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Frantz di Francois Ozon

L’atmosfera postbellica e il biasimo e la sofferenza che questa porta nelle famiglie dei soldati periti in guerra, accompagnano il film di Ozon in un afflato di solitudine emotiva che ne descrive l’andamento narrativo attraverso un bianco e nero che è di natura patetica e intimista più che essere un mero orpello estetico.

Anna (Paula Beer), una giovane donna tedesca, si reca quotidianamente sulla tomba del suo fidanzato Frantz Hoffmeister, morto proprio a seguito di un combattimento al fronte contro le truppe francesi.
La ragazza vive in casa dei genitori del suo compagno che, ormai, vedono in lei quella figura filiale che hanno perso da poco, uccisa chissà dove, forse da una granata, forse da un fucile, in una guerra tra uomini.
La quotidiana agonia con cui Anna e i genitori di Frantz convivono da molti mesi, a causa della mancanza del loro amato, è una passiva inerzia che somiglia a un tentativo di decorosa sopravvivenza; animati, soprattutto il padre, dal senso di colpa per aver mandato il figlio a servire la patria, nonostante la natura pacifista della sua indole.
In una delle sue giornaliere visite sulla tomba del fidanzato Anna incontra Adrien (Pierre Niney) che sconvolgerà la sua routine luttuosa. Adrien, che sembra essere un vecchio amico francese conosciuto da Frantz nel periodo in cui studiava a Parigi, comincia a frequentare gli Hoffmeister e a divenirne amico e confidente. I vecchi coniugi tedeschi trovano sollievo nell’ascoltare i racconti di Adrien, in cui rivive lo spirito del loro defunto figlio.

Nelle opere di Ozon è spesso presente il tema del segreto e della menzogna, ma stavolta la stessa tematica è sviluppata in modo drammatico. Il binomio tra la menzogna che cela il protagonista e la presenza/assenza di Frantz, rievoca elementi narrativi che depositano il messaggio filmico nel non-detto più che nel palesato. E, sebbene il regista francese scelga di mostrarci, per alcune sequenze, l’aspetto di Frantz, la sua assenza all’interno della storia ne è il motore, così come la morte ne è la genìa.
Quella di Ozon è una storia di guerra, di morte, di sensi di colpa, di menzogne e di assenze, che riesce a parlare allo spettatore senza accenti stereotipati o tentativi di asseverare argomenti politici che facilmente rischiano di diventare puri dogmi ideologici. Frantz è invece un film puramente e autenticamente sentimentale. I sentimenti di un padre verso un figlio, di qualunque nazionalità esso sia o per qualunque schieramento combatta, i sentimenti di una giovane donna per il suo fidanzato e i sentimenti di un giovane pacifista parigino per un suo coetaneo tedesco. Non c’è un giudizio di merito o un giudizio di valore: un padre che ha perso un figlio prova lo stesso dolore, sia esso francese o tedesco.

È questa la profonda e moderna autenticità sentimentale descritta da Ozon in Frantz.
Tutto questo è raccontato dagli occhi privilegiati di Anna che è il personaggio principale della pellicola: burattinaia delle sorti degli altri protagonisti e motore dell’andamento della storia ma, al contempo, simbolo di emancipazione femminile, Anna riesce a liberarsi del suo sguardo incantato sul mondo e sugli uomini e ad esprimere la propria voglia di rinascita dopo aver finalmente superato il suo lutto.

Cemetery of splendour di Apichatpong Weerasethakul

Dopo aver trionfato a Cannes nel 2010 il regista thailandese Apichatpong Weerasethakul si è per anni concetrato su progetti minori come corto e medio-metraggi prima di ritornare nel 2015 con un nuovo full-length. Il suo ultimo lungometraggio si intitola Cemetery of Splendour e riprende il discorso all’incirca dove i suoi predecessori lo avevano lasciato.

Non dissimilmente da Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, il suo lavoro passato a cui mi riferivo sopra, la fascinazione col folklore thailandese e coi rapporti intercorrenti tra il mondo dei vivi e quello dei morti sono gli elementi che maggiormente caratterizzano l’atmosfera del film. Ambientato in un improvvisato ospedale militare, la pellicola segue un’anziana signora che si occupa del benessere fisico e spirituale dei degenti, aiutata da una medium e da uno staff di più convenzionali infermiere.
La trama di Cemetery of Splendour, se così la vogliamo chiamare, è molto poco densa, e si limita a rendere conto di piccoli e in larga parte triviali episodi della vita dei personaggi all’interno dell’ospedale; lo scopo è quello di evocare un’atmosfera presaga che converga in alcuni episodi di sovrannaturalità sorprendentemente naturalistica, altri di terrestre bizarria, e il risultato è raggiunto con un modus operandi ormai consolidato che rende Weerasethakul uno dei cineasti moderni più riconoscibili.

Lo rende però anche uno dei più ostici e sfuggevoli: i suoi film mettono sicuramente alla prova la concentrazione dello spettatore, e non ho dubbio che il simbolismo impiegato mi sia in larga parte inaccessibile. Questo mi porta ad includere la maggior parte delle sue pellicole in una categoria di lavori da ammirare “da lontano”. Con l’eccezione di Blisfully Yours mi è risultato sempre molto difficile sentirmi coinvolto da questi film, e tendo a pensare che il meccanismo sarebbe ancora più accentuato per cinefili meno incalliti.
Lungi da me sonsigliare un lavoro così affascinante, mi sembra però doveroso segnalare la sua impenetrabilità e lo scarsissimo appeal per lo spettatore meno determinato.

Tutti vogliono qualcosa di Richard Linklater

Dopo essere andato molto vicino al suo primo Oscar con Boyhood, Richard Linklater torna al cinema con un lavoro decisamente meno ambizioso, una commedia ambientata nei primi anni ‘80 in un college texano: Tutti vogliono qualcosa.

Il film racconta delle peripezie dei membri della squadra di baseball universitaria nei giorni imediatamente precedenti all’inizio delle lezioni. Feste e passatempi più o meno imbecilli la fanno da padrona, e il film si propone come uno spaccato nemmeno troppo caricaturale dello stile di vita da college che Hollywood tante volte ha celebrato.
Il film non si prende granché sul serio, ma faccio fatica a definirlo una commedia in quanto la battuta brillante, o la situazione architettata ad arte a scopi comici non sono mai strumenti che il film cerca di utilizzare. L’ambiente e le dinamiche che il film si propone di rappresentare sono leggere e briose, ma il senso dell’umorismo del film è pressoché interamente sovrapponibile a quello dei suoi protagonisti, e in questo senso non c’è spazio per una riorganizzazione comica del materiale.

Questo da una parte smorza un po’ il potenziale di intrattenimento del film, dall’altra ci lascia ad interrogarci su quale fosse in effetti il motivo di interesse del regista nel raccontare questa storia, che per la maggior parte del tempo ci mette di fronte alle bravate di un gruppo di ragazzotti poco svegli, senza nemmeno sfruttare appieno il lato comico della cosa.
Alla fine della proiezione la domanda resta fondamentalmente senza risposta, perché nel mare di scenette stereotipate che descrivono un’ambientazione già familiarissima si fa fatica ad individuare barlumi di una qualche intenzione ulteriore. Non che preso al naturale Tutti vogliono qualcosa sia necessariamente noioso o sgradevole, ma dopo due ore di riproposizione niente affatto problematizzata di scenette di umorismo machista e infantile, non sapevo se pensare di essermi perso qualche sottinteso, o se semplicemente non c’era niente dietro allo striminzito impianto del film.

Pur concedendo il beneficio del dubbio ad un regista come Linklater non mi sento di consigliare quasto suo ultimo lavoro con particolare calore, nemmeno a chi ricordi con particolare affetto il classico Dazed and Confused.

Hype autunnale: i film più attesi

Tra le tante sfighe che l’estate riserva ai meno balneari fra noi, la situazione desolante dei cinema non è la meno tragica. Per una consuetudine che faccio fatica a spiegarmi, a luglio ed agosto si apre un buco nero cinematografico che avvolge nella sua oscurità la maggior parte delle sale romane: ben magra consolazione sono le arene estive, e ai topi da proiezione non resta che attendere sospirosamente la stagione delle pioggie e il refrigerio a base di celluloide che essa porta.
In questo momento siamo nel bel mezzo della siccità e gettando uno speranzoso sguardo al futuro volevo oggi parlare delle uscite dei prossimi mesi che più mi aiutano a sopportare questo periodo di vacche magre.

Self/less

self

La scelta di Ryan Reynolds come protagonista potrebbe rivelarsi infelice, ma resto comunque molto curioso del nuovo lavoro di Tarsem Singh, un outsider di Hollywood che pur avendo all’attivo una manciata di film interessanti non è ancora mai riuscito a mettere a segno una stoccata decisiva, che sia da un punto di vista artistico o commerciale. Lo stralunato ed onirico stile visivo delle sue pellicole resta una delle cose più affascinanti che il cinema di cassetta contemporaneo può proporre, e non mancherò anche questa volta di fare il tifo per il definitivo salto di qualità che Singh sembra poter essere sul punto di compiere.

Inside Out

film più attesi

Alla nuova uscita della Pixar vanno ovviamente i favori del pronostico per le classifiche di fine anno, e vista la promettente ricezione che Inside Out ha ricevuto dalla critica d’oltreoceano, non c’è motivo di dubitare che il nuovo arrivato sia all’altezza della monumentale tradizione dello studio Californiano. Il 2014 è stato dopo molto tempo la prima annata che non ha visto l’uscita di nessun lavoro a marchio Pixar, e l’astinenza comincia a farsi sentire, portando le aspettative per Inside Out a un livello ancora maggiore di quello abituale, già altissimo.

Un disastro di ragazza

film più attesi

Un altro graditissimo ritorno è quello di Judd Apatow dietro la macchina da presa. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un cineasta che ha rallentato di molto la sua attività, che nella scorsa decade era stata a tratti frenetica tra pellicole che il regista aveva personalmente diretto, e le altre in cui figurava come sceneggiatore o produttore. La presenza di Amy Schumer che oltre ad essere la protagonista ha anche scritto questo Trainwreck lascia presagire una commedia con pochi peli sulla lingua, forse in contrasto con l’ultimo paio di film di Apatow che trattavano temi più “di mezza età”, ma staremo a vedere.

Sotto il cielo delle Hawaii

film più attesi

Questo è più un auspicio che altro, vista la qualità traballante degli ultimi (o, volendo, della quasi totalità dei) film del buon Cameron, ma Crowe è uno di quei personaggi cui non posso fare a meno di voler bene contro ogni logica, e la presenza di Emma Stone in questa sua nuova pellicola è molto più del pochissimo che sarebbe bastato a farmi brillare gli occhi. Con i Blue Nile nella colonna sonora poi andiamo proprio a mani basse, e già riesco a immaginarmi il dolceamaro sapore della delusione che questo film mi provocherà.

I 10 migliori film 2010-2015

Di solito mi trattengo dal compilare liste dei migliori film annuali perchè in realtà la maggior parte delle pellicole di valore uscite negli ultimi anni sono state trattate in questa rubrica con un articolo ad hoc, e i miei lettori assidui si sono probabilmente già fatti un’idea abbastanza precisa di cosa sarebbe incluso in liste del genere. Nei rari momenti di lucidità da cui vengo occasionalmente sorpreso però mi rendo conto del fatto che in effetti mia madre (ciao mamma) è la mia unica lettrice assidua, e per il 99% delle altre quindici persone che sono capitate su questa pagina, per caso o contro la loro volontà, un riassunto potrebbe essere utile/interessante. Ho voluto quindi strafare e mettere insieme una lista dei miei film preferiti degli anni dieci di questo nuovo secolo, dove a far testo sarà la data di uscita internazionale che si può trovare, per esempio, su IMDB e non quella italiana. Il periodo di tempo preso in considerazione è ovviamente ancora in corso, e quindi questa lista lascerà il tempo che trova ancora più di quella che misi insieme per la decade precedente, ma si spera che possa comunque fornire spunti a qualche potenziale spettatore che voglia riempire una o più serate. L’ordine è cronologico.

The Arbor

top 10 film

di Clio Barnard

Grazie al curioso espediente di far doppiare da attori le classiche teste parlanti da documentario, The Arbor è in grado di creare un’atmosfera pressochè spiritica che amplifica e rende ancor più inquietante la tragica storia di Andrea Dunbar, una drammaturga vissuta nella desolante realtà della provincia post-industriale inglese, e morta prematuramente. A ricordare la sconquassata vita della madr, di cui hanno per molti versi seguito le orme, sono in particolare i figli, che ovviamente sono stati le principali vittime del suo alcolismo. The Arbor è un pugno allo stomaco devastante, ma le scelte stilistiche e l’atmosfera che è in grado di creare ne fanno molto più che una semplice storia strappalacrime.

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The Social Network

top 10 film

di David Fincher

Punto di svolta nella carriera di un regista che non amavo e che ora idolatro, The Social Network è stato un film molto chiacchierato per l’attualità del suo soggetto. Lo specifico dell’argomento non è irrilevante, ma ciò che fa di questo film un capolavoro è la sua descrizione glaciale dell’alienante ossessione di un uomo troppo pieno di sé per potersi relazionare con gli altri. La raggelante colonna sonora è la ciliegina sulla torta per un mastodonte che ha dato inizio a una striscia di filmoni che Fincher non sembra in procinto di interrompere.

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Oslo, August 31st

top 10 film

di Joachim Trier

In Oslo, August 31st seguiamo Anders in quella che sarà la sua ultima giornata sulla terra. Aggirandosi per una Oslo deserta e desolante, il protagonista del film cerca di ricollegare i fili della sua vita, tagliati dalla tossicodipendenza, ma il suo vagare lo porta in contatto solo con ulteriore alienazione e artificialità. Girato con eleganza e quasi con superbia, Oslo, August 31st è un altro film annichilente (mi sa che è una costante in questa lista) nonostante il suo nordico controllo delle emozioni più esteriori: non esattamente una passeggiata di salute, ma comunque meritevole del suo posto nella top 10.

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La Pelle che Abito

10 migliori film 2010-2015

di Pedro Almodòvar

Dopo un decennio abbondante passato a produrre alcuni dei più intensi e toccanti melodrammi che il cinema tutto ci abbia regalato di recente, Pedro Almodòvar tocca l’apice con questo thriller che definire perverso sarebbe decisamente eufemistico. Un mix esplosivo di sessualità contorta, violenza -è proprio il caso di dirlo- sottocutanea, e una certa dose del melò di cui sopra, La Pelle che Abito non è uno dei film più classici o rappresentativi dell’opera del maestro iberico, ma è di sicuro il più estremo e avventuroso, e per questo si conquista un posto su questa lista.

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Computer Chess

10 migliori film 2010-2015

di Andrew Bujalski

Ambientato negli anni ’80 durante un torneo di intelligenze artificiali scacchistiche, Computer Chess è un curioso quadretto lisergico di un miscuglio di sottoculture. Girato in un bianco e nero a bassa fedeltà che gli conferisce una certa atemporalità, il film si snoda tra suggestioni disparate, in bilico tra nerdaggine d’annata, drug culture, complottismo e una certa dose di non senso. Resta in un limbo imprecisato da cui ricava il suo fascino, ed è probabilmente il film più storto della lista, il più insolito e indefinibile. Se non fosse chiaro sono tutti complimenti.

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Pain & Gain

10 migliori film 2010-2015

di Michael Bay

È raro che un film di Michael Bay trovi spazio in raccolte di questo tipo, ma il regista americano è spesso ostracizzato dalla critica per ragioni ideologiche che non prendono in giusta considerazione i forti tratti autoriali della sua opera. La fotografia iper-saturata e il cinetismo estremo delle sue pellicole non si erano mai saputi coagulare in un singolo lavoro di qualità uniforme, ma è bastata una sceneggiatura che smorzasse con abbondanti dosi di umorismo nero alcune derive oggettivamente censurabili degli episodi precedenti per regalarci un film che mostra il cinema di Bay al pieno delle sue potenzialità. Pomposo e ipertrofico come i suoi protagonisti, Pain & Gain è una girandola impazzita di colori accecanti e un continuo vomito di esilarante cinismo. Non mi stupirei troppo se Michelino non raggiungesse mai più questo tipo di vette, ma una volta è più che sufficiente.

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Solo Dio Perdona

10 migliori film 2010-2015

di Nicolas Winding Refn

Sublime esercizio di stile e al contempo brutale attacco ai sensi e alla sensibilità dello spettatore, Solo Dio Perdona ci porta nei peggiori bar di Bangkok dove un attempato poliziotto assume il ruolo di tristo mietitore ai danni della gang di Ryan Gosling. La trama è a mala pena comprensibile, ma quello che davvero conta nel film è l’intensa resa dell’estrema violenza di molte scene, mixata in un cocktail deflgrante con echi edipici e perversioni varie. Stroncato dalla critica, Solo Dio Perdona è da evitare come la peste se siete quelli che alla fine dei film commentano sulla credibilità delle azioni dei personaggi.

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La Vita di Adele

10 migliori film 2010-2015

di Abdellatif Kechiche

La caratteristica che unifica la maggior parte delle pellicole in questa lista è l’intensità con cui sono in grado di investire lo spettatore. Ciascuno dei film declina questa caratteristica in una maniera differente, e La Vita di Adele lo fa con un approccio puramente fisico. Le lunghe scene di sesso per cui il film è rimasto celebre contribuiscono molto a questo senso di fisicità dirompente, ma il tema si concretizza in sequenze anche molto più quotidiane, come pasti e conversazioni, che mostrano una tangibilità pressochè scultorea raramente osservabile al cinema. Narrativamente il film è meno efficace, e chi ci volesse andare a cercare un manifesto LGBT rimarrebbe deluso, ma come melodramma corporale La Vita di Adele è incomparabile e su questa base si conquista l’inclusione nella squadra all-cinema 2010-2015.

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National Gallery

10 migliori film 2010-2015

di Frederick Wiseman

Mosca bianca in una collezione di film di forte impatto, National Gallery è una pellicola meditativa e cerebrale, che più che colpire lo spettatore alla pancia vuole sommergerlo di domande e spunti di riflessione. Descrivendo i meccanismi interni della National Gallery di Londra, Frederick Wiseman esplora annessi e connessi tecnici, di gestione finanziaria e di politiche culturali con una pazienza e una perizia proporzionate a quelle che vengono richieste allo spettatore per affrontare questo mastodontico documentario. Lo stile del cineasta è consolidato, ma rappresenta una tela bianca in grado di ospitare ancora molte indagini di questo arzillo nonno della cinepresa.

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Due Giorni, Una Notte

10 migliori film 2010-2015

di Jean-Pierre e Luc Dardenne

Concludiamo con l’ultimo lavoro di quelli che possiamo sicuramente annoverare in un ristrettisimo club dei migliori cineasti del ventunesimo secolo. Anche nel caso dei fratelli Dardenne lo stile registico è ormai una costante, ma film dopo film lo schema si rivela abbastanza flessibile e raffinato da poter soffiare vita in storie nuove senza perdere la potenza dei capolavori passati. Due Giorni, Una Notte è un film che rappresenta senza retorica un’umanità dolente ma non per questo priva di forze o sconfitta, e dovrebbe essere impresso a fuoco sulle retine dei neo-neo-realisti della domenica che appestano entrambe le sponde dell’Atlantico.

Quando la filosofia ispira l’arte

Due ambiti della filosofia sono sia quello dell’estetica, che quello della filosofia dell’arte. Il primo è la riflessione filosofica sul che cosa sia il bello e in cosa consista esattamente, indagando quali siano i criteri per predicare di un’opera d’arte (letteraria, pittorica, musicale, cinematografica, ecc.) la proprietà di essere bello. D’altronde la filosofia dell’arte cerca di capire che cosa si possa definire arte e cosa no. Ma spesso passa in secondo piano il contrario, ovvero quando la filosofia diventa ispirazione dell’arte (se non l’oggetto stesso). Molte sono le opere filosofiche che hanno dato spunto ad artisti e musicisti per produrre qualcosa di originale.

Per esempio, Gustav Mahler per il  quarto movimento della Sinfonia n°3 (Quello che l’uomo mi racconta) si ispirò a Nietzsche al suo Così Parlò Zarathustra. Infatti la voce narrante, che riecheggia in tal movimento, pronuncia alcune frasi del libro appena citato. Precisamente si tratta del “Canto di Mezzanotte”.

Un filosofo che invece è diventato un privilegiato del panorama artistico è appunto Wittgenstein. Già nel 1992 il musicista ungherese Tibor Szemző compose una suite musicale di mezz’ora nota come Tractus, in cui tentò di mettere in musica il libro più famoso del logico e filosofo viennese, il Tractatus Logico-philosophicus. In tale brano la musica è alternata da voci di varie nazionalità che nella propria lingua leggono alcune proposizioni dell’opera. Per non parlare poi del film biografico di Derek Jarman Wittgenstein (1993): un tentativo fra monologo, cinema e teatro di tradurre in immagini e simbolismi la sua vita e il suo pensiero.

Ritratto di John Rawls, filosofo politico.

O per quanto riguarda l’arte pittorica, aldilà della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio,  sono già diventati cult e fenomeno pop i quadri di Renee Bolinger: dottoranda della University of Southern California, ha la peculiarità di rappresentare graficamente gli esponenti più importanti della storia della filosofia e della filosofia contemporanea secondo lo stile di vari artisti: imitando la pittura di Pablo Picasso per dipingere Immanuel Kant o Philippa Foot cercando di copiare le pennellate di  Toulouse Lautrec. Potrete trovare tutti i suoi lavori sul suo sito personale della facoltà: http://www-scf.usc.edu/~rbolinge/

I vestiti dei sogni tra cinema e moda

Diciamoci la verità, le mostre di abiti rischiano sempre di fare un po’ tristezza. C’è dietro l’angolo quell’effetto “cassettone della nonna” per cui sontuosi abiti sembrano antiche glorie conservate in naftalina. Persino quando Valentino, nel 2007, allestì una spettacolare esibizione di abiti all’Ara Pacis per celebrare i 45 anni di carriera, la sala in cui erano esposti neri abiti barocchi che penzolavano dal soffitto sembrava più un ritrovo dei mangiamorte di Harry Potter che una selezione di Haute Couture.

Manichini sì o manichini no? Anche quella è una scelta sostanziale, è come dire: bambola assassina o costume di Elvis da Planet Hollywood? Eppure certi abiti dovrebbero veramente essere consegnati alla storia dell’umanità come pezzi da museo, opere d’arte. La sfida è trovare la chiave espositiva giusta. La giusta prospettiva, o forse basta la giusta illuminazione.

I vestiti dei sogni è la mostra che racconta un secolo di storia del cinema attraverso i grandi abiti di scena: da quello indossato da Angelica nel Gattopardo alla giacca rossa di Jep Gambardella nella Grande Bellezza. Al Museo di Roma Palazzo Braschi fino al 22 marzo 2015, l’esposizione è promossa dalla Cineteca di Bologna in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura di Roma, allestita dallo studio Warehouse of Architecture and Research e illuminata da Luca Bigazzi, uno dei più apprezzati direttori della fotografia contemporanei.

“I costumi sono creati per vivere indossati, dagli interpreti, durante il breve tempo delle riprese – racconta il direttore della Cineteca di Bologna e curatore della mostra Gian Luca Farinelli – Esibirli al di fuori di quel contesto rischia sempre di trasformarli in fiori appassiti. Per questo abbiamo chiesto a uno dei più valenti direttori della fotografia del cinema, Luca Bigazzi, di immaginare per i costumi esposti un percorso di luci, che è stato realizzato da un artigiano eccellente e gran sperimentatore della luce, Mario Nanni. Sono luci magiche, velate naturalmente, che restituiscono alle stoffe, ai colori che abbiamo visto sullo schermo, una vita presente nella quale abbiamo il privilegio di trovarci anche noi, spettatori che avevano già conosciuto gli stessi costumi nel sogno della proiezione cinematografica”.

I costumi per il cinema sono un’eccellenza del nostro Paese come dimostra il fatto che l’unica italiana candidata ai prossimi Oscar è Milena Canonero, per i costumi di Grand Budapest Hotel. La Canonero si è già aggiudicata il riconoscimento dell’Academy con Stanley Kubrick per Barry Lyndon, poi per Momenti di gloria e in anni recenti per la Marie Antoniette di Sofia Coppola. Ma gli Oscar sono anche quelli dei costumisia Piero Tosi (alla carriera, nel 2013) e Danilo Donati (nel 1969 per Romeo e Giulietta di Zeffirelli e nel 1977 per Il Casanova di Fellini) e di Gabriella Pescucci (al lavoro con Martin Scorsese per L’età dell’innocenza).

I vestiti dei sogni raccoglie decine di bozzetti e una selezione di oggetti (tra i quali spicca l’unicum della pressa che un maestro come Danilo Donati costruì per foggiare i costumi del Satyricon di Federico Fellini) ma soprattutto più di 100 abiti originali che hanno fatto la storia del cinema.

Ecco quelli che non potete assolutamente perdere:

  • Gli abiti di Il gattopardo (1963), disegnati da Pietro Tosi. In particolare il famosissimo vestito da ballo di Angelica
  • Gli abiti del film Giulietta degli Spiriti (1965) di Federico Fellini disegnati da Danilo Donati
  • I sontuosi costumi di scena del film Casanova, per i quali Danilo Donati vinse l’Oscar nel 1977
  • Gli abiti di fine Ottocento del film L’età dell’innocenza disegnati da Gabriella Pescucci e indossati da Michelle Pfeiffer e Winona Ryders
  • I costumi di scena di Audrey Hepburn nel film Guerra e pace (1956) di King Vidor realizzati da Maria De Matteis e Fernanda Gattinoni
  • Gli abiti da sogno indossati da Kirsten Dunst nel film Marie Antoinette disegnati da Milena Canonero

 

 

30 for 30: Sfide a stelle e strisce

Tra anticicloni ed appelli d’esame l’estate non è il periodo dell’anno in cui riesco a guardare più film. La dedizione alla causa scema e il sonno aumenta, per cui tendo a buttarmi su visioni che richiedano poca concentrazione e che restituiscano più di quanto chiedono, e un filone abbastanza fertile sotto questo punto di vista è la serie di documentari 30 for 30 prodotta dalla ESPN, il più grosso canale di informazione sportiva d’America.
Sono sempre stato abbastanza affascinato dagli sport a stelle e strisce, ma, con la parziale eccezione della NBA, la mia conoscenza in merito lascia alquanto a desiderare. A tutt’oggi non credo che sarei in grado di seguire una partita di football, e per quanto a forza di manga penso di aver afferrato abbastanza bene le regole del baseball, non mi è ancora mai capitato di sedermi a guardare un’intera partita. Credo che la mia situazione sia piuttosto comune, e se dopo l’overdose di calcio del mondiale vi può stuzzicare l’idea di cambiare un po’ musica (magari ispirati dagli affascinanti sviluppi della free agency NBA) non credo ci siano approcci migliori che la suddetta serie di documentari, nella vena del nostrano Sfide.
Il titolo 30 for 30 è dovuto al fatto che doveva trattarsi di una serie di 30 documentari per celebrare i 30 anni di attività dell’emittente, ma sulle ali di un buon successo l’operazione è stata estesa a una seconda serie, più una terza, ancora in corso, dedicata invece al football nostrano.
I documentari affrontano una varietà di argomenti: alcuni ricostruiscono particolari imprese sul campo, altri tracciano il profilo di alcune personalità, e altri ancora hanno un approccio più ampio e usano lo sport come trampolino di lancio per trattare anche altre questioni.
Mi restano ancora molti episodi da guardare, e mi sono concentrato principalmente su quelli che hanno a che fare col basket, ma per ora mi sento di consigliare in particolar modo questi tre:

The Fab Five
In America, oltre agli sport professionistici hanno un ampio seguito anche i campionati universitari della NCAA, in particolar modo quelli di basket e football. Fab Five era il soprannome dato ai Wolverines, la squadra di basket dell’università del Michigan dei primi anni ’90, squadra che perse due finali consecutive del torneo NCAA ma che rimase nella storia per una serie di motivi sia sportivi, sia extra.
Il documentario ricostruisce molto bene sia i loro exploit sul campo che l’impatto culturale che la squadra (in cui militavano future stelle dell’NBA come Chris Webber e Jalen Rose) ebbe sul mondo della pallacanestro universitaria, e al contrario della maggior parte delle altre puntate dura più o meno come un film “da sala”, per cui ha la possibilità di diffondersi meglio sui vari aspetti della vicenda.

Guru of Go
Sempre rimanendo nell’ambito del basket universitario, Guru of Go racconta la storia di Paul Westhead, una specie di Zeman americano, che negli anni ’80 riuscì a portare a buoni risultati la squadra della Loyola Marymount University con uno stile di gioco esasperatamente offensivista. L’esaltante storia dei successi della squadra è intrecciata con quella della tragica morte in campo di Hank Gathers, il giocatore più rappresentativo della formazione e quello il cui futuro tra I professionisti sembrava promettere meglio.

Straight Outta L.A.
Passando per par condicio a un altro sport, Straight Outta L.A. racconta del rapporto tra la squadra di football dei Raiders e la cultura hip-hop underground e delle gang del relativamente breve periodo in cui la franchigia ha risieduto nella città degli angeli. Il documentario è girato da nientepopodimeno che O’Shea “Ice Cube” Jackson, che come narratore quindi racconta anche il ruolo che lo stile e l’immagine dei Raiders hanno giocato nella sua “educazione” e nella formazione dei NWA, oltre che più in generale nella partita dell’integrazione delle minoranze. Da quando i Raiders hanno lasciato L.A. per tornare a Oakland la città non ha più avuto una squadra di football, il che a quanto pare è uno dei problemi più annosi per la NFL tutta.

Questi sono solo alcuni esempi e ci sono episodi dedicati a hockey, atletica leggera, baseball è quant’altro, per cui, e di nuovo, chiunque fosse più affascinato da che aggiornato su, gli sport americani, farebbe senz’altro bene a dare un’occhiata a quest’ottima serie.

I migliori outfits maschili del Cinema: ecco chi emulare quando apriamo l’armadio

Abiti dai tagli impeccabili, cravatte a calzino dall’eleganza inaspettata, francesine ben lucidate e montature Moscot e Oliver peoples, le preferite da Patrick Bateman. Camice dai colli perfetti, giacche di tweed, colori sobri ma mai noiosi e scontati. Abbinamenti cromatici puntuali e adorabili. Oufits sciatti ma studiati nel minimo particolare. Eccome come i look delle star di Hollywood diventano mode, come i personaggi di film e romanzi diventano esempi da emulare nello stile di tutti i giorni. Come quando il giovane Leonardo Di Caprio nei panni del truffatore Frank Abagnale Jr in “Catch if you can” si fa confezionare un eccellente abito nel perfetto stile 007 degno del miglior Sean Connery (ovviamente anche lui presente nella nostra lista). Ma che altro dire, in certi casi le immagini sole valgono molto più di mille parole, quindi vi lascio a questa mia personale selezione. Buon ispirazione!

George Peppard nel ruolo dello scrittore Paul Varjak del celebre film “Breakfast at Tiffany’s” tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote.

Sean Connery nei panni di James Bond in Goldfinger, il plurifamoso agente segreto del MI6 uscito dalla penna di Ian Fleming. Uno degli spezzati più belli del cinema, la cravatta a calzino diventa pura eleganza.

Oxford shirt, costumi vintage e montature moscot per Jude Law e Matt Demon nei panni di due americani dei primi anni ’50 nell’inquietante “The Talented Mr. Reply”.

“The American Psycho”, Christian Bale in straccali, Rayban Wayfarer e doppiopetto è lo yuppies per eccellenza: Pat Bateman.

Jacqueline Phoenix nel nel già più volte citato “Her”.

L’immortale Humphrey Bogart nel colossal “Casablanca”, con il suo noto trench e il suo cappello: il Bogart. L’ossessione di Woody Allen in “Play it again, Sam”.

Ancora Sean Conney nei panni dell’agente doppio zero in “Licenza di uccidere”, in uno smoking senza tempo alla consegna della sua Walter ppk.

Eddie Murphy nei panni dell’indimenticabile detective Axel Foley in Berverly Hills Cop, un outfit sportivo composto da 501 levis, Adidas anni ’80 e giacca da football.

Steve McQueen nello storico “The great escape”, felpa e chianos, un must del disimpegnato.

Ewan McGregor nel film cult “Trainspotting”, precursore dell’outfit jeans Skinny e All star.

"Era meglio il libro"

Quante conversazioni cinematografiche più o meno facete iniziano o finiscono con questa frase? Il confronto tra letteratura e cinema, e in particolare tra letteratura e cinema ad essa ispirato è vecchio quanto la settima arte stessa, e anzi, si potrebbe dire che è stato il primo appiglio a cui ci si è aggrappati per collocare in qualche modo un mezzo espressivo che ai tempi dei suoi primi vagiti doveva risultare estremamente peculiare. Con 120 anni di esperienza alle spalle non siamo forse più così sbalorditi di fronte al teatro di luci, ma il rapporto tra pellicola e carta stampata è ancora rilevante e non privo di incomprensioni. Capita infatti ancora piuttosto spesso di veder confrontati esponenti dei due mondi come se fossero oggetti omogenei, nella maggior parte dei casi a discapito dei film, e se pure le trasposizioni cinematografiche di saghe letterarie di successo continuano a spaccare i botteghini di tutto il mondo, persiste una certa diffidenza di fondo nei confronti della possibilità che un film possa adeguatamente veicolare il turbinio di dettagli di un romanzo con qualche fedeltà.

La concentrazione sulla fedeltà, o addirittura sulla completezza, è proprio la principale pecca di molti dei ragionamenti a riguardo, e voglio portare ad esempio due bei film a recente memoria che pur “tagliando” e “tradendo” i romanzi d’origine rendono loro giustizia in maniere che adattamenti più pedissequi non sarebbero stati in grado di fare. Preciso che in entrambi i casi penso comunque che “era meglio il libro” (mi si perdoni la pugnalata al congiuntivo), ma il fatto deriva più dall’assoluta eccellenza delle fonti che non dalle carenze delle trasposizioni.

Per la categoria dei “tagliati” voglio portare ad esempio American Psycho. Il magmatico ed incostante romanzo di Ellis è un obiettivo decisamente ambizioso per un potenziale adattamento. Se da una parte l’immaginario e l’ambientazione sono estremamente ben delineati, e gli elementi di satira e humor si prestano con una certa agilità alla digestione da parte di un pubblico svezzato da Tarantino, gli abissi di sociopatia celati in pozzanghere di vanità visibili solo di sbieco e in prospettiva rispetto alle efferatezze per cui è celebre il libro sono una sfida ben più ostica per l’aspirante sceneggiatore.

La soluzione? Zac, tutto sparito. Il film American Psycho fa a meno di tutta la grana fine del romanzo, e si presenta come un’agile e riuscitissima trasposizione solo di una parte di esso, quella per l’appunto satirica e po-mo. Certo, questo potrebbe passare per la riprova della limitatezza espressiva del mezzo cinematografico, ma stando che a dimostrare quella ci sono schiere e schiere di capolavori, American Psycho ne sottolinea se non altro la versatilità e capacità di adattare e adattarsi alle proprie fonti d’ispirazione.

Un film che invece tradisce di gran lunga lo spirito del romanzo da cui è tratto ma che nel farlo esplora delle possibilità in esso sopite è l’ultima (credo) trasposizione cinematografica di Orgoglio e Pregiudizio, quella di Joe Wright con Keira Knightley. C’è un comune malinteso tra coloro che non li hanno letti (ma non solo), per cui i romanzi di Jane Austen sarebbero gli antesignani di Harmony, dei melodrammi sentimentali sulle paturnie di damigelle inglesi senza granchè da fare tutto il giorno. Basta poco in realtà per accorgersi di quanto salaci, maliziosi e a volte decisamente ilari siano personaggi e situazioni della cara Jane, ma questo non ha impedito l’imporsi di una tradizione di pellicole e serie televisive sprovvedutamente melense.

Il film del 2005 a cui faccio riferimento a prima vista non si discosta troppo da questa linea, ma ad un’analisi più attenta rivela una consapevolezza che mancava altrove. Il potenziale per raccontare una storia d’amore con i personaggi della Austen è infatti quasi sempre presente nei suoi libri, e se pure le strade prese dalla scrittrice portino inevitabilmente altrove, ciò non significa che una re-immaginazione non sia possibile. C’è però differenza tra l’interpretare Orgoglio e Pregiudizio come primariamente una storia d’amore e l’immaginarlo come tale. Joe Wright ha per nostra fortuna compiuto la seconda operazione col suo film (probabilmente no, probabilmente non c’ha davvero capito un cazzo, ma vabbè), che grazie anche all’ottima fattura fotografica presenta una specie di mondo alternativo in cui sentimenti e passioni sono la principale forza narrativa dell’opera e l’apparato cinematografico fa del suo meglio per sottolinearlo connotando l’ambientazione di conseguenza.

Ora, non pretendo che questi due esempi abbiano una qualche rilevanza statistica e/o possano dimostrare una qualche tendenza, voglio però sottolineare come ci sia ampio margine per andare fuori dal seminato di un originale letterario per concimare l’adattamento cinematografico, e se spesso questo margine non viene sfruttato la colpa va attribuita alla pigrizia e scarsa creatività di sceneggiatori e registi e non a supposte limitazioni del mezzo in sè.