dice di amare raccontare le storie a modo suo ma ovviamente c’é bisogno di una squadra. In questo caso si é affidato a Andrew Garfield per il ruolo del protagonista: “Lavorare con Mel é come avere tuo padre sul set. Ti segue in tutto”.

Nel cast di Hacksaw Ridge anche Teresa Palmer, Luke Bracey, Sam Worthington, Hugo Weaving e Vince Vaughn.

Non é raro che i personaggi del regista americano siano individui che combattono le regole, le istituzioni, la maggioranza. Il William Wallace di Braveheart combatteva la tirannia inglese in nome di una Scozia libera, il corpo del Gesù di Jim Cazievel in “La Passione di Cristo” assumeva un valore rivoluzionario contro il sinedrio e l’insegnante sfigurato dell’Uomo senza volto combatteva i luoghi comuni della provincia americana. Anche Desmund Doss é un anticonformista. “É un simbolo dell’ importanza di lasciare che le persone siano ciò che sono e allo stesso tempo di avere il coraggio di essere se stessi anche quando la cultura dominante ti dice di agire diversamente” dice Garfield.

Desmond Doss ha sempre dichiarato apertamente la propria fede e non si è mai preso alcun merito circa la propria impresa; quest’ultimo va riconosciuto a Dio, al quale, dopo ogni vittima tratta in salvo, chiedeva: “ancora uno Signore, lasciami salvare ancora un ultimo uomo”. Con la Bibbia sempre in mano, anche nel pieno dei combattimenti.

Tantissime le scene di guerra (sacrificarne alcune avrebbe sicuramente reso la narrazione più snella) ma sapientemente girate, c’é uno schema preciso anche nella mischia dei soldati.

“L’importante é dare un impressione di ordine anche in situazioni concitate – spiega il regista – Perché se lo spettatore non riesce a seguire l’azione perde interesse”.

Lo spettatore invece rimane magneticamente attratto dalla trama che mescola il racconto della vita personale del protagonista alle vicende della guerra con continui richiami, più o meno impliciti, alla dimensione della religiosità.

Un blockbuster all’americana ben fatto per Mel Gibson che parlando del suo rapporto con Hollywood dice: “Se dovessi descriverlo in una parola userei quella che usano tutti: sopravvivere”.

Recensione di Aquarius, il ritorno di Sonia Braga

Aquarius di Kleber Mendonça Filho è un ritratto critico e fresco dei contrasti presenti nel Brasile odierno attraverso la storia di Clara e della sua lotta contro la speculazione edilizia.

Clara (Sonia Braga), è una critica musicale affermata ormai in pensione. Nella sua vita ha dovuto superare un cancro al seno e la morte del marito e nonostante questo è una donna felice delle esperienze fatte. È figlia degli anni sessanta, dei dischi in vinile, della scrittura a penna e di tutto ciò che la vita le ha lasciato come ricordo. Per Clara sono le esperienze concrete che mancano al mondo di oggi. La tecnologia effimera e replicabile non ha vissuto, non ha la capacità di raccontare storie uniche attraverso un oggetto fisico, tangibile, passato di mano in mano.

Aquarius
Aquarius

Aquarius è il nome della palazzina con affaccio sulla spiaggia di Recife in cui Clara vive e che ha ereditato dalla zia. Negli anni, gli altri inquilini dell’edificio sono stati convinti a vendere la propria abitazione ad una società di costruzioni che ha in progetto di costruire un palazzo molto più grande e moderno. La protagonista però è irremovibile: troppi sono i ricordi legati a quella casa. Da qui la durissima battaglia con i costruttori.

Uno splendido affresco dello scontro ideologico e generazionale che sta avvenendo in Brasile tra il capitalismo della speculazione e dell’assenza di valori tipico delle nuove generazioni, e la forza di chi, grazie all’amore e all’unione familiare, ha sopportato il regime militare e lottato per il ritorno della democrazia.

È una pellicola che non ha fretta di giungere alle conclusioni e che coinvolge lo spettatore grazie alle lunghe scene di vita della protagonista accompagnate dalla splendida musica melodica brasiliana. Immagini improvvise di sesso, senza censure di sorta, appaiono spesso nel film e rendono ancor più reale e pieno il personaggio di Clara che si sente ancora giovane, ma allo stesso tempo già troppo in là con l’età. La splendida Sonia Braga, protagonista assoluta del film, interpreta il ruolo di “anziana e bambina” senza la minima sbavatura. L’ottimismo, la tenacia e lo splendido sorriso che trasmette sono un validissimo motivo per vedere questa pellicola.

Paterson di Jim Jarmush

La poesia di Jim Jarmusch arriva al cinema.  Il suo “Paterson” è uno di quei film che possono piacere o non piacere ma che, in ogni caso, ti lasciano dentro un’eco che risuona anche e soprattutto dopo che le luci in sala si sono riaccese. Si tratta d’altra parte di un racconto sulla poesia nella vita di tutti i giorni.

“William Carlos Williams è stato un medico e un poeta. Ha vissuto tutta la sua vita a Paterson, era pediatra ed è stato il dottore di Allen Ginsberg quando era un bambino – ha raccontato Jarmusch, che prima di diventare regista è stato scrittore e coltivava ambizioni di poeta – La sua poesia dei piccoli dettagli e della vita di tutti i giorni è la fonte del nostro film. E il fatto che faceva due mestieri come altri poeti (Kafka impiegato in un’assicurazione e Bukowksi che lavorava alla posta) ha ispirato il personaggio di Driver”.

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Aman Driver interpreta infatti Paterson, di Paterson in New Jersey. Autista di autobus che tra una fermata e l’altra scrive poesie sul suo taccuino segreto. La sua vita è un susseguirsi di routine. Si sveglia sempre alla stessa ora, fa colazione sempre con gli stessi cereali seduto sulla stessa sedia, guida il suo autobus che percorre ogni giorno lo stesso tragitto, torna a casa, porta il cane fuori, va al bar, incontra gli amici, assiste a piccole variazioni dell’ordinario, ma poi alla domenica segue sempre il lunedì. L’unica variabile nella sua vita è sua moglie Laura, interpretata da Golshifteh Farahani, ogni giorno ha un nuovo sogno, una nuova passione in cui si butta a capofitto, ma è anche lei costante nel cambiare.

Può una narrazione andare avanti per quasi due ore senza che succeda nulla, senza un picco di tensione narrativa, un culmine, una svolta? Sembrerebbe impossibile tirare fuori un film da una non storia eppure Jim Jarmusch ci riesce. Anche lo spettatore cambia lentamente prospettiva e non attende più quel climax che non arriverà, ma si sofferma sui dettagli di quella quotidianità. Così come Paterson che pur conducendo un’esistenza ordinaria trova ispirazione per le sue poesie nei frammenti dei discorsi delle persone sull’autobus, nell’incontro con una bambina alla fermata, nelle storie che ascolta al bar.

Paterson è un racconto lieve ma al contempo ricco di immagini e suggestioni. In una parola, di poesia.

Claudio Caligari , l’uomo che raccontava le storie degli ultimi.

“Muoio come uno stronzo. E ho fatto solo due film.” Diceva così  Claudio Caligari al suo amico  Valerio Mastandrea prima di girare il suo ultimo film “Non essere cattivo” per poi lasciare questo mondo nel Maggio 2015.

Regista e sceneggiatore nasce come documentarista, racconta le storie di disagio sociale cominciando con Perché droga, ma racconta anche gli anni dei movimenti del ’78 con Alice e gli altri.  È agli inizi degli anni ottanta che Caligari prova a trasportare il suo interesse per le realtà delle periferie e delle borgate dal cinema d’inchiesta a quello di finzione.

Nel 1983 esce Amore tossico, di cui firma sia la sceneggiatura (in collaborazione con il sociologo Guido Blumir) sia la regia.  La storia è incentrata sulle dinamiche di un gruppo di giovani eroinomani di Ostia.  Seguendo l’esempio del neorealismo, Caligari sceglie di prendere nel cast solo attori non professionisti, solo persone che avessero avuto un passato con la droga o che comunque  ne avessero avuto a che fare in qualche modo.  Il film vinse il Premio speciale nella Sezione De Sica al Festival di Venezia.

Per qualche anno non uscirà più nessun film: «Perdi due, tre anni su un’idea, non ci riesci a farla, prendi un’altra idea, ci stai due, tre anni, non riesci a realizzare nemmeno questa, e così via, ed è così che passano quindici anni.» Caligari in un’intervista a Internazionale.

È infatti il 1998 quando esce L’odore della notte, film ambientato nella periferia romana che racconta le rapine di una banda di ragazzi  disagiati e violenti. Liberamente ispirato al  romanzo di Dido Sacchettoni sulla Banda dell’arancia meccanica, vedrà Valerio Mastandrea  e Giorgio Tirabassi nel cast del film.

Grazie all’aiuto e alla collaborazione di Mastandrea, Caligari ha potuto negli ultimi mesi di vita girare il suo terzo ed ultimo film Non essere cattivo anch’esso ambientato nella periferia di Roma.

Il regista lo definirà «Una storia degli anni novanta. Quando finisce il mondo pasoliniano.»

Non essere cattivo è un film che nella mente di Caligari rappresenta la fine di una trilogia composta da Accattone di Pasolini seguita dal suo Amore Tossico.

Il 1995 è idealmente l’anno di passaggio, tra l’epoca dell’eroina del primo film e quella delle droghe sintetiche e poi nuovamente l’eroina, ma questa volta da sniffare, non più per endovena. Vittorio (il cui nome rende omaggio al personaggio di Accattone), protagonista di Non essere cattivo si libererà delle droghe finalmente lasciandosi però alle spalle un amico: Cesare,  (a sua volta nome scelto  per richiamare il protagonista di Amore Tossico).

Claudio Caligari è Maestro di un cinema ancora profondamente popolare, capace di raccontare la realtà così com’è senza filtri. Fra i pochi in Italia che abbia avuto il coraggio di fare critica sociale, di raccontare storie reali, crude, amare senza farne un business di milioni.

Caligari  seguendo le orme di  Pasolini, riportandone alla vita  i suoi personaggi, lascia un’eredità importante al cinema italiano. Una nuova generazione di giovani  all’ultimo festival di Venezia  ha presentato Il più grande sogno un film che racconta la storia di un ex tossicodipendente Mirko Frezza che interpreta se stesso, diretto da Michele Vannucci (classe 1987) che prima di cominciare a girare, lo ha seguito per tre anni.

Café Society di Woody Allen

Anno nuovo, Woody Allen nuovo. Non voglio dilungarmi troppo su Café Society perché è un film carino ma nel complesso trascurabile, che niente aggiunge e niente toglie alla carriera del cineasta newyorkese: se, vista la qualità altalenante del Woody della terza età, siete in dubbio, vi direi che questo è uno di quelli per cui vale la pena, ma sicuramente non vi perdereste niente di fondamentale passando la mano.

Quello di cui volevo parlare oggi è la maniera in cui le aspettative e le conoscenze pregresse che ci portiamo in sala influenzano la risposta che abbiamo nei suoi confronti di un film, una dinamica che da sola basta a minare le fondamenta dell’attività critica che aspiri ad essere qualcosa in più che una semplice collezione di pensieri.

Tiro fuori questo discorso in relazione a Cafè Society perchè mi ricordo di aver visto qualche tempo fa il trailer del film, e di aver pensato “acciderbolina, sembra proprio avere una bella fotografia”. Poco dopo sono venuto a sapere che il direttore della fotografia era nientepopodimeno che Vittorio Storaro. Per chi non fosse al corrente, Storaro ha collaborato per decenni con Bernardo Bertolucci guadagnandosi fama di uno dei più grandi virtuosi della nobile arte che pratica, e questa fama gli ha aperto le porte del cinema americano dove ha lasciato la sua impronta su film come Apocalypse Now o Reds.

Lì per lì non ci ho pensato troppo, se non con un fugace “si spiega tutto”, ma una volta entrato in sala per vedere il film il discorso è un po’ cambiato. Mi sono rapidamente reso conto che ero molto più incline a pensare a certi virtuosismi di luci e colori come a vuoti sfoggi di talento, come se il film mi volesse dire “occhio che abbiamo ingaggiato un direttore della fotografia famoso”. Queste idee chiaramente non mi sarebbero nemmeno passate per l’anticamera del cervello se non avessi avuto quel pezzetto di informazione pregressa, e sono germogliate nonostane io non abbia che cose positive da dire sulla carriera di Storaro.

Che il bagaglio di ognuno influenzi l’opinione che ci facciamo di un’opera d’arte non è certo una nozione particolarmente sorprendente, ma penso che per quanto riguarda il cinema questi fattori esterni giochino un ruolo più importante di quanto non succeda per altre forme d’espressione artistica.

L’esperienza che abbiamo di un film è infatti molto concentrata nel tempo. Nella maggior parte dei casi le due ore che dedichiamo a un film saranno le uniche, e questo fa sì che, al contrario di un romanzo o di una canzone, difficilmente potremo fare la prova per vedere l’effetto che una pellicola ci fa in diverse condizioni fisiche, emotive, o magari anche solo climatiche.

Oltretutto le forme espressive canoniche utilizzate al cinema sono codificate e ripetute piuttosto rigidamente, e l’esercizio di dietrologia sulle intenzioni del regista o dello sceneggiatore che invece si allontana da questi canoni viene praticato in maniera molto più naturale di quanto non succeda in letteratura, dove lo standard a cui paragonare eventuali innovazioni è meno rigidamente codificato, o quantomeno meno identificabile dal pubblico.

Questi fattori contribuiscono ad accentuare il peso che le sensazioni e i pensieri del momento hanno sulla considerazione che ci facciamo di un film, riducendo, credo, l’affidabilità di un’analisi critica che si proponga di essere il più possibile spassionata.

Questo non vuol dire che l’intera sfera della critica cinematografica sia da cestinare, ma penso che nell’approccio con cui la critica viene fatta e viene letta bisogna tener conto di queste peculiarità della settima arte, peculiarità che del resto le donano le caratteristiche contrastanti di immediatezza emotiva e stratificazione formale che ne hanno fatto la fortuna.

Frantz di Francois Ozon

L’atmosfera postbellica e il biasimo e la sofferenza che questa porta nelle famiglie dei soldati periti in guerra, accompagnano il film di Ozon in un afflato di solitudine emotiva che ne descrive l’andamento narrativo attraverso un bianco e nero che è di natura patetica e intimista più che essere un mero orpello estetico.

Anna (Paula Beer), una giovane donna tedesca, si reca quotidianamente sulla tomba del suo fidanzato Frantz Hoffmeister, morto proprio a seguito di un combattimento al fronte contro le truppe francesi.
La ragazza vive in casa dei genitori del suo compagno che, ormai, vedono in lei quella figura filiale che hanno perso da poco, uccisa chissà dove, forse da una granata, forse da un fucile, in una guerra tra uomini.
La quotidiana agonia con cui Anna e i genitori di Frantz convivono da molti mesi, a causa della mancanza del loro amato, è una passiva inerzia che somiglia a un tentativo di decorosa sopravvivenza; animati, soprattutto il padre, dal senso di colpa per aver mandato il figlio a servire la patria, nonostante la natura pacifista della sua indole.
In una delle sue giornaliere visite sulla tomba del fidanzato Anna incontra Adrien (Pierre Niney) che sconvolgerà la sua routine luttuosa. Adrien, che sembra essere un vecchio amico francese conosciuto da Frantz nel periodo in cui studiava a Parigi, comincia a frequentare gli Hoffmeister e a divenirne amico e confidente. I vecchi coniugi tedeschi trovano sollievo nell’ascoltare i racconti di Adrien, in cui rivive lo spirito del loro defunto figlio.

Nelle opere di Ozon è spesso presente il tema del segreto e della menzogna, ma stavolta la stessa tematica è sviluppata in modo drammatico. Il binomio tra la menzogna che cela il protagonista e la presenza/assenza di Frantz, rievoca elementi narrativi che depositano il messaggio filmico nel non-detto più che nel palesato. E, sebbene il regista francese scelga di mostrarci, per alcune sequenze, l’aspetto di Frantz, la sua assenza all’interno della storia ne è il motore, così come la morte ne è la genìa.
Quella di Ozon è una storia di guerra, di morte, di sensi di colpa, di menzogne e di assenze, che riesce a parlare allo spettatore senza accenti stereotipati o tentativi di asseverare argomenti politici che facilmente rischiano di diventare puri dogmi ideologici. Frantz è invece un film puramente e autenticamente sentimentale. I sentimenti di un padre verso un figlio, di qualunque nazionalità esso sia o per qualunque schieramento combatta, i sentimenti di una giovane donna per il suo fidanzato e i sentimenti di un giovane pacifista parigino per un suo coetaneo tedesco. Non c’è un giudizio di merito o un giudizio di valore: un padre che ha perso un figlio prova lo stesso dolore, sia esso francese o tedesco.

È questa la profonda e moderna autenticità sentimentale descritta da Ozon in Frantz.
Tutto questo è raccontato dagli occhi privilegiati di Anna che è il personaggio principale della pellicola: burattinaia delle sorti degli altri protagonisti e motore dell’andamento della storia ma, al contempo, simbolo di emancipazione femminile, Anna riesce a liberarsi del suo sguardo incantato sul mondo e sugli uomini e ad esprimere la propria voglia di rinascita dopo aver finalmente superato il suo lutto.

Cemetery of splendour di Apichatpong Weerasethakul

Dopo aver trionfato a Cannes nel 2010 il regista thailandese Apichatpong Weerasethakul si è per anni concetrato su progetti minori come corto e medio-metraggi prima di ritornare nel 2015 con un nuovo full-length. Il suo ultimo lungometraggio si intitola Cemetery of Splendour e riprende il discorso all’incirca dove i suoi predecessori lo avevano lasciato.

Non dissimilmente da Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, il suo lavoro passato a cui mi riferivo sopra, la fascinazione col folklore thailandese e coi rapporti intercorrenti tra il mondo dei vivi e quello dei morti sono gli elementi che maggiormente caratterizzano l’atmosfera del film. Ambientato in un improvvisato ospedale militare, la pellicola segue un’anziana signora che si occupa del benessere fisico e spirituale dei degenti, aiutata da una medium e da uno staff di più convenzionali infermiere.
La trama di Cemetery of Splendour, se così la vogliamo chiamare, è molto poco densa, e si limita a rendere conto di piccoli e in larga parte triviali episodi della vita dei personaggi all’interno dell’ospedale; lo scopo è quello di evocare un’atmosfera presaga che converga in alcuni episodi di sovrannaturalità sorprendentemente naturalistica, altri di terrestre bizarria, e il risultato è raggiunto con un modus operandi ormai consolidato che rende Weerasethakul uno dei cineasti moderni più riconoscibili.

Lo rende però anche uno dei più ostici e sfuggevoli: i suoi film mettono sicuramente alla prova la concentrazione dello spettatore, e non ho dubbio che il simbolismo impiegato mi sia in larga parte inaccessibile. Questo mi porta ad includere la maggior parte delle sue pellicole in una categoria di lavori da ammirare “da lontano”. Con l’eccezione di Blisfully Yours mi è risultato sempre molto difficile sentirmi coinvolto da questi film, e tendo a pensare che il meccanismo sarebbe ancora più accentuato per cinefili meno incalliti.
Lungi da me sonsigliare un lavoro così affascinante, mi sembra però doveroso segnalare la sua impenetrabilità e lo scarsissimo appeal per lo spettatore meno determinato.

Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Dopo essere andato molto vicino al suo primo Oscar con Boyhood, Richard Linklater torna al cinema con un lavoro decisamente meno ambizioso, una commedia ambientata nei primi anni ‘80 in un college texano: Tutti vogliono qualcosa.

Il film racconta delle peripezie dei membri della squadra di baseball universitaria nei giorni imediatamente precedenti all’inizio delle lezioni. Feste e passatempi più o meno imbecilli la fanno da padrona, e il film si propone come uno spaccato nemmeno troppo caricaturale dello stile di vita da college che Hollywood tante volte ha celebrato.
Il film non si prende granché sul serio, ma faccio fatica a definirlo una commedia in quanto la battuta brillante, o la situazione architettata ad arte a scopi comici non sono mai strumenti che il film cerca di utilizzare. L’ambiente e le dinamiche che il film si propone di rappresentare sono leggere e briose, ma il senso dell’umorismo del film è pressoché interamente sovrapponibile a quello dei suoi protagonisti, e in questo senso non c’è spazio per una riorganizzazione comica del materiale.

Questo da una parte smorza un po’ il potenziale di intrattenimento del film, dall’altra ci lascia ad interrogarci su quale fosse in effetti il motivo di interesse del regista nel raccontare questa storia, che per la maggior parte del tempo ci mette di fronte alle bravate di un gruppo di ragazzotti poco svegli, senza nemmeno sfruttare appieno il lato comico della cosa.
Alla fine della proiezione la domanda resta fondamentalmente senza risposta, perché nel mare di scenette stereotipate che descrivono un’ambientazione già familiarissima si fa fatica ad individuare barlumi di una qualche intenzione ulteriore. Non che preso al naturale Tutti vogliono qualcosa sia necessariamente noioso o sgradevole, ma dopo due ore di riproposizione niente affatto problematizzata di scenette di umorismo machista e infantile, non sapevo se pensare di essermi perso qualche sottinteso, o se semplicemente non c’era niente dietro allo striminzito impianto del film.

Pur concedendo il beneficio del dubbio ad un regista come Linklater non mi sento di consigliare quasto suo ultimo lavoro con particolare calore, nemmeno a chi ricordi con particolare affetto il classico Dazed and Confused.